Oggi lasciate che sia felice, io e basta, con o senza tutti, essere felice con l’erba, e la sabbia
Pablo Neruda
I Mondiali di Mattia Furlani
«Lo so. Lo so che cosa devo fare». Mattia Furlani aveva appena staccato sulla pedana con la punta delle scarpe oltre l’asse, un nullo al primo tentativo della finale ai Mondiali che poteva scombinargli l’equilibrio. Il giamaicano Gayle aveva nel frattempo già piazzato un 8,33 che era una mano allungata sulla medaglia d’oro. «Lo so. Lo so che cosa devo fare». Doveva fare il primato personale. Doveva fare nella finale dei Mondiali qualcosa che non aveva mai fatto prima. Doveva prima di tutto restare con la testa dentro i binari, con lo sguardo sulla pista, con le gambe dritte e veloci, ma non tanto, anche troppa velocità nel salto in lungo può far perdere il controllo dei giri. Doveva fare tutto questo e Mattia Furlani doveva farlo a vent’anni, atterrando in una vasca di sabbia, quella materia che mettiamo nelle clessidre per misurare il tempo che passa.
Così nel sentire quella sua risposta alla sua coach che dalla tribuna gli dava le indicazioni esatte per venir fuori dai cattivi pensieri, non si poteva fare a meno di considerare che quella signora, quella ex atleta, era pure una madre. Ma una madre scissa nei ruoli, lucida, senza nessuna tentazione di alzarsi e andarsene, nemmeno quando l’allievo al terzo salto ha fatto di nuovo un nullo.
Il colpo giusto è arrivato alla quinta prova, le statistiche dicono che è quella in cui i favoriti raramente sbagliano. Cioè, non i favoriti: i campioni. Nello stadio dove Carl Lewis e Mike Powell andarono insieme sopra gli 8,90 di Bob Beamon, uno dei post-sdraiati di Italia è atterrato “dopo un rullaggio di 45 metri percorsi in 6”80 secondi toccando una velocità di punta di 38,5 chilometri orari, ha raggiunto la quota di crociera di 1,85 metri in meno di 30 centesimi ed è atterrato dopo un secondo esatto” [i dati sono riferiti da Marco Bonarrigo sul Corriere della sera].
Emanuela Audisio su Repubblica dice che “non si vive di solo Sinner, c’è vita anche in altri pianeti dello sport italiano. Penserete: è un ragazzino che studia da Spiderman, uno di quei talenti a cui viene tutto facile, uno che disegna voli senza rete, roba da fumetti, solo che lui poi li fa sulla terra. Mattia da Rieti il mondo non l’ha scalato da Peter Pan, ma da adulto che deve prendere le misure, confrontarsi, correggersi, risalire. La sua magia è stata non abbattersi, soffrire, crederci. Fragili i giovani? Pronti a esaltarsi quando le cose vanno bene e a sgonfiarsi subito quando vanno male? Non ditelo a Mattia che ieri ha fatto tremare la terra giapponese (scossa sismica 4.7 con allarme tsunami e interruzione della diretta sulla rete Nhk) e che ha saputo ricucire il suo sogno appena gli avversari glielo strappavano”.
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Furlani e Iapichino, il gesto fanciullo di saltare
Sergio Bonelli faceva saltare Tex a cavallo, mentre Angela e Luciana Giussani disposero che Diabolik “con un balzo fulmineo” lo facesse su un carro schiumogeno ne Il pugnale cinese o giù per i cespugli ne La Bisca clandestina. Non ne parliamo di Collodi. Pinocchio “era riuscito a saltare il fosso, mentre agli inseguitori, scherani maligni, toccava di essere immersi nel fosso fangoso”. Salta così bene che nel capitolo III è paragonato a una lepre. Collodi dice anzi che spicca salti. Ne spicca uno, “un bel salto di vetta all’albero” per mettersi in salvo nel capitolo XIV e ne fa un altro bellissimo nel capitolo XXVIII quando è rincorso da Alidoro. Saltare è un gesto fanciullo e da sempre saltano gli eroi di carta dell’infanzia
Lo stadio per il riscaldamento lontano 15 minuti
C’è un’esperienza unica che si fa a questi Mondiali di Tokyo. Non c’era mai stato un trasferimento uguale a questo dal campo di riscaldamento alla pista. Sono distanti diversi km e da un punto all’altro bisogna spostarsi con una navetta. Il viaggio dura una quindicina di minuti e non è una cosa semplice da gestire. Quando arrivi, i muscoli si sono di nuovo raffreddati. Ne parla L’Equipe.
