Lo Slalom del 18 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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# 2 giorni al sorteggio dei play-off

 

     

►  DADAUMPA DADAUMPA, la Germania ha aggiunto il suo nobile nome all’elenco delle qualificate per il Mondiale facendo polpettine dell’ottimismo slovacco. Anche la federazione olandese è da stamattina in un’agenzia di viaggi a fare biglietti e prenotare alberghi. Siamo arrivati così a 34 nazioni, ne mancano 14. 

◇  Antonio Conte è tornato a Castel Volturno dopo i giorni di smart working. Ha perfino diretto l’allenamento del Napoli. Il Corriere della sera scrive con Monica Scozzafava che il rapporto tra lui e il club si gioca sul tempo.

◇  La Virtus Bologna ha vinto secondo pronostico a Treviso e ha riagganciato Brescia in testa alla classifica. Dove ci sarebbe pure il Trapani di Repesa se non fosse partito con una penalizzazione di 4 punti. Artefici: Derrick Alston con 24 punti e 4/4 con le triple. 

◇  La notte in NBA è trascorsa con la decima vittoria di fila di Detoit nonostante le molte assenze contro Indiana. Chicago ha vinto a Denver malgrado la consueta tripla-doppia di Nikola Jokic [36 punti, 18 rimbalzi, 13 assist]. Cleveland ha messo sotto Milwaukee approfittando di un infortunio all’inguine per Antetokounmpo. Philadelphia ha battuto in rimonta i Clippers con 39 punti di Tyrese Maxey e finalmente il debutto di Paul George [9 punti]. Simone Fontecchio se l’è cavata con 14 punti nel successo di Miami su New York. La sintesi della notte su Sky Sport

 

   

Il polpo, in inverno, mangia sé stesso standosene accucciato

Plutarco

 

  

Il ritorno di Paul Pogba

Nelle domeniche d’estate di Camus non succede nulla. Le attese non hanno uno scopo. Nascono e muoiono, spengono azioni e desideri. Proust ne aveva invece fatto un posto lento, dove le cose accadono solo cone anticipazione di un incontro, di un bacio, qualcosa. È da luglio che l’estate di Paul Pogba non finisce, da quella firma così sorprendente con il Monaco. Pogba è diventato un conto alla rovescia, un appuntamento rinviato, un appetito in sospeso. Ogni settimana doveva essere quella buona, ogni settimana non lo era. Nel frattempo, nel Principato si sono abituati a vivere in questo limbo fatto di tifosi impazienti, dirigenti prudenti, allenatori che annunciano un rientro possibile e poi devono ritirare tutto. Ora ci siamo. Pare. Torna. Forse. 

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I temi del giorno

 

    

I dolori di Alcaraz nella Davis senza Sinner

Questa faccenda di sentirsi uno un pezzetto dell’altro sta andando fuori controllo. Non solo si migliorano a vicenda, adesso Jannik e Carlos cominciano a essere proprio una cosa sola, quella crasi Sincaraz che sta prendendo piede. L’assenza del numero Due-Uno dalla Davis sta avendo un riflesso nel dolore che il numero Uno-Due sente nella carne, fino a farsi prendere dalla tentazione di non giocare, neppure lui. Le indiscrezioni dalla Spagna lo danno in dubbio, Ubitennis poco dopo la mezzanotte ha dato per certa la rinuncia sui suo canali social. 

Qui si fa come sempre dello spirito di patata, perché come diceva il grande filosofo cileno Serpillo c’è del serio nel faceto, ma la risonanza magnetica mostra un edema di natura muscolare al bicipite femorale, quello fasciato nella finale di Torino. Forzare per giocare potrebbe avere conseguenze gravi. 

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Interpreti

 

   

Il gol di Parrott, la forma più pura del calcio

Solo pochi giorni fa, diciamo giovedì scorso, il calcio irlandese era una landa desolata. Due partite alla fine delle qualificazioni e nessuna speranza di arrivare in Nord America nel 2026. Stesso copione di sempre: niente gol, errori elementari, giocatori troppo lontani dall’élite e quelli che ci arrivano incapaci di riprodurre la versione migliore di sé. Jonathan Wilson comincia da qui il racconto del più clamoroso capovolgimento di fronte delle qualificazioni mondiali. Il faro irlandese, Evan Ferguson, non illuminava — dice sul Guardian – anzi si è come smarrito a Roma — e sul ct Heimir Hallgrímsson, l’amabile dentista islandese, aleggiava l’aria di un addio già scritto. 

