# 1 giorno al Meeting di Budapest
► GLI EUROPEI Under-20 di atletica leggera si sono conclusi a Tampere con 6 ori, 3 argenti e 5 bronzi, e con l’Italia per la prima volta in testa al medagliere. L’ultima giornata è stata portentosa con 8 medaglie vinte in poco più di due ore, gli ori della 4×100 di Kelly Doualla, di Crotti nel triplo e di Togni nei 100 ostacoli, i bronzi di De Noni negli 800, Succo nei 100 ostacoli, Nalesso nel peso e delle due staffette 4×400. Editoriale: gulp. Fine dell’editoriale.
◇ Intanto il patriarca dell’atletica italiana, una delle radici da cui vengono fuori codesti germogli, ha saltato 2,20 a Heilbronn aggiungendo 4 centimetri alla sua migliore misura stagionale. Ora da Tamberi si attende una decisione sulla partecipazione ai Mondiali di Tokyo. Fabbri in Svezia si è fermato dopo tre getti del peso per un fastidio alla mano.
◇ Il Liverpool ha perso ai rigori contro il Crystal Palace la finale di Community Shield.
◇ Lutto per la pallacanestro italiana. È morta Paola Mauriello, 44 anni, ex azzurra, uno scudetto storico vinto con la Phard Napoli, e poi ala di Faenza, Ragusa, Parma e Ribera. Era stata da poco una delle animatrici del corso federale per allenatrici.
◇ Jasmine Paolini ha vinto con due tie-break la partita di esordio a Cincinnati contro la greca Sakkari. Nella notte Nardi ha rimontato e battuto Shapovalov. Stanotte torna in campo Sinner per il secondo turno contro il canadese Diallo.
Nessuno può gettare sopra il fiume della vita il ponte sul quale tu devi passare, nessun altro che tu
Friedrich Nietzsche
Il tennis sotto il ponte sull’Ohio
Certe precoci ondate di freddo, certe correnti d’aria violenta sono nell’Ohio instabili “come i capricci di un bambino”. Succede in quella terra dove “un attimo prima il vento era calmo, sopportabile, e quello dopo un grido gelido e spiritato squarciava High Street ghiacciando i convenuti”.
Questo è l’Ohio secondo Stephen Markley in uno dei romanzi americani più spietati degli ultimi anni o come dice il New York Times Book Review “un romanzo epico che racconta con rispetto e compassione vite danneggiate”, ammesso che ormai non lo siano in qualche modo tutte.
Cincinnati è dentro questa terra. Cincinnati è quel posto dove nel 1855 la schiava fuggiasca Margaret Garner uccise i propri figli per impedire che fossero catturati dai cacciatori di schiavi e riportati nel Kentucky. È la storia che ha ispirato Toni Morrison per Beloved, e in una delle scene più drammatiche la protagonista Sethe partorisce mentre attraversa il fiume al confine, riscrittura di un’altra scena romanzesca e celebre, l’episodio della Capanna dello zio Tom in cui la schiava Eliza attraversa l’Ohio col bambino in braccio, inseguita dai cacciatori di schiavi, saltando da un lastrone di ghiaccio all’altro. Harriet Beecher Stowe, l’autore, a Cincinnati ci aveva vissuto.
Il fiume Ohio oggi si può scavalcare passando sopra il ponte che è diventato uno dei simboli della città. Nel saggio Il ginocchio sul collo [Donzelli], Alessandro Portelli ha scritto che “uno potrebbe non accorgersene, guardando la mappa degli Stati Uniti, ma Cincinnati è una città di frontiera. Da un lato, si affaccia sul fiume Ohio, confine storico fra Sud schiavista e Nord «libero»; dall’altro, è divisa al suo interno da una frontiera di classe”.
