“Io sono chi sono”. Laurel, Christine, Beatrice e Caster Storia di quattro donne che vanno per la loro strada

 

Sapere dove è l’identità è una domanda senza risposta

José Saramago

  vite olimpiche 

 

L’esordio della prima transgender ai Giochi e la giornata dell’atletica che mette una dietro l’altra la finale degli 800 metri (da cui nacque il caso delle atlete DSD) e quella dei 200: la gara-rifugio per due ragazze stoppate dall’iperandroginismo

 

  Mi chiamo Laurel e vi spavento. Sollevo pesi ma non sempre. Ho smesso di portarne fuori dalla pedana, non sono riuscita a issare centoventi-centoventicinque chili in gara, mi hanno eliminata subito, decima, ultimo posto, così vi ho spaventato un po’ di meno. A molte delle mie avversarie quasi solo questo di me importava. Che Laurel Hubbard nata Gavin non arrivasse a strappar loro una medaglia. Come se io avessi fatto tutto questo per un pezzo rotondo di un metallo alle Olimpiadi, sei grammi d’oro mischiati a mezzo chilo d’argento nel migliore dei casi, una tacca di rame e zinco, casomai avessi portato a casa il bronzo. Una transgender in gara, la prima riconosciuta ai Giochi, me lo ripetono da un paio di mesi, da quando mi sono qualificata e siete in subbuglio. Io non volevo scompaginare la storia di nessuno, io volevo solo cominciare a scrivere la mia. Allora sono uscita dalla sala mettendo una mano sul cuore, sono troppo pigra per provare del risentimento, ho detto alla gente davanti a me che non sono inconsapevole di quanto abbia fatto discutere la mia presenza, ma voglio ringraziare il CIO per avermi permesso di esserci. Ha dimostrato che lo sport è inclusione. Voi pensavate ai vostri medaglieri e allora sono stata un grosso titolo sui giornali, io penso solo alla mia vita e adesso torno un trafiletto. Io sono chi sono. 

 

  Il capo dello staff medico del CIO | «È una donna e competerà secondo le regole della sua federazione. Noi dobbiamo rendere onore al suo coraggio e alla sua tenacia che l’hanno portata a qualificarsi per i Giochi olimpici».

Richard Budgett

 

  commenti | Pio García del quotidiano spagnolo Abc racconta che alla fine della gara c’erano microfoni e telecamere come in un vertice del G20. I corridoi erano affollati. Laurel Hubbard è apparsa pochi minuti dopo. Una donna alta, bianchissima di carnagione, grossa. Portava i capelli in una crocchia e si copriva la testa con una visiera. È una persona timida, anche se non sembrava a disagio davanti ai giornalisti. Laurel Hubbard sa di aver aperto una porta. Laurel è nato uomo, Gavin, figlio del sindaco di Auckland, e dopo un’adolescenza confusa, in cui si è rivolto al sollevamento pesi per cercare di affermare la sua virilità, ha deciso che la sua vera natura era diversa. All’età di 35 anni, ha seguito un trattamento ormonale. Ha beneficiato di una modifica al regolamento del CIO, che nel 2015 ha ammesso la partecipazione di donne transgender anche senza intervento di chirurgia testicolare, purché dimostrino che i loro livelli di testosterone non raggiungono una determinata soglia (10 nanomoli per litro) per almeno dodici mesi. La loro partecipazione ha sollevato più di un mormorio su un terreno in cui si mescolano identità, sport, medicina, competizione, anche denaro. Laurel si è ritirata emozionata, soddisfatta, tranquilla. Sembrava liberata”.

 

  voci l’avversaria del Belgio | «Adesso prevale lo spirito olimpico ma resto della mia idea: la partecipazione della Hubbard, che già da uomo aveva fatto gare di sollevamento, rappresenta un brutto scherzo. Alcune donne perderanno opportunità che cambiano la vita: medaglie e qualificazioni olimpiche. Saranno impotenti. Quanti uomini in futuro cambieranno genere per rubare il podio a noi donne? Dobbiamo riordinare le regole: non ho nulla contro la partecipazione transgender, ma non va dato loro un vantaggio così forte»

Anna Vanbellinghen

 

Sul Sunday Telegraph di due giorni fa è intervenuta Zoe Strimpel, storica, scrittrice, esperta di tematiche gender. Ha segnalato un libro dal titolo T: The Story of Testosterone, di Carole Hooven, biologa evoluzionista di Harvard, la quale afferma che i nati maschi hanno livelli di testosterone circa 25 volte più alti delle femmine in età puberale, un vantaggio atletico che persiste nelle persone che non hanno sperimentato la pubertà maschile. Con più massa muscolare e forza, dice Hooven, i giovani uomini superano le giovani donne nelle attività atletiche secondo un range che va dal 10 al 50 percento.

