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Interpreti
Il ribaltone mondiale dell’Irlanda

Solo pochi giorni fa, diciamo giovedì scorso, il calcio irlandese era una landa desolata. Due partite alla fine delle qualificazioni e nessuna speranza di arrivare in Nord America nel 2026. Stesso copione di sempre: niente gol, errori elementari, giocatori troppo lontani dall’élite e quelli che ci arrivano incapaci di riprodurre la versione migliore di sé. Jonathan Wilson comincia da qui il racconto del più clamoroso capovolgimento di fronte delle qualificazioni mondiali. Il faro irlandese, Evan Ferguson, non illuminava — dice sul Guardian – anzi si è come smarrito a Roma — e sul ct Heimir Hallgrímsson, “l’amabile dentista islandese”, aleggiava l’aria di un addio già scritto.
Eppure, scrive Wilson, nella stagione dei rimpianti c’erano stati spiragli minuscoli, visibili solo col senno di poi, “avevano tenuto testa al Portogallo fino al recupero, erano risaliti contro l’Ungheria”. Ma tutto sembrava perduto. Fino all’ingresso di Troy Parrott. L’ex promessa quasi dimenticata ha ritrovato sé stesso in Olanda: 14 gol all’AZ un anno, sei nelle prime sette dell’ultima stagione. In nazionale però sempre e solo lampi sporadici. E invece, giovedì, segna due volte al Portogallo. Poi arriva l’espulsione di Cristiano Ronaldo, trasformata in farsa e nel caos delle prime pagine si fa strada una possibilità: acchiappare il secondo posto nel girone e dunque il playoff. Un’occasione sbucata dal nulla, “democrazia pura del calcio internazionale” la chiama Wilson: Haaland o Finn Azaz, Mbappé o Meschak Elia, sono tutti calciatori con lo stesso premio davanti.
A Budapest si deve vincere, e controvoglia l’Irlanda capisce che si gioca un altro sport: tensione, fiammate, calcio primordiale. Va sotto dopo tre minuti, pareggia Parrott su rigore, va sotto di nuovo, serve segnare due volte. Al 60’ Hallgrímsson rischia tutto: dentro Festy Ebosele e il debuttante Johnny Kenny. Così Parrott fa 2-2 all’80’ con un tocco finissimo. Poi entra il tempo che scivola e si deforma. Al novantesimo scattano cinque minuti di recupero. Ce ne sarà un sesto che arriva come un regalo. In quel sesto e in quel regalo, Caoimhin Kelleher lancia lungo dalla metà campo. Liam Scales la sfiora e il destino converge verso la porta ungherese per inerzia. Il portiere Dénes Dibusz esita. Parrott gli passa davanti, anticipa il difensore, tocca la palla e con freddezza glaciale la mette verso il basso — l’unica direzione che il portiere ungherese non può raggiungere. È il primo irlandese di sempre a segnare una tripletta internazionale fuori da Dublino.
Wilson racconta allora questa esplosione di gioia feroce, “e tutto solo per entrare in un playoff che si giocherà a marzo”, quattro mesi di speranza che somigliano all’euforia della Repubblica Democratica del Congo, capace di battere la Nigeria ai rigori a Rabat, per prendere un pass verso lo spareggio interzonale. Altro calcio modesto. Ma Wilson lo ribadisce: è irrilevante. Il calcio internazionale è desiderio, volontà, mito. “Il miglior calcio non riguarda quasi mai il calcio”, scrive, “ed è per questo che i Mondiali restano la forma più pura del gioco”.