Lo Slalom del 27 dicembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

sabato 27 dicembre 2025

 #1 giorno a Atalanta vs Inter

 

 

     

►  MATHIEU VAN DER POEL ha vinto la quinta prova di Coppa del mondo di ciclocross su cinque. In realtà non perde una corsa nel fango da quasi due anni. La sua serie è arrivata a 16 corse consecutive. Nel suo carnet ci sono ancora otto gare, compreso il Mondiale del 1° febbraio. 

◇  La Virtus Bologna ha deciso di tenerci davanti alla tv fino alle dieci e mezzo di ieri sera con la sua maxi rimonta contro l’Olympiakos da venti punti sotto. Si è fermata a tre al pareggio [94-97] toccando anche un -1 con una magia di Dorsey. 

◇  L’Equipe ha scelto Ousmane Dembélé e Pauline Ferrand-Prévot come sportivo e sportiva francese dell’anno davanti a Léon Marchand e Charlie Dalin da una parte, davanti a Lois Boisson e Perrine Laffont dall’altra. L’ultimo calciatore a farcela era stato Mbappé nel 2022. Dal 2012 il premio si è sdoppiato per  genere. Per lo sport paralimpico riconoscimenti ad Alexandre Léauté  e Aurélie Aubert.

◇  Federica Brignone è tornata ad allenarsi a Courmayeur, oggi a Semmering c’è il gigante di Coppa del mondo con Sofia Goggia e l’esordio della 17enne Anna Trocker. Domani lo slalom con l’esordio della 16enne Giada D’Antonio. 

   

Non ho mai visto un sacco di soldi segnare un gol

Johan Cruyff

 

      

Mezzo miliardo dopo, il Liverpool deve rifare il mercato

  Ci sono stagioni in cui l’inverno arriva prima del freddo. Il Liverpool lo ha capito a dicembre, quando si sono ammucchiate sei sconfitte prima del Natale e si è trovato fuori dalla corsa al titolo prima di Capodanno, con una Champions che rischia di diventare un ricordo più che un obiettivo. Il mercato di gennaio non era nei piani dopo il mezzo miliardo di sterline speso in estate, ora è un’urgenza. Così dice Jamie Carragher sul Telegraph con un parallelo. Il Liverpool 2025 è il City del 2024. 

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I temi del giorno

 

   

Non ci sono più i Boxing Day di una volta

Una sola partita giocata nel Boxing Day ha destabilizzato il tranquillo mondo conservatore che accompagna la corrente del Tamigi. Il Manchester United ha battuto il Newcastle e tutto è finito lì. Gli allenatori stranieri che affollano la Premier League sono i meno scontenti di tutti. Non sono stati formati dal rito e della tradizione. Vedono solo i benefici di un turno spalmato fra sabato e domenica come di consueto. Ma tutto l’opinionismo più tradizionale è in subbuglio. Jim White sul Telegraph – il più conservatore fra i giornali inglesi – si è stracciato le vesti perché la Coppa d’Inghilterra non gioca più i replay, perché le partite del sabato alle 15 sono quasi estinte, perché la finale di Coppa non chiude più la stagione. E adesso – maledizione – gli tolgono pure l’occasione di sfilarsi dalla famiglia il 26 dicembre. Il Boxing Day è finito dritto nel faldone delle tradizioni perdute.

Cadendo di venerdì, la data è stata sacrificata per obblighi contrattuali. L’accordo con le televisioni prevede un minimo di 33 week-end più cinque turni infrasettimanali. Una sola partita al 26 dicembre è stato il numero più basso dal 1982.  Ma era necessario per centrare i vincoli commerciali: occorreva giocare tra il 27 e il 28. Nel 2026 il Boxing Day cadrà di sabato, e sarà un’abbuffata. Molti in Inghilterra negli anni scorsi si sono lamentati per la scarsità dei trasporti garantita quel giorno. Ha complicato parecchio la vita ai tifosi negli ultimi anni. A Brighton, per esempio, l’Amex senza treni né autobus diventa quasi irraggiungibile. Non troppo tempo fa la soluzione era semplice: si giocavano i derby. Così il 26 dicembre era fatto di distanze minime da coprire e trasferte brevi. Jim White ha scritto che mentre il Boxing Day se ne va, restano solo “vecchi tifosi con un ricordo sbiadito di come erano le cose. Quando, non troppo in là nel tempo, gli azionisti americani saranno maggioranza in Premier League, possiamo esserne certi: torneranno le partite giocate all’estero per far cassa. E quando ci saranno gare decisive a Pasadena, Atlanta o Seattle, i tifosi locali ripenseranno con nostalgia alla fatica di arrivare a St James’ Park a Boxing Day”.

