
Ci sono quattro-cinque nomi del baseball che tutti hanno sentito nominare, anche quelli che sentono nominare il baseball per la prima volta. Joe DiMaggio, Jackie Robinson, Babe Ruth, gli Yankees, mmm… i Dodgers. Esatto, i Dodgers. Chi legge più libri che riviste sportive se li immagina ancora a New York, come in quel romanzo americano di qualche anno fa, Underworld, secondo alcuni in corsa per essere il più grande di sempre del suo paese. Il goat, dai, diciamo noi più terra terra. I Dodgers in quella storia sono ancora di Brooklyn e il primo capitolo è tutto dedicato al derby con i Giants che vale un posto per la finale del 1951, dove nel frattempo si erano qualifiicati gli Yankees. Newyorkesimo purissimo. Sei anni dopo sia i Giants sia i Dodgers se ne sono andati, chi a San Francisco chi a Los Angeles, perché la California non aveva ancora squadre d’élite ma aveva nuovi stadi, soldi, e in America ogni tanto fanno così.
Nel romanzo succede che Bobby Thomson segna un fuoricampo prodigioso, ribaltando il risultato e facendo perdere i Dodgers. Che fine abbia fatto la palla non si sa, ma Don De Lillo le cose le sa inventare e allora tira tutta una storia per pagine e pagine partendo dal ragazzino che è riuscito a prenderla. La palla passa di mano in mano e diventa un oggetto attraverso cui ricostruire la storia dell’America durante la Guerra Fredda fino agli anni Novanta.
PAGINE I Dodgers a NY | C’è un sedicenne nel Bronx che si porta la radio in cima al tetto del caseggiato per poterla ascoltare da solo, un tifoso dei Dodgers, acquattato nel crepuscolo, e sente il resoconto della smorzata mal giocata e della volata che segna il pareggio e guarda al di là dei tetti le spiagge di catrame con le corde per stendere il bucato, le piccionaie e i preservativi spiaccicati e si sente accapponare la pelle. Il gioco non cambia il modo in cui dormi o ti lavi la faccia o mangi. Ti cambia soltanto la vita.
di don delillo, Underworld (Einaudi)
Intorno ai Dodgers invece adesso c’è Los Angeles – che è proprio un altro mondo, come sapete. Per capirci, bisogna immaginarsi come se un giorno la Roma diventasse la squadra di Sharm el-Sheikh. Nicola Palmiotto su Ultimo Uomo ha scritto tempo fa che “se riconduciamo Los Angeles a quella esangue dei romanzi di Bret Easton Ellis, oppure a quella frivola e decadente che fa da sfondo a Bojack Horseman, è difficile immaginare i suoi abitanti come tifosi di baseball, uno sport dalle ritualità così poco sofisticate e dai ritmi così agricoli. E in effetti il loro modo di vivere il baseball è abbastanza peculiare. Si dice che quelli vestiti con il blu dei Dodgers arrivino tardi allo stadio e che siano soliti andare via al settimo inning per evitare il traffico del centro città. Del resto lo stadio di Chavez Ravine, costruito nei primi anni ’60 per ospitare la squadra appena arrivata da Brooklyn, è rimasto più o meno simile nel corso degli anni e il fascino purtroppo non sempre si sposa con il comfort”.
PAGINE Los Angeles | Erano pressappoco le undici del mattino, mezzo ottobre, sole velato, e una minaccia di pioggia torrenziale sospesa nella limpidezza eccessiva là sulle colline. Portavo un completo blu polvere, con camicia blu scuro, cravatta e fazzolettino assortiti, scarpe nere e calzini di lana neri con un disegno a orologini blu scuro. Ero corretto, lindo, ben sbarbato e sobrio, e me ne sbattevo che lo si vedesse. Dalla testa ai piedi ero il figurino del privato elegante. Avevo appuntamento con quattro milioni di dollari.
di raymond chandler, Il Grande Sonno (Adelphi)
No, non vi stufate ancora. Un attimo.
