Le cose che il baseball sa dire

È più facile la matematica del baseball
Albert Einstein

 

Che cos’è. Il baseball è il grande serbatoio della memoria americana. Incarna la devozione per il passato e insieme il sogno che la storia possa procedere a rilento, secondo processi immutabili. Il baseball, con la sua estetica sempre anacronistica, è per eccellenza lo sport dei cimeli, ed è per questo che la letteratura ne ha scoperto presto la natura romantica e malinconica. Ogni volta che uno scrittore vuole raccontare adolescenti sognatori, o riportare in vita un’epoca d’oro della società americana, nei romanzi appaiono epifanie bianche: palline sparate in cielo, palline bloccate nei guantoni, palline sospese in aria.
Francesco Longo, La Lettura, 22 marzo 2013

 

Leggende. Lo stesso vale per i sedici con cui ebbi la sfortuna di essere pigiato durante il viaggio fino a Copperstown, e poi per l’intero pomeriggio al Baseball Museum and Hall of Fame. Il novanta per cento dei loro “ricordi” di baseball, il novanta per cento degli aneddoti e delle storielle che rievocano e ripetono, sono pure e semplici fesserie, bocconcini di verità così impastati di leggende screditate e fandonie senili, così impastati, si potrebbe dire, negli stronzi del tempo, da rivaleggiare con le favole dell’antica mitologia. Ciò che i vecchi sono capaci di fare del passato è roba da farti rizzare i capelli in testa. Ma poi basta pensare alle illusioni che la gente comune ha sui fatti dell’altro ieri.
Philip Roth, Il Grande Romanzo Americano (Einaudi)

 

Identificazione. Roth intendeva dire: il nostro grande romanzo nazionale è quello scritto ogni giorno dai nostri impareggiabili giocatori – impersonati tutti insieme da Gary Cooper in un film L’idolo della folla del 1942, celebrati in innumerevoli altri libri – sul terreno del baseball. … Le sue regole si possono spiegare e studiare. Non sono mica così complicate. Ma il tipo di identificazione-gratificazione emotiva che quello sport offre ai suoi tifosi, ai suoi adepti, quella non si riesce a penetrarla se non si è nati a Kansas City o a Chicago. Se saliamo su un taxi a Roma e il guidatore – assorto, incurante delle nostre indicazioni – porge l’orecchio alla sua radio che gli reca le ultime chiacchiere sulla Roma o sulla Lazio, comprendiamo benissimo (o pensiamo di comprendere) il tipo di corto circuito che si è creato. Ma se ci infiliamo in un taxi a New York, non c’è speranza. Il tassista, anche lì distratto, ci vorrebbe intrattenere sui patemi d’animo che gli procura sin d’ora il prossimo decisivo confronto della sua squadra (di baseball) con la squadra dei nemici. Non afferriamo niente. Di quello che accadrà sul campo. Di quello che accade già ora nell’animo del nostro tassista (che nel frattempo ha sbagliato strada).
Beniamino Placido, la Repubblica, 7 dicembre 1997

 

Il classico dei classici. Vide la palla partire roteando dalla punta delle dita di Roy: gli fece venire in mente un piccione bianco che aveva da ragazzo e che faceva volare gettandolo in aria. La palla filava verso di lui e ne distingueva perfettamente la forma da uccello e le bianche ali che sbattevano, finché all’improvviso non gli scomparve da sotto gli occhi. Sentì ai propri piedi un rumore simile all’esplosione di un petardo, e Sam era lì con la palla nel guantone. 
Bernard Malamud. Il Migliore (Minimum Fax)

 

Il lanciatore. Quella del lanciatore era la sua posizione ideale. Solitudine e forza, concentrazione e volontà, il lupo solitario ritto in mezzo al diamante, che assume su se stesso tutto il peso del gioco. Ai tempi erano tutte palle veloci e changeup, due lanci e un interminabile lavoro sul modo di lanciare, il movimento fluido, la frustata del braccio avanti ogni volta con la stessa angolazione, la gamba destra raccolta in alto che spinge fuori dal rubber fino al momento del rilascio. 
Paul Auster. Sunset Park (Einaudi)

 

~ Quando Roth decise di smettere di scrivere dicendo che il romanzo era morto, lei lo criticò sostenendo che il mondo era ancora pieno di storie da raccontare e che il romanzo si sarebbe adattato ai tempi. Ne discuteste?
«Io, Philip e Don DeLillo eravamo grandi appassionati di baseball. Quando ci ritrovavamo insieme preferivamo parlare soprattutto di quello. Ci incontravamo per il piacere di stare insieme e ovviamente parlare di sport era più divertente e rilassante. È quello che fanno gli amici. Non si incontrano per discutere del loro lavoro: tanto meno per criticarsi».
Intervista di Anna Lombardi, la Repubblica, 24 maggio 2018

