Il rapporto controverso fra il tennis e la Cina
L’ultima volta che qualcuno s’è ricordato di Peng Shuai era dicembre. Il giornalista spagnolo José Morgado ne scrisse su quel social di una lettera sola che una volta cinguettava, per rinfacciare alla WTA il silenzio pubblico e una certa ipocrisia mostrata nel parlare di Cina. La ceo Portia Archer aveva appena invitato le tenniste a rispettare i tornei e i paesi che «ci ospitano affrontando numerose spese con grande sforzo, ed è di assoluta importanza rispettare la cultura locale delle regioni in cui gareggiamo. Contenuti sgradevoli di ogni tipo – testuali, foto o video – relativi alla cultura, alla storia o agli stereotipi offensivi di un gruppo di persone o di una regione non sono coerenti con i valori che la WTA rappresenta, e non saranno tollerati». Paula Badosa aveva postato sui social una foto in cui sembrava imitare un volto asiatico mettendosi le bacchette agli angoli degli occhi, la polacca a Wuhan aveva fatto un riferimento ai giorni della pandemia. E allora Peng Shuai – chiese Morgado?
Dieci mesi più tardi la WTA è di nuovo in Cina e non c’è più traccia del gran caso esploso nel 2021 [l’archivio è questo], quando la scomparsa della giocatrice spinse l’associazione delle tenniste a cancellare i tornei nel paese. Non c’è autunno che la WTA non abbia ripreso a santificare in Cina e “ogni volta, davanti ai posti vuoti nei palazzetti, davanti a un’atmosfera più fredda, i titoli degli occidentali sono sempre gli stessi: alla Cina gliene frega qualcosa del tennis?”.
Lo scrive così Alyx K. sul magazine Racquet, giornalista canadese di origine cinese preoccupata di spiegare che gli stadi vuoti non riflettono disinteresse; riflettono una cultura del lavoro e delle ferie che gli stranieri non conoscono.
Il Global Tennis Report 2024 della ITF ha messo la Cina al terzo posto mondiale per numero totale di campi – dietro solo a Stati Uniti e Giappone – ce ne sono oltre 50.000 in tutto il Paese. A Jingshan, nella provincia di Hubei, patria di Zheng Qinwen, 340 campi servono una città di 645.900 abitanti. Boston – con un popolazione simile e una tradizione tennistica superiore – conta circa 135 campi pubblici.
“La passione c’è. L’accesso c’è. Ciò che manca è il tempo” si legge su Racquet. “La maggior parte dei lavoratori cinesi riceve solo cinque giorni di ferie pagate all’anno. Il governo ha anche istituito due Settimane d’Oro che raggruppano le festività pubbliche con giornate lavorative obbligatorie di recupero, creando un paradosso temporale”.
Durante la Golden Week delle vacanze di quest’anno [1-7 ottobre] sono previsti tre giorni festivi, gli altri quattro giorni sono coperti dal weekend e due giorni lavorativi spostati. Il compromesso: domenica 28 settembre e sabato 12 ottobre sono diventati giorni lavorativi obbligatori.
Quindi, quando abbiamo visto Coco Gauff e Leylah Fernandez giocare davanti a tribune vuote domenica scorsa al China Open, non era per indifferenza. In Cina era un giorno lavorativo.
Il China Open e lo Shanghai Masters sono stati programmati strategicamente durante la Golden Week ma l’escamotage può ritorcersi contro: molti abitanti di Pechino e Shanghai approfittano di questa rara pausa per lasciare la città.
“La cultura aziendale – spiega Racquet – rafforza il problema. Molte aziende valutano ancora i dipendenti dalle ore passate alla scrivania e tracciate dai badge elettronici”. Lavorare dalle 9 alle 21 sei giorni su sette resta la realtà di molti. “Persino i professionisti della classe media – si legge sul magazine – esitano a usare un giorno di ferie per una partita di tennis, preferendo risparmiarlo per obblighi familiari o per la rara possibilità di una vacanza di una settimana. Anche la cultura del business gioca un ruolo. In Occidente, il palco aziendale è un teatro per chiudere affari. In Cina, quel teatro è una sala privata elegante con un unico, enorme tavolo rotondo, e l’evento principale è un pranzo di dodici portate, non un tie-break del terzo set. Sport come badminton e ping-pong richiedono attenzione totale, lasciando poco spazio al networking. Seppure questa tendenza stia cambiando lentamente, con tennis e golf in crescita in hub come Shenzhen, la tradizione resta radicata. Il pubblico stesso appare diverso rispetto all’Occidente. In Europa o negli Stati Uniti, i fan più maturi rappresentano la spina dorsale delle vendite dei biglietti. In Cina, questa base è molto più ridotta. Il tennis ha guadagnato popolarità solo con Li Na e ha avuto un nuovo slancio con l’oro olimpico di Zheng, creando un pubblico giovane. La fascia 30-40 anni è compressa tra lunghe ore di lavoro e responsabilità familiari, mentre i neolaureati hanno solo cinque giorni di ferie. Per loro, il tennis dal vivo è un lusso”.
Ma oltre gli spalti la passione è innegabile. Su piattaforme come Weibo e Xiaohongshu si trovano una comunità vivace, commenti appassionati, ossessivi, informati.
“Il pubblico c’è – spiega Racquet – solo non si conforma alle aspettative occidentali. Sarebbe un errore culturale confondere l’assenza con apatia. Il tennis in Cina non è destinato a fallire. È un problema di calendario. La sfida è crearne uno che tenga conto del benessere degli atleti e rispetti il pubblico locale”. E qui nelle ultime righe c’è pure il nome di Peng Shuai. Che in effetti – quattro anni dopo – chissà dov’è.
▥ Sky Sport Insider: “A Pechino si sono visti i dettagli del nuovo Sinner” ➔ Raffaella Reggi ha scritto: “Quello che balza all’occhio più di tutti è il servizio: Sinner ci ha lavorato tanto, ha proposto delle varianti e si sono viste. Lo ha giocato bene, con grande rendimento e con la capacità di annullare diverse palle break. Lo abbiamo visto provare anche tante palle corte, qualche serve and volley, ma tutto senza andare a snaturare le sue certezze: vuol dire che meccanismi sono sì nuovi, ma che deve ancora assimilarli al meglio. Jannik ha molta qualità nella pesantezza della palla, nell’intensità dello scambio: mettersi nelle condizioni di poter giocare poi una palla corta non è semplice, perché va a scompaginare i suoi schemi abituali. Ma è stato decisamente concreto, ed è un bene” [per intero qui]