Tutto quello che c’è da sapere su Real vs Borussia

 Un missile da fuori area o una punizione che era una fucilata. Nella lingua del calcio i termini bellici si erano intromessi da tanto. Quel che non avevamo ancora visto era un accostamento così intimo, un’azienda produttrice di armi che sponsorizza una squadra. La Rheinmetall, sede a Düsseldorf, è diventata partner del Borussia Dortmund. Metterà il suo nome lungo il perimetro del campo, sui cartelloni. Organizzerà eventi, avrà spazi allo stadio e in sede. Non potrà associare il logo o il nome alla maglia della squadra, ma una barriera è caduta.

Il fatto che accada proprio ora è solo più inquietante.  L’accordo è stato annunciato con grande evidenza dal Financial Times, il sito della radio pubblica tedesca ha raccontato l’indignazione dei tifosi, nelle ore in cui la NATO discute dell’uso delle armi occidentali da parte dell’esercito ucraino in territorio russo. I tifosi tedeschi sono quelli che un mese fa hanno fatto da argine all’ingresso dei fondi in Bundesliga, quelli che sono scesi in piazza per manifestare contro l’Afd, il partito di estrema destra. A Dortmund si stanno mobilitando facendo riferimento al codice dei valori fondamentali a cui il club si è impegnato alla fine del 2022. Tra le altre cose, dice di volere una società senza violenza. Cosa c’entrano allora le armi a bordo campo? Thomas Kessen, portavoce dell’associazione tifosi dell’Unser Kurve, dice a Deutschlandfunk:

«Sappiamo che il calcio ha bisogno di soldi, e dove sono in gioco i soldi, la morale spesso passa in secondo piano. Ma il fatto che un’azienda di armi che guadagna producendo oggetti che uccidono le persone, un settore che sta vivendo una ripresa economica in seguito alla guerra in Ucraina – il fatto che un’azienda del genere voglia usare questi soldi per ingaggiare attaccanti al Borussia Dortmund, è una rottura della diga. Siamo a corto di parole».

 

Secondo la ricostruzione della radio tedesca, il club aveva probabilmente informato i tifosi. Il blog Schwatzgelb, i cui rappresentanti fanno parte del consiglio, sapeva tutto due settimane fa. Hans-Joachim Watzke, ad del Borussia, dice: «La sicurezza e la difesa sono i pilastri della nostra democrazia. Ecco perché riteniamo che sia una decisione giusta riflettere intensamente su come proteggere questi pilastri». Il Dortmund vuole «assumersi questa responsabilità», dice.  Un passaggio che ha ulteriormente acceso la resistenza del pubblico. Thomas Kessen di Our Curve è critico su questo collegamento. «Se si tratta di assumersi una responsabilità, potrebbe bastare un video di Mats Hummels per la Bundeswehr, parlando dell’attuale situazione geopolitica. Questa è un’altra cosa. È come in Qatar. È sportswashing. Rheinmetall è felice di poter mettere un po’ di giallo e nero su un nome intriso di sangue, e Watzke è felice di far entrare in cassa quei milioni. Non c’è niente di più squallido». 

È l’elemento che agita l’ambiente del Borussia alla vigilia della finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid, a due settimane dagli Europei con la partecipazione anche dell’Ucraina, a un mese e mezzo da un’Olimpiade nella quale la guerra – le guerre – saranno sulla scena insieme alle gare. Come racconta il Telegraph, i dirigenti di Wembley sono in massima allerta per il timore di proteste filo-palestinesi durante la finale, com’è successo per quella femminile. 

Paolo Brusorio su La Stampa dice allora che il Real non potrà contare sull’effetto Bernabeu, il Dortmund sarà senza il Muro Giallo. Partono nude verso la meta

 

LA GRANDEUR MADRIDISTA

 

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera giudica curioso che nel suo percorso leggendario il Real Madrid non abbia mai giocato una finale a Londra nel tempio del football, una coincidenza che aggiunge quel pizzico di pathos che rende unica una ritualità implacabile, che si ripete dall’era di Puskas, Gento e Di Stefano, fino a quella di Modric, Kroos e ovviamente Ancelotti

Se fosse Francia, la chiameremmo grandeur. Il concetto non cambia, e stamattina gronda in abbondanza dall’intervento di Jorge Valdano su El Pais, nella sua colonna del sabato. 

