Lo Slalom del 22 marzo | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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sabato 22 marzo 2025

# 1 giorno al GP di Cina in Formula 1 

 

 

►  È morto George Foreman, campione del mondo dei pesi massimi, l’altra metà del Rumble of the Jungle di Kinshasa  ◇  Lewis Hamilton ha vinto la Gara-Sprint al GP di Cina. Oscar Piastri ha fatto la pole position per la corsa lunga di domani mattina ◇  Carlitos Alcaraz è stato eliminato al torneo di Miami, Novak Djokovic invece ha vinto all’esordio ◇  Kevin Durant ha fatto cadere i semi-imbattibili Cleveland Cavaliers della NBA ◇  La Nazionale inglese di calcio ha aperto l’era Tuchel battendo l’Albania con un gol record  ◇  Luciano Spalletti ha perso Calafiori per la partita di Nations League domani sera in Germania 

 

  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨   Inghilterra: La prima Nazionale di Tuchel – Spagna: L’ascesa di Huijsen – Francia: Le confessioni di Ribéry – Italia: C’è Roberto Mancini per la panchina della Juventus

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La prima Sanremo femminile

La corsa più facile da affrontare e la corsa più difficile da vincere. La Sanremo più o meno è fatta così e in molti altri modi. Per circa 280 km si lascia prevedere, e quel che viene dopo diventa inafferrabile, illeggibile, diventa frenesia, diventa il Poggio, tre km e 600 metri neppure al 4% di pendenza media eppure misteriosamente duro, magico, una discesa dai tornanti tortuosi, un rettilineo fino all’ultima curva e poi il traguardo. Un batticuore. La Sanremo si consegna col Poggio a scatti-e-controscatti secondo il verbo antico di De Zan. Può gettarsi tra le braccia di finisseur, velocisti, perfino corridori che vanno al Giro e al Tour per fare la classifica generale. 

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duelli

Pogacar vs van der Poel: la corsa maschile

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Pogačar è un corridore astuto, in passato ha mostrato di saper imparare dagli errori. Al Fiandre 2022 venne battuto in volata da Mathieu van der Poel, l’anno successivo si è lanciato all’attacco da solo per 17 km. Nel 2025 parte di nuovo verso Sanremo con tutti gli strumenti per vincere. Alle Strade Bianche ha stupito per essere caduto, essersi rialzato, essere arrivato primo. Il lavoro è semplice e allo stesso tempo assurdo. sbarazzarsi dei velocisti per arrivare all’ottava Monumento della carriera. 

Mathieu van der Poel è quel ragazzone che vinse due anni fa nel nome di nonno Poulidor. Uno da non portarsi all’ultimo km. Come se fosse facile. Il miglior corridore delle classiche di questa generazione. Lui deve tenere Pogačar sul Poggio e svegliarsi avendo chiaro nella testa un piano nel caso in cui Casamandrej Pogačar si facesse venire la tentazione di attaccare prima, per esempio sulla Cipressa

Se Mameli vi ruggisce dentro, sfamatelo con Filippo Ganna, il gigante che nei titoli diventa un film con Tom Cruise. Qui a Sanremo in effetti può trasformarsi in una canzone di Rino Gaetano per sostenere tesi e illusioni. Ganna-Ganna-Ganna è reduce da un secondo posto assoluto alla Tirreno-Adriatico, dove ha mostrato chiari miglioramenti in salita. È già stato secondo nel 2023 attaccando sul piano quando il gruppo esitava a rincorrere Van der Poel. Ganna non è lo scalatore più forte e non è lo  sprinter più veloce, ma è uno dei migliori nella somma tra le due capacità. Deve mettere insieme le due fasi e fare nel miglior modo possibile una terza, la fase di mezzo, quella che gli viene meglio, la discesa dal Poggio e la specie di cronometro a strada spianata verso il traguardo. 

