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# 2 giorni a Moldavia vs Italia
► JOHN ELKANN ha replicato a Lewis Hamilton che in Brasile aveva parlato di risultati della Ferrari da incubo. Ha detto che i piloti si devono concentrare sulla guida e devono parlare meno. Certe volte uno lo deve ripetere pure in autostrada, guarda avanti, non ti girare, non ti distrarre, abbassa il volume della radio. Il Corriere della sera lo chiama “attacco rosso”
◇ Al Masters di Torino due persone sono morte di infarto nel giro di poche ore. Prima un uomo di 70 anni davanti al Fan Village, poi uno di 78 sugli spalti. I risultati: Jannik Sinner ha battuto Auger-Aliassime per 7-5, 6-1, Lorenzo Musetti ha perso con Fritz 6-3, 6-4
◇ L’Atalanta ha impanato Ivan Juric e lo ha ingoiato. È saltata così la quarta panchina della serie A, la prima dove avevano un ‘idea prima di cambiare. Complice la sosta del campionato, a Bergamo non hanno avuto bisogno dell’interim come alla Juventus [Brambilla fra Tudor e Spalletti], al Genoa [Criscito fra Vieira e De Rossi] e alla Fiorentina [Galloppa fra Pioli e Vanoli]. È arrivato Raffaele Palladino.
◇ Come diceva Luca Cupiello deve essere l’aria frizzantina del Natale che si avvicina. Così a Napoli c’è De Laurentiis che deve smentire l’aria di dimissioni intorno ad Antonio Conte, mentre alla Lazio hanno dovuto scrivere in tutta fretta un comunicato per dire che Maurizio Sarri – ecco – non voleva proprio affermare che gli arbitri italiani sono scarsi e che ci vorrebbero degli stranieri. Ivan Zazzaroni sul Corriere dello sport-stadio l’ha definita “la smentita di conferma”. Per il resto in serie A tutto bene.
◇ Roberto Mancini pare vicino all’Al Sadd. Ha tanto aspettato, nessuno lo ha chiamato e sta facendo il biglietto per andare in Qatar. Il c.t. attuale invece ha aperto la nuova finestra imternazionale e non ci ha fatto capire se vuole essere Bernardini o Bearzot. Il primo chiamò una sessantina di giocatori in un paio d’anni – anche dalla C – per capire cosa ci fosse in giro. Il secondo aveva un gruppo suo e non lo cambiava mai. Gattuso non si sa: dice che guarda tutti [pure Berardi e Zaniolo] ma poi aggiunge che gli piace lavorare con i soliti. Pazienza.
◇ In NBA la solita notte di record e prodigi. I Lakers hanno vinto sa Charlotte con 38 punti di Doncic. San Antonio è passata a Chicago con 38 di Wembanyama e 18 solo nel quarto periodo. Tre canestri sulla sirena hanno deciso tre partite: la sintesi della notte di Sky Sport
Torino mi sembrava una grande fortezza dalle mura ferrigne
Elena Ferrante
Neppure il Masters sorride più alla ex NextGen
C’è stato un tempo nel quale la NextGen non riusciva i scalzare i Tre Re Maghi dai troni degli Slam ma si sollazzava al Masters. Ne avevano fatto il loro rifugio, la tana dei desideri, il posto dove gli veniva più facile prendersi la gloria, almeno quel pezzetto di fine anno, quando tutti sono più stanchi. Le finali ATP sono state a lungo un santuario per la generazione di mezzo, scrive Charlie Eccleshare su The Athletic. Anche questo non è più vero. Non quest’anno. Dei giocatori cresciuti sognando di succedere a Federer, Nadal e Djokovic, solo uno è rimasto tra gli otto migliori del mondo: Alexander Zverev. Gli altri — Medvedev, Tsitsipas, Thiem — si sono persi lungo la strada, schiacciati dalla nuova ondata capeggiata da Carlos Alcaraz e Jannik Sinner. Se si sommano i due nuovi dittatori agli altri tre, trentatré degli ultimi trentacinque Slam non hanno avuto altri padroni.