 

Quel Giants-Dodgers 1951. La gente si chiede dov’è la palla. Un ritardo leggerissimo, il tempo che si ferma, una pausa che dura una frazione di secondo. E Cotter in piedi nella sezione 35 guarda la palla che viene nella sua direzione. Resta folgorato. Perde di vista la palla quando oltrepassa le prime gradinate e pensa che atterrerà nella tribuna superiore. Ma prima che riesca a sorridere o a gridare o a dare una botta sul braccio del vicino. Prima che il momento possa travolgerlo, la palla ricompare, con le cuciture che roteano visibilmente tanto è vicina, e rimbalza di sbieco sul pilone – mani che balenano dappertutto.
Don DeLillo. Underworld (Einaudi)

 

Sapete quando volate in aereo da una costa all’altra, e guardate giù e vedete tutti quei piccoli diamanti dappertutto? Beh, ogni volta che ne vedo uno, il mio cuore è là. E so che laggiù non riesco a vedere le case e quasi nemmeno le strade qualcuno sta giocando al gioco che tutti noi amiamo. | Donald Hall

 

~ È d’accordo con chi vede nel baseball l’anima pacifista del paese, in opposizione a quella aggressiva del football americano?
«È vero fino ad un certo punto: io parlerei piuttosto dell’anima agricola e riflessiva. Il baseball è uno sport con tempi lunghi e grandi pause, che spinge quindi alla contemplazione. È uno dei motivi per cui affascina gli scrittori molto più del football».
~ Grandi scrittori sono stati affascinati anche dalla boxe, che non è affatto contemplativa…
«Ma è epica, essenziale, estrema. Il baseball affascina i narratori anche per un altro elemento: la storia del gioco si intreccia ripetutamente con la storia del paese, sin dai tempi della guerra civile. In pochi sport come nel baseball si trovano vicende di razzismo, segregazione e integrazione».
Chad Harbach. Intervista di Antonio Monda, la Repubblica, 11 marzo 2012

 

Un attore. “Mi piaceva parecchio fare il mimo o il clown, ma ciò che davvero desideravo era diventare giocatore di baseball. Sapevo che non lo sarei mai stato, e recitare era una seconda opportunità”. | Al Pacino

 

Un film. Io credo nella religione del baseball. Ho provato tutte le fedi maggiori e molte delle minori. Ho creduto in Buddha, Allah, Brama, Visnù, Shiva, negli alberi, nei funghi e in Isadora Duncan. Le ho provate tutte, davvero, e la sola fede che davvero nutre l’anima, giorno dopo giorno, è quella nel baseball. | Da Bull Durham

 

Un’attrice. “Ci sono 108 grani in un rosario e 108 punti di cucitura in una palla da baseball. Quando l’ho scoperto mi sono fatta cattolica”. | Susan Sarandon

 

Quel numero. 108. Chiedete a un ragazzino americano cosa gli fa venire in mente questo numero, 108. Ci sono 108 cuciture in una palla da baseball. Lo sanno anche gli stones, in America. E dategliela in mano questa palla con le sue 108 cuciture, al ragazzino americano, e ditegli di lanciarla. Il ragazzino la prende con tre dita pollice, indice e medio e la tira così. Non con tutta la mano, solo i ragazzini stranieri appena arrivati in America lanciano una palla con tutte le dita. Gli americani pensano che la loro giovane cultura abbia prodotto tre cose imbattibili: la costituzione, il jazz, e il baseball. … Le 108 cuciture, e le statistiche infinite e i record, e i cappellini, e le figurine, e gli eroi: l’epica e la mistica del baseball sono sopravvissute all’attacco di basket e football, sport più televisivi, più fisici, più moderni. È una fede, appunto. “La gente mi chiede cosa faccio d’inverno, quando il campionato è fermo”, disse una volta, ottant’anni fa, Rogers Horsnby dei Saint Louis Cardinals. “Beh, ve lo dico, cosa faccio: guardo fuori dalla finestra e aspetto la primavera”. | Luca Sofri, Wittgenstein

 

Un poeta. Vedo cose straordinarie nel baseball. È il nostro sport, lo sport americano. Fa uscire la gente di casa, le riempie i polmoni, dà alla gente un nuovo eroismo fisico. Ci solleva dalle nostre nevrosi. Ripara i nostri guai, ed è una benedizione. | Walt Whitman