Lo stadio olimpico ha poi una seconda camera di chiamata posto nel seminterrato, con una pista coperta di circa 60 metri. “Secondo le testimonianze degli atleti, il tempo trascorso nella navetta è notevole. È raro dover trascorrere così tanto tempo con gli avversari in uno spazio ristretto così a ridosso della competizione”. Quelli, poi, sono momenti delicati – spiega Romain Donneux da Tokyo. “È difficile capire cosa passi per la mente di un atleta pochi minuti prima di entrare nell’arena. È una sorta di braccio della morte per chi è abituato a seguire nella maggior parte degli stadi del mondo – durante meeting o campionati importanti – un percorso verso la luce piuttosto ben segnalato. Un’ora buona prima della gara, gli atleti arrivano allo stadio di riscaldamento prima di essere convocati nella call room. In genere, lo stadio annesso è collegato all’arena principale, il passaggio dall’uno all’altro è breve e gli atleti possono prolungare il riscaldamento fino all’ultimo momento”.
Le stelline dell’attesa
Il programma del Giorno-6
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★★★★★ La gara più aperta dei Mondiali
finale 400 Il sito di World Athletics dice che si tratta di una gara quasi impossibile da prevedere, con uno qualsiasi degli otto finalisti apparentemente in lizza per l’oro. In cinque hanno un personale sotto i 44 secondi, tre lo hanno ottenuto quest’anno. Il botswano Collen Kebinatshipi ha impressionato in semifinale con il record nazionale di 43.61. Jacory Patterson degli USA è stato costante tutto l’anno ed è il favorito di Track & Field. Il pubblico di casa sosterrà Yuki Joseph Nakajima, che ha stabilito il record giapponese con 44.44. ore 15.10
★★★★☆ La sfida di McLaughlin-Levrone senza ostacoli
finale 400 Qui va invece in scena il triello atteso fra la campionessa olimpica Marileidy Paulino, la campionessa del mondo del 2019 Salwa Eid Naser e la due volte oro olimpico sugli ostacoli Sydney McLaughlin-Levrone. Tutt’e tre sono fra le primi sette nella classifica mondiale di tutti i tempi. Naser ha il record personale più veloce [48.14], tre centesimi più veloce di Paulino. Ma McLaughlin-Levrone ha impressionato più di tutte in semifinale battendo il record nazionale USA con una comodità disarmante [48.29]. Qualcosa ha conservato. Quanto si vedrà. Secondo Track & Field vince Paulino. L’Equipe invece si domanda: “E se McLaughlin-Levrone facesse il record del mondo?” ore 15.24
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Dai campi
SBAM La testa di Thuram
Due gol di testa di Marcus Thuram hanno portato a quattro il totale delle sue trasformazioni su palloni che arrivano dal cielo. Le sue prodezze aeree sono finite anche nella mansarda della prima pagina su L’Equipe. Può darsi che ora si finisca di parlare delle sue risate con il fratello juventino [Peraltro Paolo Di Canio a Sky faceva notare che non sono arrivate dopo il gol ma durante la revisione alla VAR – e dunque erano forse il riflesso di una scena in cui i due si stavano sfottendo: ve lo tolgono, ve lo annullano, eccetera. Bisogna essere davvero avvelenati per non trovare tenera la scena]. “Questa volta Thuram ride con tutta l’Inter” titola La Stampa, mentre la Gazzetta lo definisce “scatenato”. Elogi anche a Pio Esposito. Alessandro Bocci sul Corriere della sera dice: “In campo risponde presente, giocando da centravanti consumato, con personalità, senza concedersi allo spettacolo, ma pensando al bene supremo della squadra. Lavora di sponda, cerca il tiro, duetta con Thuram. Gattuso, davanti alla tv, prende appunti. Pio è una buona notizia per la Nazionale, che ha deciso di giocare con due punte. Ma lo è tantissimo per l’Inter”.
