Comincia nella notte la serie per l’assegnazione del titolo nella MLB. Le World Series mettono di fronte Yankees e Dodgers, due marchi globali del baseball, e i due giocatori contemporanei più celebrati: Ohtani e Judge. Ma soprattutto mettono di fronte l’East Coast e la West Coast nelle loro espressioni massime. Due modi di essere USA, due modi di guardare il mondo.
È più facile la matematica del baseball
Albert Einstein
IL TEMA
Dicono che la rivalità sia nata per colpa del prefisso telefonico. New York era un centro economico e culturale ben consolidato quando ondate di migrazione spostarono il baricentro della nazione verso la California. Ma a metà del secolo scorso, quando si trattò di assegnare i codici per le chiamate interurbane a tutti gli angoli del paese, il più desiderato finì nella città globale, in questo “luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine”, “il più miserabile, il più abietto di tutti i luoghi”, dove “lo sfacelo è dovunque, la disarmonia è universale. Persone infrante, cose infrante, pensieri infranti”. Questa è NY, secondo il suo cantore massimo, Paul Auster.
Il prefisso più desiderato era il 212, era il più comodo, quello che prevede la distanza più breve da percorrere con un dito su un disco telefonico. Los Angeles ottenne il 213. Da allora le città non si sopportano. La raccontano così questa storia di distanze che vanno oltre le 3.000 miglia diagonali che attraversano una nazione e un continente, un abisso di stereotipi contrastanti, una relazione complessa, diciamo così. New York è il centro della finanza, della moda e del teatro, Los Angeles è Hollywood, l’industria dell’intrattenimento, della tecnologia, del turismo. Una è verticale e cosmopolita, l’altra è tentacolare e informale. Sono due mondi diversi che attraggono due umanità diverse. New York ha Woody Allen. Los Angeles ha Liza Minnelli.
Gli abitanti di Los Angeles non danno molta importanza a NY. Perché dovrebbero? Fa freddo laggiù. La rivalità è più presente nella testa dei newyorkesi, ce ne sono molti che si sono trasferiti sul Pacifico e sentono il bisogno di spiegarlo, devono per forza giustificare la decisione di essersene andati, di aver lasciato l’est, di spiegare questo doloroso ma inevitabile errore commesso.
I media giocano la loro partita I losangelini dicono che il New York Times si rifiuta di provare a dare anche lontanamente un senso alla geografia e alla diversità di Los Angeles. I nomi delle strade sono mal scritti, sono sbagliati, gli articoli presentano generalizzazioni su una città priva di coesione e di una identità. Dicono che da NY parlano male del loro traffico e del loro cibo, pensano che tutto sia hamburger, tacos o cucina italiana alla moda. I newyorkesi pensano che la loro vita culturale sia superiore. Hanno i teatri di Broadway, hanno oltre 150 musei, hanno l’editoria, hanno i libri, hanno le riviste. I newyorkesi pensano che gli abitanti di Los Angeles considerino walk solo una parola di quattro lettere.

LO SPORT
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Un giorno si sono aggiunti pure ‘sti tipi dello sport, era sul finire degli Anni CInquanta, quando Walter O’Malley trasferì i Dodgers da Brooklyn a Los Angeles. Una decisione che faceva parte di un fenomeno, era una porzione della corsa all’oro culturale iniziata con l’ascesa del cinema e il suo boom, la sua affermazione nell’immaginario collettivo globale, l’industria che aveva scelto il sole della California del Sud come quartier generale, lasciando il teatro dal vivo sulla costa atlantica. La televisione lo seguì, mai in modo più simbolico che nel 1972, quando The Tonight Show di Johnny Carson fece il viaggio da una costa all’altra, prima che Jimmy Fallon lo riportasse a Manhattan, con grande rammarico per Los Angeles.
