strade
Il Po di Brera, la fontana di Coppi, i biscotti di D’Annunzio

▛ KM 0 PAVIA
DI ADA NEGRI
“E a me basta passar lungo i muretti | caldi di sole; e perdermi ne’ tuoi | vicoli che serpeggian come bisce | fra verzure d’occulti orti da fiaba | rossa Pavia, città della mia pace”
▛ KM 28.8 PONTE FIUME PO
DI GIANNI MURA [in memoria di GIANNI BRERA]
“Siccome cinque anni sono una ricorrenza, ho pensato di andare a trovare tuo padre, l’amato-odiato Po. Non tutto, un pezzo. Veramente, da solo non ci avrei mai pensato. Prima del Tour mi hanno telefonato quelli dell’Arni, da Boretto. Arni non è un refuso fluviale, significa Azienda regionale per la navigazione interna. In pratica, gestiscono, tutelano e promuovono le vie di navigazione interna, vanno dalla rilevazione dei fondali al turismo nel Delta. Immagino che a loro interessasse un altro tipo di pezzo. Ho avuto come compagni di viaggio dei professoroni che sapevano tutto non solo del Po ma di tutti i fiumi, e parlavano dell’ estuario del Mississippi e della foce del Niger come fosse sotto casa loro, e di come sono ben organizzati per il trasporto di merci in Francia e in Germania. Un altro sapeva tutto degli uccelli. Vede, quella è una garzetta, quello un airone cinerino, quello uno svasso.
La garzetta volava sotto il Ponte della Becca, di mattina presto, in autunno. Ho detto che mi sarebbe piaciuto navigare dal Ponte della Becca fino a Brescello. Brescello mi è venuto così, forse perché mio padre mi faceva leggere Guareschi. Il Ponte della Becca è una brutta ferraglia che bombardano incessantemente i motori, gettata sul pio abbraccio immemorabile fra Ticino e Po. Lo attraverso a piedi con pena, senza che la vista dell’ acqua larghissima riesca a commuovermi, per l’atrocità del rumore. Così Ceronetti, 1983, ma a quest’ora c’è poco traffico e per un po’ si riesce a seguire l’acqua del Ticino, più chiara alla confluenza.
L’acqua del Po ha il colore del caffelatte. All’altezza del campanile di Portalbera c’è un barcone alto sulla riva e sulla fiancata c’è scritto in bianco e stampatello Bossi Bigulpas, che sembra scandinavo (non ci vorrebbero due esse finali? per i non lombardi, pass sta per molle e il resto è intuibile). Lunga sosta a San Zenone, attraccando vicino alla foce dell’Olona (mater, giusto?). È un cesso, scusa se te lo dico. Ed è una costante, mentre andiamo in giù, che tutti quelli del fiume (barcaioli, cavatori di ghiaia, osti) a quelli di Milano dicono: ma un depuratore, Cristo santo, un depuratore che è uno non siete capaci di impiantarlo?
Da sotto l’argine, il tuo paese è lontano, non si vede neanche la chiesa. Ci sono due macchine, il sindaco e l’assessore alla cultura, che ci aspettano in una piazzola sterrata, oltre la proda di ortiche. Tagliamo per i pioppeti, verso la provinciale e il cimitero. La tua tomba è sempre lì, fra quella dei Brega e quella dei Sozzani. Un mazzo di rose rosse, tre sigari toscani, uno anche sulla tomba di tuo figlio Carlo. Giro fra le tombe, i cognomi ricorrenti sono Ghisoni, Pietra, Marchesi, Suardi, Cova. Tanti ti portano toscani, poi si vede che qualcuno fa pulizia o se li fuma. Girando trovo un palloncino dell’Inter su una lapide. Tullio Orlandi (un cuore nerazzurro!!, c’è scritto). Nel 1910 San Zenone aveva 1954 abitanti, adesso ne ha 533. Nemmeno un barbiere. Molti sono emigrati, barbieri, cuochi e camerieri, a Natale arrivano cartoline da Capetown e San Francisco. Il Lungolona, dopo l’ultima alluvione, è stato intitolato a Ferruccio Garavaglia, attore dannunziano. C’è qualche panchina. L’Olona è orrenda, anche in paese.
Alla trattoria dove andavi ho appuntamento con alcuni tuoi compagni del tempo delle elementari. Sono Angelo Ghisoni, Giovannino Casarini, Agnese Cova (che dice una frase bellissima: il Po era tutti i nostri giocattoli), Maria Zambianchi. C’è un buon salame, i pesciolini in carpione, ma ho pensato a quale invettiva avresti inventato tu all’apparire di un vassoio di polpa di granchio. Loro raccontano di quando andavate ai Bagni Eridano, cabine sulla spiaggia, la sabbia come cipria, eravate in 170 a camminare in fila cantando inni fascisti, orario dei bagni ore 11 e 15.30. Dicono che avevi già la stoffa del capobranco ed eri bravo a disegnare gli omini. Anzi, precisa il Ghisoni, uno dei tuoi temi ricorrenti era il portiere in volo. Giocavate scalzi con un pallone di cuoio del numero uno portato dal fratello del Ghisoni che faceva il cameriere a Milano. Ognuno aveva il suo soprannome a seconda del ruolo, dice il Ghisoni. Lui, terzino destro, era Rosetta. Il Borgna, ala destra, era Frione. Tu eri Meazza (ci avrei giurato). Da mangiare: calderoni di pasta e patate, a merenda le marmellate Arrigoni.