Zverev ha vinto le edizioni del 2018 e del 2021, ha giocato tre finali Slam senza mai un trofeo e dopo la sconfitta all’Australian Open di gennaio non ci è più ripreso. Ha detto di «di sentirsi molto solo e di aver perso la gioia in tutto ciò che fa». In estate ha cercato rifugio all’Accademia di Nadal, che gli ha consigliato di non chiudersi nei momenti chiave. Ha provato ad ascoltarlo, ma è arrivato a Torino con una caviglia gonfia e dopo una nuova sconfitta pesante contro Sinner: 6-0, 6-1. I numeri della classifica ATP sono quasi incredibili. Il numero mille al mondo è più vicino al numero #3 Zverev di quando Zverev sia vicino ai primi due. Gli altri sono stati catturati da un buco nero. Tsitsipas è stato fermato da un infortunio alla schiena e dal cambio di racchetta che doveva rilanciarlo. Medvedev è scivolato in una stagione incerta dopo l’illusione di un ritorno in forma. Rublev ha ammesso di sentirsi «bloccato nella top 20, trascinato verso il basso dai più giovani». Tutti, più o meno, condividono la stessa malinconia: l’idea di essere arrivati tardi, di aver mancato il treno che doveva portarli nel futuro.
Eccleshare ricorda che nel 2017, alla prima edizione delle Next Gen Finals, Zverev, Medvedev e Rublev erano il simbolo del nuovo tennis. Otto anni dopo, quell’immagine “somiglia più a un ricordo di un sogno frustrato che a una previsione del futuro”. Tsitsipas era una riserva e chiuderà la stagione con la peggior classifica dal 2017, le due finali Slam perse contro Djokovic sembrano appartenere a un’altra epoca. Torino è il luogo del rimpianto, “il santuario della generazione sandwich — conclude Eccleshare — è diventato un memoriale per ciò che non è mai stato”.
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L’esordio degli italiani al Masters
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Il Masters made in Italy è cominciato con una sconfitta di Lorenzo Musetti con Taylor Fritz. Piero Valesio su Doman si occupa delle indiscrezioni che girano sulla prossima stagione, quando nel team dovrebbe entrare José Perlas, ex coach di Fabio Fognini, specializzato per la terra rossa. Domani pensa che un “vero artista del tennis contemporaneo dovrebbe puntare a migliorare sulle altre superfici, dove si disputa oltre il 70 per cento delle partite”. In compenso, Jannik Sinner ha battuto Auger-Aliassime e tutta la nazione è sollevata, può esultare perché in tribuna c’era pure la fidanzata Laila [che è un po’ romanzo rosa e un po’ Star Wars] – e lei è davvero innamorata, si vede da come lo guarda, e allora noi siamo tutti felici di saperli felici ‘sti ragazzi. Le cronache sono un po’ reticenti sulle posizioni assunte a letto dai ragazzi quando si scambiano amore carnale, ma può darsi non sia riluttanza, può darsi proprio che vogliano arrivare illibati al matrimonio, altrimenti è chiaro che qualcuno ce lo avrebbe già raccontato.
Oh, se invece casomai dovesse interessare la partita, Ivan Ljubicic su Sky ha detto che appena Sinner riesce a mettere entrambi i piedi in campo, fa impressione. La sua potenza è generata dal fatto che sia rilassato e in equilibrio, si vede che era uno sciatore. Ha velocità e potenza in tutti i colpi, ormai non c’è più un punto debole.
Le partite di oggi
ALCARAZ VS FRITZ
Alcaraz affronta Fritz in una partita fra la potenza e la varietà. Alcaraz resta il riferimento del tennis moderno per capacità atletica e inventiva: sa cambiare ritmo, aprire angoli e costruire punti lunghi con una precisione chirurgica. Fritz è un gigante del servizio e della profondità, capace di controllare il centro del campo con colpi piatti e accelerazioni improvvise. Sarà un duello tra spinta offensiva e gestione del ritmo. Alcaraz cercherà di muovere Fritz lateralmente e di infilare soluzioni imprevedibili con rovesci incrociati e palle corte, l’altro tenterà di far prevalere il servizio nei momenti chiave.
MUSETTI VS DE MINAUR
Musetti è un tessitore di variazioni e tocchi, capace di modificare velocità e direzione come pochi altri nel circuito. De Minaur costruisce il suo tennis su rapidità, difesa e capacità di ribaltare ogni scambio in pressione sull’avversario. Il poster della partita: la fantasia contro la consistenza. Musetti cercherà angoli stretti, slice e accelerazioni improvvise, spingendo De Minaur a errori forzati. L’australiano punterà sulla risposta fulminea e sulla capacità di reggere il pressing.
