| E tutti via a sciare e vela, wind-surf, equitazione golf: bello
Secondo me per essere bravi in quegli sport lì
non è che bisogna essere proprio imbecilli
Però aiuta
Giorgio Gaber
prima di tutto
I giorni del rito della giacca verde
Come si intuisce dalle parole di Giorgio Gaber, il golf divide. Chi lo conosce e lo pratica, ne apprezza il contatto con la natura attraverso le lunghe passeggiate, la sua funzione di miglioramento del sistema cardiovascolare, la sua funzione nell’abbassamento del colesterolo. Chi è più distante scherza. Ironizza. Winston Churchill ha detto che «il golf è un inutile tentativo di dirigere una sfera incontrollabile verso un buco inaccessibile, con strumenti inadatti allo scopo». Lo scrittore Mordecai Richter ha scritto di un personaggio che «diceva di aver trovato Dio su un campo da golf. Non specificava a quale buca, ma pazienza». I campioni ne propagandano le qualità. Secondo Tiger Woods «il golf è una continua evoluzione, ogni giorno, ogni colpo», mentre Phil Mickelson ha detto che «lo scopo del golf non è solo vincere. È giocare come un gentiluomo, e vincere».
IL PERCORSO CON I NOMI DEI FIORI
In questa cittadina sperduta della profonda Georgia, 250 miglia a esta di Atlanta, c’è il divieto di correre lungo i fairway del campo, il divieto di indossare il berretto al contrario, il divieto di portare il telefono in tasca. In questa cittadina sperduta della profonda Georgia, il golf è un vecchio rito dei bianchi che si gioca su un percorso dove ogni buca porta il nome di un fiore. In italiano sono: osmanto, camelia, corniolo rosa, corniolo bianco, fiori di pesco, forsizia, fiori di melo, azalea, magnolia, cunninghamia, ginepro, agazzino, piuma della pampa, gelsomino, bambù, fiori di Bach.
Il campo di gioco prima del 1933 era un vivaio. Prima che arrivasse un gelo killer, alla buca 17 si ergeva il cosiddetto Eisenhower Tree, l’albero che prendeva il nome del presidente perché era lui con la sua presidenziale mazza a colpirlo con altrettanta presidenziale precisione. Tra il terzo colpo della buca 11, tutta la 12 e i primi due colpi della 13 si estende l’Amen Corner, ineluttabile nel nome come in effetti nel gioco: se lo passi bene, se non lo passi: amen. Questa cosa se la inventò nel 1953 il giornalista Herbert Warren Wind in un articolo per Sports Illustrated, ispirandosi a un pezzo jazz degli anni Trenta, Shoutin’ In The Amen Corner, dei Dorsey Brothers.
LA GIACCA
Chi vince su questi campi può mettere una giacca verde. Non è un verde qualunque. È verde Pantone 342, nella catalogazione ufficiale delle palette dei colori. Le prime giacche furono cucite nel 1937 per i membri dell’Augusta National Golf Club. Il suo fondatore Bobby Jones era stato in visita al Royal Liverpool in Inghilterra. A cena aveva notato una schiera di capitani di club che indossavano i colori dei loro circoli. L’Augusta commissionò allora le sue giacche alla Brooks Uniform Company di New York. La prima versione presentava ampi risvolti e tasche applicate. Il disegno della spalla era meno strutturato. Non fu un gran successo. I soci trovarono che la stoffa fosse troppo spessa, scomoda da indossare quando faceva caldo. Cambiarono il fornitore.
Da allora la giacca più famosa dello sport è un monopetto a tre bottoni con lo spacco sul retro, in lana tropicale, con il logo del Masters impresso sui bottoni d’ottone e ricamato sul taschino. È il rito che si porta dietro a renderla così speciale. Il vincitore viene aiutato a indossarla dal campione uscente. Può tenerla un anno, può indossarla in occasioni ufficiali, ma quando si torna in campo 12 mesi dopo deve restituirla al club, dove gliela conservano per i ricevimenti in sede o nel caso capitasse un bis.
Da qualche tempo i sarti ne preparano più d’una all’ultimo giorno, di diverse taglie in base alla classifica provvisoria, in modo che non si ripeta più il disagio di averne una con le maniche troppo corte come accadde a Sam Snead nel 1949, o con le maniche troppo lunghe come successe a Jack Nicklaus nel 1963.
