Lo Slalom del 10 ottobre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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#1  giorno a Estonia vs Italia

 

►  JASMINE PAOLINI si è qualificata per la semifinale del torneo di Wuhan e resta in corsa per un posto alle finali WTA. Il testa a testa è con Elena Rybakina, l’avversaria di oggi è Iga Swiatek, dalla quale ha perso sei volte su sei.

◇  Anche il Barcellona ha deposto le armi. Lo ha annunciato il presidente Laporta: «Torniamo in UEFA». Così tra gli animatori del progetto Superlega è rimasto il solo Real Madrid, in modo da coronare il sogno superbo di Florentino Pérez: giocare sempre e solo con squadre che ritiene all’altezza della sua. Nessuna. 

◇  Due sconfitte su due per le italiane di Eurolega. Milano è stata battuta dal Monaco degli ex Mirotic e James [79-82], la Virtus è caduta a Paris [90-79]. 

◇  La Nazionale Under-20 è stata battuta dagli USA ed eliminata dai Mondiali. Protagonista l’oriundo argentino Benjamin Cremaschi che l’Inter Miami ha prestato al Parma. 

◇  Si sono concluse nello stesso giorno due storie sporcaccione di sport. Il tribunale della Fidal ha dato tre anni di squalifica a Giacomo Tortu per aver spiato Marcell Jacobs scagionando suo fratello Filippo. Il giudice sportivo della federnuoto ha fermato per 90 giorni Benedetta Pilato e Chiara Tarantino dopo il caso del fermo in aeroporto a Singapore. Salteranno gli Europei in vasca corta. Hanno patteggiato. Il Corriere della sera la definisce una lezione. Forse non sapremo mai – scrive Marco Bonnarigo – come siano andati i fatti perché gli atti sono stati secretati e non ci saranno strascichi penali, ma è evidente che Pilato, che inizialmente aveva parlato di «tradimento» nei suoi confronti da parte della collega, debba in qualche modo aver ammesso le sue responsabilità alla Procura federale.

◇  Mariela Pashalieva, l’allenatrice bulgara che aveva preso il posto di Emanuela Maccarani alla guida tecnica della Nazionale italiana di ritmica, chiuderà la sua esperienza alla fine dell’anno. Lo scrive Repubblica

  

Io sono di Chicago, amico

Chicago? Allora qui in Vietnam ti senti a casa

da Good morning, Vietnam

    

La maratona nella città più veloce del mondo

In principio il mito di Chicago era decisamente dark. Era il posto dove Rico Bandello, il Piccolo Cesare del romanzo di William Riley Burnett arrivato al cinema nel 1931 con la regia di Mervyn LeRoy, poteva dire a Joe che «qui le cose si fanno in grande». Nei suoi bassifondi stava dominando a quel tempo il gangster più famoso di tutti tempi, la faccia del proibizionismo e  del contrabbando di alcolici, quella Scarface di Al Capone che si unì a Johnny Torrio e fece diventare la brutalità una maniera di risolvere i conflitti. 

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Le promesse tradite di Los Angeles

A Los Angeles invece il conto alla rovescia verso le Olimpiadi 2028 scorre veloce, e il City Council sta accelerando. Martedì i consiglieri hanno approvato all’unanimità l’Olympic/Paralympic Zoning Exemption Ordinance, un provvedimento che autorizza la costruzione accelerata — temporanea o permanente — delle strutture legate ai Giochi. Solo poche settimane fa la sindaca Karen Bass aveva dato il via libera all’espansione del Convention Center.

Sulla carta, LA28 doveva essere la prima edizione dei Giochi in ottant’anni a non costruire nessun nuovo impianto permanente. Avrebbe puntato tutto su stadi e arene già esistenti, racconta il sito Inside the Games. Ma la realtà è più sfumata. Los Angeles costruirà fan zone, tribune, media centre, campi provvisori come il Comcast Squash Centre agli Universal Studios. Il nuovo mandato del consiglio comunale consente di velocizzare ogni fase, deviando dalle procedure urbanistiche tradizionali pur mantenendo controllo e responsabilità, come riporta il LA Daily News. Le deroghe potranno essere concesse fino a sei mesi dopo la fine dei Giochi, mentre le installazioni temporanee dovranno sparire entro il 27 febbraio 2029.