Aryna Sabalenka non sa perdere
Aryna Sabalenka ci è ricascata. Non riesce a perdere con grazia. È la giocatrice più vincente del 2025 ma chiude la stagione con l’etichetta di pessima loser. Battuta da Elena Rybakina, privata di una assegno da oltre tre milioni di dollari, aveva il volto rigido, attraversato da quella furia che altre volte aveva mostrato. Ne ha scritto Simon Briggs sul Telegraph facendo notare che “per la quinta volta in nove finali, è tornata a casa con la coppa sbagliata. E in almeno tre di quelle occasioni, la grazia e il fair play non facevano parte del bagaglio”.
Briggs elenca i casi, e l’inventario è impietoso. A gennaio, finale degli Australian Open: sconfitta da Madison Keys, Aryna posa il piatto d’argento a terra e — tra risatine e gesti mimati con il team — finge di farci la pipì sopra [se ne parlava qui]. A Parigi, dopo la finale persa con Coco Gauff, si è rifugiata in un’ironia cosmica: «A volte sembrava che colpisse la palla con la testa della racchetta, come se qualcuno da lassù stesse ridendo e dicendo: vediamo se ce la fai a reggere». E a Riyad, dopo l’ultima caduta con Rybakina, le telecamere l’hanno ripresa mentre diceva al suo sparring Andrei Vasilevski: «Anche un bastone spara una volta all’anno».
La risposta è indiscutibile, scrive Briggs. Non sa perdere, ma aggiunge subito che non è detto sia un male. Sabalenka è un personaggio senza filtro, una che vive ogni colpo con la stessa intensità con cui affronta le sconfitte. “Non vedo perché dovrebbe diventare una vittoriana all’improvviso e stringere mani con compostezza dopo una delusione simile”.
Certo, il giornalista del Telegraph ammette una contraddizione. Lo irrita Alexander Zverev, che dopo ogni sconfitta tende a negare il merito all’avversario. Come a Roma, quando disse di Lorenzo Musetti che «il livello si è abbassato molto oggi… la vittoria dipende molto dagli errori altrui». Tuttavia gli pare che Sabalenka sia diversa. Ha ironia, umanità, persino autoironia. Quando si accorge di aver esagerato, chiede scusa. Dopo il Roland-Garros, ha pubblicamente ammesso l’errore e chiesto a Gauff di allenarsi insieme a Wimbledon: “un modo molto moderno di seppellire l’ascia di guerra”, nota Briggs, ricordando il loro balletto su TikTok.
Non sarebbe neppure la prima grande campionessa a faticare con l’idea che qualcun’altra possa esserle pari. “Serena Williams trasmetteva la stessa energia”, ricorda Briggs, citando la celebre conferenza stampa del 2009 in cui smontò Dinara Safina con uno sguardo. Le grandi hanno sempre una vena di arroganza, Sabalenka è convinta di essere non solo la migliore, ma anche “la più potente, quella che deve sempre avere la partita sulla racchetta”.
Il problema è che il mondo intorno sta cambiando. Rybakina, quando prende il ritmo, può risponderle colpo su colpo. Amanda Anisimova, con un rovescio di seta, sta emergendo come una nuova seria minaccia. Eppure — considera Briggs — Rybakina non lo entusiasma: gli pare troppo algida e imperturbabile. “Quando vince sembra più contenta di aver trovato parcheggio in centro che di aver conquistato quattro milioni di sterline”. Molti, dice, la ammirano proprio per quella compostezza. Ma è nella varietà che il tennis femminile di oggi trova la sua ricchezza. C’è Rybakina la regina di ghiaccio; c’è Anisimova l’elegante e precisa; c’è Paolini minuta e luminosa; c’è Swiatek dura come la pietra. E poi accettiamo che ci sia Aryna la tigre, aggiunge, “piena di rumore e aggressività impulsiva”. Un cast di personaggi irripetibile. Ed è anche per questo che — conclude Briggs — “il 2025 è stato un anno così affascinante”
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La Macchina del tempo
La svolta di Stoccolma: Panatta comincia a essere Panatta
A Stoccolma, nel novembre del 1975, Adriano Panatta è un tennista che cammina lungo quel filo sottile che separa il talento dal mestiere. Fino a poco prima sembrava destinato a restare un artista irregolare della racchetta, uno di quelli che fanno sognare e disperare insieme. Ma quella settimana, scrive Rino Tommasi l’11 novembre di mezzo secolo fa sulla Gazzetta dello Sport, “il nostro campione è esploso ancora, e in maniera più clamorosa”.