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Le analisi

Mi manda Tebas: dalla Spagna alla Tanzania per esportare calcio

Octavi Anoro non ha ancora compiuto un anno lontano dalle sedi centrali della Liga. Ha lasciato Barcellona senza voltarsi, dopo otto stagioni in cui aveva scalato tutto: da delegato in Giappone a direttore del business internazionale della competizione. Come racconta a El País in un’intervista con Daniel Arribas, «è stata una scuola durissima, ma non mi pento di essere andato via e non ne sento la mancanza». 

Oggi vive a Dar es Salaam, in Tanzania, dove il traffico e il caos allungano ogni distanza. Anche quella dal suo nuovo ufficio, la città sportiva dell’Azam FC, club di cui è appena diventato amministratore delegato.

«Non avrei mai pensato di finire qui, in Africa», dice. A inizio anno lo hanno chiamato con un progetto di cinque mesi, volevano qualcuno «con esperienza e conoscenza del calcio europeo che li aiutasse a mettere ordine nel club». L’idea di sporcarsi le mani, di smettere di consigliare e iniziare a costruire, lo ha convinto. La materia prima lo ha entusiasmato subito. Il resto molto meno.

«Sono un diamante da rifinire, un’auto di lusso a cui manca solo il conducente giusto», avverte. Il potenziale è enorme, ma il club procede senza visione: vive alla giornata, rincorre i problemi anziché anticiparli, non collega settore giovanile, prima squadra e business. E così «ogni anno si perde una quantità enorme di denaro».

La prima urgenza è stata fermare l’emorragia. Anoro ha provato a importare standard europei. Ha scoperto che le resistenze arrivavano da chi avrebbe dovuto sostenerlo. «Qui esistono piccoli poteri interni che trasformano tutto in un caos ingestibile». Smontarli dall’interno richiede costanza e pazienza.

Il contesto non aiuta. La Tanzania non ha mai conosciuto un governo diverso dall’attuale partito al potere, guidato dalla presidente Samia Suluhu Hassan. Anoro descrive un’autorità che si percepisce anche nella quotidianità: «L’accesso ai social è vietato in tutto il Paese», dice, vittima lui stesso degli oscuramenti di Internet decisi per motivi di sicurezza nazionale.

Lo stesso clima si riflette nel calcio. «Una delle prime cose che ho capito dell’Africa è che convivono con un male endemico: la corruzione e il denaro». 

[Boh, in effetti finora è lui che non ha parlato altro che di denaro]. 

Parla di arbitraggi condizionati, designazioni pilotate, società che considerano questi metodi parte della loro strategia 

[Qualche cosa di simile s’è vista anche in Europa, a dire il vero]. 

Una realtà comunque da fronteggiare. «Mi sono promesso di non usarlo mai come una scusa». Eppure firmerebbe di nuovo altre mille volte. Perché l’Azam FC ha una delle migliori cantere del Paese, «e forse di tutto il continente». Un Villarreal d’Africa, dice El Pais. A dicembre – eccallà – ha già definito la prima cessione, un giovane messo su un aereo per la Svezia. Diventerà ufficiale a febbraio. «Qui abbiamo ragazzi, ancora giovanissimi, che hanno qualità per competere con gli under 19 delle squadre più forti in Spagna». Servono basi solide per lottare con Simba e Yanga, le due potenze del calcio tanzaniano. Sono lontani i giorni sotto l’ala di Javier Tebas, sottolinea El Pais. I caratteri e i metodi erano diversi, ma è rimasta una forte riconoscenza di Anoro verso lui e verso Óscar Mayo, con cui ha lavorato quotidianamente. «Javier è sempre stato un uomo d’azione, un visionario che ha conquistato tutto con un lavoro enorme», dice ad Arribas su El País. «Alla fine, sono stato uno dei suoi soldati e non me ne pento. Nonostante le divergenze, gli devo molto».

Il paese

Gli stadi vuoti del Marocco

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 il tema    C’erano migliaia di richieste, code infinite, biglietti introvabili. Ma quando è cominciata la partita dell’Algeria lo stadio era vuoto quasi per metà. «Alcuni di noi non sono venuti perché non volevano vivere la vergogna di non entrare allo stadio visto che era annunciato il tutto esaurito» raccontano due tifosi a L’Équipe. C’erano sedicimila spettatori presenti anziché i 22.000 previsti. La Federazione algerina, la mattina stessa, ha distribuito biglietti davanti all’hotel Marriott e ne ha chiesti di più per la seconda giornata contro il Burkina Faso.

Il problema è emerso anche alla partita inaugurale del Marocco, annunciata come un sold out e poi con migliaia di seggiolini vuoti. Secondo una fonte dell’organizzazione, «il problema è il mercato nero, sia per l’Algeria sia per il Marocco». Con Afcon Ticket e Yallah, lo scambio via telefono non è più automatico e «si sono ritrovati con un sacco di biglietti invenduti».