L’acqua del Po si beveva, dicono tutti. L’Agnese dice che uno degli ultimi anni, alla festa del patrono (seconda domenica di luglio, giostre e bancarelle di torroni, orchestrina) t’aveva invitato a ballare un valzer lento, ma era durato poco. Son vecchio e mi fa male una gamba, avevi detto. Sono in gamba i tuoi compagni di scuola, mangiano e bevono che è un piacere vederli. E a un certo punto il Ghisoni (si stava ricostruendo la tua adolescenza) dice: ma lo sa che il Gianni era stato espulso da tutte le scuole del regno? No, non lo sapevo, e nemmeno mi risulta che tu ne abbia mai parlato nel giro degli amici, né mai scritto.
Dunque, racconta il Ghisoni, deve sapere che dopo le elementari il Gianni è andato a Milano, a casa della sorella Alice, che era del 1906, e qui ci si vedeva con lui durante l’estate, ma all’improvviso è rientrato interrompendo la seconda liceo. Mi ha detto che aveva avuto una lite, non solo verbale a quanto ho capito, con un professore troppo fascista. Sa, qui c’è una forte tradizione socialista. Il padre ha addirittura pensato di mandarlo a terminare gli studi in Spagna, poi c’è stato un ripensamento, una specie di condono, e ha potuto iscriversi a Pavia. Tra il ’30 e il ’50, dice l’assessore, San Zenone poteva vantare il numero più alto di lauree, in rapporto agli abitanti. E più tardi c’era un cartello all’entrata del paese, come di tanti altri paesi d’Italia: Zona depressa. Poi li hanno tolti. Le zone restano depresse, ma non sono contente di sentirselo dire in faccia. Immagino, riesco a immaginare.
Fortiter et generositer è il motto sullo stemma comunale. Nel cortile leggo la lapide per te, posta il 14 settembre di quest’anno. Manca una virgola, lo dico al sindaco non per pignoleria ma perché mi sembra giusto. Ci sono le lapidi di Fabrizio Maffi (medico dei poveri, pioniere del socialismo, 1868-1955) e del maestro Marco Rodolfi, dal 1866 al 1908 ha insegnato qui. Ma bisogna anche andare, c’è un appuntamento a Isola Serafini, prima della chiusa.
Il giorno dopo si cambia barca e pilota. Questo ha vinto dei raid Pavia-Venezia a una media raccapricciante, ma va dolcemente. L’acqua è sempre poco bella, ma il Po dà un’impressione di minor abbandono, quando si lascia il Pavese e si entra in Emilia. Ha rive più dolci, coltivate, e c’è qualche casa, qualche cane che abbaia, qualche pescatore in più. A Sissa cuochi sardi hanno preparato un pranzo breriano: riso e rane, storione (d’allevamento, non pescato in Po) molto ben fatto. A Boretto si sbarca, ha l’aria di un posto molto vivo. Mi raccontano di barche grandi, quasi navi, che portano i turisti lungo il Po, si fermano a Cremona e a Mantova, ci sono collegamenti con l’Arena di Verona o il Regio di Parma, si arriva fino a Venezia, si dorme a bordo e di giorno si gira per musei e piazze e trattorie. Bello, dico. Son quasi tutti americani, tedeschi e giapponesi, dicono. [Repubblica, 19 dicembre 1997]
▛ KM 50.6 VOGHERA
Voghera è la sua celebre casalinga. In un articolo sul Corriere della Sera, lo scrittore Alberto Arbasino si attribuì la paternità dell’espressione. Arbasino ne rivendicava l’uso sin dagli anni sessanta, avendola utilizzata in alcuni pezzi di critica letteraria su L’Espresso. Disse di riferirsi ad alcune sue zie come rappresentanti del buon senso lombardo. Secondo Parole per ricordare. Dizionario della memoria collettiva, curato da Massimo Castoldi e Ugo Salvi, il conio spetta invece a Beniamino Placido. Michele Loporcaro scrive in Cattive notizie. La retorica senza lumi dei mass media italiani (Feltrinelli, 2005) che nel 1966 il Servizio Opinioni della Rai aveva avviato un’indagine sulla comprensibilità di alcune parole [scrutinio, leader] tra la popolazione. I ricercatori dimostrarono che il tasso meno elevato era stato registrato tra le casalinghe di Voghera. Le femministe da anni si battono contro la definizione.