Panatta sta diventando Panatta, ma ancora non lo sappiamo. La primavera successiva sarà quella della sua gloria tra Roma e Parigi. Dopo Madrid e Barcellona — dove aveva battuto Borg, Vilas, Orantes e Fillol — era inciampato a Teheran e Parigi. Sembrava di nuovo un tennista di parentesi brillanti. Invece arriva novembre, va in Svezia e trova una misura nuova: al torneo di Stoccolma prima batte Meiler, poi Arthur Ashe, in finale Jimmy Connors. Non un Connors qualsiasi, ma il numero uno del mondo, l’uomo che aveva appena travolto Björn Borg. “In finale un giocatore dà sempre tutto – scrive Tommasi – perché vincere fa piacere anche a chi vi è abituato”.
Lo scrive per dare ancora più valore all’impresa di Panatta, che molti accusavano di vivere di genio e giorni buoni. Per batterlo, dice Tommasi, “non basta sapere di essere in forma: bisogna anche sperare che lui non sia in giornata di grazia”. È la sintesi del suo mistero: un talento purissimo, mai del tutto addomesticato. Ma a Stoccolma qualcosa cambia. Costretto a giocare più tornei per inseguire la qualificazione al Masters, Adriano scopre la disciplina della continuità. “Si sa che Panatta aveva in programma di fermarsi dopo Parigi – nota Tommasi – ha proseguito solo per conquistare uno degli otto posti disponibili per il Masters Tournament”. Da quella necessità nasce una rivelazione.
Tommasi osserva che Panatta è ormai in grado di vincere su qualunque superficie: terra o veloce, poco importa. Il suo tennis è diventato adulto, capace di misurarsi con Ashe e Connors come con Vilas e Orantes. L’11 novembre nella classifica Grand Prix è nono, ma con Connors assente al Masters la porta quel giorno è aperta. È già un segnale: il talento comincia a pensare da professionista. Tommasi chiude con la certezza di aver visto una svolta: “Non v’è dubbio che, sulla forma del momento, Panatta meriti un posto fra i primi cinque-sei giocatori del mondo”. E subito dopo, l’invito a imparare a considerarsi di un’altra dimensione. “Vittorie come queste non dovranno più avere il sapore polemico della rivincita e della riabilitazione, ma quello più consapevole della soddisfazione”.
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I temi del giorno
Guardiola e la tentazione di lasciare Manchester in estate
Pep, ma allora te ne vai? Andrai davvero a fumare i tuoi sigari altrove? Davvero dopo aver celebrato le mille panchine su quella del Manchester City, andrai a vedere l’effetto che fa da un’altra parte? Il suo addio è di nuovo un’ipotesi forte, nonostante le dichiarazioni d’amore che Guardiola diffonde ogni volta che si parla delle 115 violazioni alle norme dei fair play finanziario. Due anni fa ha detto che avrebbe guidato il City anche in serie C.
All’Etihad, i tifosi hanno tirato fuori lo stesso striscione visto tredici mesi fa: «Volem que et quedis» — vogliamo che tu resti. Allora Pep rispose firmando un rinnovo fino al 2027. Oggi una partenza nel 2026 non sembra più un’ipotesi remota. “Chi conosce la situazione ammette che un addio al termine della decima stagione è possibile”, scrive Paul Hirst sul Times. Dieci anni sono un’era geologica per un uomo che a Barcellona si fermò per quattro stagioni, uno che in questo posto ha già vinto tutto, non gli resta niente da raggiungere solo da aggiungere.
Dopo 18 trofei in nove anni, ha il diritto di scegliere come e quando lasciare – dice il Times. Ha portato il club a un livello mai visto, dentro e fuori dal campo. Ha superato la tempesta della stagione senza titoli, la finale di Champions persa con il Chelsea, le critiche. Ora ha trovato un nuovo equilibrio: Begiristain ha lasciato il posto a Hugo Viana come direttore sportivo, “un sostituto che ha saputo entrare nel gruppo di lavoro condividendo tavolate, caffè e discussioni tattiche”. Anche la vita privata si è stabilizzata: i figli crescono, con Cristina — la ex compagna — i rapporti sono buoni, e Pep ha imparato a cucinare.