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 La straordinaria banalità del Poggio

 8 AGOSTO 2020  Come nasce l’idea di passare di là, le parole d’autore su questo strappo unico, le quattro vittorie italiane più belle nell’età contemporanea

Gli italiani non vincevano da sei anni. La Milano-Sanremo s’era trasformata in una lunga attesa dello sprint finale di uno straniero. Perciò Vincenzo Torriani inserì negli ultimi chilometri il Poggio. Era il 1960. “Il primo anno del Poggio è l’anno della morte di Coppi”. A leggere la carta d’identità di questo strappo, questo “cono su cui ci si arrampica azionando l’arma dello scatto e da cui si scende a tomba aperta” viene da domandarsi come sia stato possibile vedergli decidere la corsa tanto spesso. Un’ascesa di tre chilometri e sette, con quattro tornanti e sei curve, pendenza media del 3,7% e punte dell’otto. Una discesa con ventitré curve e sette tornanti interpretabile in più modi, “brutta e pericolosa”, “una folle picchiata” “per audaci ma non per pazzi”. È una “affondata sui tetti di Sanremo” Leggi tutto

 Il romanzo della Milano-Sanremo

 8 AGOSTO 2020  La corsa in frammenti d’archivio. La prima edizione. La prima Sanremo di un italiano. La prima Sanremo dantesque. La prima volta di Brera alla corsa. La bicicletta e la Liguria  |  Leggi tutto

 Un pezzo di cultura italiana: in bici verso Sanremo

 18 MARZO 2023   La fontana nel centro di Sanremo era diventata un gran pensiero. Il gruppo ci arrivava ingobbito e arruffato, soprattutto iniziava sempre ad arrivarci per intero, rendendo quella rotatoria un batticuore. Avevano cominciato a vincere la corsa con una media sopra i 40 km orari. C’erano stati nella storia 19 successi per distacco, sette volate a 2 e una volata a 3, tre sprint a 4, otto con un gruppetto fino a un massimo di 10 corridori, cinque volte erano arrivati a giocarsi la vittoria fra gli 11 e i 20 uomini, sette volte un mucchione dai 21 ciclisti in su. Nelle ultime due edizioni, questo era il vero punto, su via Roma erano giunti prima 69 corridori e poi addirittura 90. Il dominio degli sprinter stava iniziando a rendere la corsa una non-corsa in attesa degli ultimi metri, per giunta – ecco – non c’erano ruote veloci tra gli italiani |  Leggi tutto

 La Sanremo raccontata da Sanremo

 16 MARZO 2023  Le vite parallele della corsa di ciclismo e del festival della canzone

Quando è cominciato il rito di Sanremo, il rito della Sanremo aveva già 44 anni e 27 vincitori diversi nella sua storia: Costante Girardengo per sei volte, Gino Bartali quattro, Fausto Coppi tre. Nunzio Filogamo aveva detto alla radio la sua frase cult, «miei cari amici vicini e lontani buonasera, buonasera ovunque voi siate», e poi era cominciato il primo festival, il 29 gennaio del Cinquantuno, le prime canzoni di una collana che ne ha contate finora 2.152.  Sul palco erano saliti solo in tre, non era ancora il festival dei personaggi e delle fan-base. | Leggi tutto

 Ode alla cabina telefonica smantellata dal Poggio e a tutte le altre

 17 MARZO 2024  Un oggetto di scena cult della corsa è finito in disuso

Una volta per altri motivi capitò di scoprire che l’ultima cabina telefonica in territorio italiano prima di passare il confine della Valle Aurina si trova a 1.600 metri d’altezza, in località Kasern, Predoi, dove l’economia locale si ingrossa soprattutto producendo bambole e decorazioni per Natale. Piccoli oggetti antichi fatti con piccoli gesti rari, uguali a quello di infilare una moneta in un telefono, azione fatalmente perduta nell’Italia che ha 80 milioni di schede sim attive | Leggi tutto


strade

La corsa prima della corsa

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▛   KM 0   PAVIA

DI ADA NEGRI

E a me basta passar lungo i muretti | caldi di sole; e perdermi ne’ tuoi | vicoli che serpeggian come bisce | fra verzure d’occulti orti da fiaba | rossa Pavia, città della mia pace

▛   KM 28.8   PONTE FIUME PO

DI GIANNI MURA  [in memoria di GIANNI BRERA]

Siccome cinque anni sono una ricorrenza, ho pensato di andare a trovare tuo padre, l’amato-odiato Po. Non tutto, un pezzo. Veramente, da solo non ci avrei mai pensato. Prima del Tour mi hanno telefonato quelli dell’Arni, da Boretto. Arni non è un refuso fluviale, significa Azienda regionale per la navigazione interna. In pratica, gestiscono, tutelano e promuovono le vie di navigazione interna, vanno dalla rilevazione dei fondali al turismo nel Delta. Immagino che a loro interessasse un altro tipo di pezzo. Ho avuto come compagni di viaggio dei professoroni che sapevano tutto non solo del Po ma di tutti i fiumi, e parlavano dell’ estuario del Mississippi e della foce del Niger come fosse sotto casa loro, e di come sono ben organizzati per il trasporto di merci in Francia e in Germania. Un altro sapeva tutto degli uccelli. Vede, quella è una garzetta, quello un airone cinerino, quello uno svasso.

