L’Inter di Bergamo e l’Hojlund di Cremona | Il Barnum del campionato

 

 

    il cerchio di fuoco  L’Inter da emendare

      Sarebbe un lavoro da Antonio Conte, ma  tocca a Cristian Chivu. Paolo Tomaselli sul Corriere della sera racconta che “l’infortunio di Dumfries ha reso l’Inter un pugile col braccio destro legato dietro alla schiena. E il tecnico sta cercando di rifare la semina sulla fascia per vedere se cresce qualcosa di buono o se serve tornare sul mercato: quando si tratta di cambiare passo e andare al cross, Luis Henrique è timido come un adolescente al primo appuntamento, ma il brasiliano ha anche consegne da ala tattica, per attirare la pressione avversaria e liberare i cavalli nel motore di Bisseck che si butta negli spazi, con Barella che a sua volta si alza molto, giocando quasi da trequartista in una sorta di 3-4-1-2”.

Comunque, quello straordinario filosofo che è stato Catalano direbbe che è meglio fare tutto questo vincendo e da primi in classifica. 

Paolo Condò fa notare sempre sul Corriere della sera che per la prima volta la crema della A ha vinto compatta e senza intoppi. Non era ancora successo, “circostanza che in genere premia chi ha l’impegno più difficile, e quindi l’Inter”. Ma il dato più interessante che Condò sottolinea è come finiscano 1-0 anche le partite che non finiscono 1-0. Nel senso che pur con punteggi diversi, gli scontri diretti della crema si chiudono nella sostanza dopo il primo gol, non come Chelsea-Aston Villa, dove uno si alza dalla panchina e rovescia il tavolo.

Condò scrive che “non è casuale, perché il nostro è un campionato in cui la scienza dello sfruttamento degli spazi ha raggiunto livelli da intelligenza artificiale: appena un vantaggio squilibra la situazione tattica, chi deve recuperare si scopre, si espone, e ne becca altri. Il mini-campionato di 10 gare fra le prime cinque in classifica si è concluso con 9 vittorie e un pareggio (Juve-Milan), e tutte le vittorie sono andate alla squadra che ha segnato per prima”. 

 

    Il contorsionista  La trasformazione di Hojlund in un Lukaku

  Marco Ciriello sul Mattino ha scritto dei due gol di Hojlund a Cremona, in casa di Vardy, dov’è andato in scena il duello generazionale dei numeri 9 venuti dalla Premier, il passato che non vuole passare e il futuro che non vuole aspettare. Due gol – scrive – che dicono che la trasformazione di Hojlund nel nuovo Lukaku è perfettamente riuscita, sia nella partecipazione alla manovra, sia nella possibilità di poterlo sempre servire per aprire varchi, allargare il gioco e far risalire la squadra, sia nell’avere una certezza del gol quando si entra nell’area di rigore. Ma tutto in Höjlund gira al tempo giusto, tanto che si permette una serie di tacchi in appoggio alla manovra o per liberare David Neres. Sta dimostrando una libertà fisica e psichica enorme. Non si tratta solo di tecnica, ma di istinto e sicurezza, perché i colpi di tacco li regala anche davanti alla sua area di rigore in ripiegamento. Mettendo in salvo i difensori del Napoli da una verticalizzazione della Cremonese, e assolvendo i calciatori di Nicola per la sua imprendibilità. Non e colpa loro, è Hojlund che quando gioca così può strafare.

La domanda delle domande è come se ne esce quando rientra Lukaku. La seconda domanda delle domande è cosa fare con Lucca. 

 

gli arcobati  Il calcio delle criptovalute

  Sara Tirrito su La Stampa racconta come le criptovalute siano diventate un attore [un’attrice?] sempre più influente nel sistema sportivo globale, soprattutto nel calcio. Le aziende del settore — da Crypto-com a Coinbase fino a OKX e Gate-io — stanno investendo somme enormi in sponsorizzazioni: nella stagione 24/25 si parla di oltre mezzo miliardo di dollari, con una crescita annua del 20%. La Premier League è ormai il terreno preferito: quasi sette club su dieci hanno almeno un partner cripto, mentre in Serie A i rapporti sono numerosi e variano dagli sponsor di maglia ai naming rights di centri sportivi.

In Italia ci sono casi ancora più forti della semplice sponsorizzazione. La Juventus ha Tether come azionista all’11,5%, con un’offerta persino tentata — e respinta — per rilevare tutto il club dagli Agnelli. La Triestina è finita nel portafoglio di Dogecoin Ventures, spinta dal mondo di Elon Musk. Il calcio offre una vetrina planetaria, un pubblico giovane e digitalizzato, la forza quasi tribale del tifo che può trasformarsi in fiducia verso strumenti finanziari tutt’altro che stabili.

Accanto a ciò si muove il fenomeno dei fan token. Non danno potere reale sulla società, ma illudono i tifosi di partecipare alle decisioni, dal jingle del gol alla grafica del bus. Funziona finché il prezzo sale; quando scende, il rischio è che a perdere non sia solo il portafoglio, ma il rapporto con la squadra. In un calcio già fragile dal punto di vista economico, queste nuove risorse appaiono come una manna. Il dubbio resta se i club si stiano affidando a sponsor in cerca di legittimità — più che di vera passione sportiva — e se la volatilità delle crypto possa scaricare i suoi effetti direttamente sui tifosi.

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