Il mercato parallelo ha toccato cifre irreali: fino a 500 euro per tagliandi da 50. E quando su Rabat è arrivato il diluvio, molti hanno preferito restare a casa. «Alla Coppa d’Africa i tifosi viaggiano molto raramente, mancano i mezzi». Il prezzo della vita in Marocco non aiuta. Ad Agadir, per riempire gli spalti all’esordio dell’Egitto, le autorità hanno aperto le porte gratis. A livello politico-organizzativo la tensione resta: Yallah richiede un profilo e documenti d’identità, percepiti da molti come un controllo dei flussi d’ingresso nel paese. La CAF non ha chiesto ufficialmente nuove aperture e il ministero dell’Interno marocchino non è incline a concedere deroghe. Martedì la polizia ha smantellato una rete di bagarini: otto arresti. L’organizzazione comunica «affluenze in aumento del 50,6% rispetto alla Coppa 2023». Sono dati da prendere con prudenza, scrive L’Équipe, perché a Rabat il pienone è ancora un obiettivo, non una realtà. 

Intorno alla Coppa – da Marsiglia, Lione, Tolosa, Bordeaux – in tanti colgono però l’occasione per seguire le proprie nazionali e allo stesso tempo godersi il viaggio, una vacanza tra mare, deserto e vita locale. L’Equipe racconta le storie dei tre amici comoriani venuti con 1000 euro di budget tra voli low cost, auto a noleggio, biglietti cercati all’ultimo e giri in quad. C’è una famiglia algerina partita da Lione in auto fino alla Spagna e poi arrivata in traghetto a Tangeri, con un appartamento economico vicino a Rabat. Molti si muovono indipendentemente dalla possibilità di avere un biglietto in tasca. Se c’è bene, altrimenti vanno a vivere l’atmosfera tra fan-zone, concerti e cucina marocchina. I tifosi dall’Africa subsahariana sono meno numerosi, ma ci sono.

Il torneo

Il Marocco fischiato

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La partita con il Mali è finita 1-1 e con una bella fischiata generale, “simbolo della frustrazione di un intero popolo. Il Marocco ha deluso. Anche se di fatto ha un posto assicurato agli ottavi di finale, non è stata certo il tipo di prestazione che può rassicurare per il prosieguo del torneo

È servito un rigore di Brahim Diaz per sbloccare la partita e un altro per vederla finire sull’1-1. Achraf Hakimi è rimasto di nuovo in panchina per l’infortunio. Neïl El-Aynaoui di è detto molto deluso. «Questo risultato non è all’altezza dell’atmosfera creata dai tifosi». Lunedì si gioca con lo Zambia.

L’Egitto è la prima squadra qualificata agli ottavi con l’1-0 sul Sudafrica.

Il torneo

La partita più attesa dei gironi

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  Senegal-Repubblica Democratica del Congo a Tangeri è una delle partite più attese della fase a gironi. A Kinshasa, a settembre, il Senegal ha ribaltato uno 0-2 e si è qualificato per i Mondiali, lasciando al Congo il percorso complicato dei play-off, una ferita ancora aperta. Così nasce l’idea che si tratta di rivincita, anche se i protagonisti invitano a non usare il termine. Il c.t. Sébastien Desabre ricorda che il Congo ha segnato tre dei cinque gol subiti dal Senegal negli ultimi mesi, gli pare un segnale di competitività. Pape Thiaw ha detto: «Forse è la finale del girone, ma la finale vera è il 18 gennaio».

 

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Tendenze

 

 

Il piano per rilanciare il calcio in Grecia

Nel 480 avanti Cristo il re spartano Leonida, con settemila uomini, bloccò un esercito persiano immenso nel varco stretto delle Termopili. È una delle grandi storie di resistenza della civiltà occidentale, con quei trecento pronti a morire pur di non arretrare di un passo. Oggi quella battaglia ritorna — non al cinema – ma nei documenti tecnici della Federcalcio greca. Lo racconta Jacob Whitehead su The Athletic: «Penetrare per uccidere», «compattezza attraverso il lavoro di squadra», «sfruttare lo spazio», «spietati nell’uno contro uno».  Sono i pilastri retorici di un progetto che ha un nome impegnativo. Anagennisi. Rinascita. L’obiettivo è riportare la Grecia in cima al calcio europeo, ricominciando dalla formazione dei giovani. «Ci siamo resi conto che la produzione di calciatori non stava al passo con le esigenze del calcio moderno», dice il presidente della federazione, Makis Gagatsis. «Serviva investire su struttura, formazione degli allenatori, filosofia comune».

Nella memoria del calcio greco c’è quella gloriosa notte di Lisbona dell’estate 2004, un ricordo che abbaglia e immobilizza. La Grecia di Rehhagel vinse l’Europeo come ultimo miracolo sportivo — con i calci piazzati, Angelos Charisteas e una difesa ermetica. Ma l’ultima qualificazione a un torneo internazionale è arrivata per i Mondiali del 2014. 