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Interpreti
Il controverso presidente che sta dietro il Kairat Almaty
Dalla prigione alla Champions League. Questa è la parabola di Kairat Boranbaiev, presidente degli esordienti di Almaty, qualificati a spese del Celtic Glasgow dalla porzione più orientale d’Europa che si sia mai vista nella coppa, a 200 km dal confine con il Kirghizistan, a un migliaio di lontananza dalla Cina. “Indebolito dalla caduta dei Nazarbayev che avevano governato incontrastati il Kazakistan dal crollo dell’URSS, incarcerato per appropriazione indebita, il ricco presidente del Kairat Almaty si sta godendo la storica partecipazione del club alla fase finale. È il suo ritorno in auge” racconta L’Equipe che ric ostruisce la sua storia e gli dedica una pagina alla vigilia della trasferta a Lisbona – nuovo record di lunghezza per un viaggio in una Coppa europea.
È la seconda squadra kazaka dopo l’Astana 2015-2016 a partecipare. Nella sede del club c’è un televisore che trasmette ininterrottamente la partita di ritorno dei play-off del 26 agosto con gli scozzesi. È una coincidenza che il presidente porti lo stesso nome della squadra, fondata nel 1954 sotto l’URSS.
C’era un Bjorn Borg che non avevamo visto
Sta per uscire in Italia l’autobiografia [Battiti, Rizzoli] in cui Bjorn Borg racconta molto di sé, si direbbe proprio tutto, e dunque la sua infanzia, gli amori, le dipendenze dalle droghe, i tradimenti e i divorzi, la rivelazione di essersi ammalato di cancro. Gli ha dato una mano a mettere in ordine ricordi, pensieri e materia sua moglie Patricia. Ne ha parlato con Emanuela Audisio su Repubblica.
➣ Per Adriano Panatta lei è un matto calmo.
«Non sono così calmo, ma è vero che sono un po’ folle, non ho mezze misure. Per me il grigio non esiste, o bianco o nero. In campo era organizzato e programmavo, fuori invece no. Sono Gemelli, ci sono due Borg, opposti e conflittuali. E poi sono superstizioso, credo in altri tipi di presenze e di influenze e nella medicina alternativa, tanto che a Londra mi feci seguire da un guru, un guaritore, noto come Tia Honsai. Sembrerà strano, ma per tre anni mi sono affidato a una medium».
➣ Come Nils Liedholm. E cosa hanno detto gli astri?
«Che le stelle non erano a mio favore. Per questo l’Us Open per me era maledetto, quattro finali, nessun successo. Nessuna previsione sbagliata: il matrimonio con Mariana sarebbe andato male, la mia impresa commerciale sarebbe fallita, avrei avuto figli. Ero scaramantico, non mi tagliavo la barba fino alla fine del torneo, dovevo avere in campo sempre la stessa sedia, i miei mi seguivano ad anni alterni, a Parigi negli anni pari e a Londra in quelli dispari. A Los Angeles sono di nuovo ricorso a una medium perché ero convinto che Alstaholm, la nostra casa di famiglia a Värmdö, fosse piena di energie negative. Lei confermò, ma quando pretese di allontanare gli spiriti maligni al telefono ringraziai e me ne andai».
➣ … Si era impasticcato, la salvò Loredana.
«Sì, le devo la vita. Mi trovò a letto incosciente, chiamò l’autoambulanza, all’ospedale mi fecero una lavanda gastrica. Frequentavo persone sbagliate, accettavo passivamente tutto, ero in un groviglio. Loredana che era diventata mia moglie voleva un figlio, era comprensibile, aveva sei anni più di me, arrivai a depositare un campione di sperma per l’inseminazione. Ma per salvarmi dovevo fuggire da lei e da quell’ambiente. Mi trasferii a Londra e ripresi ad allenarmi. Quando mi sono risposato lei mi ha denunciato per bigamia e la sua accusa mi ha impedito di tornare in Italia. E comunque a Milano non ci ho voluto più mettere piede».
➣ Ha venduto i diritti del suo nome.
