Il polpo, in inverno, mangia sé stesso standosene accucciato
Plutarco
Il ritorno di Paul Pogba
Nelle domeniche d’estate di Camus non succede nulla. Le attese non hanno uno scopo. Nascono e muoiono, spengono azioni e desideri. Proust ne aveva invece fatto un posto lento, dove le cose accadono solo come anticipazione di un incontro, di un bacio, qualcosa. È da luglio che l’estate di Paul Pogba non finisce, da quella firma così sorprendente con il Monaco. Pogba è diventato un conto alla rovescia, un appuntamento rinviato, un appetito in sospeso. Ogni settimana doveva essere quella buona, ogni settimana non lo era. Nel frattempo, nel Principato si sono abituati a vivere in questo limbo fatto di tifosi impazienti, dirigenti prudenti, allenatori che annunciano un rientro possibile e poi devono ritirare tutto. Ora ci siamo. Pare. Torna. Forse.
Flavien Trésarrieu su L’Equipe racconta stamattina dell’ennesimo tentativo di riportare in campo, quello che è stato un meraviglioso centrocampista totale, uno dei pochi della sua generazione capaci di unire fisico, tecnica, visione e immaginazione. Un anticipatore dello stile contemporaneo. Quel che fanno molti fenomeni di oggi, Pogba lo faceva tredici anni fa. La mezzala, il regista avanzato, l’incursore, il giocatore che non sta mai in una casella sola. Un controllo di palla da 8, la creatività del 10 in un corpo da mediano, una sensibilità nel passaggio che ha sfidato le geometrie più rigide del calcio. Un modo tutto suo di usare l’esterno del piede, un tiro da fuori simile a una sentenza, la palla portata avanti con quel passo lungo, quasi rilassato, con la minaccia di un’esplosione improvvisa dentro i piedi lenti.
Non gioca da due anni. Aveva tutto e tutto portava sulle spalle, un talento immenso, un sorriso più grande del suo calcio, aspettative enormi. Arrivò a Torino e disse che un giorno avrebbe vinto il Pallone d’oro. Poteva, eccome se poteva. Ha affrontato ombre gigantesche, accuse, infortuni, una squalifica, momenti in cui il suo corpo e la sua vita hanno giocato contro di lui, come se tutta la leggerezza di cui era portatore si fosse inceppata all’improvviso, nella malinconia dei giocatori che hanno toccato il cielo e poi hanno smarrito il permesso di farlo.
La storia di Pogba porta dentro di sé la gloria e le crepe, con tutte le contraddizioni rimane una delle più umane del calcio moderno. Adi Hütter, prima dell’esonero al Monaco, aveva indicato la prima metà di ottobre come il momento ideale per re-inserirlo tra i convocati. Nulla. È arrivato Sébastien Pocognoli, che avrebbe desiderato portarlo con sé per la prima partita ad Angers e poi contro il Paris FC. Nemmeno lì: una coscia, poi una caviglia, poi un fastidio che appare e scompare.
Ieri Pogba è tornato ad allenarsi in gruppo, dopo aver passato qualche giorno a Dubai nella pausa di novembre. A La Turbie si è mosso bene, dice L’Equipe, senza apparente dolore, con un’intensità che mancava da molto tempo. L’allenatore belga lo racconta con cautela, quasi con superstizione: «Spero nel suo rientro, ma l’ultima volta che l’ho detto… allora cerco di non sbilanciarmi più». E aggiunge una frase che dice molto più di quanto sembri: «Quando è sul campo, vedo qualcuno felice e concentrato sull’idea di tornare al livello più alto».
Pogba sembra aver ricostruito qualcosa dentro di sé, e sarebbe meraviglioso, anche se verrà giudicato solo per quello che farà fuori di sé, con i piedi, con il corpo. Scrive L’Equipe che l’obiettivo potrebbe essere Rennes. La partita di sabato. Nessuno lo dà per certo, tutti sperano — ancora una volta — che sia la volta giusta. Per rivedere quel polpo che giocava come chi porta nei piedi un ricordo d’infanzia.
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