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 In Inghilterra il Community Shield del Crystal Palace – in Spagna i cinque gol del Barcellona nel Trofeo Gamper e il precampionato del Real – In Francia la zizzania del Pallone d’Oro al PSG – in Italia il calciomercato
▥ Troppe partite, mi fermo
Victoria Mboko e Naomi Osaka hanno preferito rinunciare al torneo di Cincinnati dopo aver giocato la finale a Montréal qualche giorno fa, riproponendo così la discussione sul prolungamento dei Masters Series da una settimana a 12 giorni. I tornei si accavallano, i calendari si ingolfano, chi gioca si sposta a perdifiato. Jacopo Lo Monaco, una delle voci di Eurosport, ha detto che i tennisti e le tenniste dovrebbero trovare da qualche parte la forza e il coraggio di scioperare. Nel frattempo c’è questa forma di sciopero bianco e di protezione del proprio fisico: withdraw.
▥ Vukov, vieniti a prendere il perdono
L’altro aggiornamento dai campi è il reintegro di Stefano Vukov, l’allenatore di Elena Rybakina al quale era stato imposto di tenersi lontano da lei, dai campi, da tutto ciò che fosse tennis. L’appello di Vukov è stato accolto dopo un arbitrato fra le parti che si è tenuto prima di Wimbledon, secondo quanto scrive Charlie Eccleshare su The Athletic. La WTA ha dato una dichiarazione al magazine americano in cui dice che l’associazione si impegna per garantire un ambiente sicuro e rispettoso per tutte le atlete. La WTA gli aveva ritirato l’accredito per il comportamento tenuto dopo essere stato sollevato dall’incarico di coach da Rybakina, tra cui farsi trovare nella hall dell’hotel di lei a Manhattan e riempire il suo telefono di chiamate e messaggi nel tentativo di convincerla a riprenderlo. Vukov aveva definito Rybakina stupida e ritardata. Ha detto che senza di lui non le sarebbe rimasto che raccogliere patate in Russia, quanto bastava per convincere la WTA che si trattasse di una relazione di dipendenza.
Da allora Rybakina ha lavorato con Davide Sanguinetti, che in un’intervista alla Gazzetta dello Sport nel mese di febbraio ha dichiarato: «Vukov ed Elena sono molto uniti, lui ci sarà sempre». Quando a maggio Rybakina ha vinto il torneo di Strasburgo, nel discorso finale ha ringraziato anche Vukov e ha confermato in una conferenza stampa al Roland-Garros che lui era tornato ad allenarla tra un evento e l’altro.
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I temi del giorno
E li chiamiamo pure Under

È proprio buffo che la parola con cui li definiamo sia Under. Sotto, ma nei dizionari inglesi la parola sta anche per insufficiente, scarso, ridotto, inferiore, incosciente. È buffo adesso che gli Under e le Under d’Italia siano invece quelli di sopra, gli eccellenti, i migliori, forse incoscienti, questo sì, può darsi, nel senso di istintivi, non del tutto ancora consapevoli di quanto stanno combinando, e in questa estate ne stanno veramente combinando tante.
L’Italia degli insufficienti e dei ridotti ha appena vinto un oro europeo con la Nazionale maschile di pallacanestro, una squadra piena di ragazzi [se ne parlava qui] che nel resto dell’anno fanno fatica a trovare un posto in campionato, con l’eccezione di N’Guessan Elisee Assui, titolare negli ultimi scampoli della stagione a Varese. Francesco Ferrari è stato votato mvp del torneo e passerà le prossime domeniche ancora a cercare minuti sul parquet con la maglia di Cividale del Friuli in A2. Luigi Suigo, Diego Garavaglia e Achille Lonati, come tanti altri diciottenni in giro per il paese, sono tutti proiettati sul sogno di andare a studiare in America, studiare e giocare.
Non sono male neppure le ragazze, ieri medaglia di bronzo agli Europei con una vittoria netta sulla Svezia, e qui nei giorni scorsi veniva segnalata la storia di Cristina Osazuwa, vent’anni compiuti nel mese di gennaio, veronese, figlia di genitori nigeriani, giocherà il prossimo campionato di A con la GEAS di Sesto San Giovanni. È arrivata in Lombardia alla Costa Masnaga di Lecco da quindicenne e da subito l’hanno scaraventata in prima squadra.
