I COMPLICI DELLA GRANDEUR
È più facile esibire una grandeur quando sei il club più benestante d’Europa, come il Real Madrid. Ne ha scritto lo storico del calcio Jonathan Wilson sul Guardian, ricordando di quando il Porto con Mourinho vinse la Champions League nel 2004, battendo il Monaco in finale, e sembrò l’inizio di una nuova era. Lo è stato per José, fu il suo trampolino di lancio verso il Chelsea, l’Inter, il Real Madrid, “ma per il calcio europeo nel suo insieme – scrive Wilson – quella finale segnò la fine di qualcosa. Nei vent’anni precedenti, il concorso era stato un evento paneuropeo, con vincitori provenienti da nove paesi diversi; nei 20 anni successivi, c’è stato un solo finalista al di fuori dei quattro paesi guida di Spagna, Inghilterra, Germania e Italia – e si trattava del Paris Saint-Germain, il cui peso finanziario poco a che fare con la posizione generale del calcio francese”.
Secondo Wilson si tratta del risultato del ciclo capitalista del calcio. È sotto i nostri occhi, ma ogni tanto serve un Wilson che metta in fila le cose per mostrarcele con più chiarezza. Funziona così: “Un club vince le partite, quindi genera più interesse, genera più entrate, può permettersi giocatori migliori e quindi vince ancora più partite. L’avvento della Champions League e la sua graduale espansione fino a includerne prima due, poi tre, poi quattro e dalla prossima stagione cinque o addirittura sei squadre dello stesso paese – continua – ha creato le condizioni perché questa spirale prendesse piede. Quando la competizione era a eliminazione diretta senza testa di serie, anche le migliori venivano occasionalmente eliminate dopo aver giocato solo due partite”.
Quel mondo è stato spazzato via, ma pure il successivo, “usando la minaccia di una Superlega separatista per fare pressione sulla Uefa, i club d’élite hanno imposto concessioni che hanno aumentato le loro entrate e contribuito a rafforzare la loro egemonia. Michel Platini, nonostante tutti i suoi difetti – riconosce Wilson – sembrava almeno capire che c’era un problema con l’equilibrio nel calcio europeo. Quando si dimise dalla presidenza della Uefa nel 2016, Real Madrid e Bayern Monaco approfittarono del vuoto di potere per imporre una misura che distribuiva il 30% dei ricavi della Champions League in base alle prestazioni degli ultimi 10 anni”.
È il culmine di un atteggiamento che Wilson definisce rapace. “Eppure volevano di più. Hanno chiesto una revisione del formato della Champions League per rimuovere anche quel briciolo di pericolo che esisteva nella fase a gironi. Il risultato è il sistema svizzero che entrerà in vigore dalla prossima stagione: ancora più partite, ancora più soldi, ancora meno rischi”.
Gli albi d’oro dei campionati nazionali sono la testimonianza della ricaduta a cascata avvenuta negli ultimi trent’anni: gli 11 titoli del Bayern, i 9 della Juventus, i 18 su 20 di Real e Barcellona messi assieme, i 6 su 7 del Manchester City. Secondo lo storico tutto ciò ha avuto effetti anche sullo stile del gioco, “diventato più offensivo, l’élite domina a livello nazionale al punto da dover a malapena prendersi la briga di difendere, e poi si rivela impreparata a farlo negli ultimi turni della Champions League, quando affronta altri club d’élite in quelle rare sfide serie”.
Ecco perché – dice – “un araldo della vecchia era come Mourinho ormai sembra una reliquia. In questo mondo moderno in cui il calcio è un bene di intrattenimento, chi si concentra più sulla difesa?”. Wilson si sta arrendendo. “Se il calcio allora è un business, forse ha senso riunire i migliori giocatori e i migliori allenatori in un ristretto numero di club e farli affrontare regolarmente, la logica dei campionati Twenty20 in franchising del cricket. Forse solo i nostalgici si preoccupano del fatto che il senso di un club sia qualcosa in più di un veicolo commerciale, tipo un’istituzione sociale con delle responsabilità, una risonanza culturale, e si sentono a disagio dinanzi a tutto questo. Ecco perché la finale di Europa League di mercoledì è stata rinfrescante. Come ha detto Gian Piero Gasperini dell’Atalanta, è stata una partita che ha dimostrato come ci sia ancora spazio per le idee, non si tratta solo di soldi freddi. Ma a livello d’élite, il calcio è sempre più una questione di soldi freddi e duri. L’avidità ha ridotto a una manciata di nomi i potenziali vincitori della Champions League. L’unica domanda è fino a che punto si spingerà questo processo”.
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