Ora che ci siamo trasferiti coast to coast, prima di spiegare che diavolo sta succedendo a Los Angeles, bisogna ancora dire solo che i Dodgers hanno vinto il campionato sette volte, ma solo una a Brooklyn e sei a Los Angeles. Dove prima non c’era riuscito nessuno e dove nel 2020 hanno fatto una cosa mai successa in America. Hanno portato un secondo titolo di un secondo sport diverso nella stessa città, pochi giorni dopo i Lakers in NBA. Di quella partita ricordiamo ancora il colpo di scena a metà partita, quando il terza base Jason Turner venne informato di essere risultato positivo al covid e lasciò il campo di corsa mentre gli altri andavano avanti, nel bel mezzo dell’ottavo inning. Eravamo nel pieno della seconda ondata. Come se la storia non fosse già abbastanza esplosiva così, Turner tornò un’ora dopo tra i compagni per farsi la foto celebrativa e in molto scatti appare senza mascherina. In un video di Fox Sports se la cala Era il primo giocatore positivo dell’intera stagione ma succedeva in diretta e in maniera sconcertante.
Ora. Questo mondo – la palla di DeLillo, il pubblico che esce prima per evitare il traffico, Chandler, Bret Easton Ellis, la squadra che vinse insieme a LeBron – questo mondo è su tutti i giornali americani per aver speso un miliardo di dollari in dieci giorni. Dopo essersi assicurati la superstar tuttocampista Shohei Ohtani, alla rosa hanno aggiunto il lanciatore Yoshinobu Yamamoto, giapponese pure lui, con un contratto da 325 milioni di dollari, e successivamente l’ex asso dei Rays Tyler Glasnow con un’estensione da 136,5 milioni di dollari. Ohtani e Yamamoto sono stati compagni in nazionale agli ultimi Mondiali vinti dal Giappone a marzo, in finale contro gli USA, in America. Da noi sarebbero i gemelli del gol.
Sul giornale cittadino, il Los Angeles Times, Dylan Hernàndez sottolinea che se tutto ciò è stato possibile si deve a Ohtani e al prestito da 680 milioni che ha fatto alla sua squadra. Nel senso che ha accettato di posticipare il pagamento del 97% del suo contratto da record, lasciando alla dirigenza la possibilità di restare entro i limiti del tetto di spesa, con la libertà di ingaggiare altre stelle. Lindsey Adler sul Wall Street Journal dice che “negli ultimi dieci anni, i Los Angeles Dodgers hanno seguito un piano deliberato per trasformarsi nel contendente più sostenibile al titolo. Hanno migliorato la squadra con acquisti astuti di free agent. Ora stanno perseguendo una strategia diversa nel tentativo di trasformare tutte quelle apparizioni ai play-off in un dominio. Il piano da un miliardo di dollari ha trasformato i Dodgers in un superteam. Ciò che tutto quel denaro non può garantire è che porterà al successo quando conterà di più: i playoff”.
Yamamoto era corteggiatissimo da tutt’America. È stato il miglior giocatore del campionato giapponese nelle ultime tre stagioni. Qualcuno dice il più grande lanciatore di sempre che sia mai uscito da quel torneo. Gli Yankees gli avevano mandato da New York la maglia numero 18. Il proprietario dei Mets, Steve Cohen, professione miliardario, si era alzato in volo sempre da NY fino in Giappone per fargli le fusa e invitarlo a cena. E invece i Dodgers, eccoli qua, la solita Los Angeles che ti frega il baseball sotto il naso. Negli ultimi vent’anni NY ha vinto una sola World Series, nel 2009. In effetti il Washington Post avverte che ai Dodgers “sanno meglio di chiunque altro come le vittorie sul mercato non contano: anche quando hanno costruito un superteam nell’ultimo decennio, hanno trovato squadre che hanno speso molto meno e ottenuto risultati migliori”. Hanno vinto solo quel famoso titolo della stagione accorciata in pandemia.
Durante la conferenza stampa di giovedì, il presidente delle operazioni di baseball Andrew Friedman ha detto: «Uno dei nostri obiettivi è far sì che gli appassionati in Giappone si convertano al blu dei Dodgers». Dice Marc Ganis della SportsCorp che «in questo momento vai in giro per il mondo e quel che vedi sono i cappellini dei New York Yankees». Friedman allora già immagina di «vedere il logo di Los Angeles apparire molto più spesso in tutto il mondo, in particolare in Giappone e Corea». Pure il primato dei cappellini vogliono portar via a New York. Sportico ha valutato i Dodgers 5 miliardi e 200 milioni di dollari. Prima di Ohtani. Anche a quel valore, i Dodgers potrebbero vendere il 5% della squadra per 260 milioni di dollari, quasi la metà del contratto di Ohtani. Non faranno fatica a trovare in un fondo qualunque un socio di minoranza. Nel frattempo apriranno la stagione il 20 marzo contro i San Diego Padres. A Seul. Scappati a suo tempo verso Ovest, i vecchi Dodgers guardano di nuovo a Est.
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