La giacca più famosa dello sport
Il verde è il colore principale del mondo
Pedro Calderon de la Barca
Il verde è nello sport il colore della maglia dei Boston Celtics in NBA e della Nigeria ai Mondiali di calcio, dell’Avellino in Italia e del Saint-Étienne in Ligue 1. Era verde la prima macchina di Michael Schumacher campione del mondo, la Benetton che a Treviso vinceva in verde pure nel basket, nella pallavolo e nel rugby. Era verde la maglia del miglior scalatore al Giro d’Italia fino al 2011, quando s’è trasformata nel blu di uno sponsor, ed è tuttora verde quella per la classifica a punti del Tour de France: così nacque nel 1953 perché era il colore sociale della sartoria À la Belle Jardinière. Fu tradito, sempre per ragioni commerciali, solo nel 1968, in favore del rosso.
IL TRAFFICO DEI BIGLIETTI
Oh, a parte il verde della giacca, un’altra delle tradizione più radicate al Masters di Augusta è lo scrocco dei politici. “L’Augusta National Golf Club regala regolarmente biglietti molto ambiti e preziosi a importanti funzionari governativi e importanti dipendenti pubblici” scrive il Wall Street Journal. Per esempio il sindaco, per esempio i giudici. Nessuno ha voluto commentare quelle che vengono descritte come “accuse etiche infondate” – tipo il sospetto che alcuni di questi biglietti finiscano sul mercato secondario. I bagarini. “La pratica ha suscitato preoccupazione tra gli esperti di etica governativa – scrive il più grosso giornale americano – i quali sostengono che il governo di Augusta sia esposto a un elevato rischio di corruzione e crea l’apparenza di un conflitto di interessi”.
Il codice etico del comune vieta ai dipendenti e ai funzionari pubblici di accettare “un regalo da un lobbista, un fornitore o qualsiasi altra persona che cerchi di influenzarne le azioni”. Un regalo è definito come “qualsiasi cosa di valore superiore a 100 dollari”.
La maggior parte delle persone che desidera acquistare i biglietti del Masters al valore nominale deve partecipare a una lotteria annuale con scarse possibilità di vincita. Persino un biglietto per un turno di pratica di un solo giorno da 100 dollari viene venduto a oltre 2.000 dollari dai bagarini. I rarissimi Series Badge hanno un valore nominale di 450 dollari e si trovano sul mercato dell’usato a 20.000 dollari.
Kathleen Clark, professoressa di diritto alla Washington University di St. Louis, si spinge a dire che il club di golf è potentissimo e controlla a tutti gli effetti la città. “È il motore dell’economia locale, che porta orde di turisti in una parte della Georgia dove altrimenti non andrebbero mai. La settimana del Masters è la più importante dell’anno per molte aziende locali”.
Il Masters di golf su Slalom
Le parole sulla Georgia che il Masters non dice
8 APRILE 2021 Se finanche il prudentissimo baseball si è schierato contro le legge sul voto dei repubblicani in Georgia, portando da Atlanta in Colorado il suo All-Star Game, perché il golf non dice niente da Augusta, alla vigilia del Masters? È una domanda che ne porta con sé un’altra: lo sport ha l’obbligo di schierarsi? | Leggi qui
L’Asia è arrivata anche nel golf: il Masters a Hideki Matsuyama
12 APRILE 2021 Nell’anno dei Giochi in Giappone, l’Asia è venuta a prendersi anche il golf. Lo sport dove dominavano le tigri di carta, per dirla alla Mao, o la tigre di Woods. C’è una giacca verde ad Augusta per 38 americani e da ieri sera ce n’è una anche per Hideki Matsuyama, 29 anni, il primo asiatico nella storia dopo anche un canadese, otto europei, tre africani, un sudamericano, un australiano e un figiano. L’ultimo pezzo della geografia che rende definitivamente globale uno sport come pochi altri percepito per pochi. | Leggi qui
Chi è quel giovanotto in giacca verde: il Masters alla NextGen
11 APRILE 2022 Dinanzi al primo Masters d’Augusta vinto da Scottie Scheffler, il mondo del gol si sta domandando se durerà. I primi sette giocatori nella classifica mondiale hanno meno di 30 anni. Si defilano con la stessa fretta impiegata per arrivare. Come le Nuvole di Fabrizio De André, vanno vengono, ogni tanto si fermano | Leggi qui
La giacca verde di Mister Normalità
15 APRILE 2024 Un secondo Masters per Scheffler e il golf torna a parlare del suo stile di vita semplice, niente auto veloci, vestiti appariscenti, ville a più piani. Scheffler vive per la sua famiglia e la sua fede cristiana. Quando vinse due anni fa, raccontò di aver pianto davanti a sua moglie Meredith. Stavolta le ha solo parlato al telefono, perché lei è incinta ed è rimasta a casa | Leggi qui
IL TABU DI MCILROY
Tra le più grandi anomalie nella storia dello sport ci sono Michelle Kwan e Merlene Ottey senza un oro olimpico, ci sono Ivan Lendl senza un Wimbledon, Pete Sampras e John McEnroe senza un Roland-Garros, Björn Borg senza uno US Open.