La garzetta volava sotto il Ponte della Becca, di mattina presto, in autunno. Ho detto che mi sarebbe piaciuto navigare dal Ponte della Becca fino a Brescello. Brescello mi è venuto così, forse perché mio padre mi faceva leggere Guareschi. Il Ponte della Becca è una brutta ferraglia che bombardano incessantemente i motori, gettata sul pio abbraccio immemorabile fra Ticino e Po. Lo attraverso a piedi con pena, senza che la vista dell’ acqua larghissima riesca a commuovermi, per l’atrocità del rumore. Così Ceronetti, 1983, ma a quest’ora c’è poco traffico e per un po’ si riesce a seguire l’acqua del Ticino, più chiara alla confluenza.

L’acqua del Po ha il colore del caffelatte. All’altezza del campanile di Portalbera c’è un barcone alto sulla riva e sulla fiancata c’è scritto in bianco e stampatello Bossi Bigulpas, che sembra scandinavo (non ci vorrebbero due esse finali? per i non lombardi, pass sta per molle e il resto è intuibile). Lunga sosta a San Zenone, attraccando vicino alla foce dell’Olona (mater, giusto?). È un cesso, scusa se te lo dico. Ed è una costante, mentre andiamo in giù, che tutti quelli del fiume (barcaioli, cavatori di ghiaia, osti) a quelli di Milano dicono: ma un depuratore, Cristo santo, un depuratore che è uno non siete capaci di impiantarlo?

Da sotto l’argine, il tuo paese è lontano, non si vede neanche la chiesa. Ci sono due macchine, il sindaco e l’assessore alla cultura, che ci aspettano in una piazzola sterrata, oltre la proda di ortiche. Tagliamo per i pioppeti, verso la provinciale e il cimitero. La tua tomba è sempre lì, fra quella dei Brega e quella dei Sozzani. Un mazzo di rose rosse, tre sigari toscani, uno anche sulla tomba di tuo figlio Carlo. Giro fra le tombe, i cognomi ricorrenti sono Ghisoni, Pietra, Marchesi, Suardi, Cova. Tanti ti portano toscani, poi si vede che qualcuno fa pulizia o se li fuma. Girando trovo un palloncino dell’Inter su una lapide. Tullio Orlandi (un cuore nerazzurro!!, c’è scritto). Nel 1910 San Zenone aveva 1954 abitanti, adesso ne ha 533. Nemmeno un barbiere. Molti sono emigrati, barbieri, cuochi e camerieri, a Natale arrivano cartoline da Capetown e San Francisco. Il Lungolona, dopo l’ultima alluvione, è stato intitolato a Ferruccio Garavaglia, attore dannunziano. C’è qualche panchina. L’Olona è orrenda, anche in paese.

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La Sprint a Hamilton, ma la pole a Piastri

Erano le 4.35 quando in Italia sono arrivate le notifiche sui cellulari muti per la notte, ma molti saranno stati certamente in piedi davanti alla tv, per il primo Lewis Hamilton signore in rosso, una specie di Kelly Le Brock in versione Brum. Non è un vero GP, ma è molto di più del niente della settimana scorsa in Australia. Ha dato sette secondi di distacco a Oscar Piastri, che più tardi avrebbe piazzato la pole position per la gara di domani. 

