Il bambino e Van der Poel

 

Il bambino e Van der Poel

L’adulto ha una maglia che pesa anni di fango e voli in curva, cadute e arcobaleni. Il piccolo ha molto di meno e molto di più, ha una meraviglia enorme, più grande del suo berretto. L’adulto si china come se dovesse agganciare i pedali, il piccolo gli parla con gli occhi, con un pass al collo, con gli occhi spalancati davanti a chi deve aver visto solo in TV e adesso è là, si trova a mezzo metro. È uno scambio di stupore al contrario. Il bambino scopre che il campione è reale, il campione che qualcuno lo guarda come un supereroe. C’è qualcosa di profondamente giusto nel poter misurare tutta la fatica che hai fatto e vedere che ne valeva la pena, perché vedi dove arriva. Una carriera è di chi la vive, una magia è di chi la guarda. «Davvero si può diventare così?» sta pensando quel coso bardato contro il freddo. «Davvero si può — ed è la parte più bella del gioco», sta ridendo Mathieu Van der Poel alla quinta vittoria dell’anno. È una stretta di sguardi che dice di un patto. Tu continua a crederci, io continuo a pedalare.

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