Ma forse più di tutti ancora spicca Rory McIlroy senza una giacca verde, rito fra i riti del golf, il torneo dei Masters in Augusta. Ha vinto il suo quarto e ultimo Major al PGA Championship del 2014. Sono passati undici anni senza che abbia aggiunto una quinta Monumento, come direbbero nel ciclismo. Ha messo in fila 38 sconfitte consecutive o secondi-posti e soprattutto 16 Masters giocati in totale senza neppure una giacca verde, un’assenza che lo priva del Grande Slam in carriera che solo Gene Sarazen, Ben Hogan, Gary Player, Jack Nicklaus e Tiger Woods hanno completato finora. «Nessuno, in nessun luogo, in nessun periodo dell’anno, viene sottoposto alla stessa pressione di Rory quando arriva ad Augusta» è il parere di Brandel Chamblee, consulente di Golf Channel.
L’Équipe stamattina sostiene che “abbiamo perso il conto degli insuccessi di McIlroy quando si è trattato di sferrare il colpo finale. Niente a che vedere con il controllo totale delle sue emozioni che mostra nei tornei comuni del circuito europeo e americano. Con le recenti vittorie a Pebble Beach e al The Players si è guadagnato il titolo di miglior giocatore del pianeta, ben al di sopra del numero 1 al mondo e campione in carica, Scottie Scheffler”.
Eppure quando passa di qui tutto diventa più complicato. Lui spiega tutto filosofeggiando:
«In certi momenti della vita non vogliamo innamorarci per paura di ritrovarci con il cuore spezzato. Istintivamente, come esseri umani, a volte ci tiriamo indietro, consapevolmente o meno, per paura di farci male: credo che sia successo a me sul campo da golf per alcuni anni. Ma una volta superati quei momenti difficili, ti rendi conto che la vita continua e che non è poi così brutta come sembrava. Ci scrolliamo di dosso la polvere e ricominciamo. Ecco perché mi sento un po’ più a mio agio nel rivelarmi, a volte mostrando un po’ di vulnerabilità».
Nella sua caccia finale al Sacro Graal, l’ipersensibile Rory dovrà vedersela con un percorso modificato dalle centinaia di alberi caduti sotto le raffiche del tornado Helene che nel mese di settembre ha ucciso 11 persone nella regione e almeno 249 negli Stati Uniti.
IL MERCHANDISING E LA LINGUA
L’Équipe dedica un approfondimento al negozio, lo shop, “l’immenso edificio del merchandising dove i più temerari si lanciano come affamati sullo Gnomo, un nano da giardino d’epoca comprato a 49,50 dollari, spesso rivenduto su eBay a un prezzo fino a 15 volte superiore. Dalle casse gonfie del club più esclusivo del pianeta sfuggono alcune speculazioni sugli iscritti che sarebbero circa 300, ma la cifra è tenuta segreta; non sono un segreto i 70 milioni di dollari di fatturato stimati dopo una settimana di isteria consumistica, a 200 dollari a carrello medio per avventore, il nome con cui qui si designa un cliente”.
