martedì 30 dicembre 2025
# 2 giorni al 2026
► LA ROMA ha battuto il Genoa per 3-1 e si è ripresa il quarto posto in serie A. Il 2025 del calcio italiano si è chiuso con la scena di Daniele De Rossi salutato dalla Curva Sud: “Non sarai mai un avversario”. Maurizio Sarri ha fatto un intervento di ablazione transcatetere per una fibrillazione atriale e gli mandiamo un abbraccio.
◇ Nel posticipo della serie A di basket, Milano ha battuto Cremona per 91-74 e la Virtus ha vinto a Trieste [74-66] agganciando di nuovo Brescia in testa alla classifica. Trapani sarebbe qualificata aritmeticamente per le finali di Coppa Italia, ma poi vai a sapere che succede.
◇ È morto Davide Tizzano. Aveva vinto due ori alle Olimpiadi nel canottaggio, prima a Seul nel quattro di coppia, poi ad Atlanta nel doppio con Agostino Abbagnale. Era stato arruolato come grinder dal Moro di Venezia in America’s Cup. L’anno scorso era stato eletto presidente della federazione dopo Giuseppe Abbagnale. Aveva 57 anni.
Tifo per l’Aston Villa perché mi piaceva l’idea che avesse una vera storia, e tutta quella roba là
Il Principe William
Il vascello pirata dell’Aston Villa
Non può durare. Non ha alcun senso che duri. Eppure, continua a durare. È la premessa assurda e affascinante di questa stagione dell’Aston Villa, una squadra che aspettava da quarant’anni di tornare quella che è oggi, non ancora da titolo in Coppa dei Campioni come nel 1982 [Gary Shaw, Gordon Cowans, Tony Morley], ma da aria pura, purissima, aria da alta quota. Una squadra che sembra contraddire la logica ogni settimana, sfidando probabilità e statistica con la testardaggine dell’improbabile.
Sabato sera, a Stamford Bridge, si è presentato con una serie di dieci vittorie consecutive in Premier League. Una striscia che profuma di secolo scorso [1897, 1914 l’ultima volta] anni dell’ultima volta. Per un’ora, però, nessuno avrebbe scommesso una sterlina o un euro o un dollaro sul record. Il Chelsea era brillante, era avanti nel punteggio, era padrone del gioco. Ma i Blues sono fragili quando guidano il ritmo, soprattutto in casa. E l’Aston Villa, ormai, ha preso un vizio difficile da spiegare: vince in trasferta dopo essere andato in svantaggio. Ne parlava ieri mattina Paolo Condò sul Corriere della sera, trovando nel suo atteggiamento e nei suoi risultati un contraltare all’atteggiamento dominante delle grandi sfide in serie A: arriva il primo gol e la brace si spegne.
Quando arriva il primo gol nelle partite dell’Aston Villa, accade il contrario. La rimonta a Londra ha portato la firma di Ollie Watkins ed è venuta quasi per inerzia. Prima il pari rocambolesco, con un pallone rimbalzato tra palo e stinco dopo un primo tentativo respinto; poi un colpo di testa preciso per il sorpasso. Gol numero quattro e cinque in campionato — sembrano pochi – “ma forse la fortuna comincia a restituirgli qualcosa”, come suggerisce Jonathan Wilson nella sua newsletter Soccer.
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Le analisi
La nuova centralità del Marocco sulla mappa dell’Africa
Dieci anni fa sembrava impossibile. Il Marocco era visto come un corpo estraneo nel calcio africano, un Paese che voltava le spalle al continente per paura, rompeva patti e organizzazioni. Oggi è il centro nevralgico delle grandi manifestazioni, dalla Coppa d’Africa maschile e femminile, al Mondiale 2030 all’orizzonte. La distanza tra quei due istanti storici racconta un cambiamento radicale — politico, simbolico, infrastrutturale.
Osasu Obayiuwana ricorda sul Guardian di quando nel 2015 il regno si tirò fuori dall’organizzazione della Coppa d’Africa per timore dell’Ebola. La decisione fece tremare l’intero sistema. «Una pressione che si può solo immaginare», dirà poi Hicham El Amrani, all’epoca segretario generale della CAF, «un periodo che vorrei dimenticare». Sarebbero seguite sanzioni, squalifiche, ricorsi. Una frattura. Oggi quella ferita è un ricordo lontano. Non è solo geopolitica sportiva. È il segnale di un ruolo nuovo.
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Le rovesciate di El Kaabi
Ayoub El Kaabi non è nuovo al gesto tecnico che capovolge una partita — il gesto che capovolge il corpo in aria. In Marocco-Zambia ha segnato ieri la seconda rovesciata del suo torneo, prima annullata per fuorigioco e poi convalidata tra l’incredulità propria e la festa collettiva, 62 mila persone a Rabat che hanno capito di essere nel posto giusto nel momento giusto.