In secondo luogo Strimpel invita a riflettere sul fatto che esistono temi sui quali non possiamo discutere secondo quello che chiama lo schema Twitter. Le persone trans – scrive – affrontano gravi ostacoli personali e meritano rispetto. Le questioni che il transgenderismo solleva, sono complesse. L’idea che non lo siano e che ci sia solo una posizione corretta da prendere si è radicata attraverso la mentalità da branco vizioso di Twitter, arrivando a plasmare l’epistemologia e la politica – anche la scienza stessa – al livello più alto. Che Twitter stia influenzando, forse rovinando, la cultura non è certo una osservazione nuova. Nel giorno delle sue dimissioni dal New York Times nel 2020, Bari Weiss disse che Twitter era diventato il redattore finale del giornale. In un clima come questo, non c’è da meravigliarsi che la maggior parte delle persone, forse anche la migliore, preferisca nascondersi, lasciando che i bulli di entrambe le parti si scannino come bestie feroci al Colosseo

 

  voci l’avversaria di Cuba | «Non credo che qualcuno cambierà sesso per vincere una medaglia olimpica»

 Eyurkenia Duverger (Cuba)

 

  Mi chiamo Christine, Christine Mboma

Ho atteso il momento della rivolta. Il momento di tutto e di niente, come dice un poeta del mio paese, la Namibia. Il momento dell’ingresso nella vita. Questa vita che non ho chiesto. Nascosta sotto le coltri dell’angoscia. Non aver paura, mi manda a dire il cuore. Il mio cuore è grande come il mare. Mi hanno detto tre settimane fa che non avrei potuto correre il mio giro di pista, non sapevo di dover ridurre quel che sono a tre lettere, SDS mi pare, anzi no, DSD, ecco DSD, mi han detto che non va bene come sono, ch’io sono troppo o sono troppo poco. Io so che corro, che ho corso, che correrò. Due anni fa giocavo a netball, bisogna mettere la palla dentro un canestro, non si palleggia, non esiste un tabellone, un allenatore mi disse: prova, fai un giro di pista, e ho scoperto di avere il vento nelle scarpe. Io e Beatrice, Beatrice Masilingi. La mia compagna di scuola al Grootfontein Agricultural College di Katima, nello Zambesi. Lì siamo nate e siamo nate così. Non abbastanza giuste per correre una distanza tra i quattrocento e i mille e cinque. Non abbastanza uguali a tutte.

Katima significa spegnere il fuoco. Così mi sento adesso che posso correre solo mezzo giro di pista anziché uno. Un fuoco spento. I vecchi raccontano che noi a Katima non potevamo uscire da Nghweeze, noi neri voglio dire, e che Katima Mulilo Proper, il centro, era riservata ai bianchi durante l’apartheid. L’asfalto non è su tutte le strade, mancano i lampioni, mancano le fogne. Molti escono di casa e vanno a farla nei cespugli. Io vengo da un posto così. Dove imparare a correre significa salvarsi. Se andassi piano, non mi notereste. Se vado veloce, scusatemi. Ma io sono chi sono. 

 

  commenti | Le due ragazze della Namibia che hanno ripiegato sui 200 metri dopo essere state bandite dai 400 per un livello troppo alto di testosterone naturale, sono entrambe in finale. Presto anche i 200 potrebbero finire nell’elenco delle distanze a loro negate. Una terza ragazza considerata DSD (disorders of sex development), iperandroginismo, la nigeriana Aminatou Seyni, non ha passato le semifinali. 

Barney Ronay sul Guardian scrive che vincere o perdere, non è questa la storia che verrà raccontata. Torniamo alla crudeltà. La situazione per le atlete inserite in questa categoria è sia confusa sia incendiaria. World Athletics, attrezzata con scienziati e avvocati, ha lottato su questo punto sin dal trattamento cupo e insensibile riservato a Caster Semenya. È un problema che non presenta una risposta facile. È compito dello sport adattarsi e trovare un modo. Le categorie vanno mantenute, esistono per un motivo, per creare una concorrenza leale. Ma in questo momento il potere, il processo decisionale, la marea di regole si trovano in un luogo strano e scomodo

L’editorialista del Guardian dice che il problema adesso consiste nell’individuare una definizione di femminilità.

Mboma e Masilingi – leggiamo – sono donne. L’aumento dei livelli di testosterone, spesso il risultato di caratteristiche sessuali interne, è una parte di ciò che sono. Non è un tentativo di imbroglio, o una cancellazione del sesso biologico, in termini puramente sportivi è un vantaggio naturale, anche se ritenuto inaccettabile da Sebastian Coe, il capo della World Athletics e dalle sue squadre di esperti. Ci sono domande da porsi sul modo in cui questo tipo di problema è stato trattato in passato: lo spettacolo tossico degli amministratori, dei media, di uomini che su Internet discutono pubblicamente e con tante certezze sui corpi di queste giovani donne. La radice del problema è il testosterone, un parametro chiave sia per il controllo del doping che per la mascolinità biologica. L’ideale sarebbe trovare un modo per distinguere tra livelli elevati artificialmente e naturali. C’è qualcosa di preoccupante nel chiedere a un’atleta donna di prendere un farmaco che altera la sua condizione naturale, influenza il suo umore, spezza il suo talento, sopprime ciò che il suo corpo fa naturalmente. Questa soluzione sembra la parte sbagliata della storia. Il tempo non la giudicherà con clemenza

