Lo Slalom del 2 ottobre | Cosa leggere, sapere e vedere

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#3 giorni al GP di F1 a Singapore

 

     

►  LA SECONDA finestra di Champions si è chiusa con tre vittorie italiane su quattro e una quarta svanita al novantesimo. Molto meglio della prima giornata. Una combinazione di risultati che ha portato la serie A davanti alla Liga  [5.428 contro 5.250] ma ancora alle spalle di Germania [5,.714] e dell’Inghilterra prima [6.277].  Stasera Roma e Bologna in Europa League, la Fiorentina all’esordio in Conference League. 

◇  La Roma e De Rossi si sono accordati per la risoluzione del contratto. 

◇  Federica Venturelli ha vinto l’oro europeo nella cronometro femminile Under-23 dopo il bronzo mondiale sbloccando il medagliere della spedizione azzurra, poco prima che Filippo Ganna prendesse l’argento nell’élite maschile. Ha vinto Remco Evenepoel come si sospettava. Ora ha due maglie nell’armadio. Il Corriere della sera lo definisce imprendibile.

◇  Oh, comunque. L’amico Matteo Malucelli di cui ieri mattina si parlava in questa gleba ha vinto un’altra tappa al Tour de Langkawi. Ha 22 secondi di vantaggio in classifica generale, prima o poi le montagne gli faranno del male ma sarebbe interessante vederlo finalmente a 32 anni in una volata di una tappa in un grande Giro. Non ne ha mai corso uno e nemmeno una Classica. 

 

  

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La Cina mi atterrisce per la barriera di sentimenti che ci separa da essa

Charles Baudelaire

  

Il rapporto controverso fra il tennis e la Cina

L’ultima volta che qualcuno s’è ricordato di Peng Shuai era dicembre. Il giornalista spagnolo José Morgado ne scrisse su quel social di una lettera sola che una volta cinguettava, per rinfacciare alla WTA il silenzio pubblico e una certa ipocrisia mostrata nel parlare di Cina. La ceo Portia Archer aveva appena invitato le tenniste a rispettare i tornei e i paesi che «ci ospitano affrontando numerose spese con grande sforzo, ed è di assoluta importanza rispettare la cultura locale delle regioni in cui gareggiamo. Contenuti sgradevoli di ogni tipo – testuali, foto o video – relativi alla cultura, alla storia o agli stereotipi offensivi di un gruppo di persone o di una regione non sono coerenti con i valori che la WTA rappresenta, e non saranno tollerati». Paula Badosa aveva postato sui social una foto in cui sembrava imitare un volto asiatico mettendosi le bacchette agli angoli degli occhi, la polacca a Wuhan aveva fatto un riferimento ai giorni della pandemia. E allora Peng Shuai – chiese Morgado?

Dieci mesi più tardi la WTA è di nuovo in Cina e non c’è più traccia del gran caso esploso nel 2021 [l’archivio è questo], quando la scomparsa della giocatrice spinse l’associazione delle tenniste a cancellare i tornei nel paese. Non c’è autunno che la WTA non abbia ripreso a santificare in Cina e ogni volta, davanti ai posti vuoti nei palazzetti, davanti a un’atmosfera più fredda, i titoli degli occidentali sono sempre gli stessi: alla Cina gliene frega qualcosa del tennis?

Lo scrive così Alyx K. sul magazine Racquet, giornalista canadese di origine cinese preoccupata di spiegare che gli stadi vuoti non riflettono disinteresse; riflettono una cultura del lavoro e delle ferie che gli stranieri non conoscono.

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  Sky Sport Insider: “A Pechino si sono visti i dettagli del nuovo Sinner➔  Raffaella Reggi ha scritto: Quello che balza all’occhio più di tutti è il servizio: Sinner ci ha lavorato tanto, ha proposto delle varianti e si sono viste. Lo ha giocato bene, con grande rendimento e con la capacità di annullare diverse palle break. Lo abbiamo visto provare anche tante palle corte, qualche serve and volley, ma tutto senza andare a snaturare le sue certezze: vuol dire che meccanismi sono sì nuovi, ma che deve ancora assimilarli al meglio. Jannik ha molta qualità nella pesantezza della palla, nell’intensità dello scambio: mettersi nelle condizioni di poter giocare poi una palla corta non è semplice, perché va a scompaginare i suoi schemi abituali. Ma è stato decisamente concreto, ed è un bene [per intero qui]

