OGGETTI DI SCENA
Le racchette sfasciate dai battuti
Lei balla su TikTok. Lei sorride. Lei è leggera. Quando Aryna Sabalenka ha cominciato il suo percorso a Melbourne un paio di settimane fa, dopo la prima partita le hanno chiesto di fare i suoi passetti in campo. Oh no, davvero, dite sul serio, risate, va bene d’accordo balliamo.
Gioca da tre anni senza bandiera, senza inno, lei che è nata a Minsk e ci sta attenta, attenta a non dire una parola né su Lukashenko né contro. Per questo al Roland-Garros Marta Kostyuk non le diede la mano, Elina Svitolina non le diede la mano, pazienza pensò lei se le ragazze ucraine fanno così, lei balla su TikTok, lei sorride, lei è leggera.
È dentro un’apparente frivolezza che Sabalenka è andata a ripararsi quando Konstantin Koltsov cadde dal balcone della sua stanza nell’hotel di Bal Harbour, nei pressi di Miami. Sul tavolino trovarono diverse bottiglie di alcolici ma nessun messaggio di addio. La polizia aprì e chiuse l’inchiesta. «È scivolato», disse la moglie dalla Russia. «Il mio cuore è spezzato», disse invece Sabalenka, «anche se non stavamo più insieme» e si trovava a a Miami, anche lei, era a Miami per il torneo. «Giocherò lo stesso», disse, e così fu.
Lui non balla, sorride poco, la sua leggerezza si manifesta al massimo in qualche smanicato che porta, anche se un tempo ne metteva più spesso, bisognerebbe conoscere sociologia e psicologia degli indumenti per sapere, decifrare, per capire. Quando Sasha Zverev ha cominciato il suo discorso di ringraziamento, una donna si è alzata dalla tribuna e ha gridato che l’Australia crede a Olya e Brenda, non a te intendeva dire. Zverev ha sollevato lo sguardo verso la folla mentre il rumore si diffondeva nello stadio, allora sì un poco ha sorriso, era una di quelle smorfie tristi che i bravi scrittori russi sanno raccontare.
Russi sono i suoi, papà, mamma, tutt’e due ex professionisti, così gli è venuto naturale esigere, mettergli una racchetta in mano, accettare che in terza media Sasha lasciasse la scuola per andare dietro al tennis e a una straordinaria capacità di mettersi nei guai. A quindici anni era già in causa con un manager, a ventitré un’ex fidanzata ha raccontato di essere stata picchiata e soffocata più e più volte. E dopo di lei, dopo Olya, s’è aggiunta Brenda, la mamma della loro bimba. «Le accuse contro di me sono cadute. Non ce ne sono più da nove mesi ormai». Il tribunale lo ha scagionato dalle accuse di Olya Sharypova, dopo aver esaminato messaggi di testo, file audio, foto, telefoni. L’ATP decise di non intraprendere nessuna azione, mentre con Brenda Patea è stato raggiunto un accordo extra-giudiziale «per il bene della figlia».
Tutto ti insegnano a sopportare quando sei una ventiseienne di Minsk che ha messo in banca 32 milioni di dollari picchiando una pallina o quando stai per compierne ventotto, vieni da Amburgo e ne hai messi da parte 51. Sei circondato da macchine che ti insegnano a chiudere gli occhi e avanzare, attraversare quei giorni in cui non hai un inno, non hai una bandiera, non ti stringono la mano, hai il cuore spezzato da un vecchio fidanzato caduto da un balcone, non hai preso il diploma, sei finito in tribunale con l’accusa di violenza domestica.
Perdere
▔▔▔▔▔
Tutto si sopporta, tranne quella bestia feroce che è la sconfitta, ogni tanto passa e porta il conto. Aryna ha sfasciato le sua racchetta per mortificazione. Aveva di fronte un’avversaria più debole, più anziana, perdere doveva sembrarle improbabile. Appena la palla del match è atterrata sul cemento, Aryna Sabalenka ha guardato il suo angolo e aveva la collera negli occhi. Era di una porzione finanche superiore alla gioia di Madison Keys.