E sono Under pure le ragazze che con la maglia della nazionale di pallavolo hanno vinto quattro partite su quattro ai Mondiali sotto i 21 anni, con i punti e le schiacciate di una ragazza nata a Crema da genitori nigeriani, Merit Adigwe: se ne parlava qui a dicembre immaginando che per il dopo Egonu [magari anche per il durante, chi lo sa] siamo a posto.
È la portata dell’esplosione dell’atletica leggera che spiazza e ancora stupisce. Dopo il primo posto nel medagliere agli Europei Under-20 di Tampere e l’esplosione di Kelly Doualla, il presidente federale Stefano Mei ha ricordato che questi sono ragazzi e ragazze figli di Tokyo, quelli che avevano undici o tredici anni quando Jacobs e Tamberi vinsero due ori in 11-12 minuti quella domenica di agosto.
Sono i nuovi adolescenti che ad aprile qui ci piaceva definire Post-sdraiati, la generazione che all’avvelenamento e all’ossessione di un risultato preferisce il benessere mentale e l’agonismo dolce [se ne parlava qui dopo Parigi], la generazione che vive in armonia spalla a spalla con le avversarie, come una tribù che si sposta, scherza con i rivali in pista, batte le mani, fa il tifo, incoraggia [se ne parlava qui]
Le immagini della giornata di ieri
Gli ori dell’atletica
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Le analisi
Cosa rimane al campionato francese
Dopo aver salutato quasi contemporaneamente Mbappé, Messi e Neymar – le tre stelle che nelle apocalittiche visioni del mondo avrebbero certamente portato la Ligue1 a superare la serie A – la Francia deve trovare in qualche modo una consolazione. Quando mancano cinque giorni alla prima palla al centro, in un campionato che lancia il proprio canale tv non per valorizzare il prodotto ma per disperazione, Vincent Duluc su L’Èquipe dice che saranno otto i campioni del mondo 2018 nel prossimo campionato, inclusi i tre nuovi arrivati: Paul Pogba al Monaco, Olivier Giroud al Lille e Florian Thauvin al Lens. Gli ultimi due vanno a vivere a un’ora di treno al Nord e stanno oggi in prima pagina sul giornale francese, uno di ritorno dalla MLS e l’altro dall’Udinese: “Una manna” si legge. Ehm.
Il dissing di Hakimi sul Pallone d’oro

Non è nemmeno così certo che sarà il campionato del prossimo Pallone d’oro. Tutti i dubbi e le domande che ci assillano la mente dall’istante successivo alla proclamazione dei candidati stanno venendo fuori. Come dice al verso 7 quella vecchia canzone, non ci voleva l’erratica gitana per indovinare come sarebbero andate a finire le cose dentro uno spogliatoio con nove ego in corsa per lo stesso premio. Achraf Hakimi ha detto che lo merita lui, ecco, perché ha fatto cose che noi umani in un difensore non abbiamo intravisto mai. Per essere ancora più espliciti e diritti, crede di meritarlo più di un attaccante. Traduzione: più di Dembélé. “Potrebbe minare l’equilibrio all’interno dello spogliatoio parigino?” si domanda allora L’Équipe con la consueta formula del punto interrogativo che domanda per non dire.
“Questo PSG 2024-2025 – si legge – riflette l’immagine di un collettivo unito che Luis Enrique ha pazientemente costruito. Una squadra sana, dove gli ego sono diluiti e al servizio di un progetto comune. Rispettare questa cornice, essenziale per il successo del club nella scorsa stagione, sarà una delle condizioni per mantenere questo livello e costruire quel che i dirigenti sognano: una dinastia parigina”.
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Il compleanno di Yamal e quell’antica distinzione tra l’artista e la sua opera
Succede che di un regista si finisca per smettere di guardare i suoi film, di un pittore i suoi quadri, che si smetta di leggere di uno scrittore i libri, quando certe biografie prendono una certa piega, quando viene fuori che sono “esseri umani ripugnanti o che votano in modo opposto al tuo” ma nessuno smetterà di festeggiare un gol di Yamal “perché non gli è piaciuta la festa di compleanno”.
