La Coppa d’Africa si è fermata a Rabat

 

Il paese

Il calcio dopo l’alluvione

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DI AMIRA IOZZI BOUDERBALA

Sono arrivata a Safi mentre il Maghreb intero si riempiva di bandiere. La Coppa d’Africa aveva appena acceso i bar e i caffè marocchini, e le radio gracchiavano i commenti sulle sorprese del torneo. Ma qui – trecento chilometri più giù di Rabat, sulla costa dove l’Atlantico arriva in diagonale e spesso inaspettato – il tifo non copre il rumore delle pale che raschiavano il fango.

Il 14 dicembre, nel giro di un’ora soltanto, l’acqua è salita fino alle spalle degli uomini adulti. Una piena breve, brutale, dopo sette anni di siccità. La terra aveva dimenticato come si beve. Oued Chaâba, che di solito è solo un taglio secco nel paesaggio, un torrente assente, ha divorato 37 persone. “Un intero spogliatoio” mi ha detto un ragazzo, provando a tradurre il lutto nel linguaggio del calcio per comprenderne la proporzione. Ci sono tragedie che assomigliano a partite sospese, si smette di giocare, ma la paura resta in campo.

Nella medina, tra muri ocra e vicoli storti come dribbling imprevisti, Abdullah mostra la cicatrice della piena, una linea di fango a un metro e ottanta, perfetta come un grafico su cui nessuno vorrebbe leggere il proprio destino. Il retro della sua pasticceria è crollato. Davanti, sacchi di sabbia tengono a bada quello che resta della strada. L’odore è una miscela di zucchero andato a male e mare arrabbiato. “Gli affari torneranno. Le vite no” mormora, abbassando la visiera per non mostrare gli occhi. Parla di Mustafa e Yaakoub, due venditori d’oro, quelli che in un giorno normale mettevano in ordine le loro catenine e sorridevano al suono delle monete. La sera dell’alluvione sono rimasti un istante di troppo nella loro bottega in discesa, la porta non si è aperta più. Quando l’acqua decide di passare, non lascia scampo.

La medina è un labirinto antico e fragile, le scale s’inarcano, le porte giocano in difesa delle famiglie. Saloua, madre di due bambini, ripete tre volte: “Non ci siamo accorti. L’acqua ci ha rimandati indietro”. Ha ancora la voce sospesa tra incredulità e colpa, come se l’istinto non fosse stato abbastanza veloce. Ma nessuno qui aveva previsto una piena così rapida, il cielo non aveva mandato preavvisi, se non quel boato di pioggia che oggi tutti ricordano come un avviso tardivo. Le immagini girate dai telefoni – torri d’acqua che scendono come ali spiegate – sono diventate ora prova e memoria. I bambini le guardano di nascosto.

All’ingresso della città vecchia, separate dal resto di Safi da mura color sabbia, sorgono le cliniche mobili. Dentro, i medici contano bronchiti, febbri, persone che hanno perso non solo le case, ma anche le medicine. Fuori, di notte, chi non ha un parente con un divano dorme avvolto in coperte umide, sotto gli otto gradi di dicembre atlantico.

Una donna mi prende il braccio: «Metti giù tutto, guarda». Entra nella sua casa al buio: i mattoni sono spugnati, il pavimento è diventato mota, i vestiti sono pesanti di acqua. “È solo roba” dice. “Ma chi ce la restituisce?”.

In un vicolo più avanti Mohammed, 16 anni, tenta di ritagliare pagine asciutte dai suoi libri. Il baccalauréat gli si sta sgocciolando dalle mani. I quaderni sono gonfi come palloni d’acqua. “La fisica mi piaceva” dice. E il tempo verbale che adopera è già un indizio del suo futuro. Più sotto, le strade tremano ancora di macchinari. Gli operai dell’industria dei fosfati sono stati chiamati a ripulire la città. Safi lavora per l’economia del Paese con i porti minerari e la ceramica famosa come souvenir nazionale. “La ricchezza passa da qui” dice un vasaio, “ma non si ferma mai”. È come un contropiede che si conclude sempre altrove.

Gli abitanti parlano di canali ostruiti, di cemento piazzato fuori posizione nell’unico varco verso il mare. Le autorità rispondono con inchieste e cronoprogrammi. Nessuno ha più voglia di frasi con il condizionale. Alcuni giovani disegnano graffiti sui muri che si stanno asciugando, sono porte e finestre che si aprono. Spiegano: “Perché qualcuno ci veda”. Una protesta silenziosa ma legittima, come quelle della Generation Z che pochi mesi fa hanno fatto rumore in tante città marocchine, chiedendo meno investimenti per gli stadi e più per gli ospedali. 

I campi della Coppa d’Africa sono drenati decisamente meglio di questa medina millenaria. Nelle pause, i commentatori parlano di pressing e intensità, mentre qui parlano di ricostruzione e crepe. Eppure quando il Marocco gioca, dal porto arrivano urla che rimbalzano sulle case ferite, c’è una gioia che prova a farsi largo se deve tenere i piedi nel fango. Tra gli archi e le porte blu, ogni mattone dice la stessa cosa: che la partita più difficile è quella contro l’oblio. Safi aspetta di poter rimettere la palla al centro. E tornare, un giorno non lontano, a giocare la sua Coppa.

[tip: Le Monde]

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