La Super League è il campionato più vecchio d’Europa, con un’età media 28,5 anni, e solo il 7,5% dei giocatori è cresciuto nel club in cui gioca. Eppure lampi non mancano, come la vittoria della nazionale per 2-1 a Wembley nell’ottobre 2024, o come il successo dell’Olympiakos nella Youth League 2024. Ma la mancata qualificazione al Mondiale 2026 ha acceso la miccia del bisogno di una rinascita. 

The Athletic racconta che la sede della federazione: si trova nella periferia più anonima di Atene. Dietro una porta a vetri smerigliati, con una lavagna gigantesca dentro la stanza, c’è l’ufficio di Konstantinos Vrakas, il capo del progetto Anagennisi. «I calciatori greci hanno talento, ma serve cambiare metodologia, filosofia, allenamento». Con una consulenza esterna formata da ex coach dell’Ajax, l’idea è tornare alla creatività della strada. Ma senza rinnegare l’identità storica del calcio nel paese: compattezza, transizioni veloci, duelli. Le Termopili sono diventate il modello di “smart warrior football”. «Se lavoriamo con serietà, in dieci anni saremo tra le migliori d’Europa. Sembra ambizioso, ma ci crediamo», rilancia Vrakas. Belgio e Portogallo in fondo insegnano: pochi abitanti, massima resa.

La federazione vuole percorsi chiari per i ragazzi e convinzione nei talenti locali. In terza divisione, da questa stagione, devono esserci almeno due under-18 in campo e altri due in panchina. Ci sono stati quasi 300 esordienti in un anno. In Coppa esiste l’obbligo di schierare un under-21 greco sempre in campo. Parallelamente nascerà un nuovo centro tecnico a Paiania, ovviamente sul modello francese di Clairefontaine. «Serve una casa dove costruire», dice il capitano Bakasetas.

Nell’elegante centro culturale di Kallithea, dove Atene ha immaginato la sua rinascita dopo la crisi del 2008, The Athletic ha incontrato Giannis Samaras, responsabile dello sviluppo tecnico. Ha guidato l’accademia del Panathinaikos, conosce promesse e illusioni del calcio greco. E ora ridisegna la grammatica dell’apprendimento: fino a otto anni si gioca solo tre contro tre, per arrivare progressivamente a nove contro nove tra gli Under-15. «Vogliamo togliere l’ossessione del risultato e ridare gioia. Niente rimesse laterali, il gioco riparte palla al piede». La Grecia è stata divisa in 52 associazioni locali e 10 regioni, ciascuna con un centro di eccellenza guidato da un tecnico federale a tempo pieno. È lì che si spiegano i nuovi metodi, si formano allenatori più preparati e si crea un linguaggio comune dalla base alla nazionale. Samaras sta girando il Paese per mostrare come si cambiano le esercitazioni, come si costruisce un giocatore creativo, come si riconosce il talento anche quando è ancora acerbo. Cambiare gli allenatori significa cambiare tutto il resto.

Il futures programme, preso dal modello belga, prevede due squadre Under-15: i migliori del momento e le banane verdi, i talenti ancora acerbi. Tutti gli emergenti hanno ricordi sfocati del 2004. Erano su un’isola, in un albergo, in un villaggio, eppure mmm, Lisbona è un’eco lontana. 

Konstantinos Karetsas, la cotta presa da mezza Europa

Konstantinos Karetsas, per esempio. Ha compiuto 18 anni da poche settimane, gioca nel Genk, e il suo nome è in cima alle liste degli osservatori più importanti. Quando a novembre ha segnato un gol in nazionale contro la Scozia, il cronista di The Scotsman scrisse che all’Hampden Park dovrebbe esserci una targa per ricordare quello che fece Maradona, il primo su scala internazionale, ma adesso anche un’altra targa per lui. Konstantinos. 

È un tipetto da un metro e settanta che se ne va dappertutto. Un’ala destra che come tante rientra sul piede sinistro, ma che sa farlo come poche. Dribbla come una volta, ma è aggressivo come richiedono i tempi. Sempre contro la Scozia a novembre si è tuffato due volte a corpo morto per salvare un gol. The Athletic ha detto che Karetsas mette il suo nome dentro una partita anche quando non ci infila i piedi.

Il futuro è pianificato. «Con mio padre – dice lui – abbiamo programmato tutto: prima affermarmi in Belgio, poi andare in una grande squadra». La sua preferenza va alla Liga. «Ho cambiato mentalità: da accontentarmi di essere nella media sono passato a voler essere il migliore. Michael Jordan mi ispira. Migliorarsi ogni giorno, questo è il punto. Nel calcio hai forse il sessanta per cento di momenti negativi e il quaranta di positivi. Ma quelli positivi non hanno paragoni».