Eppure, qualcosa si è consumato. “La scorsa stagione lo ha prosciugato più di quanto si dica”, scrive Hirst. Domenica, dopo il gol di Nico González, saltava come un bambino. Ma la domanda rimane: quante volte può farsi bastare ancora l’acqua di questo stesso pozzo? Sedici degli ultimi diciotto anni li ha passati sul filo del calcio d’élite, tra Barcellona, Bayern e City. Un nuovo contratto lungo è escluso. “Non ha più l’energia per altri cinque o dieci anni”. In passato aveva immaginato di allenare in Italia, ma la serie A di oggi lo attira sempre meno. L’idea di una nazionale gli piace di più. «Sì, assolutamente, se arrivasse il progetto giusto. Il mio sogno sarebbe la Catalogna, ma non credo accadrà», disse a Dubai in marzo. Molto dipenderà anche dal nome del successore: Vincent Kompany ha sostenitori interni, Roberto De Zerbi piace a molti — e a Pep per primo —, Andoni Iraola è tenuto d’occhio. “Guardiola e il suo staff sanno di avere una grande responsabilità e non vogliono lasciare il club in difficoltà”.
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Le analisi
Il regalo del CIO a Donald Trump
Secondo il Times e il Telegraph, il CIO è sul punto di mettere del tutto al bando la partecipazione dalle gare femminili delle persone reduci da un percorso di transizione di genere citando un nuovo studio scientifico. Strano, perché a maggio sempre il CIO aveva esposto un altro studio che diceva il contrario [se ne parlava qui].
Cosa è successo da maggio? Kirsty Coventry è salita alla presidenza al posto di Thomas Bach e il CIO si è avvicinato a Donald Trump in vista di Los Angeles 2028 [Qui su Repubblica]. Marco Bonarrigo sul Corriere della sera fa notare che “l’argomento resta controverso per due motivi. Il primo è che la transizione da maschio a femmina comporta evidenti vantaggi in alcune discipline, meno in altre. Il secondo è che il Cio continua a «blindare» i membri delle sue commissioni scientifiche rifiutandosi di rivelarne i nomi e non aprendosi al confronto con il mondo «laico» della ricerca. Jane Thornton, la responsabile medica del Comitato che avrebbe presentato con enfasi lo studio alla componente politica, è un’ex canottiera di alto livello ma con semplici competenze di chinesiologia, per molti persona non qualificata su argomenti così complessi e delicati”.
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Tendenze
Salvate i soldati Szczesny
Roberto Beccantini sul Corriere dello Sport Stadio disegna un ritratto empatico e quasi epico di Wojciech Szczesny, portiere polacco del Barcellona, messo a dura prova in partite recenti come il 3-3 contro il Bruges in Champions League. Beccantini sottolinea come Szczesny si trovi spesso “abbandonato”, senza copertura della difesa, costretto a fronteggiare attacchi avversari quasi da solo, evocando immagini quasi belliche: “Così ostaggio dei Cheyenne di turno da evocare la mattanza che subirono i cavalleggeri di George Armstrong Custer”.
Così, Beccantini riflette sul ruolo del portiere moderno e un calcio in cui la tattica offensiva può trasformarlo in un kamikaze involontario, tra la solitudine del ruolo, il rischio e la responsabilità: “Essere soli è una forza; sentirsi soli una debolezza”. Szczesny viene descritto come un soldato che affronta il pericolo costante, anche in situazioni in cui il sistema difensivo non funziona, e la narrazione alterna ironia, poesia e riferimenti storici per rendere epica la sua resistenza. “Anche per questo – conclude – i soldati Szczesny sono diventati soggetti da film”.
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Interpreti
Dove potrebbe giocare Messi nel Barcellona di Flick
Nel territorio della fantasia, il calcio si muove come in casa propria. È insuperabile. E quando il soggetto è Leo Messi, ogni voce diventa leggenda. La sua visita a sorpresa al Camp Nou [non aveva avvisato] con quel messaggio sui social che pareva una porta socchiusa, ha riacceso il sogno più ambizioso e sfrenato del barcelonismo: e se Leo tornasse a vestire la maglia del Barça?
Come scrive Marca, “sono molti i fattori che rendono impraticabile il ritorno del fuoriclasse argentino”. Ma il calcio – continua per non far voltare subito pagina – ha quel destino rocambolesco, quella capacità di convertire l’impossibile in possibile, quel romanticismo che sa infrangere qualsiasi barriera tra il desiderio e la realtà. Il primo ostacolo è politico, o meglio personale. La relazione con Joan Laporta. La separazione del 2021 brucia ancora. “Si sono limate alcune asperità — racconta il quotidiano — ma l’intesa e la riconciliazione restano lontane”. Il presidente ha teso più volte la mano pubblicamente: «Abbiamo avuto un ottimo rapporto per molto tempo. Quando non abbiamo rinnovato il contratto, si è guastato un po’. Poi più o meno l’abbiamo recuperato». Ma Messi tace.