NY e LA vivono dentro questa consolidata tendenza a non capirsi come capita a noi europei. È un meraviglioso capriccio del caso che la loro finale di baseball, gli Yankees contro i Dodgers, cominci nel week-end in cui la Spagna celebra Real Madrid vs Barcellona, l’Italia si mette a guardare Inter vs Juventus, la Francia avrà la partitona fra il nord di Parigi e il sud di Marsiglia, l’Inghilterra mette una di fronte all’altra la sciccosa Londra dell’Arsenal e la portuale Liverpool. È sempre bizzarra, questa maniera di non capirsi. In genere le rivalità tendono a formarsi tra vicini. New York contro New Jersey, il Maine contro il Massachusetts, la California del Sud contro la California del Nord. Una battuta ricorrente è che a New York, quando un gruppo di amici esce a cena tutti litigano per il conto. A Los Angeles tutti litigano per la ricevuta.
NY non ha mai avuto le Olimpiadi, LA le sta aspettando per la terza volta. Quando nel 2014 i NY Rangers e i Los Angeles Kings si sfidarono sul ghiaccio per la finale della NHL, uno scontro diretto per un titolo nello sport USA mancava da 33 anni. Significa che dieci anni fa, per la prima volta, lo sport permetteva ad almeno un paio di generazioni di cittadini di assaporare la seducente possibilità di vincere un campionato e farlo a spese della città che si considera superiore alla tua. Un sentimento forse inavvertito in precedenza, se non altro per intensità. L’ascesa dello sport nella cultura popolare è una cosa recente, diciamo che riguarda gli ultimi 40 anni, l’arco temporale in cui tra New York e Los Angeles non ci sono state troppe occasioni di scambiarsi rancore per dei canestri, un touchdown o un fuori campo.
La prima manifestazione di intolleranza sportiva porta la data del 1981, quando proprio i Dodgers batterono proprio gli Yankees nelle World Series. Quando i newyorkesi persero tre partite di fila a Los Angeles sprecando un vantaggio di 2-0, il loro proprietario George Steinbrenner disse di essere stato aggredito in un ascensore dell’hotel da due tifosi avversari. Si presentò in pubblico con un gesso alla mano sinistra e le nocche della destra visibilmente ammaccate, raccontando una storia affascinante senza nessun testimone a sostegno. Dodgers e Yankees si erano appena incontrati in tre delle precedenti cinque World Series, mentre Knicks e Lakers avevano giocato contro nelle finali NBA del 1970, 1972 e 1973. Nella stessa primavera del 1981, i Kings e i Rangers vivevano la prima scintilla di una rivalità nascente, scontrandosi al primo turno dei playoff per la seconda volta in tre anni. La serie di quel 1981 viene ricordata per una rissa tra panchine in Gara-2 che portò a 43 squalifiche, record tuttora valido nei playoff NHL. L’organista del Forum di Inglewood, in California, accompagnò la mischia durata cinque minuti con una versione scanzonata di Another One Bites the Dust.
LA FINALE MLB
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Yankees e Dodgers riprendono nella notte la loro rivalità da World Series a 43 anni di distanza dall’ultima volta, in coda a una serie di cambiamenti avvenuti nello sport e nella vita del Paese. Si sono incontrate 11 volte nelle World Series, il massimo tra due squadre. Ora l’America freme per capire se Ohtani contro Judge, se Yamamoto contro Rodón, riusciranno a eguagliare il ricordo di Robinson contro Berra, di Koufax contro Mantle. Il New York Times ha riepilogato gli episodi più celebri di questa rivalità, mentre Washington la ammira dall’esterno e la chiama con Jerry Brewer sul Post “una World Series da sogno, troppo bella per essere vera”.
La prima finale per il titolo giocata da Ohtani, il miglior giocatore di baseball di questa era, già sarebbe stata una grande storia. Va aggiunta invece alla prima finale per il titolo giocata da Aaron Judge, l’artista dei fuoricampo, un paio d’anni fa non si parlava che di lui e dei suoi Home Run. È anche lui un esordiente delle World Series. La cosa più irresistibile di tutte è che ci arrivano con due marchi globali, i Dodgers e gli Yankees, così Dave Roberts – manager di LA – può dire che questa è la partita che il mondo intero stava aspettando, o sperava di vedere.