Le sue radici stanno nelle miniere di carbone attorno a Genk. I nonni emigrarono dalla Grecia, il padre giocava a calcio ma ha smesso per far crescere lui e suo fratello minore Yiorgos, anche lui nell’accademia del Genk. Il richiamo della Grecia è nato durante le estati passate a visitare la famiglia. Fisicamente è ancora leggero rispetto agli avversari. Per questo è passato dal Futures Project belga, il percorso per i giocatori ancora acerbi. I suoi modelli sono Messi, Ronaldinho, Neymar, Ronaldo. Oggi Jeremy Doku. Konstantinos si batte contro il calcio tutto uguale: «C’è troppo gioco robotico oggi, non lo sopporto. Devi essere creativo. Questo è il bello».

 

 

 

 

 

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Discussioni

 

Che cosa ci fanno tutti i tennisti a Dubai

La pausa invernale nel tennis non esiste affatto. È un tempo sospeso, ma anche un tempo necessario. Si mette ordine nel fisico e nella testa dopo mesi di viaggi e partite, ma senza un riposo reale, come ha scritto Eloi Thouault su L’Équipe con un’immagine precisa: La pre-stagione nel tennis è un po’ come un quaderno delle vacanze per gli scolari. C’è chi si perde e si spende nelle esibizioni, dagli Stati Uniti all’India, alla Corea; c’è chi prova dei colpi nuovi in un contesto leggero, quasi ludico. E c’è chi invece imposta giornate quasi militaresche, senza una partita all’orizzonte ma con la sensazione di guadagnare metri sul futuro, “si tuffano a capofitto negli esercizi: volumi di allenamento, sedute di corsa, potenziamento. Come quegli alunni diligenti che compilano con cura ogni pagina del quaderno estivo. E questa “aula” ha un indirizzo ben noto negli ultimi anni: Dubai.

Dubai è quel posto dove giocatori di livelli diversi si allenano gomito a gomito, ci sono campi di cemento ovunque e ci sono palazzetti climatizzati per lavorare al chiuso quando il sole diventa una barriera. «A Dubai c’è un contesto ideale — conferma Harold Mayot a L’Equipe – è il posto perfetto per abituare il corpo al caldo, in vista dell’Australia dove le condizioni sono spesso estreme e complicate». È il primo Slam a muovere la programmazione. Siamo nel tempo in cui si controllano i dettagli perché la differenza tra un gennaio brillante e un febbraio buio può stare in una scelta fatta ora. L’Equipe racconta che tanti approfittano delle settimane di pausa per testare materiali nuovi: racchette, tensioni, corde. Perché farlo a stagione in corso è spesso rischioso. Sono dettagli invisibili al pubblico, ma che possono fare tutta la differenza. Sono quei micro-aggiustamenti che diventano essenziali. Come le buone ripetizioni prima del rientro a scuola. 

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Interpreti

 

     

Jean-Louis Gasset

Ha attraversato panchine, spogliatoi, uffici e schermi televisivi con la stessa naturalezza. Jean-Louis Gasset dava forma al calcio standoci dentro. Per capire chi è stato bisogna partire da Montpellier, un’origine e una traiettoria. Ha vissuto dieci anni da giocatore con quella maglia e tre ritorni da allenatore, sempre con la stessa dedizione. Un monumento del calcio francese se n’è andato ha scritto So Foot. Léna Bernard dice che Gasset non ha mai saputo voltare pagina davvero. Aveva detto che Marsiglia sarebbe stata la sua ultima panchina, l’ultima fatica, ma quando Montpellier lo ha chiamato perché la stagione barcollava, ha ripreso il suo posto, si è fatto trovare dove era giusto che fosse, dov’era sempre stato – lui che viene definito un appassionato inveterato

Il suo tratto distintivo era la capacità di intervenire quando tutto stava cedendo, come dimostrano la salvezza con il Caen, la promozione con il Montpellier, la corsa del Saint-Étienne fino al quarto posto. L’ultimo grande gesto venne dalla Coppa d’Africa di due anni fa, quando lasciò la Costa d’Avorio nel mezzo del torneo, convinto che la scossa potesse venire da un altro. Il suo vice, Emerse Faé, avrebbe vinto il torneo. Un colossale contrappasso e un meraviglioso paradosso per un uomo che per metà della sua storia è stato l’elogio vivente dell’allenatore aggiunto, il vice che dà equilibrio e precisione a un progetto. Luis Fernandez lo aveva voluto con sé a Parigi e a Barcellona. Laurent Blanc ne fece il proprio complemento ideale vincendo il titolo Bordeaux campione, poi in nazionale, poi nel PSG che vinse tutto ciò che c’era da vincere in Francia. Gasset ha avuto una carriera piena e riuscita. Per questa stagione aveva scelto di raccontare la Ligue dal canale della lega, una distanza piccola, controllata. La partita tra Paris FC e Auxerre alla 14esima giornata è stata la sua ultima apparizione nel calcio francese.

