lunedì 29 dicembre 2025
#3 giorni al 2026
► CON LA vittoria a Bergamo per 1-0, l’Inter è tornata ieri sera in testa alla classifica dopo aver ceduto per qualche ora il primato al Milan, vincitore a mezzogiorno sul Verona con una doppietta di Nkunku. Ha vinto anche il Napoli a Cremona con due gol di Hojlund. Stasera Roma-Genoa.
◇ Mikaela Shiffrin ha vinto il quinto slalom della stagione su cinque a Semmering, ma è stata una gara diversa dalle altre per la qualità della neve veramente scarsa. Shiffrin aveva chiuso al quarto posto una prima manche in cui sono arrivate al traguardo in 40, con altre 30 atlete uscite, compresa la sedicenne Giada D’Antonio – che aveva il pettorale 70 ma il miglior intermedio fra le ultime-dieci scese, sufficiente a entrare fra le prime-trenta e qualificarsi per la seconda manche. Shiffrin ha detto che gareggiare in queste condizioni è pericoloso.
◇ Dopo aver perso con la Virtus, Brescia ha reagito battendo Venezia che l’insidiava da vicino in classifica [104-93]. A Napoli partita sospesa per un’ora a causa di un tabellone sfasciato con una schiacciata. Sempre meglio che sulle ferrovie italiane, dove ieri la circolazione ha toccato le quattro ore di ritardo da Torino-Milano a Roma.
Brigitte Bardot non è più licenziosa, ma semplicemente più liberata
Roland Barthes, Miti d’oggi
La chiamavano BB
Brigitte Bardot è stata un pentathlon. Un’invenzione della Francia che dentro il suo corpo ha tenuto molte cose insieme. È stata un’immagine dirompente. Prima ancora del mito, c’era una ragazza di Saint-Tropez che camminava a piedi nudi sul set quando nessuna diva lo faceva, che portava capelli sciolti, jeans e magliette come una provocazione contro la femminilità composta degli anni Cinquanta. Ha incarnato la libertà del corpo in un’epoca che lo considerava ancora qualcosa da contenere, da decorare, in qualche misura da disciplinare. È stata una sigla, bastavano le iniziali a dir tutto di lei. Quelle due B non proponevano la sensualità come promessa agli uomini, erano come una sovranità su sé stessa. Questa è stata la sua rivoluzione.
È stata un cortocircuito culturale. Critici e registi hanno proiettato su di lei tutte le fantasie dell’epoca: era la bambola, era l’eroina moderna, era la Lolita europea. Ma BB fece esplodere quei ruoli quando ne fu stufa, si ritirò presto dal cinema, decise di non essere più un oggetto di sguardi, ribaltando il patto che la società aveva scritto firmando pure per lei. Il suo basta all’età di 39 anni è stato una scelta radicale, una decisione molto contemporanea ma presa nel ‘73: rinunciare alla Bardot per tenersi Brigitte.
È stata una voce dissonante. Ha dedicato la vita alla causa degli animali diventando una delle attiviste più famose e scomode al mondo. Al coraggio nel difendere chi non ha voce, si sono affiancate negli ultimi decenni posizioni politiche controverse e discusse, una parte ineludibile del giudizio pubblico su di lei, tanto che la destra di Francia stamattina dice che è stata una francese pura.
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I temi del giorno
La Battaglia dei Sessi è stata imperdonabile
Poteva essere una tragedia. Invece è stata una farsa. A metà del secondo set la trasmissione britannica ha iniziato a saltare. Freeze e glitch, glitch e freeze. Aryna Sabalenka e Nick Kyrgios a Dubai sono spariti dietro i vecchi monoscopi. Quando il segnale è tornato, i problemi sono cominciati anche su Tennis Channel negli USA. La numero 1 al mondo e il finalista di Wimbledon 2022 hanno continuato a giocare. “Ma lo spettacolo promesso non è mai arrivato” dice James Hansen su The Athletic.
Kyrgios ha vinto 6-3 6-3 giocando per lo più palle lente e smorzate, nonostante un tentativo di rimonta di Sabalenka nel secondo set — ripreso solo in parte dalle telecamere, almeno sulla BBC. Era esattamente lo scenario che il tennis femminile doveva temere. La miglior giocatrice del mondo battuta da un tennista che ha giocato solo sette partire negli ultimi tre anni, attualmente numero 672, col fiato corto dopo mezz’ora. “Per chi avesse visto il tennis femminile per la prima volta — dopo una stagione straordinaria con cinque giocatrici a vincere i cinque titoli principali — la sensazione sarebbe stata di smarrimento”.