“Beh, il mondo intero è presuntuoso – sottolinea il Washington Post – ma tale arroganza fa parte del fascino e del fastidio di questa rivalità. Dodgers-Yankees non susciterà indifferenza. Sono entrambi facili da amare o da odiare. Ma sono impossibili da ignorare per via della loro storia e del loro potere stellare. Il baseball è costruito attorno al concetto della sopravvivenza alla delusione. Il tema spesso appartiene anche ai play-off, dove risultati instabili minano la costanza e premiano la follia del torneo. Non sono sempre un riflesso di ciò che la lunga stagione regolare ci ha davvero mostrato. Ecco perché queste World Series sono la partita perfetta nel momento perfetto”.
IL FASCINO DI OHTANI
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Jason Gay sul Wall Street Journal si domanda invece se si tratti della partita che salva il baseball o della sua ultima spiaggia. Parla di un passatempo in declino che propone un rumoroso incontro fra superstar e città sulla costa amate e odiate. “Ma è sufficiente per far tornare a parlare di baseball tutta l’America? Per anni abbiamo sentito dire che il mondo del baseball sarebbe stato migliore se le squadre più importanti e le stelle più brillanti del gioco si fossero incontrate nella partita delle partite d’autunno. Secondo questa teoria, uno scontro spettacolare avrebbe portato uno sport in crisi oltre i suoi confini regionali, trasformandolo in qualcosa di più ampio e trasversale alle diverse culture. Non sono sicuro che sia così. Il mondo è cambiato, così come la TV, per non parlare della capacità di attenzione e del gusto. Il baseball non sarà mai più un evento così importante come ai bei vecchi tempi delle tre reti televisive: può ancora essere all’altezza di quei discorsi semi-eccitati che si fanno ai distributore d’acqua sui podcast o sul finale di Succession?”.
Tutto, dice il Wall Street Journal, è stato “cannibalizzato dalla competizione, dai social media e da altre effimere realtà digitali. Anche i giornalisti sportivi sono diventati dei rompiscatole rispetto ai tempi in cui non scorrevi le rubriche dei quotidiani sul telefono. Le leggevi stampate, con una bella manciata di bacon nel piatto e un sigaro, la piegavi e la mettevi sul fondo della gabbia del tuo pappagallo”. Eppure, scrive Jason Gay, “la nostalgia è una stampella, la vita continua, così come le abitudini. La tentazione di dire che tutto era meglio tanto tempo fa è una trappola. C’è qualcosa in queste World Series che non c’era mai stata prima: Ohtani . L’oltraggioso battitore-lanciatore trentenne giapponese, sfuggito alla protezione testimoni quando ha lasciato i LA Angels per unirsi ai LA Dodgers, finalmente giunto alla più grande vetrina possibile per il suo talento, anche se sarà solo al piatto dei battitori, mentre continua a riabilitarsi dall’operazione al braccio. Lui vale il biglietto in qualsiasi veste. Ohtani è il giocatore più talentuoso del baseball e sarebbe stato il giocatore più talentuoso in campo in uno qualsiasi degli 11 incontri delle World Series del passato tra Dodgers e Yankees. Il suo swing immacolato può cambiare una partita in un istante; la sua semplice apparizione al piatto cambia gli ioni all’interno di uno stadio. Questa è l’energia di cui ha bisogno il baseball. Una finale magica di Ohtani e/o Judge probabilmente non porterà questa serie nemmeno a metà strada rispetto al traguardo di 44 milioni di spettatori, anche se aggiungendo gli ascolti del Giappone ci andremo vicini. Ma farà parlare la gente in un modo in cui non si parlava da un po’. Potete amare una di queste due squadre o potete disprezzarle entrambe, ma la serie da sogno del baseball è qui. Vediamo cosa è diventata nella realtà”.
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