Bernard Lions su L’Equipe ne ricorda la voce roca, la sua inclinazione a essere al tempo stesso allegro e sbrigativo. La Costa d’Avorio aveva esaudito il suo ultimo desiderio di guidare  una selezione. A casa, ogni mattina, spostava magneti con i nomi dei giocatori africani sul frigorifero, progettando schemi e convocazioni. Il quotidiano francese gli ha dedicato la copertina e le prime sei pagine: Una vita al servizio del calcio.

John Robertson

  Chi lo ha visto allenare negli ultimi anni, rotondo, imperturbabile, geniale nei dettagli, conosceva solo una parte della storia. John Robertson è stato uno dei più grandi talenti del calcio europeo, un esterno mancino che faceva sembrare tutto semplice. Ewan Murray sul Guardian dice che il calcio scozzese ha perso un esemplare unico, che per modestia non ha mai ricevuto i meriti che gli spettavano nella sua terra.

Un sottovalutato. La Scozia non lo ha mai celebrato quanto avrebbe dovuto. L’Inghilterra sì. Il Nottingham lo ha adottato da subito. Brian Clough gli cambiò posizione e settimana dopo settimana gli trasformò la carriera. Era ambidestro, anche se molto più devastante con il sinistro, capace di cambi di ritmo sorprendenti in cinque metri e di cross strepitosi. Era l’esterno sinistro che rendeva facile l’improbabile.  Aveva uno stile molto diverso da quello di Denis Law e Kenny Dalglish, eppure non dovrebbe sembrare un sacrilegio sentir dire che fosse un loro pari.

Sulle spalle portava l’etichetta ingannevole di pigro. Era il contrario. Un genio trascurato, capace di scatti che disorientavano. Clough gli diede fiducia assoluta, e Robertson gli restituì due Coppe dei Campioni. In quelle notti fu tra i migliori d’Europa. Ventotto presenze in nazionale sembrano un’ingiustizia statistica. La forza di Robertson come allenatore – racconta ancora il Guardian – consisteva nel guadagnarsi la fiducia delle persone, senza darsi arie, senza finzioni, capendo il gioco e chi lo interpreta”. 

Martin O’Neill ne ha fatto un punto fermo delle sue panchine: Wycombe, Norwich, Leicester, Celtic, Aston Villa. Sempre insieme. Robertson formava, ascoltava, sorrideva. Tut­to mentre portava addosso tragedie che ha tenuto quasi sempre per sé. Ha perso un fratello e una cognata in un incidente, una figlia troppo presto. Nottingham è stata la casa adottiva per un eroe adottato.

In quella casa adottiva, Garry Birtles è stato uno dei suoi compagni e stamattina sul Telegraph lo ricorda così: Era l’unico tra noi che avrebbe potuto giocare nel grande Liverpool di quel tempo. Nelle sfide in campionato e in Coppa dei Campioni, Jimmy Case e Phil Neal andavano a raddoppiare la marcatura su di lui. Eppure lui trovava un modo per inventare qualcosa. Come non abbia ricevuto voti per il Pallone d’Oro o più presenze con la Scozia è assolutamente ridicolo, scrive Birtles. Non aveva troppa voglia di passare l’estate in ritiro e prima delle partite dallo spiraglio della porta del bagno usciva il fumo di una sigaretta. Ma Brian Clough si fidava di lui completamente. Era un genio anche nella vita di tutti i giorni, dice Birtles. Nel 2015, prima di andare alla prima di I Believe in Miracles a Cannes, si rese conto di aver messo due scarpe diverse. Due mocassini differenti, infilati al buio. Amava le battute, la musica, soprattutto i Rolling Stones. Conosceva le parole di tutti i loro testi. A Nottingham c’è un gruppo di ex giocatori che si incontra ogni giovedì, si chiama il Thursday Club. Anche quando la salute peggiorava, lui c’era. Peter Shilton ha detto: «Sono devastato. Le nostre riunioni non saranno più le stesse». Martin O’Neill lo ha definito «uno speciale compagno di viaggio». Ashley Young ha scritto: «Hai portato la mia carriera a un altro livello». Chris Sutton ha aggiunto: «Un genio, una leggenda, un uomo spiritoso e un grande amico. Ci mancherà tantissimo». Oggi il Nottingham lo ricorderà come merita prima della partita con il Manchester City. 

  ore  13.30    su Sky Sport

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Ben Simmons si è dato alla pesca

Ben Simmons ha trovato una nuova squadra — ma è in mare, non sul parquet. L’ex prima scelta assoluta del Draft 2016, uno dei cardini del vecchio Process di Philadelphia, è il nuovo proprietario dei South Florida Sails Angling Club, una squadra della Sports Fishing Championship, la lega della pesca d’altura fondata nel 2021.