 

Quando morì Di Maggio. Joe Di Maggio era soltanto e semplicemente “Mr. Baseball”, l’uomo che per i sedici anni della sua carriera e soprattutto nei 47 anni dopo aver smesso di giocare ha incarnato nella fantasia dei bambini, nelle paure dei “soldati Ryan”, nell’immaginazione degli scrittori tutto quello che l’America vorrebbe essere: discreta, elegante, ironica, soprattutto disinteressata e buona. Se il baseball è la religione laica dell’America, Joe era il suo prefetto della fede, il cardinale Ratzinger di un catechismo ormai agonizzante. Ancora oggi che Joe Di Maggio ha raggiunto dopo un anno di battaglia con un cancro ai polmoni la sua Marilyn nell’album della nostalgia, gli scrittori che gli hanno dedicato libri e biografie si domandano come quest’uomo sottile e allampanato che raggiungeva sempre di corsa il suo posto in mezzo al campo per abbreviare l’imbarazzo delle ovazioni, abbia potuto sposare l’imperatrice del glamour, la donna più vistosa, desiderata, spettegolata e irrequieta del suo tempo, Norma Jean Marilyn Monroe.
Vittorio Zucconi, la Repubblica, 9 marzo 1999

 

Ossessioni. Sentii il morbido calore del suo guanto nero di capretto che mi stringeva la mano. “Scusa se sono stata sgarbata” aggiunse. “È solo che tu e Ken parlate esclusivamente di baseball”. 
“Non ti piace il baseball?”.
“Posso farne a meno”.
“E a te cosa piace?”.
“Il tennis, lo sci, i libri. Amo molto James Joyce“.
“Vuoi dire Jim Joyce, l’interbase dei St Louis Browns?”.
“Oh Dio mio”. Buttò fuori il fumo dal naso, spazientita. Kenny ridacchiò.
“Lei vuol dire Joyce lo scrittore”.
Io e la mia boccaccia. Non l’avevo mai sentito nominare. Lei si irrigidì, incrociò le braccia e guardò fissa davanti a sé. “Ah, quello!”, dissi.
John Fante. 1933 – Un anno terribile (Einaudi)

 

Imprinting. Ecco gli amori della mia vita: Annie, Karin, l’Iowa e il Baseball. Il grande dio Baseball. La mia pietra portafortuna è un diamante. Quando mi chiedono il mio segno zodiacale rispondo «fuoricampo», e questo non manca di lasciare tutti allibiti qui in Iowa, dove in cinquantamila vanno a vedere le partite della squadra di football dell’università locale – gli Hawkeyes – mentre solo cinquecento irriducibili, me compreso, seguono la squadra di baseball. Mi hanno raccontato che mio padre leggeva le statistiche delle partite al pancione di mia madre prima che nascessi. | W.P. Kinsella. Shoeless Joe (66thand2nd)

 

Per un addio. Qualche tempo fa, io e mia moglie Daniela consigliammo a Peppe un libro di racconti di Tobias Wolff. Ieri ero a casa di Peppe e ho visto quel libro. Era arrivato a metà. Non aveva letto l’ultimo racconto. Allora glielo racconto un attimo io. In questa ultima storia c’è un uomo, Anders, che a causa di un colpo di pistola, muore in pochi istanti. Ora, in quei secondi, da consuetudine letteraria, Anders dovrebbe ricordare i momenti più importanti della sua vita. Invece, l’autore del libro, con un rovesciamento geniale, decide di elencare tutte le cose che Anders non ricorderà prima di morire. Non ricorderà la moglie, non ricorderà i figli, il lavoro, il primo amore, non ricorderà la madre in punto di morte che, parlando del padre, aveva detto: «Avrei dovuto pugnalarlo nel sonno», non ricorderà i versi imparati a memoria da giovane, non ricorderà del piacere di provare rispetto per qualcuno. Invece, un attimo prima di morire, ricorda una sola cosa. Un dettaglio. Ricorda che, da piccolo, su un campo di baseball, un altro ragazzino, picchiando la mano nel guantone, urla una frase sgrammaticata: «Interbase, la migliore posizione che ci sono. La migliore posizione che ci sono». Ecco, a me piace pensare che a Peppe sarebbe piaciuta questa frase: «La migliore posizione che ci sono».
Paolo Sorrentino. Orazione funebre per Peppe D’Avanzo, 1 agosto 2011

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