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Le analisi
Pogacar, ti aspetta un’Alleanza Ribelle
Quando Tadej Pogacar si volta e inclina la testa, attenzione, sta scattando. Se ne sta andando. Probabilmente sta mettendo fine a una corsa – anche se ci troviamo a 70-80-100 km dal traguardo. Qualunque sia la distanza, quello è il segnale. Sappiamo che attaccherà. Ed è in quell’istante che nasce l’ambivalenza dello spettatore: «L’attacco è l’azione che dà senso al racconto», ma quando è sempre lo stesso uomo a compierlo, «la perfezione piace, ma uccide l’incanto». Solo l’imprevisto — “una caduta a Roubaix, un errore sulla Cipressa” — può restituire davvero emozione. Così almeno scrivono Ramón Rico e Carlos Arribas nel loro lungo e denso intervento su El País.
Il 2025, aggiungono, verrà ricordato come l’anno di un dominio senza precedenti. I numeri fisiologici di Pogacar sono mitologici – fa anche rima: la soglia di potenza è in un range tra 425 e 450 watt, il VO₂ max oltre 90, superiore persino al valore di Indurain. Ma sotto i parametri c’è una storia più complessa fatta di tattica, leadership e paradossi motivazionali. La UAE ha divorato il calendario con 97 vittorie, il 30% delle corse. Pogacar ne ha vinte 20, “apparentemente in solitudine”. In realtà, il suo splendore individuale è reso possibile da un dominio sistemico che permette al solista di brillare, anche quando il team usa l’attacco come difesa, mascherando debolezze come il suo ginocchio malconcio sulle grandi salite.
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Dai campi
Il vento soffia nei palloncini di Nkunku
Se la Roma non si lascerà sfuggire stasera i tre punti per lo sgomento di vedere il suo vecchio Capitan Futuro nel futuro di qualcun altro, la serie A sbarcherà nel nuovo anno con cinque squadre in tre punti. Una promessa di elettricità e di equilibrio, ma pure di instabilità, se è vero che fra le prime-cinque ci sono due squadre con quattro sconfitte [Inter e Napoli] e una con sei [Roma]. Solo due volte negli ultimi trent’anni è stato possibile vincere il campionato perdendo più di quattro volte. Lo ha fatto in entrambi i casi la Juventus, nel 2016 e nel 2017, in un contesto economico e storico diverso, quando ancora aveva la forza di permettersi di strozzare le alternative nella culla, tipo portando via Pjanic alla Roma e Higuain al Napoli. Questo non significa che Inter Napoli e Roma siano tagliate fuori. Significa che Chivu, Conte e Gasperini hanno due strade per arrivare allo scudetto: o non perdono mai più o devono fare qualcosa che è riuscita solo a Massimiliano Allegri ai tempi dell’ultima egemonia degli Agnelli. Il fatto che i due siano andati ieri a pranzo assieme dopo Milan-Verona è una coincidenza simbolica e minacciosa per il resto del campionato.
il cerchio di fuoco L’Inter da emendare
Sarebbe un lavoro da Antonio Conte, ma tocca a Cristian Chivu. Paolo Tomaselli sul Corriere della sera racconta che “l’infortunio di Dumfries ha reso l’Inter un pugile col braccio destro legato dietro alla schiena. E il tecnico sta cercando di rifare la semina sulla fascia per vedere se cresce qualcosa di buono o se serve tornare sul mercato: quando si tratta di cambiare passo e andare al cross, Luis Henrique è timido come un adolescente al primo appuntamento, ma il brasiliano ha anche consegne da ala tattica, per attirare la pressione avversaria e liberare i cavalli nel motore di Bisseck che si butta negli spazi, con Barella che a sua volta si alza molto, giocando quasi da trequartista in una sorta di 3-4-1-2”.
Comunque, quello straordinario filosofo che è stato Catalano direbbe che è meglio fare tutto questo vincendo e da primi in classifica.
Paolo Condò fa notare sempre sul Corriere della sera che per la prima volta la crema della A ha vinto compatta e senza intoppi. Non era ancora successo.
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Tendenze
C’è troppa zona grigia nello sport
Dopo aver raccontato ieri della borraccia degli ultimi km che gira nel ciclismo, oggi Cosimo Cito su Repubblica torna sul tema e scrive che nello sport di endurance sta crescendo una pericolosa zona grigia, nella quale si usano tecniche e sostanze non vietate, ma al limite del doping e potenzialmente dannose. Cito parte dalla morte del biatleta norvegese Sivert Bakken, che usava una maschera ipossica per simulare l’alta quota: una pratica legale, ma rischiosa. Era stata settata per simulare una quota di 7.000 metri. Il caso riaccende il tema di tutto ciò che “non è proibito ma neppure innocuo”. Strumenti e sostanze come maschere ipossiche, chetoni, monossido di carbonio, analgesici, camere ipobariche vengono usati per migliorare la performance, anche da atleti sani. Le norme inseguono le innovazioni mediche con ritardo, alcune pratiche vengono vietate dopo anni e lasciano irrisolto il dilemma su quale sia il punto dove piazzare la famosa sottile linea rossa tra la scienza e l’imbroglio. Cito conclude: “Su quel confine ballano ad esempio caffeina, paracetamolo, teofillina e tiocolchicoside. Oppure l’uso controverso della camera ipobarica, ora liberalizzata anche da noi. Nel 2024, secondo i dati di Nado Italia, sono state 849 le domande per esenzioni a scopo terapeutico, 425 sono state concesse, 56 sono state negate, 228 valutate non necessarie (facevano riferimento a sostanze o pratiche non vietate), 96 ritenute non valutabili, 44 quelle annullate su richiesta da parte dell’atleta. Dal 2027 la Wada ha previsto una stretta sulle esenzioni, con procedure più severe, proprio per accendere un faro e rischiarare almeno in parte la zona grigia”.