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L’enigma del numero 10 della Francia

Diciamo la verità. Neppure allargare i Mondiali a 48 squadre servirà a espandere la platea. Per fortuna gli USA giocano in casa e la FIFA non corre il rischio di vederli fuori. Ma resteranno certamente a casa le nazionali di tre dei primi cinque paesi più popolosi al mondo: fuori il miliardo e mezzo di tifosi indiani, il miliardo e mezzo di cinesi, i 255 milioni di pakistani. Tra le dieci nazioni del pianeta Terra con più abitanti non ce l’hanno fatta neppure stavolta il Bangladesh e l’Etiopia. La Russia è stata messa al bando. Ci resta la certezza del solito Brasile, mentre la Nigeria è più fuori che dentro e l’Indonesia ci sta provando con i figli degli immigrati in Olanda. In uno sport che è sempre più legato ai bacini di utenza, presentarsi l’estate prossima sulla scena dei diritti tv senza otto delle dieci nazioni più grandi è uno smacco per l’area marketing. Forse così si capisce meglio perché gira la balorda idea di giocare i Mondiali 2030 a 64 squadre. [su Repubblica]

La maglia con il numero 10 della Francia è una leggenda, ma certe volte pure un malinteso. Non veste sempre la persona che gioca nello stesso ruolo, negli ultimi cinquant’anni è stata indossata da Kylian Mbappé e da Karim Benzema, ma pure da Zinédine Zidane e da Michel Platini. Come ricordava lo stesso Platini: «Ci sono due modi di portarla. O occupando la posizione in campo o in maniera più emotiva, assumendo lo status di grande giocatore. Mbappé lo ha capito bene e mostra di accettare questa responsabilità».

Kylian ha trovato una sintesi felice per dirlo a modo suo: «I giocatori che hanno portato questo numero sono quelli che hanno segnato una generazione. Io cerco di segnare la mia. È un numero importante, anche se non corrispondo esattamente a quel profilo. Diciamo che è stato indossato da giocatori che hanno fatto più bene che male alla Francia». 

Vincent Duluc ne ha scritto oggi su L’Equipe riconoscendo a Platini il riferimento assoluto del ruolo [il patrimonio del creatore, del regista, del leader e del finalizzatore] e in Zidane il suo successore più iconico [ha adattato il numero 10 alle evoluzioni del gioco] e in Antoine Griezmann l’incarnazione più classica della radice perché la sua carriera mostra un’identità fluida: secondo attaccante, regista, nove e mezzo, a volte numero 10, ma sempre numero 7. Griezmann ha dimostrato che si possono confondere le carte senza perdere l’impronta personale.

L’anti-star chiamata Olise

Oggi L’Equipe esce con una prima pagina dedica a Michel Olise, 23 anni quasi compiuti, raccontato a sua volta come una contraddizione vivente dei Bleus. Offensivo, spettacolare, regolare, carismatico, amante della moda: avrebbe tutti gli ingredienti per diventare la faccia della nuova generazione francese. Eppure il giocatore del Bayern si ostina a fare l’anti-star, parbleu, lontano dai riflettori e dai contratti milionari.

Negli uffici della federcalcio, racconta Hugo Delom sul quotidiano sportivo francese, da mesi si studia come collegare il pubblico a questa squadra priva di alcune vecchie stelle come Griezmann e Giroud. Tra i dossier interni c’è la gestione del nuovo Ballon d’Or Dembélé e il confronto inevitabile con Mbappé. Ma nel mezzo c’è Olise, con il suo calcio elegante e imprevedibile. 

Ha tutto. Ha bellezza, ha sintomatico mistero, ha carisma naturale. Boris Radojcic, direttore creativo dell’agenzia Bros, lo spiega così: «C’è la sua dimensione multiculturale, l’infanzia in Inghilterra, le origini nigeriane. Potrebbe funzionare perfettamente sui mercati anglosassoni. Ma non ha ancora radici in Francia. Il grande pubblico non lo conosce: c’è un deficit di riconoscimento. In un primo tempo lo vedrei più sul mercato tedesco o britannico».

