Grazie, Semenya, per la tua lentezza. Così non ci spaventi più

Finire questa corsa è stata una benedizione

Caster Semenya

Cinque anni dopo il suo ultimo oro, tre anni dopo la sua ultima apparizione internazionale ai Giochi del Commonwealth, nella notte scorsa è tornata sulla scena mondiale la sudafricana Caster Semenya, l’atleta a cui viene impedita la partecipazione alle gare tra i 400 metri e il miglio per una produzione naturale di testosterone superiore alla soglia fissata nel tempo dai regolamenti di World Athletics. Semenya è potuta tornare in gara nei cinquemila. È stata eliminata in batteria, tredicesima, con il 28esimo crono complessivo fra le 37 iscritte. 

 

Quindici minuti, quarantasei secondi e 12 centesimi. È il tempo della sua seconda venuta al mondo. La sua carriera di riserva. Quel che le hanno lasciato. Caster Semenya dominava gli 800 metri. Fra il 2011 e il 2o16 ha vinto due ori olimpici e tre mondiali, prima che iniziasse il pandemonio di proteste delle avversarie, i ricorsi in tribunale, i dibattiti scientifici sulla sua condizione di atleta DSD – acronimo che sta per Disorder of Sexual Development. È il corpo che ha. Un corpo che l’atletica internazionale ha preso a considerare oltre le regole, fuorilegge, un corpo che le dà un vantaggio.

Lynsey Sharp, britannica, trent’anni, la campionessa d’Europa che si piazzò sesta nella finale degli 800 metri ai Giochi olimpici di Rio 2016, disse dopo la gara: «Tutti possono vedere che ci sono due corse separate».

Faceva riferimento a un podio sul quale con Caster erano salite anche Francine Niyonsaba del Burundi e Margaret Wambui del Kenya, anche loro sotto lo stesso acronimo. DSD. 

Nel 2019 World Athletics giunse alla conclusione che per competere tra le donne bisognava avere un livello di testosterone inferiore ai cinque nanomoli per litro. E se vai oltre come Caster? O prendi dei farmaci per abbassarlo, o sei fuori. Caster scelse di restar fuori. Perché quei farmaci – disse – «mi facevano sentire costantemente male e incapace di concentrarmi». 

I ricorsi sono andati e venuti, sono stati accolti e rigettati. È andata alla Corte europea dei diritti umani. Ha provato l’estate scorsa a qualificarsi per Tokyo nei cinquemila. Non ce l’ha fatta. È venuta lo stesso ai Mondiali, con molta umiltà. Per la gioia di correre. Quando sono questi i panni che vesti, sei innocua. Quando chiudi la batteria al 13esimo posto, quando sei 28esima fra le 37 iscritte, sei rassicurante. I buoni sentimenti dell’inclusione sono salvi. Al massimo arriva qualcuno a chiamarti malinconica per esserti decisa a tornare. Ma pazienza. Si può anche scambiare per cattiva condizione atletica la necessità di dover correre tutta un’altra prova, i cinquemila anziché gli ottocento. Come chiedere a Tamberi di fare il salto triplo e poi rimproverarlo perché si imbroglia coi piedi. 

Sono le vittorie a disturbare, come dimostra il caso di Lia Thomas. Diventano la prova di un corpo anomalo che rompe il principio d’equità. Anche se il cronometro dimostra il contrario. In genere prima del disturbo per la vittoria, arriva il panico per l’ipotesi che accada.

A sfogliare il Times dei giorni scorsi, ci si accorge che sta accadendo a questi stessi Mondiali per i 200 metri. Due atlete DSD, la namibiana Beatrice Masilingi e la nigerina Aminatou Seyni, hanno corso l’altra notte le batterie in 22.27 e 21.98. Si sono qualificate per le semifinali e si sono subito accesi i radar. Sono avversarie di Dina Asher-Smith. Nulla di nuovo, intendiamoci. Solo un titolo che diceva: Si riaccende il dibattito eccetera. Poi Beatrice Masilingi è stata eliminata in semifinale [infortunio] e il dibattito ne è già uscito dimezzato. Ha smesso d’essere interessante. Sarà del tutto azzerato se la prossima notte Seyni non rompe le scatole e resta giù dal podio. Ha il sesto tempo di ammissione. Dovesse andare a medaglia, ci saranno invece delle conseguenze certe. Lord Sebastian Coe, presidente di World Atletics, ha già avvertito che i regolamenti sono in fase di revisione, in un momento – chiarisce il Times – in cui lo sport sta esaminando anche la questione altrettanto delicata della partecipazione transgender

Il nuoto ha messo al bando senza condizioni le atlete in transizione di genere, il ciclismo ha abbassato la soglia dei nanomoli da cinque a due e mezzo, alzando la finestra in cui bisogna restare sotto il limite da un anno a due. 