Il secondo nodo riguarda il campo, il piano tattico. Qui si apre il dibattito che riempie le radio e divide nei bar: c’è posto per Messi in questo Barça di Flick? È un giochino e Marca non si sottrae. Due sono le soluzioni possibili. Da falso nove o da trequartista. Il sistema di Flick, “fondato su un dinamismo quasi coreografico”, prevede esterni che si accentrano per creare superiorità e lasciare ai terzini la libertà di invadere i corridoi laterali. In questo movimento di scacchi, Messi entrerebbe con naturalezza: tra le linee troverebbe triangolazioni con Lamine, Raphinha, Olmo, Fermín, Rashford o Ferran, e aprirebbe spazi che solo lui vede. “Non suona affatto male per il tifoso culé”, scrive Marca.
L’altra opzione, più ortodossa, lo colloca da trequartista nel 4-2-3-1, alle spalle del tridente offensivo. Lì, nello spazio dove oggi si alternano Fermín e Olmo, Messi potrebbe agire da generatore di gioco puro, con un doppio pivote alle spalle — De Jong e Pedri — per coprire e costruire insieme a lui. Un tridente d’attacco e un tridente in costruzione. Seguono campetti e camponi grafici, come se bastasse spostare una figurina per ritrovare un tempo perduto.
Resta l’incognita del calendario e del Mondiale 2026. La MLS finisce a dicembre, offre a Messi due mesi di pausa prima della ripresa in marzo con l’Inter Miami. Difficile immaginare che voglia caricare un ritorno in Europa su un corpo che ascolta più il ritmo dell’esperienza che quello dell’ambizione. “La logica – conclude Marca – invita allora a pensare che Leo Messi non tornerà a giocare una partita ufficiale con il Barça. Ma il calcio non è sempre razionale. E la sua frase [«Magari un giorno potrò tornare, e non solo per salutare da giocatore, come non ho mai potuto farlo…»] continua a vibrare nella testa dei culé”. Olé.
soldi
Non ci sono più i materassai di una volta
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Diario As racconta come l’Atlético Madrid stia diventando qualcosa in più di una squadra di calcio, una sorta di marchio globale, una macchina economica in espansione, con ambizioni sportive, sociali e di intrattenimento. Una trasformazione economica e globale, culminata con l’ingresso del fondo Apollo Sports Capital come principale azionista del club, con il 55% delle quote. Patricia Cazòn spiega come il club sia passato da periodi di alti e bassi dopo la retrocessione all’inizio degli anni 2000 a una crescita costante e strutturata grazie a figure chiave come Simeone in panchina e Óscar Mayo alla gestione dei ricavi. As sottolinea il boom economico e di valore del club: da 210 milioni nel 2002 a una valutazione di 2,5 miliardi di euro secondo Apollo, con ricavi da top-12 in Europa e sponsorizzazioni di grandi marchi come Red Bull, Nike, Riyadh Air, Mahou, Visit Rwanda e partnership anche con eventi come il Gran Premio di F1 a Madrid.
Oltre all’aspetto finanziario e sportivo, il pezzo evidenzia l’espansione globale e sociale del club: la crescita del numero di soci e abbonati, la trasformazione del Metropolitano in centro multifunzionale [concerti di Bad Bunny, ospitalità dei Miami Dolphins] e il progetto della Ciudad del Deporte, pensato per rendere l’area un polo sportivo e di intrattenimento. I materassai esistono solo nel vecchio soprannome [colchoneros].
L’epifania di Etta Eyong, il nome nuovo che segna nel Levante
Quattro anni fa, Karl Etta Eyong giocava sui campi aridi e in pendenza di Douala, Camerun, cercando di attirare l’attenzione come poteva. Ogg solo Mbappé, Lewandowski e Julián Álvarez hanno segnato più di lui in Liga. Sono sei i gol per l’attaccante del Levante, 22 anni, in una stagione che lo ha trasformato da promessa sconosciuta a caso di studio.
Eppure, in un certo senso, non è cambiato nulla. Scrive Thom Harris su The Athletic che Etta Eyong gioca ancora come il centravanti indisciplinato e febbrile che si faceva largo all’École de Football Galactique di Douala, rissoso su ogni pallone vagante. Solo che adesso lo fa sotto i riflettori della Liga, mentre Barcellona e Real Madrid — si mormora — hanno già chiesto informazioni.