A un’altra depravazione di dedica Barry Svrluga sul Washington Post, dove scrive che il Masters è tante cose, “un annuncio della primavera, un torneo di golf strepitoso, una tradizione diversa da qualsiasi altra. È anche francamente qualcosa di fastidioso”. Cioè? Cioè ha un linguaggio tutto suo, un gergo, uno slang, non che sia una imposizione ufficiale del circolo ma insomma ci siamo capiti, loro preferiscono così, e se loro preferiscono così chi siamo noi per non accontentarli. Svrluga fa l’elenco di questi tic tra i quali spiccano i cespugli. I cespugli al Masters di Augusta non sono cespugli. Vanno chiamati arbusti. Sono shrubs non sono bushes, e le televisioni – dice il Washington Post – si adeguano
panorami
Il golfista che fa gli inciuci
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Guida linguistica: L’inciucio non è un imbroglio. Non è un accordo sottobanco. Casomai quello sarebbe un inguacchio. L’inciucio come inguacchio è una deriva perversa, un senso deviato di cui sono responsabili i parlanti italiani. L’inciucio nel suo significato corretto è un pettegolezzo. Fare gli inciuci significa parlare alle spalle di qualcuno. Tutto qui.
Il golfista che fa gli inciuci è un professionista. Si chiama Michael Kim. Il secondo posto al WM Phoenix Open di Scottsdale, in Arizona, gli è valso un invito al Masters. Nelle otto settimane trascorse da allora ha incassato 2,75 milioni di dollari di premi in denaro. È balzato al dal posto #104 al posto #12 nella classifica stagionale dei migliori golfisti del PGA Tour ma non ha smesso di fare quel che faceva prima. Il disvelatore di fatti e fattarielli del golf.
Li pubblicava su coso, Twitter o come diavolo si chiama adesso, dando risposte profonde o leggere – oppure profonde e leggere – alle domande dei curiosi: come i professionisti organizzano i viaggi, quanto sono pagati i caddy, come funzionano i contratti di sponsorizzazione.
Il Wall Street Journal gli ha fatto una telefonata e si è fatto raccontare un po’ di questi inciuci più frequenti, tipo che lui preferisce alloggiare in hotel Marriott o Hyatt perché il check-è out posticipato alle 16, gli viene perfetto per la domenica, così può finire il suo turno e farsi una doccia prima di partire per il torneo successivo. I trasferimenti devono pagarseli da soli. Sono una dozzina i giocatori che possono permettersi l’aereo provato, costa 3.000 dollari all’ora con l’elica e 6.000-8.000 per un jet. Un’altra cosa divertente da sapere è che esiste un servizio a pagamento per trasportare le mazze da golf con un grosso camion, ma Kim preferisce imbarcarle come bagaglio da stiva. Per gli appassionati del genere si trova tutto qui
A proposito di caddy. Il New York Times racconta la tradizione dei caddy afro-americani. “L’immagine di un caddy nero che abbraccia un golfista bianco mostrava più di una semplice immagine di esultanza o di conforto. Catturava il legame tra due uomini che erano diventati amici”. Fino al 1982, ogni partecipante al Masters doveva utilizzare un caddy dell’Augusta National. Hord Hardin, il presidente dell’epoca, cambiò la regola e dall’anno successivo fu permesso ai giocatori di scegliersi il proprio caddy.
Fu una svolta, racconta Paul Sullivan. Perché mettere piede su quei campi era stata una rarità per i neri d’America. Il primo a giocare al Masters era stato Lee Elder nel 1975 e fino al 1990 il club non ha ammesso tra i soci uomini afro-discendenti. Mille novecento novanta. Era caduto prima il Muro di Berlino.
stelline
Sì, ma chi vince
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Nel borsino de L’Équipe strafavoriti non ce ne sono. Il vano a cinque stelle è rimasto buono, con quattro ci sono Scottie Scheffler e Rory McIlroy, con tre stelline l’attesissimo svedesino Ludvig Aberg [un anno fa secondo al primo tentativo a 4 colpi da Scheffler] e Justin Thomas, due stelle per Colin Morikawa, Bryson DeChambeau, Jon Rahm, Viktor Hovland, una stella anche per Xander Schauffele, Brooks Koepka, il cileno Joaquin Niemann apparentemente un outsider, ma “attualmente il giocatore numero 1 al mondo tra i giocatori LIV, il che lo pone tra i candidati alla vittoria di domenica sera. Ha uno swing elastico, ha ricevuto l’invito dei soci dell’