Spaccare la racchetta l’ha placata e pure con il suo team ha messo a posto le cose con quel rito tribale che molti adesso non le perdonano, fingere di urinare sul trofeo che le hanno consegnato: lei, il suo fidanzato Geogios Frangulis, l’allenatore Jason Stacy, tutti intenti nell’esecuzione di spinte pelviche che qualche mental coach deve aver individuato come un esorcismo esatto.
Let’s all pee on it. 😂😂 #sabalenka pic.twitter.com/aJL30vn9BQ
— Tennis GIFs🎾🎥 (tip jar🫙📌) (@tennis_gifs) January 25, 2025
Pure Sasha si è accanito contro la racchetta, non per mortificazione, nessuno si mortifica più nel perdere da Sinner, ma frustrazione sì. Quello era. La frustrazione di quella “generazione nata negli anni Novanta che sembra essere irrimediabilmente esausta: prima troppo giovani, ora troppo vecchi” ha scritto sabato Giorgia Mecca sul Foglio Sportivo. Oggi Marco Imarisio sul Corriere della sera aggiunge: “Il bilancio dei giocatori nati negli anni Novanta nelle finali Slam è di due vittorie e 20 sconfitte. Quello dei nati negli anni Duemila è di sette vittorie e zero sconfitte. Il futuro è già storia, per quelli come Zverev, Tsitsipsas e Medvedev. Sottomessi per anni da Nadal e Djokovic, quando sembrava che potesse arrivare il loro momento, vengono superati in corsa dai più giovani. È la generazione perduta del tennis”.
Non c’era mai stato nella storia del tennis uno Slam finito allo stesso modo, il torneo femminile e quello maschile nel giro di 24 ore, chiusi dalla furiosa reazione dei battuti.
Aryna ha elaborato con la trivialità, la sguaiata certezza di essere superiore a quanto le accadeva. Ha tirato fuori quel gesto che in letteratura non si trova quasi mai: ne ha scritto una volta Valentina Pigmei su Esquire, un piccolo saggio sull’inibizione femminile dell’urinare e sul fare la pipì come atto di ribellione.
“Il tema della minzione maschile è associato anche alla fecondità, allo sperma. La rappresentazione delle donne ha invece sempre qualcosa di trasgressivo o erotico: Rembrandt nel 1631 ha disegnato una donna che si tira su la gonna e fa pipì guardandosi alle spalle”. Lei invece davanti a tutti, davanti pure al tribunale dei social.
Sasha ha riempito il vuoto della sconfitta con il dramma, quella roba che nei romanzi la trovi eccome, sia nei tedeschi sia nei russi. Sinner ha sentito il bisogno di trovare dentro la sua gioia uno spazietto per il conforto dell’altro. Se è vero come scriveva domenica su Repubblica Gabriele Romagnoli che sta “cercando di dire qualcosa al di là delle parole”, che chiede “aria, spazio, tempo” quando accenna alle tante cose importanti che ci sono a parte il tennis nella vita, allora può darsi che abbia riconosciuto la propria solitudine nell’altro, come accade nel romanzo di Paolo Giordano che Antonio Franchini volle titolare La solitudine dei numeri primi. Gaia Piccardi sul Corriere della sera ha scritto che ogni tanto “negli occhi di Jannik ricompare lo sguardo del cerbiatto braccato. È un lampo, che di colpo gli smorza il sorriso”.
Quel romanzo cominciava con una certa Alice Della Rocca che odiava la scuola di sci. “Odiava la sveglia alle sette e mezzo del mattino anche nelle vacanze di Natale e suo padre che a colazione la fissava e sotto il tavolo faceva ballare la gamba nervosamente, come a dire su, sbrigati. Odiava la calzamaglia di lana che la pungeva sulle cosce, le moffole che non le lasciavano muovere le dita, il casco che le schiacciava le guance e puntava con il ferro sulla mandibola e poi quegli scarponi, sempre troppo stretti, che la facevano camminare come un gorilla”.
Se avesse scelto il tennis anziché lo sci, se avesse avuto una racchetta tra le mani, forse Alice Della Rocca avrebbe finito per sfasciarla. Ma come dice il Totem di Slalom quella è la solitudine dei numeri due.