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#1 giorno a PSG vs Atalanta e Ajax vs Inter
► LO SCIATORE Matteo Franzoso è morto dopo due giorni di coma per la caduta in allenamento sulla pista La Parva, a 50 km da Santiago del Cile. Avrebbe compiuto oggi 26 anni. Lucrezia Lorenzi, sorella di Matilde morta meno di un anno fa, ha detto che è arrivato il momento di fermarsi, e che le parole fatalità o disgrazia non possono essere presenti nel vocabolario di chi fa sport a livello professionistico.
◇ La Cremonese non è riuscita a riagganciare Napoli e Juventus in testa alla classifica di serie A con il punteggio pieno. Anzi: è stata salvata più volte a Verona dalle parate di Audero. Il Como è stato raggiunto nei minuti finali dal Genoa dopo essere stato in vantaggio con un altro gol prodigioso di Nico Paz.
◇ La MotoGP si è fermata a Misano dopo il week-end di gare per un test. Il più atteso era Francesco Bagnaia che ha chiuso con l’ottavo tempo.
◇ Ma soprattutto: ai Mondiali di atletica Armand Duplantis ha vinto l’oro nel salto con l’asta e ha fatto di nuovo il record [6 metri e 30]. Ieri mattina ci siamo svegliati con il bronzo di Aouani nella maratona. Italia sul podio nella gara di Spiridon Louis dopo 22 anni, quarta medaglia della spedizione.
◇ È morto Franco Ligas, il giornalista he a Mediaset aveva dato il suo volto e la sua voce per raccontare il calcio, la boxe, il basket e il ciclismo.
L’umanità si è evoluta, quando si è evoluta, non perché è stata sobria, responsabile e prudente, ma perché è stata giocosa, ribelle ed immatura
Tom Robbins
L’Homo Duplantis: corpo, anima e materiale di un’evoluzione della specie
Ormai lo sappiamo, ormai è chiaro. Quando Armand Duplantis comincia a frugare dentro la borsa e tira fuori l’Artiglio, tira pure un’aria da record del mondo. Stavolta l’ha fatto mentre i giudici di Tokyo issavano l’asta all’altezza di sei metri, la barriera dell’impossibile per tutti eccetto tre o quattro. L’Artiglio è quella scarpa speciale e buffa, con la punta che sporge dalla parte anteriore “come uno strumento di tortura medievale” [la definizione è del Guardian] Dieci centimetri dopo, Duplantis era rimasto il solo in gara, aveva messo in tasca il suo ottavo titolo internazionale consecutivo [tre Olimpiadi, tre Mondiali, due Europei], un premio da 70.000 dollari e si preparava a saltare per i 100.000 che il montepremi promette per il record.
L’Artiglio ha un nome più ufficiale, le scarpe si chiamano Claw perché in 20 falcate consentono di raggiungere un’elevata velocità più in fretta, di piantare l’asta più rapidamente e di sollevarsi in volo ancora più in alto, a patto che la tecnica sia corretta. «Non le adopero sempre, non le uso ogni volta, le tiro fuori quando è il momento giusto. Ne sento i benefici fin dall’inizio della corsa».
La mutazione delle aste e della specie
Sei metri e trenta non sono una barriera così simbolica come i sei metri e basta scavalcati da Sergej Bubka quarant’anni fa – era il 13 luglio del 1985 e su Repubblica Carlo Marincovich raccontava l’evoluzione della specie.