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Il teatro immortale di Mourinho

È stato un ritorno teatrale, e come poteva essere sennò. Il crepitio delle fiamme ai bordi del campo, l’eco metallica dell’inno UEFA, una certa aria frizzantina. E finalmente eccolo, sulla linea laterale di Stamford Bridge, come una figura uscita dal vapore del passato. Così Barney Ronay ha raccontato la serata di José Mourinho da avversario del Chelsea, non la prima, non la seconda, non la terza, c’era già stata più volte, ma perché questa doveva essere diversa? Forse perché potrebbe non esserci più un’altra occasione

Ecco. Qualcuno doveva fare il lavoro sporco e l’ha fatto il Guardian parlando di pathos speciale, mentre i tifosi parlavano del ritorno del re, del pater familias, dell’architetto di un mega-club pop-up con toni quasi sussurrati, tra reverenza e divertimento.

Mourinho si è si comportato con quella finta modestia che mette in scena quando gli va: è uscito per ultimo dal tunnel, si è seduto con garbo, ma quando la partita è cominciata era già in piedi, elegante nel suo cappotto lungo in stile Crombie e camicia aperta, come un miliardario tecnologico diretto a un’udienza in tribunale.

La folla ha scandito il suo nome a più riprese e lui ha ricambiato con un cenno di studiata umiltà. Romay dice che è stata un’occasione per osservare da vicino un uomo adulto che si diverte. Mourinho non è più un semplice allenatore: è un evento umano portatile. Philip Larkin disse di sé: Non voglio andare in giro fingendo di essere me stesso. José è l’esatto contrario. Al di là del risultato, José Mourinho resta il teatro del calcio contemporaneo.

 

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Barcellona vs PSG  Riassunto dei giocatori che mancavano a Luis Enrique in casa del Barcellona, sulla collina olimpica del Montjuic. Tutto il tridente d’attacco più il capitano: Dembélé, Doué, Kvaratskhelia, Marquinhos. Eppure, come dice Hugo Delom su L’Equipe, feroce in difesa, abbagliante in attacco, Nuno Mendes ha finito per neutralizzare Lamine Yamal e ha chiuso il dibattito sull’identità del miglior terzino sinistro del mondo. Ma a chi volete dare il voto più alto e il voto più basso in pagella dopo una serata così? Facile: un sontuoso 9 per Luis Enrique e un rumoroso 3 per Hansi Flick [e per Cubarsì, per De Jong, per Olmo]. 

Vincent Duluc, firma di punta del calcio per L’Equipe, scrive che così si muove una squadra campione d’Europa, capace di resistere alla tempesta e poi di ribaltare la situazione, prima di travolgere tutto, proprio sul terreno della squadra che sembrava più attrezzata per provocarne la caduta. Bisogna essere molto forti per una prestazione del genere contro questo avversario, a questo punto della stagione e con queste difficoltà

La tentazione è immaginare che con i tre attaccanti titolari uil PSG avrebbe fatto i buchi per terra, ma è una trappola. Non funziona così nel calcio. Il Barcellona ha perso, scrive Juan I. Irigoyen su El Pais, ma Ferran Torres ha vinto. Nel senso che al primo grande appuntamento della stagione, Hansi Flick lo ha scelto da titolare lasciando in panchina Robert Lewandowski, uno dei suoi pupilli. Ferran non ha deluso. Dall’inizio della stagione, Flick sembra aver preso una decisione chiara sul suo ruolo. In Liga sette partite su sette come centravanti. In Champions aveva preferito Lewandowski a Newcastle, ma con il PSG il nove è stato Ferran.

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L’occhio del ciclismo

Per mezzo secolo ha trasformato il ciclismo in immagini da ricordare. Cor Vos nos non è stato soltanto un testimone delle corse, un fotografo di braccia alzate e schiene ritorte, col tempo era diventato un custode della memoria in bicicletta. Scattava come i campioni, loro con le gambe, lui col dito. Insieme hanno fissato cadute, attimi di leggerezza, gesti eroici nel cuore del gruppo. Come dice Ride Magazine, il suo nome è da sempre sinonimo di fotografia e ciclismo.