Il paese
La Coppa si è fermata a Rabat
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DI AMIRA IOZZI BOUDERBALA
Sono arrivata a Safi mentre il Maghreb intero si riempiva di bandiere. La Coppa d’Africa aveva appena acceso i bar e i caffè marocchini, e le radio gracchiavano i commenti sulle sorprese del torneo. Ma qui – trecento chilometri più giù di Rabat, sulla costa dove l’Atlantico arriva in diagonale e spesso inaspettato – il tifo non copre il rumore delle pale che raschiavano il fango.
Il 14 dicembre, nel giro di un’ora soltanto, l’acqua è salita fino alle spalle degli uomini adulti. Una piena breve, brutale, dopo sette anni di siccità. La terra aveva dimenticato come si beve. Oued Chaâba, che di solito è solo un taglio secco nel paesaggio, un torrente assente, ha divorato 37 persone. “Un intero spogliatoio” mi ha detto un ragazzo, provando a tradurre il lutto nel linguaggio del calcio per comprenderne la proporzione. Ci sono tragedie che assomigliano a partite sospese, si smette di giocare, ma la paura resta in campo.
Nella medina, tra muri ocra e vicoli storti come dribbling imprevisti, Abdullah mostra la cicatrice della piena, una linea di fango a un metro e ottanta, perfetta come un grafico su cui nessuno vorrebbe leggere il proprio destino. Il retro della sua pasticceria è crollato. Davanti, sacchi di sabbia tengono a bada quello che resta della strada. L’odore è una miscela di zucchero andato a male e mare arrabbiato. “Gli affari torneranno. Le vite no” mormora, abbassando la visiera per non mostrare gli occhi. Parla di Mustafa e Yaakoub, due venditori d’oro, quelli che in un giorno normale mettevano in ordine le loro catenine e sorridevano al suono delle monete. La sera dell’alluvione sono rimasti un istante di troppo nella loro bottega in discesa, la porta non si è aperta più. Quando l’acqua decide di passare, non lascia scampo.
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Dai campi
e neve e polvere che tira vento Anche il pallone arancione lo mettiamo vicino alle valigie
Se l’avesse inventata – che so – Edoardo Ferrario, farebbe molto ridere. Anche se fosse di Luca Ravenna. Ma anche se fosse Francesco Di Carlo. Cioè. Farebbe davvero molto ridere un numero di stand-up comedy in cui un’assemblea di venti signori benestanti avanti negli anni, alcuni molto avanti negli anni, anziché trascorrere del tempo con dei figli, dei nipoti, degli affetti, al limite anche con dei coetanei in qualche luogo qualunque – secondo le disponibilità economiche – questa immaginaria assemblea di venti signori benestanti si riunisce come i Cupiello a Natale e decide che d’inverno bisogna giocare a calcio con un pallone arancione.
Lo fanno seguendo tutte le regole. Convocazione, ordine del giorno [mutamento cromatico dell’oggetto in oggetto], esposizione della tesi, antitesi, sintesi, voto, verbale, annuncio. Tutto. Escono, tornano a casa, accendono la tv, e scoprono che il pallone non si vede. Sul serio. Si vede e non si vede.
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Interpreti
Musetti, il futuro prossimo e il futuro remoto
➣ Scegliere una figura come Perlas significa puntare soprattutto sul rosso?
«Ma no, perché? José ha portato tutti i suoi giocatori al best ranking, aprendo orizzonti su qualsiasi superficie. Certo è spagnolo, cresciuto sulla terra, ma è una persona di grande esperienza. La fase iniziale è stata tra noi due: ci siamo parlati a lungo, e le idee combaciavano. Speriamo non serva troppo per metabolizzare il cambiamento».
➣ Si augura che Ludovico o Leandro seguano la sua strada?