Olise sfida ogni logica di marketing e star system. È molto discreto con la stampa [una sola lunga intervista con L’Équipe] lontano dalle sponsorizzazioni. Veste Nike, ma non ha un contratto di sponsorizzazione con un marchio nonostante una potente agenzia inglese alle spalle.

Jérémy Puzos, consulente di comunicazione per diversi calciatori internazionali, sintetizza così il suo fascino: «Ha la forze e la debolezza fi tutto ciò che è raro e prezioso. Più sarà inaccessibile, più crescerà di valore. Ha questo lato selvaggio e ribelle che può piacere a mercati di nicchia. Ma se ci si aspetta un prodotto di massa, molti rimarranno delusi».

Olise resta lontano dal pubblico francese per la lingua e per la discrezione fuori dal campo. La famiglia non è esposta, la sua vita privata rimane un enigma. La sua stagione scorsa [20 gol e 23 assist] lo ha portato in Nazionale ma solo al 30esimo posto del Pallone d’oro. La ricerca del riconoscimento individuale comporterà una maggiore visibilità. Ma lo vorrà davvero?, conclude L’Equipe. 



I gol di Tuchel e La difesa spensierata del Galles

Questa sì che è stata una novità. In una serata sonnolenta e senza verve, il Galles è riuscito a inventarsi qualcosa di veramente audace, di avanguardista, diciamo quasi situazionista nei primi venti minuti della partita amichevole con l’Inghilterra. 

Così sostiene Barney Ronay sul Guardian quando dice che la squadra di Craig Bellamy ha realizzato un esperimento di anti-difesa.

Si dice che non c’è più niente da inventare e che il calcio abbia raggiunto il suo stadio finale, senza più nuove frontiere da esplorare. E invece. Tra calci d’angolo senza marcature e spazi vuoti degni di una performance artistica, il Galles ha servito una lezione di non-difesa che Briggs paragona a “bangers e mash postmoderno anni ’90 servito su un mattone da gastropub, ma senza il bangers e senza il mash”. Ironico, provocatorio, efficace.

Tre minuti di gioco sono bastati a Morgan Rogers per segnare il primo gol, con otto giocatori del Galles presenti ma anche assenti, osserva Ronay. Dieci minuti più tardi, Ollie Watkins, con una libertà quasi filosofica, ha controllato la palla sulla linea e l’ha messa in porta “avendo il tempo di giocarla in aria, parlare con il suo agente, riflettere sull’inutilità di tutte le matrici competitive autocontenute, e poi schiacciarla in rete”. 

Al ventesimo minuto, Saka ha chiuso il tris con una violenza tenera”, e a quel punto una partita mai cominciata era già finita. Cosa significa tutto questo per l’Inghilterra? Romay mette in luce la saggezza di Thomas Tuchel, che aveva invitato i tifosi a essere realistici,a essere consapevoli che la squadra non è imbattibile. Il pezzo evidenzia un paradosso: la squadra è piena di talento, ma con pochissimi vincitori di titoli. La spina dorsale della squadra – Pickford, Guéhi, Rice, Kane, Saka – è composta da tutti ottimi giocatori, ma nessuno con un’esperienza gloriosa nei grandi tornei. Solo Bellingham emerge come un “vincitore egocentrico”, un giocatore con il carattere giusto per fare la differenza. 

Il Guardian conclude con un’osservazione agrodolce. L’Inghilterra ha le carte in regola per raggiungere una semifinale o una finale. Il trattamento riservato a Gareth Southgate per aver fatto esattamente questo rimane una delle cose più significative accadute di recente nel calcio inglese. Southgate ha reso l’Inghilterra competitiva, ma è stato messo alla gogna per averla resa tale. La lezione sembra essere che il successo è probabilmente la cosa peggiore che possa capitare a un cittì dell’Inghilterra. Non dargli speranze, Thomas. Non te lo perdoneranno mai.



▥   Corriere della sera: Kean è rinato, Retegui va di corsa. Gattuso non separa la coppia gol – L’Italia verso l’Estonia, Tonali conquistato da Ringhio. 