La sua carriera iniziò quasi per caso, come spesso accade. Era un ex corridore di criterium e di piccole gare, nel 1968 subì un trauma cranico durante una corsa, fine della carriera agonistica. «Non avevo mai preso una macchina fotografica in mano» raccontava «ma un giorno ne comprai una russa e iniziai a provare. Tutto da autodidatta. Mi sono anche insegnato da solo a sviluppare le foto sul posto» 

Nel 1975 partecipò al primo Tour de France come fotografo, senza moto, relegato ai margini. L’anno successivo, dopo aver convinto la direzione della corsa, fu finalmente la moto numero sette. Da allora la sua vita è stata un inseguimento perpetuo al gruppo: pochi metri dietro o di lato, spesso dentro episodi che ha fatto diventare epici. La bidonata di Laurent Fignon, infuriato con i fotografi. La caduta di Jesper Skibby sul Koppenberg travolto dalla giuria. I capelli di Gert-Jan Theunisse che volano in discesa a novanta all’ora [qui]. «Non è la nitidezza che conta – diceva Vos – è il momento che parla da solo». Lo diceva e lo mostrava.  

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Il percorso del Tour sarà svelato il 23 ottobre

Siamo in quel momento dell’anno nel quale non è chiaro se sta finendo la vecchia stagione o se stiamo preparando la prossima. I Mondiali su strada si sono appena conclusi, gli Europei sono appena cominciati e l’attenzione del gruppo è rivolta in segreto ai grandi Giri del 2026 che stanno per annunciare i loro percorsi. Come scrive CyclingNews, l’intera stagione ruota attorno a quello che viene svelato quando le luci si abbassano e il 23 ottobre al Palais des Congrès di Parigi il mondo del ciclismo conoscerà le cartine dei prossimi Tour. 

Quello femminile si terrà dal 1° al 9 agosto 2026, con partenza dalla Svizzera, una settimana dopo la gara maschile. La prima tappa a Losanna appare ondulata ma ideale per le sprinter; la seconda, Aigle-Ginevra, offrirà salite iniziali e un finale per un colpo di mano. La terza verso la Francia resta avvolta nel mistero e  i rumors parlano di ASO sotto pressione per replicare i fuochi d’artificio delle ultime due edizioni. Secondo CyclingNews, “il pubblico sogna un epico arrivo in montagna degno delle passate meraviglie”, le Alpi bruciano di aspettativa e si fa il nome del Ventoux. 

Il Tour maschile si correrà dal 4 al 26 luglio, con la Grand Départ da Barcellona, terza partenza spagnola nella storia. La prima tappa sarà una cronometro a squadre di 19,7 km e porterà in cima al Montjuïc, teatro di duelli memorabili, “le sue rampe saranno il primo banco di prova”, annuncia CyclingNews. La seconda tappa, Tarragona-Barcellona, promette un finale tortuoso, con ripetute ascese e la terza resta un segreto. Tadej Pogačar è a un solo trionfo di distanza dal leggendario club dei cinque. Si parla di un possibile ritorno all’Alpe d’Huez, con il Massiccio Centrale e la celebre Planche des Belles Filles nei Vosgi. Fino all’ultimo dilemma: Champs-Elisée o Montmartre? 

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L’ultimo giro di LeBron

Non è che a quarant’anni possono essere tutti Luka Modric. Ecco. Per vent’anni LeBron James ha dettato il ritmo del proprio destino contrattuale. Accordi brevi, opzioni personali, uscite calibrate al millimetro: ogni firma non era soltanto un rinnovo, ma una dimostrazione di potere, una dichiarazione di forza, un messaggio alla NBA. Ora la storia ha preso una piega inattesa. Per la prima volta in estate non c’è stato nulla da negoziare. Nessuna estensione, nessuna nuova formula da inventarsi, nessuna promessa da fare né da strappare. Alla soglia dei 41 anni, pronto a cominciare la sua 23esima stagione da Prescelto, LeBron James giocherà con un contratto in scadenza.