Scrive Vincenzo Borgomeo su Formula Passion: È stato triste assistere alla gogna mediatica inglese su Hamilton da parte di chi ha tratto subito considerazioni affrettate su una F1 così complicata, ma la realtà purtroppo è stata questa. E lo stesso Lewis sul podio non ha resistito a sottolinearlo. E ora? Tutto da capire. Domani entrano in scena le gomme dure e sarà un altro mondo. Un mondo che però, almeno in parte, già conosciamo: lì dominano le imprendibili McLaren. E infatti la pole è stata conquistata (polverizzando il record della pista) da Piastri

 

 

La sconfitta di Alcaraz a Miami, la NBA nella notte

Lo Slalom mentre succede

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UNA STORIA, UN GP  

DI ROBERTO LIBERALE

Peter Revson era ricco. Peter Revson era intelligente. Peter Revson era bello e piaceva alle donne. In un’epoca in cui i piloti erano sciupafemmine, lui era fidanzato con Marjorie Wallace, ex Miss USA e Miss Mondo 1973. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, i piloti sembravano attori, chi dallo sguardo magnetico come François Cevert, chi dall’aspetto da conquistatore come Clay Regazzoni o dall’aria da bello e maledetto come James Hunt.

Anche Revson morì tra le fiamme della sua macchina, secondo la tragica estetica della Formula Uno del tempo. Era un 22 marzo di mezzo secolo fa. Revson era lo stereotipo perfetto del giovane, ricco e mondano pilota di auto da corsa, ma pare che fosse un’immagine di sé stesso che detestava, sebbene abbigliamento e buone maniere restassero importanti. Ci scrisse un libro e lo intitolò Speed with Style

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La foto che George Foreman ha sul telefono

George Foreman è morto all’età di 76 anni a Houston, Texas, lui che era nato nel sobborgo povero di Marshall ed era cresciuto nel ghetto di Fifth Ward. Aveva fatto 40 volte dentro e fuori dal riformatorio. Era diventato campione del mondo per la prima volta nel 1973 battendo Joe Frazier, dopo essere stato campione olimpico nel 1968 in Messico. Si era ritirato all’età di 28 anni per fare il pastore predicatore. Lo decise nello spogliatoio dopo una sconfitta subita da Jimmy Young. Tornò a 38, perdere due match per la riconquista del titolo e diventare ancora campione del mondo nel 1994 all’età di 45, battendo Michael Moorer, prima di ritirarsi definitivamente nel 1997 all’età di 48 anni.

Ha attraversato due ere, ha combattuto nell’epoca di Ali e in quella di Mike Tyson. Ha preso tanti pugni, molti di più ne ha dati, ha regalato brividi ad almeno due generazioni di appassionati. Grande tra i grandi, ha un posto d’onore nella leggenda della boxe ha scritto Furio Zara su Avvenire. In mezzo a pugni dati e presi aveva infilato un’avventura imprenditoriale con un’azienda che produceva griglie elettriche per hamburger. 

In una intervista del 2014 a Emanuela Audisio per Repubblica aveva raccontato: «Mia madre era sola, faceva la cuoca per mantenere noi sette figli, al lavoro non le era permesso mangiare il cibo che cucinava». Ogni tanto, di nascosto, Nancy Foreman portava a casa una bistecca, la tagliava in otto pezzi, uno lo teneva per sé, gli altri sette li distribuiva ai figli. «Quando non c’era nulla da portare a scuola per il pranzo, soffiavo dentro un sacchetto di carta, per farlo sembrare pieno. E arrivavo in classe con quello». 

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 Ali vs Foreman: che cosa scrisse Giovanni Arpino

LA CAPITALE DEL MONDO DAI TETTI DI LAMIERA

DI GIOVANNI ARPINO, LA STAMPA, 30 OTTOBRE 1974

È arrivato il gran giorno per Ali, per quella che lui interpreta come una festa della “negritudine”. Kinshasa è gonfia di nuvole, i temporali della prima estate esplodono con furia per placarsi poi in un clima afoso. Ma Ali Muhamad, sdraiato sull’erba nel suo “quartiere” di N’Sele, ride e chiacchiera con i prediletti esponenti della stampa americana. Costoro lo stuzzicano, l’invitano alla polemica. E il pugile nero accetta, giocando di fino. Definisce il suo avversario Foreman un “fratello ridotto dalle circostanze a lavorare per il sistema dei bianchi”, non tralascia qualche piccola frecciatina verso il presidente Mobutu che troneggia dai manifesti. Poi, con un sorriso all’immagine dell’uomo politico, fa: “Scusami”. E seguita a parlare dei problemi dei neri  |  Leggi tutto

     

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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto. A cura di Angelo Carotenuto.  Per segnalazioni sui contenuti e per suggerimenti: angelo.carotenuto@loslalom.it

 

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