▥   Repubblica: Caos calendario globale, la Fifa insiste sull’inverno

▥   La Stampa: Il pasticcio australiano e il peso dei calciatori Marco Tardelli ha scritto: l’Uefa ha accettato tutto questo «con enorme riluttanza», come scritto nel comunicato, anche perché non avrebbe potuto bloccarlo. Ma la grande sceneggiata napoletana è tra il presidente della mia ex associazione Calcagno e il vicepresidente dell’assoallenatori, Camolese. Il primo, essendo uomo di Gravina, non può che accettare, il secondo la liquida come una scelta anomala che sfugge a tutte le logiche

A Marco Tardelli risponde Lello Arena nella scena finale di No, grazie il caffè mi rende nervoso: qui al punto 1 ora 37 minuti e 50 secondi.

 

 

Il proselitismo di Nigel Farage nelle curve inglesi

Quando alle prime ore del mattino, davanti al Red Bar di Belgrado, un gruppo di tifosi inglesi intona cori come se non esistesse un domani, quando nell’atmosfera di sempre, tra una birra e l’altra, sulle note di Sweet Caroline si sente stop the boats, stop the boats, Nigel Farage, we’re all voting for Reform UK – allora è definitivamente chiaro che la politica ha invaso gli stadi e che il calcio inglese è diventato il nuovo campo di battaglia della destra. 

Lo scrive Philip Buckingham su The Athletic certificando la nuova potenza in ascesa della politica britannica, pur contando appena cinque seggi sui 650 della Camera dei Comuni. Una presenza di minoranza con un’influenza che si insinua ovunque, anche dove meno te lo aspetti: sugli spalti delle partite della Nazionale.

Il calcio, sempre più spesso, si trova risucchiato nelle guerre culturali del Regno Unito si legge. Un tempo erano un rifugio, così sostiene Buckingham, oggi gli stadi inglesi sono diventati luoghi di sfogo politico. Era  dai tempi di Margaret Thatcher che non si sentiva un capo di governo diventare il bersaglio dei cori delle curve. Keir Starmer, laburista, è regolarmente insultato dai tifosi durante le partite internazionali, segno del clima che si respira nel paese.

Farage ha intercettato perfettamente la potenza simbolica del calcio. Ha fatto stampare delle maglie azzurre di Reform FC con il numero 10 e il suo nome sulla schiena. Lo slogan è Family, Community, Country. The Athletic racconta che la maglia costa 39,99 sterline, ma quelle firmate dal leader possono arrivare a 99,99. Ogni dettaglio, dal logo circolare all’anno di fondazione, è pensato per evocare l’immaginario del calcio.

Il parallelo con Trump è inevitabile. Farage sa che il pallone è un veicolo formidabile di consenso “e sembra seguire l’esempio del presidente americano su scala minore. La propaganda e lo spettacolo non sono più distinguibili l’una dall’altro. 

Il punto non è che emergano opinioni estreme, ma che si sia verificato uno slittamento culturale verso destra che ora si manifesta negli stadi, spiega Danny Fitzpatrick, docente di politica e storia all’Università di Aston a The Athletic. Bandiere di St. George con la scritta Stop the Boats, adesivi con il motto On the charge with Nigel Farage, cori che mescolano ironia, rabbia e nostalgia di una qualche identità perduta.

La sinistra, un tempo custode del tifo popolare, appare spaesata. I leader laburisti hanno sempre cercato di cavalcare la popolarità del calcio, ricorda Philip Buckingham, evocando la famosa partita tra Tony Blair e Kevin Keegan nel 1995. Ma con l’arretramento nelle regioni operaie, il campo è rimasto libero per Farage e i suoi simboli. Eppure, come osserva ancora il professor Fitzpatrick, «ciò che è cambiato è la rispettabilità dei tifosi: oggi sono considerati i salvatori del gioco, non più un problema da risolvere». È l’elemento che ha reso più facile per la destra appropriarsi della loro immagine.

La politicizzazione del calcio inglese si muove tra ironia e inquietudine. Da un lato, le maglie di Reform potrebbero sembrare una parodia, paragonate da GQ ai cappellini MAGA di Trump. Dall’altro, sono l’indizio di una strategia precisa: parlare al cuore di un elettorato disilluso, quello delle città impoverite e dei club in crisi come Bury o Wigan, dove la rabbia sociale e quella calcistica si intrecciano in un’unica narrazione dell’abbandono.