La sua parabola è stata una sequenza di deviazioni impreviste. Ha cominciato da centrocampista, notato da un osservatore del Cádice; due anni dopo era al Villarreal, dove ha segnato 19 gol in 30 partite con la squadra B. A primavera l’esordio in prima squadra, un gol decisivo al Girona e l’impressione di essere il naturale erede di Thierno Barry, appena partito per l’Everton. Invece, alla fine di agosto, un altro colpo di scena: la cessione per tre milioni di euro al Levante neo promosso.
Da allora cinque gol in nove partite, e un crescente interesse che rischia di travolgerlo. Quando a gennaio si aprirà il mercato invernale, per fortuna sarà altrove, in Marocco, con la nazionale per la Coppa d’Africa.
Ha segnato o servito un assist in otto delle dodici partite giocate in Liga. Non perché sia un tiratore impeccabile — “colpisce il pallone con decisione, ma ogni tanto spara fuori misura o affretta la conclusione” — bensì per la combinazione di forza, anticipo e istinto. È uno che attacca tutto quello che si muove nell’area piccola, ma sa anche scomparire alle spalle dei difensori, facendosi trovare nel punto esatto dove cadrà il pallone.
Tre dei suoi sei gol sono arrivati da opportunista puro, su deviazioni e respinte a due passi dalla porta. Contro il Real Madrid a settembre si è lanciato su un cross deviato e ha quasi piegato ogni fibra del corpo per arrivare a prenderla con la testa e colpire davanti a Courtois: “un esempio della fisicità e della fame che porta con sé dentro l’area di rigore” dice The Athletic.
Più dell’esecuzione, colpisce la sua capacità di adattarsi. Oltre l’80 per cento dei suoi tiri arriva dentro i sedici metri, nota Harris, e il suo valore di gol attesi per tiro [0,2] conferma l’efficacia con cui si procura le occasioni. È un attaccante che “si costruisce da solo la possibilità di sbagliare”. [Da ragazzi per sfottere uno si diceva: sbaglia a memoria].
A differenza di molti coetanei, può fare quasi tutto: proteggere la palla con le spalle alla porta, resistere ai contrasti, muovere l’azione con tocchi rapidi verso i compagni. Non è altissimo (1,81), ma compensa con tempismo e presenza. In contropiede “si accende in un lampo, corre negli spazi, costringe le difese a inseguirlo”. Secondo i dati SkillCorner, è l’attaccante della Liga con più accelerazioni esplosive per partita, superando i 20 km/h da fermo più di chiunque altro. Un profilo grezzo ma impressionante: potenza, scatto e la capacità di trasformare un rimbalzo in un’occasione. In una giornata di vento a Maiorca, racconta Harris, “sembrava divertirsi nel caos, lanciandosi nei contrasti e nei recuperi come se ogni duello fosse una prova d’onore”. A volte è eccessivo, impaziente, acerbo nelle scelte. Una specie di Osimhen prima della cura Spalletti. Ma ha 22 anni e 11 presenze in Liga: i margini di crescita sono enormi. A meno che l’estate prossima non finisca a fare la pagatissima riserva su qualche panchina di una grande squadra.
Xabi Alonso fa fatica. Pablo Polo su Marca analizza la fase complicata del Real Madrid sotto la sua guida, un momento di stallo sia nel gioco sia nei risultati. La squadra è prima in classifica, ma ci sono segnali di crisi: il tridente offensivo fatica a funzionare, la fascia destra non ha un vero padrone, il centrocampo perde equilibrio senza Tchouaméni, fermo per infortunio. La difesa mostra miglioramenti con Militao, ma resta instabile senza Rüdiger. Se ci fosse Antonio Conte al Real Madrid, quelli di Marca stamattina sarebbero sbranati in un istante. In sostanza Marca mette in luce la mancanza di un piano B chiaro, la difficoltà di trovare alternative valide in panchina e la necessità per Xabi di cercare soluzioni rapide. C’è chi sta peggio, comunque.
Chevalier sa usare i piedi ma non sa usare i pollici
In questi casi il titolo è imparabile. Anche se sei un portiere. In questi casi – c’è poco da fare – sei nella bufera. Sul serio. Lucas Chevalier, portiere del PSG, in un titolo di un giornale italiano sarebbe nella bufera. Poiché di lui parlano invece in Francia, allora si tratta di un affaire. Loro hanno Dreyfus, noi il colonnello Bernacca.
Comunque. Chevalier sta vivendo giorni turbolenti. Non solo per aver messo un like su Instagram che ha scatenato una tempesta mediatica, ma anche per prestazioni che non convincono del tutto. Tutto è iniziato con un gesto apparentemente banale: un pollicione piazzato per errore – dice lui – a un post che narrava le donne, i cavallier, l’arme e gli amori del Rassemblement national. Secondo Chevalier, si è trattato di un gesto accidentale, il dito è scivolato con una certa pressione proprio là mentre crollava il feed di Instagram.