“L’asta di Sergej Bubka pesa tre chili ed è lunga 5,30. È costruita in fibra di vetro, materiale che ha soppiantato da moltissimi anni il bambù e il metallo, in continua evoluzione. Fabbricata in Francia su licenza statunitense, è lunga 5,30 e viene impugnata da Bubka ai 5,10, più in alto di ogni altro atleta. I progressi nella costruzione dell’ attrezzo hanno lentamente rivoluzionato anche la struttura fisica dell’atleta, più che in ogni altra specialità. Con l’asta metallica, non era per niente utile essere rapidi in rincorsa. Anzi, spesso la rapidità era un danno. L’atleta aveva una muscolatura molto sviluppata dalla vita in su, gli arti inferiori erano “normalissimi”. Adesso è molto importante essere anche veloci, per sfruttare l’energia elastica che l’attrezzo regala. Non è quindi errato definire gli astisti “uomini catapulta“, anche se sono loro stessi a produrre l’energia necessaria a superare i sei metri d’altezza. Grazie alla fibra di vetro, il record nell’asta non ha praticamente limiti”.
OGGETTI DI SCENA
Il ventilatore di Karalis
Quel coso. Quel coso nell’afa di Tokyo deve essere stata davvero una benedizione del cielo. Mondo ha tenuto il suo ventilatore portatile per tutta la serata alle spalle. Se non fosse stato inquadrato ogni tanto, poteva sembrare che fosse un soffio di vento a muovergli i capelli. Invece l’aria era immobile. L’aria era artificiale, ma mentre si preparava all’ultimo salto, l’ultimo tentativo ai 6 metri e 30 – sarà stata la tensione, sarà stato il nervosismo – l’aria aveva smesso di arrivare dietro il collo e sulle spalle come prima.
Cosa esistono a fare gli amici, se non li vedi nel momento del bisogno? Nel momento del bisogno, oplà, di fianco a Duplantis si è manifestato Emmanouīl Karalīs, questo ragazzo nato ad Atene da padre greco e madre di origini ugandesi capace di battere con l’asta tutto il mondo tranne Mondo. Oggi è il suo più grande rivale. È quello che vincerebbe se un giorno Duplantis avesse un giorno nero alla Bubka. Ma non è abbastanza per smettere di sorridergli. I due vanno a cena assieme e quasi mai sono due. Sono tre con Sam Kendrick, sono quattro con Renaud Lavillenie, sono cinque con Kurtis Masrchall. Qualche sera fa – così raccontava Stefano Tilli in telecronaca – erano tutti allo stesso tavolo a mangiare kebab. Così funziona questo branco, il posto dove nello sport meglio che altrove la rivalità viene vissuta come un cammino comune. Il veleno prendetelo voi.
che altro è successo
Il bronzo italiano nella maratona
“L’ingegnere del sogni”. Così il Corriere della sera definisce stamattina Aouani, marocchino di nascita, all’età di due anni venuto in Italia per ricongiungersi con suo padre, laureato in ingegneria civile negli USA con un Master in ingegneria strutturale preso a Syracuse nello stato di NY, la stessa università frequentata a suo tempo da Joe Biden.
Sul sito della FIDAL, Fausto Narducci racconta la storia di Aoui “dalle case popolari alla gioia di Tokyo” ricordando di quando faceva “due chilometri di corsa con lo zainetto in spalla per andare ad allenarsi e poi altri due per tornare a casa. E la casa di Iliass Aouani, medaglia di bronzo nella maratona di Tokyo dopo essere già stato campione europeo della distanza negli Europei su strada, quando aveva 14 anni non stava nel natìo Marocco e neanche in un posto sperduto dell’Africa. Ma a Ponte Lambro, il quartiere alla periferia di Milano che fa concorrenza alla vicina Rogoredo in fatto di spaccio e delinquenza, non era (e non lo è ancora nonostante gli interventi anti-degrado a livello sociale) un quartiere dove era facile crescere”.