«È bello aver corso qui – ha detto Caster Semenya stanotte – anche solo finire questo 5000 per me è stata una benedizione. Sto facendo esperienze e sono disposta a farne altre. Il caldo mi ha però impedito di far meglio. Ci ho provato finché mi è stato possibile».

È quanto le resta. Fare ciò che le viene reso possibile. 

Quando Caster Semenya dominava gli 800, quando i suoi tempi venivano considerati figli del suo corpo fuorilegge, naturalmente dotato di un iniquo vantaggio, vinse l’oro a Rio 2016 correndo in 1.55.28 e l’oro ai Mondiali di Londra 2017 in 1.55.16.

Ai Giochi di Tokyo l’americana Athing Mu ha vinto in 1.55.04, al secondo posto Keely Hodgkins in 1.55.88. 

Ovviamente è superfluo farlo notare. Non ci sono ragioni, quando la ragione è assente. 

 

  Le sue parole

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«Non capisco quando si dice che ho un vantaggio perché non sono una donna. Quando faccio pipì, faccio pipì come una donna. Non capisco quando dicono che sono un uomo o che ho una voce profonda. Quando sei bambino, vuoi amore. Vuoi supporto. Vuoi essere apprezzato. Vogliamo che i ragazzini del nostro club sorridano ogni giorno quando si svegliano» [a SuperSport]

«Ciò che mi rende felice è avere la mia famiglia intorno a me, nient’altro. Senza la mia famiglia, non posso vivere. Violet e io ci siamo conosciute in un bagno. Lei era scortata dai funzionari antidoping dopo una gara. Pensava che io fossi un ragazzo e ha detto: – Cosa ci fa un uomo qui? Non sono un ragazzo, ho risposto. Credi che mi sia perso? Pensi che possa semplicemente entrare qui? Parli di cose che non sai». [a Sports Illustrated]

  «Ora, se qualcuno mi dice: – Ehi, sei un XY, sei un chissà che cosa, chi se ne frega? Non me ne frega niente. Le persone hanno le loro opinioni. Non mi interessa cosa pensano gli altri. Se pensano che sembro un uomo o se pensano che parlo così». 

«Senza gare non ho più un allenatore. Ho solo bisogno di un coniglio davanti a me da inseguire. Ho bisogno di rafforzare i miei polpacci, rafforzare le mie caviglie. L’anno scorso la IAAF ha sostenuto in tribunale che ero biologicamente maschio. Sono stata usata come una cavia umana per testare le loro regole. Non ho scelto questa vita. Dio ha scelto per me. Sapeva cosa sarei stata in grado di gestire. Nemmeno quando i miei genitori mi hanno dato alla luce, hanno scelto. Ho imparato le mie responsabilità da ragazza. Che tu abbia 12 anni o meno, devi pulire, fare il bucato, andare nella foresta, devi andare a prendere l’acqua. Io volevo solo stare con gli altri, i miei coetanei, che correvano. Per divertimento. Poi abbiamo iniziato a gareggiare».

«Ognuno deve accettare sé stesso. Non è una cosa che dipende da un paese o da una società. Non correrò mai con la droga. Non prenderò mai un farmaco che mi rallenti. È folle. Non sono un’idiota. Perché dovrei prendere farmaci per compiacere un altro uomo? In questa lotta, non si tratta di vincere la battaglia, si tratta di conquistare i cuori delle persone. Spiegare cosa succede nel mondo dello sport. Ho la responsabilità di cambiare le cose» [intervistata da Susie Rahton per The Gentle Woman]

 

Hanno scritto di lei

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    Le dovrebbe essere permesso di competere come donna? Certo che no. E perché dico di no? Non un solo fan di atletica che conosco è in disaccordo con me. È questione di competitività, non una questione di diritti umani. Nessuno sta dicendo che Semenya non sia una donna, un essere umano o un individuo che merita il nostro pieno rispetto. Non c’è posto per questo tipo di cattiverie. Ma le persone devono capire che una competizione atletica deve avere delle regole: altrimenti non ci può essere una gara. Semenya è dotata di un vantaggio genetico straordinario e anomalo. Nessuno dice che Caster Semenya non dovrebbe essere in grado di competere ma solo che l’atletica femminile – in quanto “categoria protetta” – le chiede di avere livelli di testosterone in linea con le altre concorrenti” – di malcolm gladwell, New Yorker,  12 agosto 2016

 