Le ferie della F1 sono sotto sorveglianza

Questa è bella. Questa è proprio bella. La Formula 1 ha un regolamento anche per le vacanze. Sul serio. Le settimane estive senza GP – quest’anno sono due, nel 2016 furono tre – non sono ferie. È uno shutdown.
La finestra è regolato dall’articolo 24.1 del regolamento. Stabilisce che tutte le squadre devono chiudere per quattordici giorni durante i mesi di luglio e/o agosto. Sebbene vi sia una certa flessibilità nel calendario, la maggior parte delle scuderie ha collocato i quattordici giorni tra lunedì 11 agosto e domenica 25, in modo da avere qualche giorno per il debriefing del Gran Premio d’Ungheria, vinto domenica da Lando Norris, e per prepararsi al Gran Premio d’Olanda del 31.
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Dai campi
Il Liverpool battuto in Community Shield
5-4 DCR
Dean Henderson è sulle prime pagine di tutti gli inserti sportivi inglesi del mattino. È il portiere del Crystal Palace che ha deciso l’esito del Community Shield ai rigori, 28 anni, da ragazzo battitore e wicket-keeper nel cricket, poi terzino ala esterno quella roba là, finché un giorno non lo mandarono in porta e tutto cambiò. Negli anni scorsi è stato per un po’ anche la riserva di De Gea al Manchester United, e di lui si diceva fosse più completo dello spagnolo, bravo nelle uscite e nelle prese alte, bravo nei passaggi con i piedi e nei rilanci c on le mani, un tipo di una certa personalità. Henderson ha parato i tiri di Mac Allister e di Elliott dopo che Salah aveva provveduto a mandare fuori il suo. Devenny ha segnato il tiro decisivo e il Liverpool dei 300 milioni di sterline spesi in una sola estate ha lasciato il primo trofeo della stagione alla squadra che un anno fa si è piazzata al dodicesimo posto.
Le due strade del Barcellona
BARCELLONA-COMO 5-0
In campo il Barcellona pare non avere problemi. Ha segnato cinque gol al Como per il Trofeo Gamper e ha riabbracciato Cesc Fabregas, “avversario attraente e azzeccato” secondo la definizione di Alfredo Relano su AS. È fuori dal campo che qualche problema esiste. Il campo Johan Cruyff è omologato per 6.000 spettatori e da qui al 21 agosto, spiega l’editorialista del giornale spagnolo, Laporta dovrà convincere l’UEFA che la Champions League potrà essere giocata qui, al nuovo Spotify. “E non è il suo unico problema; c’è pure è la questione del tesseramento di Joan García, Rashford e altri”. Il Barça degli ultimi anni ha raggiunto livelli di finanza creativa altissimi, ma gli sono rimaste pochissime altre leve da azionare per restare dentro i parametri della sostenibilità finanziaria. A Ter Stegen è stata sfilata ala fascia da capitano dopo il suo rifiuto a firmare un certificato medico di almeno quattro mesi, una finestra che consentiva al club una nuova manovra sulla flessibilità dei salari. Quando il portiere si è piegato, la fascia è tornata sul suo braccio. Oggi il tedesco è conciliante e dice a El Pais che è stato importante risolvere la questione, adesso basta, adesso è il momento di guardare avanti. Un editoriale del giornale progressista di Spagna lo aveva definito nei giorni scorsi un “monumento all’Io” raccontando di come fosse passato da eroe dei tifosi a bersaglio di insulti, gli insulti più feroci mai ascoltati “dai tempi in cui Leia baciò Luke in presenza di Han Solo”.
Rafa Cabeleira aveva parlato del Barcellona come il primo club nella storia del calcio dove “gli infortuni non sono un problema, ma un’opportunità, uno strumento, un’incognita. Tanti anni passati a ridefinire il calcio hanno portato a questo momento un po’ delirante in cui un referto medico non riferisce più solo le condizioni fisiche di un giocatore, ma anche lo stato dei conti finanziari del club”. Nella bizzarria della situazione, Cabeleira ha trovato capitan Ter Stegen “un portiere che sembra aver perfezionato uno stile di leadership basato sull’assenza. Lo abbiamo visto ai festeggiamenti della squadra la scorsa stagione, sempre a margine di un gruppo che canta e balla come in gita scolastica, mentre lui, non solo per l’età, rimane a distanza di sicurezza, sempre un gradino sopra gli altri, come infastidito dal trambusto. Il deterioramento della sua immagine tra i tifosi è palpabile, e persino un po’ crudele. Le sue buone stagioni sono state sepolte sotto i recenti sgarbi, e i più ingrati hanno deciso di ribattezzarlo Ter Statuen: non si muove, non ispira, non collabora”.