«Sì a un gruppo di investitori. Adesso i ragazzi che si avvicinano mi mostrano tutti fieri le mie mutande, per loro sono una marca di boxer più che un tennista. La mia prima impresa commerciale è stata un disastro, mi ha lasciato debiti che ho dovuto coprire personalmente, liberandomi di case e barche. Sono stato tradito dai miei soci. Ero ingenuo, andai alla presentazione del mio profumo, si chiamava 109. Chiesi: perché questo nome? Perché per 109 settimane sei stato numero uno del mondo. Io nemmeno lo sapevo, non ero schiavo dei numeri come i giocatori attuali, anzi proprio non m’importava».
➣ Che posto si assegna nella storia del tennis?
«Nei primi cinque ci posso stare. Per numero di titoli Djokovic ha vinto di più, ma io Federer e Nadal abbiamo portato il tennis in un’altra dimensione. La mia vita è stata una lunga partita, non sono stato solo a giocarla, sono grato a tutti. Dalla cima ho visto il fondo, ma ne è valsa la pena». – intervista di emanuela audisio, Repubblica
RISCHIATUTTO I non-pugni di David Papot
In Francia c’è un discreto dibattito, abbastanza acceso, introno a David Papot, pugile, imbattuto in 31 match, un peso welter di Saint-Nazaire avversario oggi della stella australiana Liam Paro a Brisbane. Il dibattito esiste perché Papot è un pugile che non ha il pugno. Non è poco. “Non è un pugile che atterra gli avversari con un destro. Dicono di lui: che non colpisca. Ha solo il 16% di vittorie prima del limite. La mancanza di pugno – racconta L’Equipe – porta alcuni a dire che non attira pubblico. Eppure David Papot ha riempito due volte lo Zenith di Nantes”. È il secondo miglior peso welter francese dietro Souleymane Cissokho, a sua volta imbattuto in 18 incontri, numero 2 nella classifica WBC e prossimo a una chance per il titolo mondiale. Papot combatte invece per una specie di semifinale IBF, il titolo è vacante. L’avversario Liam Paro ha 29 anni, 26 vittorie prime adel limite, una sconfitta, mancino, “soffoca gli avversari con la sua velocità”, soprannominato The Prodigy. Solo che se nella boxe volessimo andare dietro ai soprannomi: allora buonanotte.
LASCIA O RADDOPPIA Grace Zaadi Deuna capitana
Ferme tutte, fermi tutti. C’è una cosa importante di cui parlare. La gravidanza di Estelle Nze Minko ha spinto Sébastien Gardillou, Ct della nazionale femminile di pallamano ad affidare la fascia a un’altra giocatrice. E chi è – chi è la nuova capitana? Ta-dà: la nuova capitana è Grace Zaadi Deuna. Come sarebbe a dire: chi è Grace Zaadi Deuna.
È la nostra Grace Zaadi Deuna di cui ci invaghimmo follemente un giorno lontano del 2021, durante i Giochi pandemici senza pubblico. Era così dominante in campo che non si spiegava come mai non avesse sempre lei la palla. C’erano tutti i presupposti per inventarsi la Grace Zaadi Deuna Cam.
Poi è venuto il tempo degli ostacoli. Zaadi – spiega il giornale francese – è nota per “essere sempre sé stessa, non ha mai esitato a farsi voce del collettivo. Anche se a volte significava ferire l’ego del capo, come successo con il Ct Olivier Krumbholz”. Ha perso il posto in nazionale, adesso invece eccola qua, leader con la fascia al braccio per la partita di oggi in Romania delle campionesse del mondo. Grace Zaadi dice a L’Equipe che è come una storia d’amore. È stato lo spogliatoio a indicare il suo nome al Ct, giudicandola la persona giusta per “creare un legame tra le giovani e le anziane, tra chi ha vinto e chi non l’ha fatto ancora, con un nuovo Mondiale alle porte” a novembre nei Paesi Bassi.