I cori politici, le bandiere con gli slogan nazionalisti e la retorica anti-élite arrivata in curva sono i segnali di una trasformazione profonda. Qualcosa è sicuramente cambiato negli ultimi dodici mesi. Il calcio riflette il paese, e quando il paese si sposta a destra, anche gli stadi lo fanno.

Cosa ci fanno tutte queste celebrità nelle tribune della Premier League

Quando Madonna è apparsa sabato sugli spalti di Stamford Bridge, la prima domanda rimbalzata da un box all’altro di Sky Sports è stata semplice: “Perché?”. Era lì per portare un po’ di scompiglio come solo lei sa fare o perché davvero si sente una true blue, una tifosa del Chelsea in piena regola?

Pare che la risposta sia più seria di quanto sembri. La Regina del Pop, racconta The Athletic in un pezzo pieno di ironia e di curiosità, non sarebbe nuova a certe apparizioni. Era già stata allo stadio l’anno scorso, insieme al compagno Akeem Morris, per assistere a un 4-2 contro il Brighton. Dicono le cronache online che la sua fedeltà ai Blues potrebbe risalire addirittura ai tempi del matrimonio con Guy Ritchie, regista e tifoso del Chelsea vecchia maniera, uno di quelli che frequentavano lo Shed End prima che diventasse un luogo glamour.

Resta il dubbio, nota Tim Spiers, se Madonna sappia davvero il fatto suo e ascolti ogni settimana il podcast Straight Outta Cobham, o se pensi che Diego Costa sia una marca di caffè e che Willian fosse nei Black Eyed Peas

Il suo arrivo non ha colto di sorpresa. A Sky Sports ogni responsabile di campo riceve con largo anticipo la lista dei vip presenti — informazioni fornite direttamente dai club o dalla Premier League. Una volta c’è Madonna, una volta Usain Bolt, un’altra volta arriva Ed Sheeran. Quasi mai lisi trovano seduti tra la plebe e se non ti chiami Keir Starmer, il primo ministro tifoso dell’Arsenal, non hai nemmeno il problema di dover abbandonare il vecchio posto sugli spalti per finire in tribuna d’onore. I fastidi del potere.

Durante le dirette, i commentatori ricevono una indicazione in anticipo su chi è allo stadio, così gli viene consentito di preparare una frase, una battuta. Se la star è di prima grandezza, la telecamera indugia. Dice The Athletic che succede per esempio con Ryan Reynolds al Wrexham o con il principe William all’Aston Villa, le cui espressioni sono monitorate con attenzione quasi scientifica — più preziose di una lente d’ingrandimento con la VAR.

Quando c’è sir Alex Ferguson al Manchester United, la regia stringe sul suo viso in cerca di rabbia o delusione in caso di sconfitta. 

Il Chelsea vanta un pantheon che va da Bill Clinton a Cara Delevingne, da Jeremy Clarkson a Gordon Ramsay, passando per Michael Caine e Damon Albarn dei Blur. Non tutti possono dire lo stesso: la lista dei vip del Bournemouth, ironizza The Athletic, è breve quanto quella dei suoi tifosi in generale: praticamente solo Alex James dei Blur. A Fulham il trittico Hugh Grant–Richard Osman–Lily Allen è il perfetto ritratto del tifoso tipo: elegante, ironico e con dizione impeccabile.

E poi ci sono i casi in cui la celebrity diventa simbolo della crescita del club. Claudia Schiffer ha cominciato a tifare Brentford da quando il marito Matthew Vaughn è entrato tra gli investitori. È regolarmente allo stadio con la maglia delle Bees. Che tempi viviamo, sospira Tim Spiers, mentre fra i tifosi più autentici e di lunga data si possono iscrivere Tom Hanks [Aston Villa], Fatboy Slim [Brighton], Russell Crowe [Leeds] e Daniel Craig [Liverpool]. Jordan North, conduttore radiofonico, resta un tifoso da curva, un habitué del Turf Moor al Burnley, mentre Robert Plant dei Led Zeppelin è un volto fisso del Molineux, il tempio dei Wolves, la sua chioma visibile da ogni punto dello stadio come la chiama The Athletic.