Nato a Melbourne, cresciuto a Newcastle, Simmons diceva fin da banbino che la pesca è la sua gioia, la sua pace, la sua felicità. Lo spiegava a Haute Living. In un video su YouTube nel 2020 e nel 2024. Ha lanciato un marchio d’abbigliamento — il Reel One Fishing Club — e ora arriva quell’investimento che «significa avere la responsabilità di farla progredire. SFC sta creando una piattaforma che tratta la pesca offshore come lo sport d’élite che è».

La SFC schiera 16 club, da Texas e Louisiana fino al New Jersey e al Massachusetts, in un circuito professionistico che attira atleti-investitori: Scottie Scheffler, Austin Dillon, Raheem Mostert, Talor Gooch, Brian Kelley. Mark Neifeld, commissioner della lega, commenta: «Quel che unisce tutti i nostri proprietari è un autentico amore per la pesca».

Il rapporto di Simmons con il mare parte dall’Australia: «Anch’io scendevo sulle rocce per lanciare l’esca, anche se prendevo solo pesci piccoli». Ha caricato su YouTube alcuni video di pesca nel 2020 e poi nel 2024, quando si vede che cosa significhi per lui uscire in mare aperto. Da quella idea è nato anche un suo brand, Reel One Fishing Club. «Ogni estate prendevo una casa a Miami, sull’acqua». Una scelta che racconta l’evoluzione del suo rapporto col mare: prima un rifugio, poi una parte stabile della sua vita americana. Fuori dalla Nba dal taglio dei Nets, dopo un passaggio ai Clippers [18 partite, 2.9 punti di media], Simmons — 29 anni, tre volte All-Star — spera di tornare «a metà stagione o l’anno prossimo». Così ha detto ad Andscape. Per ora, la sua nuova squadra naviga.

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Oggi

     

 

la prova del nove  La Fiorentina a casa di Carlos Cuesta

La Fiorentina cerca continuità dopo essersi sbloccata con i cinque gol all’Udinese. La trasferta a Parma è un test, un’occasione e una trappola. Il Guardian ha intervistato Carlos Cuesta raccontantandone la storia di più giovane allenatore della serie A dal 1939. Metà della sua breve vita è stata spesa a costruire questo momento, con la consapevolezza maturata nella tarda adolescenza che nessun’altra vocazione sarebbe stata adatta ha scritto Nick Ames. Lui è spiritoso. Dice che «forse un giorno mi porterà alle Maldive», bandito dalla scena, a rigirarsi i pollici su una spiaggia. «Ma sarebbe poi così male? Potrebbe essere meglio o peggio, dipende da quando o perché. Se è perché lo vuoi tu, o se è perché qualcuno ti ha detto di andarci». Cuesta racconta al Guardian che lasciare l’Arsenal è stata la decisione più difficile della sua vita. A volte Cuesta – scrive il giornale inglese – si ritrova ad alzarsi all’alba e a finire il lavoro alle 22, anche se cerca almeno di lavorare da casa la sera. Le lunghe ore di lavoro sono una caratteristica ereditata da Arteta, anche se Cuesta nel tentativo di salvare il Parma dalla retrocessione potrebbe essere costretto a mettere in campo una squadra rinunciando al suo idealismo

luna park   La Juventus con la faccia di Spalletti

  Il rinvio delle partite delle quattro squadre di Supercoppa ha ristretto di nuovo la classifica come una coperta di Linus lavata con un detersivo diverso dal Soflan. Per i distratti: Inter 33, Milan 32, Napoli 31, Roma 30. Con una vittoria nell’anticipo serale a Pisa, la Juventus può portarsi a 32 mettendo in scena un nuovo mucchio selvaggio. In realtà con due partite in più sarebbe una simulazione. Ma guardarla in grafica farebbe un certo effetto. Paolo Condò sul Corriere della sera fa notare come la squadra sia stata trasformata dal cambio in panchina Tudor-Spalletti, come testimonia la media punti/gara salita da 1.5 a 2. Senza tirare la croce addosso all’allenatore croato, che in primavera ebbe il merito di portare la squadra in Champions, sappiamo che lo scorso giugno la sua conferma avvenne anche per la fretta di avere una panchina stabile al Mondiale per club (15 giugno). Senza quell’impegno, o se Spalletti fosse stato libero già in quei giorni (il congedo dalla Nazionale è del 9 giugno, tempi chiaramente troppo stretti), è consentito immaginare la Juve qualche punto più in alto di dove si trova oggi. Da un mese a questa parte la Juventus ha vinto sei partite su sette, tutte tranne con il Napoli al San Paolo. È del tutto evidente che se continua con questo passo per tutto il mese di gennaio, la partita del 25 di nuovo contro il Napoli avrà ben altro peso. Si vedrà.