E per fortuna poi c’è il campo. “Quel che non è in discussione – scrive Relano – è la squadra, completa, felice e riposata. È stata un turbine contro il Como, sempre un po’ più lento. Questo Barça ha perso Iñigo Martínez, un’assenza pericolosa, ma è pieno di buoni giocatori in tutti i ruoli e ha lasciato un’immagine promettente”.
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Interpreti
Lo storico gol del re dei traslochi
Il Cerignola ce l’ha fatta. Ha passato il turno preliminare di Coppa Italia e si è pure vendicato dell’Avellino che qualche mese fa gli ha sfilato ai play-off il posto in serie B. Una sessantina d’anni dopo aver avuto quello spilorcio di Totò come presidente nel film Gambe d’oro, i pugliesi si regaleranno i trentaduesimi di finale contro una squadra di A, il Verona. Il nome da tramandare ai posteri è quello di Luigi Cuppone, anni 28, pugliese anche lui, nato a Nardò, giunto all’Audace dopo un lungo girovagare tra Lecce e Carpi, Lugano e Triestina, Vicenza e Pisa, Paganese e Bisceglie, Monopoli e Casertana, Cittadella e Potenza, Pescara e adesso Cerignola, 14 maglie differenti, sei volte in prestito, il miglior cliente possibile delle agenzie di traslochi.
Con lui si sposta Laura Trinchera, che di residenze instabili ha già avuto esperienza da figlia di Stefano, ex calciatore di Lecce, Casarano, Giulianova, Trapani, Turris, Avellino, Crotone, Reggiana, Brindisi, Manfredonia, Ternana, di nuovo Brindisi e infine Leverano: 13 squadre diverse, primato familiare appena battuto da suo genero. Oggi Trinchera è il direttore sportivo del Lecce dopo esserlo stato a Francavilla e Cosenza. Nessuno meglio di questa famiglia sa impacchettare libri, vestiti e soprammobili.
Ora, se non altro, Luigi Cuppone sa che nessuno lo schioda dai piccoli grandi libri della storia del Cerignola.
Quel che ha fatto A’ja Wilson non era mai successo
A meno di un minuto dalla fine della partita, la guardia delle Connecticut Sun Saniya Rivers ha tirato corto verso il canestro e ha mandato il pallone sul ferro. Con la maglia delle Las Vegas Aces, A’ja Wilson è saltata lassù per recuperare il rimbalzo e gli orologi si sono fermati per un pezzo di storia della WNBA. Quando Wilson ha messo i piedi a terra e ha passato la palla a Chelsea Gray, era diventata da qualche istante la prima giocatrice di sempre del campionato a segnare almeno 30 punti e catturare almeno 20 rimbalzi in una stessa partita.
Le Aces hanno pure battuto le Sun per 94-86, Wilson è arrivata a 32 punti e ha aggiunto alla sua partita storica anche cinque assist. I suoi 20 rimbalzi personali sono stati quasi il totale delle avversarie [23]. Wilson ha una certa dimestichezza con i primati. È la leader della WNBA per punti in una singola stagione [1.021 nel 2024], per rimbalzi in una singola stagione [451 nel 2024] ed è a pari merito con Liz Cambage nel maggior numero di punti in una singola partita [53 nel 2023]. Quest’anno, la tre volte MVP e sette volte All-Star ha una media di 21,8 punti e 9,2 rimbalzi a partita, in leggero calo però rispetto al suo massimo in carriera di 26,9 punti e 9,8 rimbalzi dell’anno scorso.