Il re dei tifosi celebri resta Noel Gallagher. Non è sempre all’Etihad, ma quando c’è si sente. Una volta ha commentato un match di Champions per TNT Sports, mostrando una competenza da veterano. A gennaio, quando il City affronterà il Chelsea, Noel e Madonna potranno discutere al bar dell’intervallo se Raheem Sterling abbia davvero realizzato il suo potenziale. Un’immagine quasi poetica

 

    

Lo spogliarello di Medvedev a Shanghai

Cosa ha a che fare la richiesta un po’ inquietante di un tennista con la teoria del riscaldamento globale? La risposta si nasconde tra le righe del pezzo di Simon Briggs sul Telegraph, dove si racconta dell’ultima avventurosa impresa di Daniil Medvedev. Al torneo di Shanghai ha chiesto a una raccattapalle di aiutarlo a togliersi la maglietta fradicia di sudore. Il dettaglio ha indignato molti, ma Briggs invita a guardare sotto la superficie delle cose: la colpa non è di Medvedev ma del caldo, il caldo insopportabile presente in Asia durante la stagione del tennis 

Medvedev, definito problema bambinodel circuito ATP per i suoi continui sfottò agli arbitri, è stato vittima come tanti di circostanze estreme. Aveva già perso enormi quantità di liquidi. Di conseguenza aveva iniziato a soffrire di crampi. Il rischio, spiega Briggs, era reale: i crampi si propagano insidiosamente, partono dalle mani e diventano un blocco muscolare. Com’è successo a Jannik Sinner domenica, costretto a ritirarsi con l’aiuto di un fisioterapista dopo aver sofferto per ore.

In queste condizioni, l’appello di Medvedev all’arbitro [“Scusa, posso chiedere a una raccattapalle di togliermi la maglietta?] suona quasi comprensibile. Fortunatamente è intervenuto Gerry Armstrong, supervisor ATP, a risolvere la situazione senza drammi. 

Il pezzo di Briggs racconta allora di quanto sia stato saggio Carlos Alcaraz a saltare Shanghai per riprendersi dalle fatiche di Tokyo, di come Daria Kasatkina abbia annunciato la fine anticipata della stagione perché questo calendario le sta togliendo la salute e di come il problema nasca dalla frammentazione del tennis moderno.

Perfino i giocatori più diligenti, come De Minaur e Sinner – dice – non sono del tutto innocenti: si infilano in programmazioni extra come la Laver Cup o il Six Kings Slam, cercando guadagni e visibilità. Possiamo sempre sognare un giorno in cui i giocatori esausti non saranno costretti a sfinirsi sotto temperature torride e un’umidità soffocante. Un giorno – ha chiuso – in cui i tornei saranno più distanziati e idealmente potranno essere giocati al chiuso, se le condizioni diventano insopportabili. È improbabile che accada a breve. Ma se vivessimo in questa utopia immaginaria, Medvedev avrebbe potuto togliersi la maglia da solo.

  L’Equipe racconta gli intrecci di vita familiare tra Arthur Rinderknech e Valentine Vicherot, il primo qualificato per i quarti di finale al torneo di Shanghai [oggi in campo] e il secondo addirittura per la semifinale, avversario di Novak Djokovic dal basso del suo numero 240 al mondo [ma entrerà presto fra i primi-100]. Sono cugini e hanno vissuto insieme una settimana folle

 

 

   

Benvenuto Seixas, adesso la Francia ci crede davvero

Due anni fa a Bergamo, dopo un Giro di Lombardia, Thibaut Pinot decise che non ne poteva più. È stato il corridore della speranza per la Francia insieme con Bardet, e poi molto di più e molto di meno. È stato il simbolo delle fughe da noi stessi dopo il lockdown, andarsene, mollare tutto, azzerare, ricominciare [se ne parlava qui]. È stato il corridore romantico che si concesse uno specialissimo ultimo km al suo ultimo Tour de France [qui]. È stato la voce dissonante che usciva di scena dicendo di non aver mai barato [qui]. È stata una di quelle memorabili figure che in codesto podere piacciono tanto. 