  Mi chiamo Caster, Caster Semenya, e sono rimasta a casa. Vi guardo da qui. Con mia moglie e la nostra bimba. Aspetto che la Corte europea dei diritti dell’uomo dica se mi è stato tolto qualcosa, a me Caster persona, prima che a me Caster donna. Io la reietta, l’esclusa. Mi deridono perché sono diversa, io rido di loro perché sono tutti uguali. Sono in pace con me stessa. Con quello che sono e con quello che ho fatto. Non guardo indietro con rabbia. Mi dicono sbagliata, niente è mai stato facile per me, nemmeno nascere a Fairlie, nel Limpopo, al confine con il Mozambico. Avevo 14 anni quando me ne sono andata verso Soweto e non avevo mai visto una città, non sapevo di chi fidarmi, con chi uscire. Ho capito che il mondo era una giungla, avrei dovuto essere un soldato, le armi non mi piacciono per niente, intendo dire che avrei dovuto fiutare le trappole. Correre mi ha aiutato. Ho sentito il vento che arrivava sulla faccia. Ho respirato un’aria che era soltanto mia. Lo sport mi ha aiutato prima che arrivasse l’invidia. Prima che le mie avversarie sentissero che stavo togliendo qualcosa a loro. Allora hanno fatto prima a togliere qualcosa a me. Non sono cambiata. Io sono chi sono. 

 

  commenti |  E oggi il programma olimpico si diverte a mettere una dopo l’altra la finale degli 800 metri e quella dei 200. Una delle gare negate e la gara rifugio. La prima, ricorda Ben Bloom sul Telegraph, si svolgerà senza nessuna delle medaglie olimpiche in carica, dopo che tutte e tre sono state escluse a causa dei regolamenti DSD imposti dai Giochi di Rio. Margaret Wambui, che vinse il bronzo, non ha tentato nemmeno di qualificarsi per Tokyo e crede – a differenza di Semenya – che World Athletics dovrebbe introdurre una categoria separata specifica per le donne DSD

Nel marzo scorso Nature ha dedicato un lungo articolo all’argomento, ricordando che le prime norme per la verifica del sesso biologico di appartenenza risalgono agli anni Sessanta, quando lo sport femminile iniziò a coinvolgere le masse. Nel 1968 il CIO adottò un test cromosomico. Le atlete DSD – dice Nature – sono rare ma rilevate 140 volte più frequentemente che nel resto della popolazione. I livelli di testosterone nelle donne adulte sono generalmente compresi fra 0,12 e 1,79 nanomoli per litro, negli uomini fra 7,7 e 29,4. 

Secondo molti genetisti e medici sportivi – riferiva Nature – le donne DSD e con iperandroginismo non dovrebbero essere trattate diversamente da chiunque presenti un tratto genetico che migliora le performance atletiche; dovrebbero quindi essere, semplicemente, ammesse alle competizioni. Ancora più rilevanti sono le considerazioni di natura etica legate alla pretesa di identificare per regolamento il sesso di un’atleta. Secondo molti commentatori – si legge su Nature – questa attenzione ossessiva nei confronti del sesso delle atlete non è altro che un riflesso istituzionalizzato di una cultura patriarcale che pretende di mantenere il controllo sul corpo delle donne – e sulle donne tout court

Il fisiologo sportivo Stephane Bermon è del parere che sia «impossibile trovare una soluzione che soddisfi tutti, ma allo stesso tempo bisogna trovare criteri ragionevoli per salvaguardare lo sport femminile». Criteri che non possono essere puramente scientifici – sottolineava Nature – ma che tengano conto delle implicazioni etiche, legali e psicologiche.

 

 🔸 oggi ore 14.25 finale 800 metri femminili | ore 14.50 finale 200 metri femminili

 

  | analisi Le potenzialità dello sport femminile

Lo sport femminile è spesso percepito come una fastidiosa sorellina dello sport maschile che, con riluttanza, ha bisogno di essere curato. Questo trascura il potenziale in esso contenuto. Secondo la società di consulenza Deloitte, lo sport femminile incasserà più di 1 miliardo di dollari in tutto il mondo nei prossimi anni. Sebbene il valore dell’intera industria dello sport sia stimato quasi 500 miliardi di dollari, Deloitte considera ancora lo sport femminile “maturo per una maggiore monetizzazione” nelle sue previsioni. Un sondaggio della società di ricerche di mercato Nielsen in otto paesi (tra cui Germania e Stati Uniti) ha mostrato che c’è un ampio interesse per le atlete nella popolazione. L’84 per cento degli appassionati di sport intervistati ha dichiarato di essere interessato allo sport femminile, la metà di loro erano uomini.  Secondo l’Unesco, solo il 4% dei contenuti dei media sportivi riguarda lo sport femminile. A proposito di atleti non solo vengono segnalati meno, ma anche in modo diverso. Uno studio sulla copertura olimpica passata della Frankfurter Allgemeine Zeitung e della Bild è giunto alla conclusione che le atlete vengono mostrate particolarmente meno spesso quando praticano sport considerati maschili, come il sollevamento pesi o la pallamano”di lucas brems, die Zeit

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