PASSAPAROLA Le barre di Fedez su Sinner
E dunque c’è questa storia di Fedez che ha scritto delle barre in cui pure Jannik Sinner finisce tra i suoi bersagli. È il codice della trap, non c’è nulla di particolarmente rivoluzionario, se non fosse che parla del numero uno di tennis come “purosangue italiano con l’accento di Adolf H.” [qui il nome non sta per esteso perché altrimenti la mail vi finisce nello spam]. Ne ha scritto stamattina Giulia Merlo su Domani, tra le più attente sinnerologhe in circolazione, pur occupandosi prevalentemente di politica. Ha scritto: “A Fedez non va certo criticata la strofa di per sé, quanto il suo essere fuori fuoco. Ben si può pendere di mira Sinner (non è ancora intoccabile riserva della Repubblica, per fortuna) ma, se lo si fa, bisognerebbe almeno inquadrare il bersaglio. Se piace la metafora politica, infatti, basta poco per accorgersi che Sinner non è il primo nazista dal passaporto italiano, ma l’ultimo dei democristiani con accento tedesco.
Il tennista altoatesino, dall’alto dei suoi 24 anni, parla come il più consumato dei democristiani. «Ho vinto e ho comunque imparato qualcosa dai primi due set. Adesso so che devo ancora lavorare», ha detto dopo aver sconfitto Novak Djokovic in Australia nel 2024. «Teniamoci modesti, come discepoli sempre bisognosi d’imparare», diceva il costituente e sacerdote Giuseppe Dossetti nel 1973. Sempre misurato in ogni dichiarazione, Sinner è la personificazione sui campi da tennis di Aldo Moro in spiaggia con giacca e cravatta. Di lui si sa tutto tranne l’essenziale, attento com’è a non far filtrare niente che non sia voluto, pena l’esclusione di chiunque infranga la regola (il procuratore atletico mandato via dopo meno di un anno, Marco Panichi, ne sa qualcosa).
Come la Dc, poi, porta sulle spalle la condanna a dover vincere sempre. Altrimenti con lui rischia di crollare – come fosse l’ombrello occidentale sull’Italia – l’intero movimento tennistico italiano. Dei democristiani, infine, Sinner incarna anche la capacità di essere sfuggente pur essendo ovunque: loro costretti a palazzo Chigi, lui inchiodato a tutte le pubblicità, dalla pasta ai telefoni fino alla crema solare. Questo è forse l’aspetto peggiore della barra di Fedez: la poca curiosità nel capire un fenomeno per poter costruire una critica salace. Un musicista ha il diritto di essere dissacrante quanto vuole, l’unica cosa inaccettabile è la banalità” [il pezzo per intero si trova qui]
Andrea Ginola
È il caddy di Adrien Saddier, il nuovo leader del golf francese, la figura più attesa dagli Chauvin che ronzano da oggi a domenica intorno all’Open di Francia arrivato alla sua edizione numero 107. Uno dei tornei più longevi del DP World Tour. Per la quarta volta si tiene al Golf de Saint-Nom-La-Bretèche, nei pressi di Parigi, come era successo nel 1965, 1969 e 1982. La certezza è che per la prima volta su questo green non vincerà Severiano Ballesteros.
Andrea Ginola è il figlio di David, ex PSG fra 1992 e 1995, un centinaoio di partite anche al Tottenham, nazionale di Francia per 17 volte con tre gol. Dieci anni fa ebbe un infarto mentre stava giocando a golf. Andrea invece passa i bastoni e Saddier e da quando c’è lui la classifica è migliorata di 300 posizioni. Addirittura.
Andrea è a sua volta un golfista. È stato papà a spingerlo, lo portava a lezione il mercoledì pomeriggio. In meno di tre anni di allenamento sul campo di Beauvallon, non lontano da Saint-Tropez, è sceso a un handicap a una sola cifra. È andato a studiare in America, la nostalgia di casa lo ha riportato in Europa, ha completato gli studi in management sportivo e ha iniziato a lavorare come procuratore di calcio, prima di fare a sua volta il maestro di golf e ora il caddie nei tornei d’élite. A occhio: non sembra una brutta vita.
“Il giocatore taciturno – racconta L’Equipe – sopporta la verbosità del suo compagno sul campo, in ogni ambito, al di fuori del golf e spesso anche quando si tratta di parlare di calcio, una passione condivisa dai due uomini così diversi per carattere ma in sintonia sul lavoro”.
Oh, comunque i favoriti sono lo statunitense Brooks Koepka, il suo connazionale Michael Kim, il canadese Corey Conners, il neozelandese Ryan Fox e l’australiano Min Woo Lee, tutti vincitori nel PGA Tour.