Lo studio sulle atlete transgender che smentisce le tesi di chi le mette al bando

La presenza di atlete transgender nelle gare femminili non è più una questione scientifica. L’argomento è definitivamente politico. Così dice il professor Yannis Pitsiladis, genetista, autore di uno studio che smentisce tutte le tesi su cui si sono basate finora le numerose messe al bando firmate da diverse federazioni internazionali in questi anni. 

Pitsiladis è membro della commissione medico-scientifica del CIO. La sua ricerca è giunta alla conclusione che le donne trans non sono uomini biologici. I dati mostrano che dopo il trattamento ormonale per la transizione di genere la capacità di salto, le funzioni polmonari e la forma cardiovascolare sono inferiori rispetto alle donne il cui sesso assegnato alla nascita è femminile.

 

Ne ha scritto nei giorni scorsi il New York Times, parlando di dati che “contraddicono le affermazioni fatte dai sostenitori delle regole che impediscono alle donne transgender di competere negli sport femminili. Sulla scorta dei risultati registrati, gli autori dello studio hanno messo in guardia dalla fretta di estendere le politiche di messa al bando, in un dibattito che il New York Times definisce “instabile e spesso politicizzato”, sul punto di diventare ancora più politicizzato in occasione delle Olimpiadi di Parigi e con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali americane. Gli autori smentiscono la presunzione di vantaggi immutabili e sproporzionati per le atlete transgender negli sport femminili e hanno sconsigliato di disporre divieti precauzionali ed esclusioni dall’idoneità sportiva che non siano basati su ricerche specifiche per lo sport. 

 

 

Il fatto è che siamo già pieni di divieti, e se la questione è politica non sarà questo studio a cambiare la scena. Venticinque stati degli Stati Uniti hanno approvato leggi o regolamenti che vietano alle atlete transgender di competere negli sport femminili. Non alle Olimpiadi o ai Mondiali. A scuola. Nei licei, alle medie, alle elementari, come denuncia il Movement Advancement Project, un’organizzazione no-profit che si batte per la parità dei diritti a gay, lesbiche, bisessuali e transgender. 

La National Association of Intercollegiate Athletics, l’organo di governo delle università più piccole, ha vietato proprio questo mese alle atlete transgender di competere negli sport femminili. Il nuoto, l’atletica leggera e il ciclismo hanno escluso dalle gare femminili internazionali le persone che hanno vissuto la pubertà da maschi. Il rugby ha istituito un divieto totale per le atlete reduci da un percorso di transizione di genere, citando problemi di sicurezza. 

La ricerca è stata finanziata dal CIO, la cui posizione è stata fin qui laica. Il governo dello sport mondiale ha lasciato che le singole federazioni scrivessero da sé le regole per l’ammissibilità delle atlete transgender alle gare femminili. Chiedeva a ciascuno sport di considerare le proprie caratteristiche [potenza aerobica o aneorobica, per esempio] per fissare dei criteri di partecipazione, salvo scoprire che venivano scritti criteri di esclusione. 

L’argomento usato da chi dispone i divieti si concentra sui presunti vantaggi ottenuti dalla produzione naturale di testosterone durante la pubertà maschile: spalle più larghe, mani più grandi, torsi più robusti, superiore massa muscolare, forza, capacità cardiaca e polmonare. Sarebbe questo il vantaggio competitivo iniquo e in gran parte irreversibile. Lo stesso vantaggio che viene considerato inaccettabile per le atlete con disordine dello sviluppo sessuale. Il caso di Caster Semenya, per intenderci. Eppure la sudafricana vive una condizione naturale. Portando il Teorema Semenya alle estreme conseguenze, si potrebbe rimproverare a Victor Wembanyama di essere alto 2 metri e 24 e di avere un’apertura alare di 2 metri e 40. 

 

 

Lo studio dell’Università di Brighton è stato pubblicato questo mese sul British Journal of Sports Medicine, in quella Gran Bretagna dove il dibattito pubblico è fortemente orientato in favore della messa al bando. Il pool del professor Pitsiladis ha testato 19 uomini cisgender e 12 uomini trans, insieme a 23 donne trans e 21 donne cisgender, tutti e tutte praticanti sport a livello agonistico, con allenamenti fisici almeno trisettimanali. Tutte le atlete transgender erano reduci da almeno un anno di trattamento per abbassare i livelli di testosterone come richiesto dalle norme del CIO, attraverso l’assunzione di estrogeni. Nessuno dei 75 partecipanti allo studio gareggia a livello nazionale o internazionale.