    Pensavo che le regole che regolano il testosterone nello sport avessero un senso. Adesso non ne sono così sicuro. Mi sento ancora combattuto, ma più propenso all’argomento secondo cui la regola del testosterone non dovrebbe esistere. La ricerca di World Athletics mostra anche un vantaggio per le donne con livelli elevati di testosterone nel lancio del martello e nel salto con l’asta. Questi eventi non sono stati regolamentati, almeno non ancora. Perché? World Athletics potrebbe aver deciso così perché atlete con DSD non sono significativamente presenti nel medagliere. Dividere gli atleti in gruppi maschili e femminili richiede l’imposizione di un binario chiaro su una realtà disordinata. Nel corso del tempo, sono diventato più attratto dall’argomento secondo cui alle atlete come Semenya, che sono state cresciute come donne e che hanno vissuto come donne e che si identificano come donne, dovrebbe essere consentito di competere come donne. Non possiamo conoscere l’identità di genere alla nascita, quindi in pratica, alle persone ne viene assegnata una femminile quando nascono senza pene. Ma i genitali esterni non sono un buon modo per dividere gli atleti maschi e femmine. La nostra società – e, di conseguenza, i nostri sport – non è stata creata per accogliere individui non conformi al genere. Qualunque decisione sarà presa, qualcuno ne verrà toccato. di david epstein, Slate, 18 settembre 2020

 

    “Ma che colpa hanno Caster Semenya e quelle come lei? Lo sport da sempre integra, trova un posto e dà un ruolo a chi in questo mondo non lo trova, perché considerato sbagliato: troppo alto, basso, magro, grasso. Lo sport non può più fare sconti. Non perché sia cattivo, ma perché deve garantire le stesse modalità di partecipazione. Lei non bara, lei non si è dopata per assumere un’altra identità sessuale e per andare più forte, lei è solo geneticamente intersex. E nel doppio giro di pista dove bisogna essere capace di sopportare estremi stati di fatica anaerobica e lattacida, questo le darebbe un vantaggio. Caster ci è nata così e se vedete sua nonna, alta più di un corazziere, vi rendete conto che la golden girl appartiene ad una famiglia fuori misura. Se la vicenda sportiva si chiude con il suo addio alle gare quella etica invece resta: dove devono gareggiare tutte le ragazze diverse che si sentono normali? di emanuela audisio, la Repubblica, 3 maggio 2019

quando | nella notte ore 4.35 finale 200 metri femminili | sabato notte ore 3.25 finale 5.000 femminili

LA SCACCHIERA DI EUGENE

una regina | Il blitz di Feng Bin con il disco

Come succede a quei tormentoni che arrivano all’improvviso in estate, quello di Feng Bin è stato un lancio del disco perfetto. Una vera rapina lo giudica L’Équipe. Metaforicamente. Le favorite per l’oro, Valarie Allman e Sandra Perkovic, stavano duellando così amabilmente secondo pronostico. L’americana aveva tirato a 67 metri e 42, la croata aveva risposto con 67 e 74. S’era pure messa la mano all’orecchio, come si fa nel calcio e adesso pure nel basket. Eravamo così rassicurati nel vedere che il mondo riproduceva esattamente quel che ci aspettavamo. E poi è arrivata questa ladra di finali, Feng Bin, con un lancio di 69 metri e 12. Un lancio con cui ha superato di 3 metri circa il suo record – 66 metri lanciati in aprile, la sua sola gara della stagione. È il secondo oro per la Cina in questi campionati. Allman e Perkovic non sono salite sopra i 69 metri. Per la croata è la quinta medaglia mondiale all’età di 32 anni, per Allman il primo podio in carriera. Se vi state chiedendo da dove esca Feng, si tratta di una buona domanda. È stata quinta tre anni fa e all’Olimpiade di Tokyo era stata eliminata nelle qualificazioni. La 43enne francese Mélina Robert-Michon s’è piazzata decima con un lancio a 60 metri e 36. Amen. 

 

torri | L’anno delle kazake

O meglio: l’anno dei passaporti delle kazake. Dopo l’erba di Wimbledon con elena Rybakina, ecco le siepi di Eugene con Norah Jeruto. Ha vinto sulle barriere dei i tremila in 8.53.02, il crono più veloce mai corso ai Mondiali e il terzo nella storia. Due etiopi la scortano sul podio, Getachew e Abebe. Il suo passaggio di nazionalità rende possibile due primati al tempo stesso: il primo oro dell’Asia in questa gara e l’interruzione del dominio del Kenya. Se non avesse mai cambiato passaporto, non sarebbero vero né il primo né il secondo. 