In effetti. A parte tutto. Ogni tanto succede. Bisogna starci attenti. Ci vuole un attimo a passare per uno stalker o peggio. Le ore successive hanno trasformato l’incidente di Chevalier in una polemica che lui ha definito lunare, tanto da spingerlo a intervenire: «Avete cercato di farmi passare per un fascista, non avete colpito solo me ma tutta la mia famiglia», ha scritto indignato. Parole che hanno un risvolto positivo, la piena consapevolezza di Chevalier che passare per fascista è una cosa disonorevole. È un bel punto di partenza. Altri portieri italiani non ce l’hanno. La scuola dei portieri italiani.
L’ex Lille era appena uscito dal riposino pomeridiano, ricostruisce L’Equipe, poche ore prima della partita contro il Lione, quando il club lo ha informato del like. Il post in questione era del vice-presidente dei Républicains, Julien Aubert, un post che difendeva l’idea secondo cui il Rassemblement national fosse meglio di France Insoumise in uno scontro elettorale futuro. Inizialmente, PSG e Chevalier avevano deciso di attendere. La pressione politica, amplificata dal deputato Éric Ciotti, e l’onda d’odio successiva alla vittoria contro il Lione hanno portato Chevalier a reagire in modo autonomo. Figlio di un poliziotto e nipote di un militare, cresciuto in una famiglia che L’Equipe definisce “mista”, Chevalier ha trovato insopportabile passare per razzista. Così, alle quattro del mattino, ha pubblicato un lungo post per spegnere l’incendio e difendere la propria reputazione, “con un testo spontaneo, da ragazzo genuino, con le idee chiare”, più attento al contenuto che alla forma – fa notare L’Equipe. Il PSG ha espresso sostegno al giocatore, riconoscendo la sincerità del messaggio e il desiderio di voltare pagina rapidamente.
Ma anche sportivamente Chevalier non sta vivendo un periodo brillante. Il suo rendimento è segnato da poca sicurezza, a Lione ci sono stati errori sui due gol subiti, ci sono timori evidenti nelle uscite aeree e L’Equipe dice che non ci sono state ancora prestazioni memorabili in questa stagione. In Supercoppa ha parato un rigore decisivo, ma aveva fatto qualche scemenza nei minuti precedenti. Resta affidabile nella costruzione del gioco. Insomma: sa usare i piedi meglio dei pollici.
La singolare strategia per marcare Wembanyama
Il sospetto è che per fermare Wembanyama ci sia solo una strada, la più illogica, mettere addosso ai suoi 2 metri e 24 il più piccolo della squadra. Zach Harper su The Athletic racconta quella che sta diventando una tendenza in NBA, dove credono di aver trovato la strategia giusta per marcare il francese. Aveva cominciato come un’apparizione: 30 punti, 15 rimbalzi, quasi 5 stoppate di media nelle prime cinque partite con gli Spurs imbattuti. Poi due partite in calo contro Suns e Lakers, e subito l’ipotesi che la soluzione esatta fosse la più stramba, “mettergli addosso un giocatore più piccolo”.
Rui Hachimura e Marcus Smart lo hanno destabilizzato, costringendolo a un mismatch al contrario. “È la stessa idea che si usava con Durant, o con Jokic: portarlo giù dal piedistallo con la forza – si legge su The Athletic – impedirgli di stare in equilibrio. Gilbert Arenas ha suggerito come contromossa di smettere di abbassarsi troppo in palleggio e limitarsi a tirare sopra gli avversari, qualcuno ha persino invocato il gancio-cielo di Kareem”.
Harper, però, non ci crede, ha scritto che “non è una strategia, è una coincidenza”. Subito dopo quelle due gare, Wemby ha ripreso a segnare 20 punti prendendo 13 rimbalzi di media, e le percentuali sono tornate nella norma. “Il problema vero erano i falli, non i difensori bassi”. E così Harper chiude il cerchio: “La verità è che non c’è difesa contro ciò che non appartiene alla misura umana”. Con De’Aaron Fox di nuovo al suo fianco e anni di esperimenti davanti, Wembanyama è destinato a rendere ridicoli tutti i tentativi di riportarlo sulla terra — proprio come successe con Kevin Durant. E infatti stanotte ne ha segnati trentotto.
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