Le stelline dell’attesa
Il programma del Giorno-4
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★★★★★ Lo show di Faith Kipyegon sui 1.500
Nonostante abbia partecipato solo a tre gare ufficiali quest’anno, Faith Kipyegon parte come la grande favorita per la medaglia d’oro. Perché una di quelle famose tre gare è finita con il record del mondo. Ne stava facendo un altro sui 1.000 metri in Diamond League a Xiamen in aprile, due mesi dopo ha piazzato la prestazione più veloce sul miglio della storia in una gara non ufficiale, in agosto per meno di un secondo le è sfuggito quello sui 3.000 metri. Se gli alieni non invadono Tokyo, non perde. Ma chi può dirsene sicuro di questi tempi. Secondo Track & Field si piazza seconda Nelly Chepchirchir, altra kenyana. L’Etiopia non vince dal 2015. La vecchia Europa l’ha fatto due volte nelle ultime otto edizioni: con l’etiope di nascita Abeba Aregawi sotto bandiera svedese e con la rifugiata Sifan Hassan dal passaporto olandese. Non ci sono italiane in finale. ORE 15.05
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I temi del giorno
I grandi temi della Champions che comincia
La prima palla al centro della seconda Champions XXL rimbalza tra l’orgogliosa Bilbao e l’ingegnosa Eindhoven, dove l’Evoluon ricorda un’astronave appena sbarcata sul pianeta Terra. Così il calcio sbarca di nuovo in questo Altrove, questa Coppa che solo un anno fa veniva guardata nella sua nuova formula con la diffidenza tipica che riserviamo alle novità, ma che ha sminuzzato in fettine e coriandoli tutti i nostri pregiudizi uno per volta. Sembrava la terra promessa ai potenti club dell’élite e invece le prime tre del ranking UEFA non sono arrivate neppure in finale. Pareva l’amplificatore perfetto al potere economico-commerciale della Premier League e invece sono arrivate in semifinale quattro squadre di quattro paesi diversi. Veniva raccontata come una Superlega di fatto e sta per cominciare un’edizione con quattro debuttanti, i belgi dell’Union Saint-Gilloise più tre squadre venute dai confini dell’Europa: i norvegesi del Bodø/Glimt dal circolo polare artico, i ciprioti del Pafos dalle acque del mar di Levante, i kazaki del Kairat dalla steppa sconfinata. Se nello stadio di Budapest fra otto mesi dovessimo trovare una settima finale inedita in otto anni, avremmo la conferma che non esiste una competizione di calcio che distribuisce la gioia in modo uniforme più della Champions.
Le partite di oggi
Dice il Guardian che l’arrivo di Gyokeres consente a Mikel Arteta più controllo del gioco, piani di movimento stabili, una costruzione della manovra basata sui dati. Sulle certezze. Sulle cose sicure. È seguendo questa strada che “Mikel Arteta ha trasformato l’Arsenal da una tenda di perline svolazzante fatta di ragazzi divertenti in una squadra estremamente impressionante”. Se nell’aria si avverte l’odore di un però, non vi sbagliate. Però – dice il Guardian – così si arriva certamente secondi in campionato. In una squadra a un certo punto si avverte “la necessità di un po’ di sangue e un po’ di rischio”. E dunque serve “un po’ di Gyökeres non elaborato”.
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Interpreti
La diversità dei 40 anni di Modric
un pallone che sembrava stregato
Quarant’anni, diciamo. È la prima cosa che viene in mente quando sbuca il nome di Luka Modric. Lui si sta stufando. È comprensibile. Si sta stufando perché i suoi quarant’anni sono diversi. Si vede a occhio nudo che non si portano dietro lo strascico malinconico del tramonto differito. Domenica contro il Bologna Modric è stato più elettrico di molti ventenni. È nella squadra giusta. Gioca una sola partita a settimana, si allena, riposa, prepara i Mondiali.
Un altro fattore da considerare è che i suoi quarant’anni sono quelli di un campione emerso dal sistema croato, dove reclutamento e formazione sono speciali. È l’Uruguay d’Europa, un paese piccolo dove nelle accademie non possono puntare sulla quantità per fare setaccio. Hanno meno materia prima, devono sceglierla e modellarla bene. Così è abitudine radicata far allenare spesso le Under-16 contro dei diciottenni, le Under-18 contro i ventenni, le Under-20 contro gli adulti. Spicca chi resiste alla selezione naturale. Non tutti diventano Modric, ma chi diventa Modric non sfiorisce presto.
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Oggi
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