 

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ITALIANISMI

Il record italiano di Ayomide Folorunso

 

Il primato di Yadisleidy Pedroso sui 400 ostacoli reggeva da nove anni. Ayomide Folorunso lo aveva avvicinato più volte negli ultimi due mesi, stanotte lo ha abbassato di 20 centesimi in semifinale, da 54.54 a 54.34. Non è bastato per entrare in finale, in una disciplina che va veloce e propone nell’età contemporanea le tre interpreti più veloci di sempre. Sono state eliminate anche Rebecca Sartori [55.90] e Linda Olivieri [56.04], ma in chiave Europei di Monaco del prossimo mese, il tempo di Folorunso è il terzo dietro quello dell’imprendibile olandese Femke Bol e dell’ucraina Tkachuk. Ripetendo queste prestazioni, anche Sartori e Olivieri potranno giocarsi un posto in finale. 

 

epifanie Tecuceanu in semifinale

Nonostante un ritorno impressionante negli ultimi 200 metri e il quarto posto in batteria, l’atteso Tecuceanu è stato eliminato nelle batterie degli 800 metri. È nato in Romania, è cresciuto in Veneto, ha corso il suo primato personale in 1.44.83. Passa in semifinale da ripescato. Eliminazione a sorpresa per il campione uscente Donovan Brazier. 

 

coriandoli Il bronzo di Elena Vallortigara

 ◇  Emanuela Audisio, Repubblica: È piena di cicatrici, di voli spezzati, di qualificazioni non superate, di infortuni, di disturbi alimentari, di delusioni. Ma invece di andare in pezzi ha cercato di sistemarli. Lentamente, con la stessa pazienza con cui lavora a maglia. La vita è un gomitolo da sbrogliare, le donne lo sanno.  Con l’agopuntura ha sistemato il problema delle mestruazioni, e anche con la pillola.  Un salto dopo l’altro, senza mai sbagliare, e sdraiandosi sul prato negli intervalli, lontano dalle altre, con cappello in testa e occhi chiusi, che si sa che l’alto è una seduta psicanalitica all’aperto e senza divano

 ◇  Gaia Piccardi, Corriere della sera: È nata così, in fondo a un viaggio esistenziale che avrebbe scoraggiato chiunque. Vergine ascendente vergine, forte come il fil di ferro sotto una nuvola di pensieri negativi, esempio di longevità e resilienza senza sapere di esserlo

 ◇  Giulia Zonca, La Stampa: Il podio visto dall’alto dei 30 anni è uno strano pianeta. Dopo tutta una vita a sbagliare, non c’è più margine di errore. i 2 metri saltati, da questa donna che ha dovuto imparare ad aspettare, vanno ben oltre l’agonismo, raccontano l’arte del successo, quello che nella vita quotidiana non ha le scadenze dettate dallo sport. Negli Usa, dove, i film insegnano, ogni sogno è possibile e dove Vallortigara che legge i gialli di Manzini, guarda «Friends» a ripetizione e immagina di mangiare gelati che può consumare solo quando non gareggia, realizza i suoi in una serata in cui nulla le sembra proibitivo.

 ◇  Franco Fava, Corriere dello sport-stadio: Ha trovato le soluzioni tecniche che cercava e le risposte ai suoi tormenti interiori, nel fidanzato Vincenzo e soprattutto in Stefano Giardi. Un matematico prestato al salto in alto che ha saputo riallacciare i fili interrotti di una carriera iniziata brillantemente nel 2007 con il primo podio ai Mondiali allievi. Quel Giardi, al quale era stato affidato Gimbo Tamberi nell’immediato divorzio dell’olimpionico con papà-coach Marco prima che il tandem si ricostituisse alla vigilia dei Mondiali.

 

| pareri Sara Simeoni

    In gara nessuna guardava l’altra, ognuno chiusa nel suo mondo.

«Io ero diversa, le altre le guardavo, non mi deconcentravano. Anzi, mi caricavano. Mentre saltavano io con la testa ripassavo i movimenti e mi ripetevo gli sbagli da non fare.

Sono contenta che Elena si distragga con i lavori a maglia, molto meglio che stare sul cellulare con i videogiochi, io all’epoca mi comprai uno dei primi walkman. E giocavo a carte o facevo i cruciverba. Altri tempi».

    Tra Simeoni e Vallortigara ci sono affinità di stile?

«In questo mi devo far aiutare da Erminio (Azzaro, ndr), mio marito ed ex allenatore. Lui dice che io allo stacco andavo più in alto mentre Elena entra più veloce. Ma il bello del Fosbury è questo: non ha linee rigide, ognuno lo adatta alle sue esigenze. È stato bravo anche Tamberi anche se non ha vinto. Mi dispiace solo che non abbia risolto i problemi con il padre allenatore. È sempre un tema delicato, forse andava affrontato prima». intervista di emanuela audisio Repubblica

 

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