«Vorrei essere un padre che consegna nelle mani dei figli il loro futuro. Spero che vogliano studiare: pagherò volentieri l’università e i viaggi, il modo migliore per capire come funziona il mondo. Non mi dispiacerebbe giocare il doppio in torneo, con uno dei miei figli: dovranno essere talenti precoci oppure io un altro Djokovic, e continuare fino a quarant’anni! Confermo che insegnerò loro il rovescio a due mani: l’estetica di quello a una mano è migliore, ma che fatica…». intervista di gaia piccardi, Corriere della sera
È tornata mamma Quario. Adesso ce l’ha con Mikaela Shiffrin
«È stata fantastica nella seconda manche, ma allo stesso tempo mi impressiona come sia ancora paralizzata dalla paura in gigante e SuperG. Frena mentre scende, è possibile per una che scia da Dio come lei? Cosa la blocca? In questi giorni Federica non frena quanto lei, eppure si è fatta male come Mikaela in tutta la sua carriera. Non mi permetto di giudicare, non so come sono andate le cose. Però secondo il regolamento è la giuria a decidere di spostare una porta, non un’atleta o un allenatore. Non mi sembra giusto. Non ho mai creduto ai capopopolo, secondo me l’atleta deve fare l’atleta e fidarsi delle persone preposte a prendere una decisione: io ho sempre fatto così. Ma è giusto che gli atleti si facciano valere: Federica quest’estate ha fatto diverse riunioni telefoniche per discutere temi come le penalizzazioni degli atleti infortunati, il montepremi. Ma una volta in pista secondo me, bisogna pensare alla gara». [a Repubblica]
La barca di Davide Tizzano
Era bello stare sulla stessa barca di Davide Tizzano. Aveva la voce sempre un po’ roca, ma quella voce sapeva dove andare. Il canottaggio e lo sport che più assomiglia al mondo, si avanza guardando indietro e dando le spalle al futuro. Procedere sembra un miracolo, ma un miracolo non e. È accoglienza della fatica e una dichiarazione di fiducia cieca. Per andare avanti bisogna fidarsi di qualcuno che non vedi, sincronizzare il respiro con quello di un altro, spesso più d’uno, accettare che nessuno arriva da solo. Davide Tizzano lo ha saputo fare meglio di tanti. Ha vinto un oro olimpico a Seul ’88 su un quattro di coppia, e un altro ad Atlanta ’96 con il due di coppia, tutt’e due le volte remava con Agostino Abbagnale. Ma i due ori olimpici non raccontano l’essenziale di questo ragazzo che aveva Napoli nell’accento e si è trovato inseguito da un aggettivo. Atipico. Un napoletano atipico, come se l’atipicità per un napoletano fosse un complimento, come se la normalità fosse un’altra storia, più storta, meno degna. A Tizzano quel cliché scivolava addosso come l’acqua sulla prua. Era un uomo che aveva sempre un’idea nuovissima subito dopo averne avuta una nuova, forse per l’eredità i certe giornate cominciate all’alba, quando suonava la sveglia per l’allenamento. [continua su La finestra sul cortile]
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Oggi
Taranto e Lecce
38 giorni a Milano
Il fuoco di Taranto è sempre stato quello dell’acciaieria. La fiaccola di Olimpia ha dormito qui la notte scorsa, nella terra di Alessandro Leogrande, che le fiamme dell’Ilva le ha messe in Fumo sulla città [2013] e Dalle macerie [2018]. Rappresenta la potenza industriale che ha plasmato l’identità di Taranto, ma è stato anche un fuoco distruttivo – il fumo del titolo – simbolo dell’inquinamento, di una crisi sociale e sanitaria della città.
Tutta la scrittura di Leogrande è animata da un fuoco interno di matrice pasoliniana, dicono i critici: una passione civile, mite nei toni, inflessibile nella ricerca della verità e della giustizia sociale
Andreas Harryson
DI ROBERTO LIBERALE
Erano rimasti in gara 16 giocatori dei 128 che hanno iniziato diciannove giorni fa. Ora sono 14, visto che nel frattempo sono iniziati anche gli ottavi di finale.
Alla fine del terzo turno avevano resistito dieci teste di serie, quattro giocatori del gruppo di merito intermedio e due peones, il più sorprendente dei quali è il 50enne svedese Andreas Harrysson, che di mestiere fabbrica e installa infissi per finestre e balconi. Mai uno svedese aveva raggiunto gli ottavi di finale. C’è sempre una prima volta, ma la probabilità che il sogno finisca qui è molto alta, visto che il suo prossimo avversario è oggi il gallese Jonny Clayton, numero 5 al mondo. Ma mai dire mai, in fondo anche Stephen Bunting, testa di serie numero 4, si era fatto battere dal meno quotato James Hurrell.
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Il Teleco-Slalom
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L’ultimo scroll
Che ci fanno le tenniste e i tennisti su OnlyFans
Adesso è chiaro come sia venuto in mente di chiamare la Battaglia dei Sessi l’esibizione di Dubai fra Aryna Sabalenka e Nick Kyrgios. Nel tennis, quella roba là sta diventando un chiodo fisso. OnlyFans si è buttata sui tennisti, o forse sono i tennisti che ci sono buttati dentro OnlyFans. Il fenomeno è in crescita e sta mettendo in imbarazzo le istituzioni. La piattaforma nota per i suoi contenuti erotici e pornografici, sta cercando di rinnovarsi, spostando la sua attenzione su sportivi e celebrità, un po’ per allargare il pubblico e un po’ cambiare la percezione di sé. «Vogliono nuovi profili con atleti, attori, chef. Vogliono tornare a ciò che era all’inizio, come dice il nome, per i fan», spiega la tennista francese Chloé Paquet a L’Equipe. Lei stessa ha aderito un anno fa.
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link
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