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L’ultimo scroll

   

Il 2026 sarà l’anno di Trump. Ancora

Donald Trump ha passato una parte notevole dell’ultimo anno lontano dalla Casa Bianca e allo stesso tempo ovunque. È stato negli stadi, nei palazzetti, negli autodromi, su campi da golf e piste di NASCAR. Lo ha fatto così spesso da farlo sembrare un dovere d’ufficio. “Nel 2025 ha aleggiato sullo sport come nessun politico americano prima di lui,  ha scritto Bryan Armen Graham sul Guardian. Ma “preparatevi al 2026”, perché l’anno che arriva è quello in cui la presidenza americana “non si limiterà più a intersecare lo sport, ma minaccia di inglobarlo”.

Il tour sportivo di Trump è cominciato meno di tre settimane dopo il secondo insediamento. È stato il primo presidente in carica a farsi vedere al Super Bowl, poi alla Daytona 500 con l’Air Force One a sorvolare il circuito e The Beast a fare i giri di parata. Lo abbiamo visto al wrestling NCAA di Philadelphia, all’UFC di Miami e nel New Jersey, tutto sempre con coperture entusiaste su Fox News. Alla finale del Mondiale per Club c’era, e si infilò dentro la foto del Chelsea, con un «rifiuto di cedere spazio che sembrava un’animalesca affermazione del territorio”. Era alla Ryder Cup di Bethpage, era agli US Open con una censura preventiva alle proteste. E quando si è presentato a Yankees-Tigers e all’Army-Navy Game a Baltimore, tutto è stato diventa chiaro che non si trattava di svago, ma era strategia.

Il momento più eclatante, ricorda il Guardian, è stato il sorteggio del Mondiale 2026. Con la consegna del premio FIFA per la pace. Un colpo di grazia a quel che restava della parodia”. 

Graham spiega allora che Trump usa lo sport come una fiera di contea permanente:, “le walk-in sono comizi distillati nella loro forma più efficiente”. Fischi e applausi hanno lo stesso valore. Sceglie arene dove essere acclamato, o posti dove il dissenso appaia elitario. E “in un paese dove la cronaca politica ha assorbito la grammatica del Monday Night Football” spettacolo e movimento diventano tutto.

Non è una novità storica. Il Guardian ricorda esplicitamente l’uso che Mussolini fece nel ’34 della Coppa del mondo, l’uso che Hitler fece nel ’36 delle Olimpiadi, l’uso che Franco fece del Real Madrid, “stessa zuppa, ciotole diverse”. Lo sport come fabbrica di legittimità. Ma per Trump, nota il Guardian, “non riguarda solo la folla”. Il vero lavoro avviene dietro le quinte, dove vede dirigenti, proprietari, network, miliardari. La suite Rolex agli US Open è stata la casa della diplomazia morbida. Miriam Adelson, proprietaria dei Mavericks gli ha versato 100 milioni nella rielezione e ne ha promessi altri 250 se correrà nel 2028. Inoltre “ha trasformato un tema di nicchia come la partecipazione delle donne transgender nello sport in un’arma elettorale”, come furono i referendum sui matrimoni gay ai tempi di Bush. Lo sport come proxy delle guerre culturali: funziona. E ora arriva il 2026. Con il Mondiale maschile di calcio negli Stati Uniti, “una festa globale che Trump cercherà di usare per la validazione internazionale che ha sempre desiderato”. Il suo legame con Infantino è una garanzia di palcoscenico. Il quarto giorno della Coppa del Mondo è già prenotato, sarà il giorno nel quale cadrà l’ottantesimo compleanno del presidente.

“Lo sport fornisce folla, telecamere, patriottismo rituale e miti pronti all’uso”. Dà a Trump stadi ideali per dei comizi e corridoi che diventano salotti per donatori, sono posti dive ricoprire il ruolo perfetto, “non di capo del ramo esecutivo, ma ringmaster-in-chief”.

Continuerà a comparire, dice il Guardian, sarà inquadrato ovunque, sarà indifferente ai fischi, esaltato dagli applausi, “costituzionalmente incapace di rifiutare un altro maxischermo. Lo sport dà a Trump tutto ciò che vuole». E il prossimo anno ne prenderà ancora di più”.

 

 

Il bambino e Van der Poel

L’adulto ha una maglia che pesa anni di fango e voli in curva, cadute e arcobaleni. Il piccolo ha molto di meno e molto di più, ha una meraviglia enorme, più grande del suo berretto. L’adulto si china come se dovesse agganciare i pedali, il piccolo gli parla con gli occhi.

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