L’oro di Julio e l’oro di Julia

    Queste ragazze che adesso in mille righe sono tutte brave, tutte forti, tutte esatte, tutte splendide, meravigliose, hanno le stesse facce, gli stessi occhi, le stesse mani, le stesse unghie di quelle che tre anni fa schiacciavano a Tokyo e si sentirono dire da ex generazioni di fenomeni e da editorialisti di passaggio che in campo erano eccessive, ecco, erano proprio inopportune. Ma dai, facevano troppe smorfie, troppe moine dopo ogni punto. Si sentirono dire che stavano troppo sui social ed erano troppo allegre in campo, erano troppo sorridenti per poter vincere un’Olimpiade, ecco perché non ce la facevano mai a prendere l’oro, dannazione, quelle sbagliano un punto e si danno il cinque, come si fa, sbagliano un punto e sorridono, ma si può. 

Il caso si diverte a costruire foreste di segni, per ridere di noi quando cerchiamo un senso. Così l’ultima medaglia italiana per eguagliare il totale di 40 raggiunto tre anni fa a Tokyo è arrivata proprio da loro, la medaglia attesa più a lungo e definita una maledizione, un’ossessione, quelle parole che nei titoli dei giornali ci stanno tanto bene, campeggiano dal loro palco a una siderale distanza dalla realtà. 

La realtà è incarnata nello stesso gruppo di donne che avevamo trovato acerbe e immature, e che tre anni dopo si rivelano invece come già consapevoli all’epoca di un nuovo spirito dei tempi, una nuova interpretazione dell’agonismo senza spigoli e durezze superflue. Hanno continuato a giocare senza rinunciare a darsi la mano, senza spegnere il sorriso. Alessandra Giardini su Domani accende la luce sul getto si Miriam Sylla e Anna Danesi, sul gradino più alto del podio dell’Expo di Parigi, appena hanno avuto la medaglia d’oro al collo, se la sono sfilata e se la sono scambiata: quella che era mia adesso è tua, e io terrò la tua per sempre. Una era la capitana di Tokyo, l’alta è stata nominata guida dello spogliatoio al suo posto da Velasco, don Julio, l’uomo venuto dall’Argentina per insegnarci prima come si perde, e poi come si vince.

Si perde come tante ragazze e tanti ragazzi hanno mostrato sulla scenda di questi Giochi. Si perde senza trasformare il traguardo in un’ossessione, come di nuovo ha ripetuto ieri Julio, mandando da Parigi una carezza a Roberto Baggio, che ancora si affligge la vita al ricordo di un coso tondo di cuoio calciato sopra una trave bianca dentro una struttura di cemento armato in California. «Io non mi sento come Baggio che dice di non avere pace perché ha sbagliato un rigore, anche lui dovrebbe essere in pace. Succede».

Succede, ascoltate Julio. Si perde. Succede a tutte ogni giorno, succede a tutti. È l’evento più probabile ma ci hanno cresciuti nella tossicità di sentirci dei falliti a ogni sconfitta. Il quarto posto lo chiamiamo ancora medaglia di legno, un disvalore. Questa generazione nuova arriva a imporre un agonismo nuovo, un agonismo dolce, non è più disposta a confondere una gara con l’odio, il colore di una medaglia con la propria identità. 

È la più grande eredità che questi Giochi ci lasciano. Qualche giorno fa Niccolò Campriani ha detto ad Aligi Pontani su Domani che «l’Olimpiade non è fatta per costruire numeri che portino onore alla Patria, è uno strumento molto, molto potente, che espone le vite dei ragazzi che ci partecipano, soprattutto in quest’epoca di social network e di fragilità estrema». 

È una frase che Slalom ha deciso di scolpire in alto da stamattina, nel giorno in cui festeggiamo l’oro nella pallavolo, un settore vincente che quest’oro non l’aveva vinto mai. A Parigi ci sarebbe stata forse pure Julia Ituma, la stella in divenire di questo sport nel quale si deve per forza giocare insieme, l’unico sport che ti obbliga sempre e solo a passare la palla a una compagna. Per vincere devi fidarti. Devi affidarti. Ci sarebbe stata bene in mezzo a queste campionesse, a ridere, a darsi la mano, abbracciarsi, mettere la medaglia al collo di un’altra, oppure portarsela all’orecchio come ha fatto Alessia Orro, fingendo che fosse un telefono con qualche telefonata in arrivo: ancora gli smartphone, lo vedete. 

Lo smartphone di Julia è stato invece riconsegnato un giorno a sua madre dai funzionari della polizia turca. Vuoto. Avevano fatto un backup delle sue ultime chiamate e dei suoi ultimi messaggi, e adesso eccolo qua, signora è suo. Il posto giusto dove tenere le suole delle nostre scarpe è a una considerevole distanza dalla soglia di questo dolore.  Ma se in quest’Olimpiade così potente per le vite di ragazzi, questo è l’oro di Julio, un pezzetto possiamo immaginare di portarlo nella stanza di Julia.

   PUZZLE   Che cosa si scrive stamattina

▥     Giulia Zonca, La Stampa: Quando il fuoco si spegne, le Olimpiadi lasciano in circolo una corrente intermittente, un’eredità energica. Ogni edizione cambia delle parole e le riconsegna diverse alla società e Parigi ci lascia una serie di significati nuovi che rivoltano le abitudini e aprono confronti.