Ebbene, lo studio ha rilevato che le atlete transgender mostrano una maggiore forza nella presa rispetto alle cisgender, ma una funzione polmonare inferiore, così come è inferiore il VO2 max, la quantità di ossigeno utilizzata durante l’esercizio. Le atlete transgender hanno fatto registrare punteggi inferiori alle donne e agli uomini cisgender in un test di salto che misurava la potenza della parte inferiore del corpo.

Il limite dello studio è nella esiguità del campione. Secondo il dottor Pitsiladis anche la superiore forza nella presa è data da una combinazione di fattori, non dal singolo parametro del testosterone. Le atlete che sono diventate più alte e più potenti dopo aver attraversato la pubertà come maschi, dice, «devono portare con sé questo grande scheletro con un motore più piccolo dopo la transizione». Il professore ha citato l’esempio della pallavolo, dicendo che per le atlete transgender, i salti e le schiacciate non avverranno più alla stessa altezza di prima. Nel complesso le loro prestazioni peggiorano.

 

 

Un altro dato che mostra ulteriormente l’indifferenza della politica alle ricerche della scienza: ci sono poche, pochissime, atlete transgender d’élite. La loro stessa partecipazione a gare internazionali spesso smentisce i sostenitori della necessità di un bando. Laurel Hubbard, sollevatrice di pesi transgender della Nuova Zelanda, ai Giochi di Tokyo venne eliminata al primo esercizio con tre nulli. Fino alla mattina prima della gara veniva più o meno presentata cone l’orco che avrebbe falsato le Olimpiadi. Lo stesso trattamento riservato alla nuotatrice Lia Thomas, al cui caso Slalom si è dedicato per smontare la tesi della sua iniqua superiorità. 

Lia Thomas ha portato il suo caso al TAS di Losanna, ma non dovrebbe essere discusso prima dell’inizio delle Olimpiadi. Più di una dozzina di atlete universitarie, inclusa una sua avversaria, hanno citato in giudizio la NCAA sostenendo che la partecipazione di Thomas ai campionati nazionali ha violato i loro diritti ai sensi del Titolo IX, la legge che proibisce la discriminazione sessuale nelle istituzioni che ricevono finanziamenti federali. Il Titolo IX è lo stesso che viene citato pure da chi sostiene il diritto delle atlete transgender a partecipare. 

 

«L’idea che le donne transgender prendano il sopravvento negli sport femminili è ridicola», ha affermato Joanna Harper, una delle principali ricercatrici sul tema, studiosa post-dottorato presso l’Oregon Health & Science University. La dottoressa Harper è lei stessa transgender e si dichiara in favore di misure che dispongano l’abbassamento del livello del testosterone. Ma definisce i divieti generalizzati «non necessari e ingiustificati». Ha accolto con favore lo studio che arriva da Brighton. 

«Questa paura che le donne transgender non siano realmente donne, che siano invece uomini che invadono lo sport femminile, non ha nulla di reale». Sebastian Coe, presidente della World Athletics, è irremovibile. Continua a sostenere che la questione è irrisolta e che la sua organizzazione continuerà a escludere le atlete transgender perché «non intendo correre rischi e perché pensiamo che sia la migliore decisione da prendere per preservare la categoria femminile». 

Il sito web Outsports che si occupa di questioni LGBTQ ha salutato lo studio finanziato dal CIO come una pietra miliare concludendo che i divieti generali sono un errore”

Il Telegraph ha dato voce a scienziati e atlete che definiscono lo studio imperfetto e parlano di punto più basso toccato dal CIO nel finanziare uno studio che definisce svantaggiate le donne transgender. Il New York Times riferisce che il dibattito è così acceso da aver prodotto minacce per il dottor Pitsiladis e il suo gruppo di ricerca, secondo quanto lui stesso denuncia. Pitsiladis pensa che in futuro altri scienziati potrebbero tirarsi indietro e rinunciare a fare ricerca sull’argomento. «Perché uno scienziato dovrebbe accettare, se finisce per essere trattato come un assassino? Non è più una questione scientifica. Purtroppo è diventata una questione politica».  

 
COVER   illustrazione Pixabay

 

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