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La Macchina del tempo 

 

 

Dieci anni senza Jonah Lomu

     

Il gol di Pugniciclone

È martedì. Due giorni prima, al Comunale, il Napoli capolista è stato battuto per 3-1 dal Torino, lasciando da sola in testa la Juventus. Una sconfitta da monsieur Rocambole. Il 2-1 granata è stato segnato con un pugno da Paolo Pulici, undici anni prima della mano de Dios. L’ha visto tutto lo stadio tranne l’arbitro Serafino. Ferlaino e Vinicio ordinano di tenere bassi i toni della protesta, tanto è evidente l’episodio. 

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Oggi

 

   

L’ultima giornata dei gironi europei

L’ultimo giorno di partite e poi per andare ai Mondiali ci saranno solo i play-off. Come accennato ieri, la Svizzera avanza dal gruppo B se non perde con il Kosovo con 6 gol di scarto [ehm]. Nel girone C altro faccia-a-faccia tra Danimarca e Scozia, dove il pareggio è dalla parte dei danesi. La Spagna passa nel girone E se non perde con la Turchia con 8 gol di scarto [ri-ehm]. L’Austria va fuori solo se perde lo scontro diretto con la Bosnia. Nel gruppo J c’è una teorica volata a tre fra Belgio, Galles e Macedonia del Nord, ma una verosimile vittoria del Belgio sul Liechtenstein serra la porta a ogni altra combinazione. Lo sprint ci riguarda perché la seconda del girone può finire sulla strada azzurra. 

Nel Nord-Centro America, le squadre più forti sono tutte qualificate come paesi organizzatori [USA, Canada, Messico], così i Mondiali si aprono a ingressi inattesi. Ci sono sette squadre in corsa per tre qualificazioni dirette e due posti agli spareggi. Possono passare il Suriname per la prima volta [ma ce l’avrebbe già fatta se Davids, Rijkaard, Kluivert, Gullit non avessero scelto di giocare peer l’Olanda] o Panama nel gruppo A, la Giamaica o il minuscolo Curaçao nel B, Honduras Costa Rica o Haiti [per la prima volta dopo il 1974] nel C. Tutti i calcoli e le combinazioni sono sul sito della FIFA

Anche l’Asia sceglie chi mandare al torneo dei play-off interzonali: Emirati Arabi Uniti [ultima partecipazione nel 1990] e Iraq [1986] hanno pareggiato l’andata. Per gli spareggi di marzo sono già qualificate la Bolivia, la Repubblica Democratica del Congo, la Nuova Caledonia.

   

L’occasione di Curaçao o una carezza per la Giamaica 

Tre settimane dopo il passaggio dell’uragano Melissa, una catastrofe da 45 morti e decine di migliaia di sfollati, la Nazionale giamaicana gioca una partita di calcio che come spesso accade pare più grossa di quello che è. Vale il ritorno ai Mondiali dopo 28 anni e vale una carezza al paese, o come dice il presidente della federazione Michael Ricketts un modo per risollevarlo. Lo stadio è rimasto intatto, le strutture attorno sono danneggiate, la rete di comunicazione ancora fragile ha reso difficile perfino la vendita dei biglietti. Il commissario tecnico Steve McClaren, ex Inghilterra, ex Wolfsburg, ha parlato apertamente del peso emotivo del momento, del desiderio di dare fiducia e un sorriso a una popolazione ferita, sfinita. Come racconta Sportschau, per lui sarebbe anche un riscatto personale: dopo una carriera segnata da esoneri e dal fallimento con l’Inghilterra nel 2007, a 64 anni può arrivare finalmente alla sua prima Coppa del mondo. Deve battere Curaçao a Kingston.

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Lo stato d’animo italiano prima del sorteggio

Paolo Condò, sul Corriere della Sera, affronta stamattina in quattro punti la questione-Italia con lucidità e una punta di inquietudine, in un pezzo che non consola e guarda il problema negli occhi. Condò spiega che l’Italia non è caduta fuori dall’élite per caso: è un declino strutturale, come un lungo periodo di siccità. Le due partite di spareggio saranno la vera resa dei conti, perché stavolta non c’è un Portogallo in giro come quattro anni fa eppure nell’urna ci sono rivali comunque insidiosi per il nostro livello attuale: la Svezia di Isak e Gyökeres, la Scozia di McTominay, la Slovacchia di Lobotka, la Repubblica Ceca si Schick. Condò insiste sul fatto che il vero 50% del nostro destino è legato al sorteggio per la sede della finale perché ci sono fresche indipendenze nell’urna, e quelle portano entusiasmo e motivazioni: andare in Kosovo, per intenderci, sarebbe pericoloso. Questi siamo, e a questo siamo. 