DELUSIONE. Il vocabolo che è cambiato di più, soprattutto in l’Italia. Ha perso i tratti distintivi ed esce dai Giochi fluido. Gli atleti in parte hanno rigettato la delusione e in parte l’hanno esasperata. I più giovani hanno reclamato il diritto a vivere la sconfitta in modo più sano e pure a ricalibrarla. Arrivare quarto non significa per forza perdere. Ogni risultato va letto insieme alla storia che si porta dietro, quindi la delusione non viene archiviata: va selezionata.

▥    Valentina Desalvo, Repubblica: C’era una volta in America Velasco e l’oro ritrovato 28 anni dopo Atlanta” – Voleva fare il nonno, è tornato per cambiare la Nazionale con il suo metodo. “Smettere ora sarebbe perfetto” . Valentina Desalvo ha scritto: In 28 anni sono passati quattro presidenti della Repubblica, i giovani, secondo lui, non sono cambiati tanto ma sono cambiati tanto i loro genitori, ha avuto dei nipoti, ha perso un fratello prima di Parigi, ha girato il mondo allenando dall’Argentina all’Iran, ha vissuto alcuni anni nel calcio, tra Inter e Lazio, ha fatto il dirigente, si è sposato con Roberta, ha ballato, letto, studiato, ricordato Maradona, appoggiato Bonaccini in Emilia-Romagna, vinto e perso partite, senza rimpianti, perché riesce a godersi quello che sta vivendo, da esploratore del presente, curioso del futuro

▥    Flavio Vanetti, Corriere della sera: Quando è stato chiesto a Velasco se arriverà fino a Los Angeles 2028, il viso ha tradito il dubbio. La sua esperienza ha pagato, oggi non sarebbe nemmeno un problema tenere a bada il famoso «personaggio» che tempo fa voleva tacitare perché lo esponeva sul piano mediatico («Non m’importa se adesso mi scappa dal controllo»), però l’uomo venuto da La Plata ha 72 anni e «forse è il momento di smettere». Se continuerà, sarà un piacere raccontarlo ancora. Se invece lascerà lo ringrazieremo per quest’ ultimo regalo che, come canterebbe Jovanotti, fa sì che il più grande spettacolo dopo il Big Bang siamo noi.

▥    Paolo Brusorio, La Stampa: L’oro della pallavolo è un colpo di genio del destino: ci porta da Parigi all’Italia degli asili, delle scuole, delle squadre e non delle squadracce, è la waterloo dei vannacci e dei vannaccisti. Che farebbero meglio a stare giù dal podio. Fuori fuoco, verrebbero malissimo.

▥    Aldo Cazzullo, Corriere della sera: Paola Egonu in questi anni si è esposta molto, con coraggio. Ha denunciato il razzismo che esiste in Italia, come qui a Parigi ha ribadito Fiona May: e ha fatto benissimo. Ha querelato il generale Vannacci, e forse ha fatto meno bene, perché dire stupidaggini può non essere considerato reato. In questi Giochi Egonu non ha mai parlato. Ieri ha accettato per la prima volta di fermarsi all’uscita dal campo a rispondere alle domande. L’ha fatto con un filo di voce. Ha confermato l’importanza di Velasco sia sul piano tecnico, sia sul piano psicologico. Ma è parsa emotivamente coinvolta solo quando ha parlato di suo nonno scomparso da poco, cui ha dedicato la medaglia; «perché si è sempre preso cura di me, mi ha voluto bene, mi ha sostenuto, e mi ha detto che avrei vinto. Come si chiamava il nonno? Preferirei non dirlo». Julio Velasco e Paola Egonu hanno fatto politica anche portando questa squadra mista e perfetta all’oro olimpico. Perché da oggi chi nega che l’Italia possa essere un Paese multietnico ha un argomento in meno.

▥    Gaia Piccardi, Corriere della sera: Nell’ampio spettro tra la medaglia di legno vissuta da due giovani donne italiane come conquista e, al contrario, delusione — a conferma che la percezione del risultato è un sentimento intimo e personale, con buona pace del tribunale dei social —, la rivoluzione rosa. 7,5 dei 10 ori in Giappone erano stati al maschile, considerando metà la vela, specialità mista del catamarano volante affidato a Ruggero Tita e Caterina Banti, che in Francia si è ripetuto. Il sorpasso è avvenuto in tre anni, giusto il tempo di sbilanciare felicemente lo sport italiano: raggiunta la quasi parità di atleti del Team Italia (402, 208 maschi e 194 donne) nei Giochi della gender equality voluta dal Cio (10.500 partecipanti, equamente suddivisi), a Parigi le azzurre hanno conquistato il 58,3% delle medaglie d’oro (7 su 12); il sorpasso affidato alle amiche per la pelle della Madison, Chiara Consonni e Vittoria Guazzini, il chiodo piantato sul mondo nuovo da Julio e le ragazze della pallavolo, che grazie alla ritrovata concretezza di Paola Egonu (miglior giocatrice del torneo: 110 punti di cui 95 in fase offensiva) potrebbero offrire al Coni un’idea per la portabandiera di Los Angeles 2028.

 

COVER   Foto FIPAv/Valentini

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