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Oggi
Taipei vs Giordania: tre anni passati ad aspettare questa rivincita
Dentro il primo ottavo di finale della Coppa d’Asia di basket pulsa una ferita profonda e aperta, così profonda e aperta che Napoli-Milan del 1° maggio ‘88 non è niente. Taipei contro Giordania rimette di fronte le due squadre già avversarie agli ottavi di finale della Coppa 2022, quando la squadra dell’arcipelago cinese era in vantaggio di 9 punti a 54 secondi dalla fine. La rimonta si concretizzò con un tiro sulla sirena di Freddy Ibrahim, dalla distanza del logo del torneo a metà campo. Ora il destino fa un fischio a Taipei e gli offre un’occasione. La Giordania è sempre arrivata ai quarti nelle ultime tre edizioni del torneo. Chi vince passa il turno e gioca contro l’Iran. Chi perde torna a casa e si fa due bagni.
Taipei nel girone ha battuto Filippine e Iraq prima di perdere dalla Nuova Zelanda. La Giordania ha vinto solo contro l’India. Due figure chiave della partita di tre anni fa sono di nuovo in campo, da una parte Chen e dall’altra Ibrahim, ma per il sito della FIBA l’X-Factor può essere Brandon Gilbeck, il centro di Taipei tutto rimbalzi e stoppate. La Giordania ha una media di 10 rimbalzi in più a partita e la presenza di Gilbeck sarà fondamentale per proteggesse il ferro e il tabellone. Nel tiro dal perimetro Taipei è in testa alle statistiche con una media di 12,3 a partita. La Giordania al contrario segna la maggior parte dei suoi punti dall’interno dell’area, con una media di 44 punti rispetto ai 24,7 di Taipei.
Tim Cone e il senso del basket per i filippini
Tim Cone è oggi l’allenatore di pallacanestro che più si identifica nel triangle offense, quella strategia d’attacco che chiede al centro di lavorare da post basso, mette l’ala forte e una guardia negli angoli, l’ala piccola sul post alto e l’altra guardia in cima all’area. Ogni passaggio e ogni taglio hanno uno scopo, ma servirebbe uno molto bravo per spiegarlo. Qui vale la pena solo accennare al fatto che il triangle offense è stato sviluppato da Tex Winter, ex giocatore del suo inventore Sam Barry, e poi assistente di Phil Jackson sia a Chicago sia ai Lakers.
Con il triangle offense Tim Cone ha fatto la sua fortuna nelle Filippine, dove dalla panchina ha vinto 25 titoli e oltre 1.000 partite. Cone è nato e cresciuto nell’Oregon, ma quando aveva nove anni suo padre si trasferì per lavorare nell’industria del legname. Tornò negli USA da maggiorenne per andare al college, prima in California e poi a Washington. Prese il posto in banca a San Francisco e lo mollò per tornare nelle Filippine, come Maurizio Sarri, con la differenza che Sarri lo mollò a Figline Valdarno senza andare nelle Filippine.
Cone ha lavorato come analista per le tv e poi si è dato alla panchina. Inizialmente gli fu impedito di allenare in campionato perché l’articolo 40 del codice del lavoro nel paese consente l’assunzione di uno straniero solo dopo aver stabilito che nessun filippino sia competente per quel posto o disposto a eseguire quel servizio. Intervenne la Corte suprema. Cone poté prendere servizio in panchina solo dopo il matrimonio con la sua fidanzata Cristina Viaplana, quando ottenne lo status di residente.
D’altra parte il basket nelle Filippine non è uno sport, Breaking the Lines lo definisce un battito cardiaco. “Dalle strade di Manila ai remoti barangay di Mindanao, il rimbalzo ritmico della palla e le urla assordanti della folla risuonano come un inno nazionalista. È uno sport che non conosce confini di età, classe sociale o regione, si intreccia nel tessuto stesso della popolazione filippina. Come è possibile che uno sport introdotto da stranieri conquistatori si sia evoluto in un movimento culturale? Come può ricoprire un ruolo insostituibile nella vita dei filippini?”.
Guida allo sport in tv di oggi
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