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Discussioni
Come costruire un motociclista in Gran Bretagna
E mentre in Gran Bretagna si discute dei soliti esclusi dal premio di Sports Personality of the Year, come in fondo accade ogni anno, e come accade tutte le volte che viene compilata una lista, il Times nota un’assenza clamorosa passata quasi sotto silenzio, un’assenza che dice delle cose sulla Gran Bretagna. Che fine ha fatto Marc Márquez?
Rick Broadbent scrive che aver lasciato fuori il motociclista catalano significa aver ignorato la circostanza di un settimo titolo MotoGP conquistato dopo aver attraversato cadute a ripetizione, ombre mentali e fisiche, e dopo una scelta radicale: aver rinunciato a un contratto da 15 milioni di sterline per ritrovare il piacere puro di correre. Secondo il Times è stata “la più grande rimonta nello sport”, un ritorno costruito “dopo centinaia di cadute e un periodo di oscurità psicologica e fisica”, con “la volontà da battitore libero di andarsene a riscoprire la gioia dello sport”.
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Interpreti
L’amico siciliano dei Duplantis che si inventò il soprannome Mondo
Mondo Duplantis ha mani grandi, forti, mani decisive. Per Federico Bahamontes, il ciclista che distingueva gli uomini guardando il palmo, sarebbe state la prova definitiva del campione. Mani che stringono con calore, affabili, e che nel suo lavoro – nei suoi tentativi di scavalcare un’asta con un’altra asta, diventano strumenti di precisione assoluta.
Carlos Arribas ha intervistato lo svedese per El Pais, introducendo le sue parole con un ritratto nel quale lo chiama una creatura cangiante, le stesse mani che piegano aste favolose come nessun altro, “le mani che afferrano e piegano come nessuno può fare”, sanno muoversi con naturalezza quasi musicale quando maneggiano i bastoncini in una cena giapponese a Monte-Carlo, ospiti di Sebastian Coe. L’immagine è esplicita e colta, “con la stessa precisione e agilità con cui il bambino Wolfgang Amadeus faceva danzare le dita sul clavicembalo”. Non a caso, Arribas, molti lo chiamano il Mozart del salto con l’asta.
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Il regalo fatto da San Antonio alla NBA
Se Babbo Natale potesse affidare le chiavi del suo deposito dei regali a qualcuno di cui si fida, ecco, quelle chiavi oggi le darebbe a Victor Wembanyama e ai San Antonio Spurs. Sono loro i più bravi a distribuire gioia collettiva in questo periodo. È l’immagine scelta da Owen Lewis sul Guardian per celebrare i texani, saliti al secondo posto a Ovest dopo aver battuto per tre volte nelle ultime settimane i campioni degli Oklahoma Thunder, e diventare a loro volta un regalo inatteso ma necessario per l’NBA, una squadra capace di bucare l’aura d’inevitabilità di Shai Gilgeous-Alexander e di restituire suspense, dramma e piacere a una stagione che rischiava di scivolare nella monotonia.
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L’ultimo scroll
La chirurga plastica campionessa di sollevamento pietre
Patricia Martín è una campionessa inattesa e una professionista abituata al peso vero delle cose. Non pensava affatto di vincere il campionato basco di harrijasotze. Puntava al podio, suppergiù.Così, quando è arrivata prima, l’attenzione improvvisa l’ha quasi travolta. L’harrijasotze è il sollevamento pietre. Sul serio, Esiste.
Ne parla José Luis Lorenzo su El País, raccontando che per Patricia Martin sollevare pietre è una passione coltivata con serietà, senza mai confonderla con ciò che definisce davvero la sua vita. Perché quando indossa il camice, tutto cambia. Patricia Martín è chirurga plastica ricostruttiva, specializzata nella mano, ed è responsabile dell’Unità grandi ustionati dell’ospedale di Cruces, a Bizkaia. Lì non esistono podi, né applausi. Galiziana di Ferrol, 40 anni, lontana dai social e poco incline al rumore mediatico, è arrivata al mondo dei harrijasotzaile quasi per caso, trascinata dal marito. «Mi ha detto: “Dai, questo ti piacerà”», racconta. Aveva ragione. In tre mesi era già in gara, «mi hanno praticamente imbrogliata», scherza. Da allora non si è più fermata. Oggi è capace di sollevare pietre da 75 chili. Per vincere il titolo basco, ha alzato in totale 5.387,5 chili in una sola competizione.
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
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