Il Washington Post lo racconta con l’enfasi che si deve a una rarità e con l’amarezza che subentra se questa rarità sbuca all’ultima curva. James in carriera ha guadagnato oltre mezzo miliardo di dollari solo di stipendi. Ha costruito il suo mito anche attraverso la geometria esatta dei suoi contratti. Dai primi tre anni a Cleveland, pensati per garantirgli un’uscita rapida, alla scelta di prendere qualcosa in meno del massimo salariale a Miami per giocare con Wade e Bosh. Dalle estensioni a brevissimo termine al ritorno ai Cavs, usate come leva per costringere la dirigenza a spendere, fino al quadriennale del 2018 con i Lakers e la dichiarazione definitiva: Los Angeles sarebbe stata casa sua. Per sempre. 

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Le due italiane da Europa League sono entrambe in campo alle 18.45. C’è di buono che si fa in tempo a vederle senza perdersi i Bootcamp di X Factor [con la formula nuova]. C’è Vincenzo Grifo nel Friburgo contro il Bologna, uno di quei calciatori sbucati dal database della federazione per rimpolpare la lista dei convocabili in Nazionale. Ha messo insieme 9 presenze con Mancini e poi è finito come quella bella signora della Canzoni stonate di Gianni Morandi [a proposito di Bologna], un nome che spunta quando ci troviamo a casa e abbiam bevuto

Italiano è tra gli allenatori della serie A che crede di più nel turnover, e lo pratica. Non ci sono squadre della sua fascia che possono tenere in panchina Bernardeschi, Fabbian e Cambiaghi per l’ultima mezz’ora. Il Bologna entra nella fase del possibile decollo. È l’unica squadra del campionato che non deve affrontare una delle prime-quattro dello scorso torneo fino all’undicesima giornata. Un’occasione che non si può sprecare.

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Seconda giornata e seconda avversaria francese per la Roma dopo il Nizza. C’è il Lille di Olivier Giroud dall’altra parte ma il Corriere dello sport-stadio dice che la chiave dei francesi del nord non sono tanto i suoi 39 anni, quanto i 18 del regista Ayyoub Bouaddi. Quando tocca la palla pensi che vorresti avere sempre una cam dedicata su di lui. Se ci fosse la Slalomese, il d.s. Avrebbe il mandato di andarlo a prendere subito. Però qualche anno fa aveva il mandato di andare a comprare Jean Seri del Nizza – dunque non vi fidate. 

Giorgio Marota sul Corriere dello sport-stadio scrive: Chissà se anche Gian Piero Gasperini aderisce alla filosofia del grande Manlio Scopigno, inventore del terzino d’attacco e sostenitore di un calcio offensivo basato su velocità e tecnica, uno che visse – e vinse – con la convinzione che “se non ci fossero le partite, il calcio sarebbe il gioco più bello del mondo”. Gasp, stretto nella morsa del primo tour de force, si è già autodefinito «un allenatore a cui non piace molto il turnover», però dovrà abituarsi ai ritmi folli di uno sport in cui per primeggiare servirebbero almeno 22 titolari più altri 4-5 jolly. A Bergamo, spesso, li ha avuti. A Roma, dove ha promesso di uscire dalla propria zona di comfort, adattandosi al materiale a disposizione, ancora non li ha.

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La Fiorentina scombina un poco i piani della serata, ma Stefano Pioli non si offenderà se ci faremo bastare gli highlights. Novanta minuti dedicati alla sua domenica in viola a Pisa sono stati da brivido, pieni di episodi su cui cavillare [gol annullati, braccia larghe che certe volte vengono punite e altre volte no], ma quel che è rimasto negli occhi del Vecchio Amore Gigliato è stata la sofferenza nei duelli uno contro uno, una terribile fatica nel seguire quei satanassi del Pisa [soprattutto nei primi trenta minuti], molti tentativi frustrati di uscire da dietro con il palleggio. Pioli ha un ampio ventaglio di alternative a centrocampo e come si diceva ai tavolini dei bar quando a tressette ti capitavano in mano molti assi, diversi due e qualche tre, il rischio è che ti vai incartando. Il Sigma Olomouc arriva al momento giusto, e per Pioli calza perfetta la frase geniale tirata fuori da Antonio Conte martedì. «Noi vogliamo vincere, dobbiamo vedere se loro sono d’accordo».  

     

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