Da quando ha mollato la bicicletta, la sua vita si muove tra la fattoria di Mélisey in Haute-Saône, con quasi 150 animali, e nuovi progetti. Raramente parla, ma stavolta ha accettato di farlo con Alexandre Roos per L’Équipe, mentre stava andando a recuperare una rimessa di bestiame. L’ha fatto per parlare di Paul Seixas, la nuova promessa del ciclismo francese. 

«Per me – ha detto – da Pogacar ed Evenepoel non si vedeva un fenomeno simile. Forse è persino più forte di Pogacar a quell’età». Anche senza il forse. Seixas ha 19 anni e un terzo posto alla Vuelta alle spalle, vincitore di tre corse alla sua prima stagione da professionista e per l’immaginifico Roos una maturità sorprendente, superiore a quella di molti coetanei.

Il fattore che più colpisce Pinot è la regolarità: la gestione dello sforzo, la capacità di non saltare per aria come dimostrato all’Europeo in Francia, dove pur affrontando a tutta la salita di Saint-Romain-de-Lerps – dove Pogacar aveva attaccato – Seixas è riuscito a staccare persino Scaroni, chiudendo terzo. «Quando sei giovane, normalmente esplodi presto. Lui no. Ha già maturità».

Sul futuro, Pinot non ha dubbi: «Penso che la sua squadra, la Decathlon-AG2R, lo lancerà rapidamente, l’anno prossimo, al Tour de France. Se è il migliore del team, perché non ci dovrebbe?».

Come racconta Roos, la protezione del giovane è scientifica: monitoraggio del sonno, alimentazione, allenamento, segnali di fatica sotto controllo. Non è più come una volta, quando i giovani venivano bruciati in corsa e si passava al prossimo. «Il rischio vero – dice Pinot – è l’esposizione mediatica. Deve occuparsene la squadra, non lui».

Domani al Lombardia c’è pure lui, mescolato a cinque dei primi-dieci della classifica UCI: #1 Tadej Pogacar, #4 Isaac Del Toro, #6 Remco Evenepoel, #8 Thomas Pidcock, #10 Oscar Onley. 

 

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Buona vita, Thibaut. La bellezza selvaggia delle sconfitte

Il Lago di Como non è lontano ma non si vede. L’hotel lungo la strada non ha nulla dell’arredamento della dolce vita. Thibaut Pinot ha scelto il salottino di un ristorante per parlare un’ultima volta, il giorno prima della sua corsa preferita. Non è per staccar tutti che oggi farà il Ghisallo e la Crocetta, ma per mangiarsi le discese, sentire il vento in faccia e contare i km che mancano prima dell’ultimo, a Bergamo Alta, l’ultimo km della sua carriera.

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Il portentoso Isaac Del Toro

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L’altra prodigiosa scoperta del 2025 si chiama Isaac Del Toro, il ragazzo venuto per fare grande il Messico nel ciclismo [se ne parlava inizialmente qui] e in maglia rosa all’ultimo Giro d’Italia [qui], ma ancora troppo pollastro [qui] per farcela e vincere. Imparerà. Ieri ha vinto la corsa che un tempo si chiamava Giro del Piemonte e che ha cambiato nome per qualche motivo misterioso a chi si sforza di conservare un briciolo di razionalità. È stata la sua sesta vittoria nelle ultime 11 corse dal 7 settembre in poi. La quindicesima della stagione. Ha cominciato alla Milano-Torino e ieri è arrivato primo sul traguardo di Acqui Terme con 40 secondi di vantaggio su Hirschi, 44 su Mollema, 1 minuto e 07 su un’altra venticinquina di corridori. 