Valdano scrive che la frase più sentita in questi giorni è non bisogna fidarsi di sé stessi, una frase che implica un eccesso di fiducia, si dà per scontato che il Real Madrid sia il favorito. Mi spiace molto ripeterlo, ma io rappresento il tifoso medio, quindi lasciatemi dire che è meglio non fidarsi troppo

Valdano, cuore madridista, dice che la vita non è mai stata facile per un club come il Madrid [Jorge, figurati per gli altri]. Dall’inizio del secolo – scrive – abbiamo dovuto affrontare il miglior Barcellona della storia; e poi la partenza di Cristiano Ronaldo e dei suoi cinquanta gol all’anno; la perdita di Sergio Ramos e della sua incomparabile leadership; le brusche dimissioni di Florentino e il suo sorprendente ritorno, che stasera potrebbe diventare stellare. A Marca si sono portati avanti e già lo chiamano Florentiago Bernapérez. 

Valdano dice di essere cresciuto sapendo che le squadre sono fatte di vetro. La domanda che mi pongo in questo sabato di gloria è: perché i vetri del Madrid sembrano blindati? Abbiamo parlato del talento, del patrimonio culturale, della forza del Bernabéu. Anche della fortuna. Ma guardiamo la cosa da un’altra prospettiva: cosa succede quando un giocatore lascia una cultura resa così solida dal tempo? Fanno molta fatica a scendere di un gradino, la maggior parte di quelli che lasciano il club pagano con la decadenza. Il mio consiglio è: non comprate mai un giocatore dal Real Madrid. Eccetera eccetera. Fino all’invito allo stadio di Wembley, Accendi le luci, Wembley, illumina una storia che è più lunga della tua

Sono parole assai simili a quelle che la settimana scorsa in Spagna hanno accompagnato il Real Madrid alla finale di Eurolega di basket. Ha vinto il Panathinaikos. 

 

  I COMPLICI DELLA GRANDEUR

 

È più facile esibire una grandeur quando sei il club più benestante d’Europa. Ne ha scritto lo storico del calcio Jonathan Wilson sul Guardian, ricordando di quando il Porto con Mourinho vinse la Champions League nel 2004, battendo il Monaco in finale, e sembrò l’inizio di una nuova era. Lo è stato per José, fu il suo trampolino di lancio verso il Chelsea, l’Inter, il Real Madrid, ma per il calcio europeo nel suo insieme – scrive Wilson – quella finale segnò la fine di qualcosa. Nei vent’anni precedenti, il concorso era stato un evento paneuropeo, con vincitori provenienti da nove paesi diversi; nei 20 anni successivi, c’è stato un solo finalista al di fuori dei quattro paesi guida di Spagna, Inghilterra, Germania e Italia – e si trattava del Paris Saint-Germain, il cui peso finanziario poco a che fare con la posizione generale del calcio francese.

 

  LE FACCE DELLA PARTITA

 

BELLINGHAM   È così già spinto, il processo, che questa finale del Borussia Dortmund – una tedesca, comunque – viene definita da Marca un miracolo. Il direttore sportivo Sebastian Kehl va fiero del risultato, raggiunto alla fine di anni nei quali sono stati ceduti prima Haaland e poi Bellingham. Dunque il sistema funziona così: il Borussia i calciatori li intuisce, ma non se li può godere, non se li può permettere. Jude Bellingham non immaginava di poterselo ritrovare di fronte in una notte così, lo ha confessato con un discreto candore. El Pais lo definisce il giovane più vecchio del mondo. Bellingham potrebbe essere uno Zidane negli spazi piccoli e un Gerrard negli spazi aperti, considera René Maric, che ha lavorato con l’inglese nella stagione 21/22 come vice allenatore del Dortmund. 

 

KROOS    È l’ultima di Toni Kroos con il Real, prima degli Europei con la Germania e l’addio al calcio. 

Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio ha scritto che nessun giocatore al mondo è esatto come Toni Kroos. Se lascia, perdiamo un pezzo di calcio insostituibile. Perdiamo un orologio con le gambe e i piedi, un motore che si alimenta di visioni magiche. Non c’è dubbio che il Real saprà sostituirlo nel migliore dei modi, ma il migliore dei modi non è Toni Kroos.  

Di gran lunga il miglior tedesco, rilancia Die Zeit dalla Germania. Toni Kroos spesso è stato un malinteso. Solo in Spagna è diventato una figura che si identifica con il paese. E ora il suo Paese d’origine ha bisogno di lui, e non solo come giocatore ha scritto Johannes Schneider.