Chiesa e Zaniolo fuori sono uno spreco, il nodo è la mancanza di creatività a centrocampo, la difesa ha problemi ser. Infine la proposta più forte: separare le carriere nei settori giovanili tra istruttori e allenatori. Chiunque frequenti i campetti scopre che l’insegnamento della tecnica ai ragazzini, la base di tutto, ha lasciato il passo alla ricerca del gran fisico e allo sviluppo della tattica, perché così gli allenatori delle giovanili vincono le partite e si propongono per i livelli superiori. Qui aggiungiamo che chiunque li frequenti, scopre pure come in alcuni casi sono persone che devono fare pure altri lavori per arrivare a fine mese. 

 

panorami

Quella storia del sorpasso del tennis

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Repubblica ha chiesto allo scrittore Francesco Piccolo di commentare il testa a testa negli ascolti tra Sinner e la Nazionale per raccontare più di un dato televisivo, per raccontare due Italie, una antica e una possibile, che convivono nello stesso Paese e spesso nello stesso spettatore. Il tennis sta diventando più importante del calcio? La risposta di Piccolo, alla Flaiano, è che gli italiani accorrono sempre in soccorso dei vincitori. Ma Piccolo dice pure che stavolta c’è qualcosa di più profondo: uno scontro simbolico tra un’Italia vecchia e una nuova. Per spiegarlo torna al 2021: quando Berrettini perde la finale di Wimbledon e l’Italia di Mancini vince gli Europei. Un giorno perfetto di sport, ma con due nature molto diverse. Oggi accade il contrario: Sinner vince, l’Italia perde [una partita che, ricorda Piccolo, nella sostanza non valeva niente]. Ma quando Sinner perde – come contro Alcaraz a New York – lavora sui suoi difetti e si migliora. Quando la Nazionale perde – come contro la Norvegia – non organizza, non progetta, non corregge. Per Piccolo questo è lo specchio di tutto: il tennis italiano cresce perché è il frutto di un percorso scientifico e collettivo, mentre il calcio vive di improvvisazione, casualità e rimozione dei problemi.

La generazione di Berrettini, Sinner e di tanti fra i primi-50 è il risultato di un sistema costruito nel tempo, la vittoria agli Europei pare a Piccolo il risultato di una magnifica congiuntura. Il tennis è allora un’Italia nuova, concreta, metodica, che costruisce basi solide per vincere non una volta ma tante. E in tv, domenica, erano lì tutti e due: il vecchio Paese e quello possibile, ma alla fine gli italiani continueranno a preferire il calcio.

Al sorpasso dedica l’apertura della sezione sport La Stampa con un commento di Antonio Barillà: Rifletta, il calcio, su cosa è successo: rifletta sulle tattiche imposte già nelle academy che rubano il divertimento e minano i fondamentali, sulla percentuale di stranieri che è la più alta dei grandi campionati europei con annesse Primavera Babele, su strutture fatiscenti o inadeguate. E rifletta, soprattutto, sulle politiche giovanili del tennis – dai centri di aggregazione al progetto over 18 -, sulla sua forza di uscire dai circoli e sfuggire alla dittatura della terra rossa, sulla moltiplicazione dei tornei, sull’apertura ai coach privati e in assoluto sul coraggio di cambiare. Vent’anni fa eravamo in Serie B di Coppa Davis e ora ci prepariamo ad affrontarla da favoriti, pur senza Sinner e Musetti.

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L’ultimo scroll

   

L’ultimo touchdown di Marshawn Kneeland

    Sotto le luci del Monday Night Football, sulla palla che viaggiava verso la end zone come un oggetto impazzito, dal mucchio di giocatori dei Cowboys, i 128 chili di Marshawn Kneeland sbucarono inattesi per un tuffo che avrebbe trasformato quell’azione in un touchdown. “Il compimento di una vita passata a correre più veloce delle circostanze, delle perdite, del dubbio” come racconta Nicholas Bogel-Burroughs su The Athletic.

Quel touchdown del 3 novembre era il primo della sua carriera. Sarebbe stato anche l’ultimo. . La mattina dopo, ancora elettrico per l’azione, Kneeland aveva scritto al suo ex coach universitario Lou Esposito: sarebbe tornato in Michigan, aveva «buone notizie» da dargli. Due notti dopo era morto, per un inseguimento della polizia, un incidente e un colpo d’arma da fuoco autoinflitto. Le domande — perché fuggire? perché una pistola in auto? — sono rimaste sospese, le autorità hanno diffuso pochi dettagli. Le comunicazioni della polizia registrano il direttore della sicurezza dei Cowboys che parla di messaggi inquieti, quasi un addio, e la frase:: «Non posso andare in prigione».

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