Sarebbe uno dei favoriti del Lombardia se non fosse un compagno di squadra di Tadej Pogacar, che vince ininterrottamente questa corsa dal 2021 e che aggiungendo un grano alla corona arriverebbe a cinque successi di fila, uno in più di Fausto Coppi fra 1946 e 1949. Per giunta finora Tadej non compare fra i primi-20 vincitori del Lombardia con la fuga da più lontano. Un affronto. Il record è di Giovanni Gerbi che si fece 210 km da solo nel 1905. Ma è imprendibile. Scartando i pionieri, il primato è di Tony Rominger: 113 km nel 1989 e gli altri due riferimenti più vicini sono Charly Mottet nel 1988 con 55 km da solo, Eddy Merckx nel 1971 con 50 km. Ecco, ‘sti due si possono raggiungere. Ormai Pogacar corre contro ombre e fantasmi del passato. 

  L’Equipe dedica pure un saluto ad Arnaud Démare, vincitore di una Milano-Sanremo nel 2016. Si ritira domenica dopo la Parigi-Tours. Frase chiave: «Non volevo creare problemi». A 34 anni, il velocista dell’Arkéa-B&B Hôtels mette fine a una carriera con 97 vittorie. Lascerà il gruppo in sordina, ma non senza nostalgia scrive il giornale francese.

 

Ceccon non vuole farsi vedere mentre piange

➣   Si è vergognato di essersi fatto vedere emozionato?

«Mi sarei messo a piangere ma mi sono trattenuto, non volevo farlo davanti a tutti. Ho pianto la sera in camera».

➣   Una corazza per proteggersi.

«Mi rinchiudo nel mio mondo, ho tre-quattro amici e sono contento così. Se però devo descrivermi, quando ne vale la pena, sono il primo a raccontarmi, anche nei tormenti. In fondo mi fa piacere far conoscere Thomas e non solo Ceccon».

➣   Non è un tipo facile da comprendere.

«Faccio i conti con i miei sbalzi di umore. Anche per stupidaggini, magari non mi piace come mi sto allenando oppure ho un pensiero che non voglio esternare. E poi sono abbastanza permaloso. Se le cose me le dicono in un certo modo, mi chiudo a riccio. Lo faccio da sempre anche con i miei genitori». – intervista di lia capizzi, Corriere della sera

calcio

Le memorie di Casarin

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➣   Chi è l’arbitro?

«Non più il Dio onnipotente dell’Antico Testamento, quel giudice remoto e a volte incomprensibile, ma una persona che vuol bene ai calciatori. Anche loro devono volergli bene, perché al comando assoluto si sostituisce il dialogo, pieno di rispetto».

➣   L’arbitro è solo?

«Sì, ma gioca anche lui. Io in campo guardavo i piedi di Maradona, larghi e stretti nelle scarpe slacciate, e provavo a immaginare cosa avrebbe fatto. Impossibile prevederlo».

➣   Perché l’arbitro gioca?

«Perché è rimasto il bambino del campetto, il mio era a Mestre, vicino allo stadio, papà era operaio ai cantieri navali di Porto Marghera: il calcio, prima l’ho sentito e ascoltato, poi l’ho visto con gli occhi. Credevo che quelle persone stessero andando a messa, invece andavano alla partita. Due riti mica tanto diversi». – intervista di maurizio crosetti, Repubblica

calcio

Gasperini non aveva mai sentito certe voci

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➣  Un altro dei tanti luoghi comuni che ti circondano riguarda i giocatori da non acquistare quando provengono dalle tue squadre. Chissà cosa gli fanno a Bergamo, quali stregonerie si saranno inventati. C’è anche chi sospettava che vi dopaste. 

«Stai scherzando?». 

➣   No: riporto voci. 

«Chi ha soltanto pensato una cosa del genere ha offeso una società, il sottoscritto, uno staff e un gruppo di giocatori, il loro lavoro. Quando non si sanno trovare le risposte si ricorre alle maldicenze e alle peggiori fantasie. Noi siamo sempre stati puliti. Io credo nel rispetto delle regole dello sport. Il doping lo combatto da sempre… Sul campo odio le simulazioni. Detesto ogni forma di sotterfugio, il gioco sporco. Sono tutti attentati allo sport che amo più, che tutti quanti amiamo e consideriamo parte della nostra vita. Per questo mi incazzo spesso. Una cosa è l’abilità tecnica, altro la furbata, la simulazione. La ricerca del dribbling in area per andare a prendere il rigore rientra nel campo delle abilità».  – intervista di ivan zazzaroni, Corriere dello sport-stadio

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