Matthias Ribeiro su L’Équipe ha scritto che la lunga carriera di Toni Kroos dimostra la sua evoluzione nel corso del tempo. Oggi è riconosciuto come uno dei migliori organizzatori del gioco al mondo, inizialmente era utilizzato come mezzala sinistra da Jupp Heynckes durante la prima stagione al Bayer Leverkusen (2009-2010), poi come numero dieci nel 4-2-3-1 dei quattro anni successivi al Bayern Monaco. Solo al suo arrivo al Real Madrid, nel luglio 2014, ha iniziato a giocare davanti alla difesa.

 

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HUMMELS   C’è un altro addio possibile, quello di Mats Hummels al Borussia. Se ne andò una prima volta per andare a giocare al Bayern, ora è sul punto di un nuovo addio, a fine contratto.  Emery Taisne  su L’Équipe racconta che due settimane fa, dopo l’ultima partita casalinga stagionale del Borussia Dortmund contro il Darmstadt, il difensore è rimasto a lungo seduto nella sua area, appoggiato al palo, mentre i suoi compagni di squadra festeggiavano Marco Reus, a sua volta destinato a giocare altrove. Stava riavvolgendo il filo dei suoi anni al Dortmund o stava digerendo la decisione del cittì Julian Nagelsmann di fare a meno di lui per gli Europei?. Sul giornale francese stamattina si fanno i nomi di Milan e Juventus, boh. 

 

JOSELU E FULLKRUG  Paolo Tomaselli sul Corriere della sera invita a fare attenzione agli eroi per caso, agli imbucati di questa partita, due tipi come Joselu e Fullkrug, due attaccanti normali finiti in mezzo ai fenomeni. Rappresentano la classe media, sono spesso decisivi. Due attaccanti nati. Ma non per un palcoscenico così.  Gli eroi inattesi, i meno celebrati. Quelli che mai avrebbero pensato di trovarsi in una finale di Champions

Di Joselu, El Pais ha raccontato la strana parabola, dai viaggi con il suocero per andare a vedere le finali di Champions, fino a stasera che la gioca.

 

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MBAPPÉ  La faccia che c’è e non c’è: quella di Kylian Mbappé. L’annuncio dell’ingaggio è atteso lunedì o martedì. L’Équipe la butta lì. A lungo divorato dai suoi ego, lo spogliatoio del Real Madrid è oggi uno dei motivi della formidabile stagione. C’è sintonia totale, la capacità di integrarsi di Kylian Mbappé sarà fondamentale per lui. Qualcosa è cambiato. Qui la convivenza è sempre stata una delle maggiori sfide per gli allenatori, in questa stagione, Carlo Ancelotti fa i conti con una pace sociale senza precedenti. Non ci sono barriere né clan a seconda delle nazionalità. E c’è un’atmosfera allo stesso tempo gioviale e seria, costruita da ragazzi tanto ambiziosi e laboriosi quanto aperti. Un gruppo liberato dall’ombra di ex leader come Cristiano Ronaldo, Sergio Ramos o Benzema. È chiaro che sotto traccia, l’arrivo di Mbappé preoccupa leggermente l’ambiente Merengue

 

  TRAME

 

Thymoté Pinon racconta ancora su L’Équipe che il Real Madrid ha sviluppato una propensione a costruire i suoi attacchi sulla fascia sinistra, un corridoio che è un punto di forza con Toni Kroos, Eduardo Camavinga, Jude Bellingham, Rodrygo e Vinicius Junior, tutti attratti dalla stessa corsia. Dall’altra parte del campo Federico Valverde e Dani Carvajal si occupano di garantire l’equilibrio. L’Équipe dice che un altro allenatore avrebbe messo a meno a questo scompenso, invece Ancelotti padre e figlio hanno fatto il contrario, senza abbandonare il principio che gli sta a cuore – si legge sul giornale francese – e su cui si basa gran parte del loro metodo: iniziare dai giocatori.  Ancelotti ha la capacità di mescolare disciplina e libertà, controllo e creatività. La versione 2023-2024 della sua squadra è esattamente questo. È negli ultimi venti minuti delle partite, soprattutto in Champions League, che con Luka Modric e Brahim Diaz il giorno tende a (ri)spostarsi leggermente verso destra., dove l’uruguaiano Federico Valverde corre per due e sa perfettamente individuare i momenti in cui deve semplicemente difendere

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