▛ KM 71 TORTONA
Il triangolo di Coppi è quello tra Castellania dove nacque, Novi Ligure dove crebbe, Tortona dove morì. A lungo se lo sono conteso gli ultimi due borghi, prima che Castellania si riappropriasse pienamente del suo campionissimo. A parte l’asfalto che ha preso il posto dei solchi dei carri nella ghiaia, la strada che porta in cima al paese è uguale a quella che sfilava sotto le ruote delle bici negli anni 30, dal campanile di san Biagio in mezzo alla “terra taccagna di argille” fino ai “costoni montosi” che Gianni Brera potrebbe descrivere con le stesse parole del 1981: “Le poche case si sono affiancate una dopo l’altra ai margini senza obbedire a piani regolatori di sorta”.
La terra di Coppi oltre cent’anni dopo Coppi è un piccolo mondo antico fatto di cose elementari, semplici come le sue preoccupazioni. Fino ancora a trent’anni fa, il paese accettava di rimanere in silenzio sullo sfondo delle baruffe fra Tortona e Novi Ligure, accanite nel contendersi la paternità di Coppi, coi novesi inclini pure al colpo basso nel ricordare che furono i tortonesi a far morir l’eroe, all’ospedale loro, per una malaria non diagnosticata, un caso di malasanità prima ancora che esistesse la parola.
Dicono a Castellania che per l’anniversario della morte, i fiori li mandano dal Comune di Novi, ma il sindaco di Tortona mai.
▛ KM 90 NOVI LIGURE
Strano posto. Dove un Fausto Coppi poteva andare ad allenarsi, dove poteva nascere Costante Girardengo, ma pure dove poteva nascere Luigi Malabrocca, il più accanito inseguitore della maglia nera al Giro d’Italia dei suoi tempi. La maglia nera, il simbolo degli ultimi.
Questa storia della maglia nera, Malabrocca se la mise in testa in un pomeriggio di giugno, nel quale arrivava a Prato il primo Giro dopo la fine della guerra. Quel giorno c’era un vestito come premio per l’ultimo della tappa. Un catanese, Mario Fazio, tirò il freno sotto lo striscione un attimo prima del traguardo e fece passare Malabrocca. «Allora mi sono messo di punta e alla fine l’ho battuto» raccontò il Luisin, pavese d’adozione, in una delle ultime interviste con Claudio Gregori per la Gazzetta dello sport [9 luglio 2005].
Puntava a vincere la maglia nera perché assegnava un premio. Ma allora: era davvero un ultimo così romantico, il divino Malabrocca? Slalom ne scrisse qui in occasione del centenario della nascita
Il Museo dei Campionissimi a Novi Ligure è il più grande museo ciclistico europeo. “Un omaggio appassionato dedicato ai campioni piemontesi della bicicletta come Costante Girardengo, che a Novi nacque e cominciò la sua formidabile carriera sportiva, o Fausto Coppi, che di Novi è stato cittadino onorario” si legge sul sito. Allestito in un ex-capannone industriale di 3000 metri quadri, offre la possibilità di avvicinarsi al mondo della bicicletta a tutto campo: l’allestimento è infatti stato concepito con i criteri museografici più avanzati, con supporti multimediali e virtuali, maxischermi che proiettano i momenti più emozionanti della storia del ciclismo e un calendario di proposte di itinerari cicloturistici per la valorizzazione del territorio. Aperto venerdì, sabato e domenica, negli altri giorni su prenotazione per un minimo di 10 persone. Il biglietto costa 7 euro.
▛ KM 103 CAPRIATA D’ORBA
Qui è dove da quarant’anni fanno i biscotti Oro Saiwa. Se si può dire, se non è pubblicità. Ma l’azienda è più antica, risale al 1922. Il marchio ha una storia letteraria. Quando la piccola pasticceria genovese denominata Società Accomandita Industria Wafer e Affini si trasformò in una delle prime imprese europee per la produzione di dolci, quel golosone di Gabriele D’Annunzio suggerì di semplificare le cose e di chiamare la società con un acronimo. Saiwa.
▛ KM 115 OVADA
Usciti dalla pandemia, Ovada inaugurò un piccolo tempio laico per Fausto Coppi lungo le prime curve della gloriosa strada del Turchino, in località Panicata. Il posto dove il campione si fermava a bere durante gli allenamenti. Lo zampillo d’acqua della sua fontana era rimasto nascosto per tutto questo tempo dalla boscaglia.
▛ IL FIUME STURA
DI GIORGIO BOCCA | “I viadotti sul fiume Stura di Demonte, nel basso Piemonte, non sono ponti ma alte vie di cemento, quasi delle portaerei, fra la fredda pianura piemontese e il mare, e anche, per quelli stanchi della vita, fra le sofferenze senza fine e la morte liberatrice. Il fiume Stura di Demonte è un fiume avaro di acque che però nei millenni si è scavato una grande valle nell’ altopiano che degrada dalle Alpi alle colline delle Langhe. Quando ero giovane il fiume Stura lo passavamo su panche di legno o anche, nella guerra partigiana, poco lontano dal posto in cui è morto Edoardo Agnelli, su due funi di acciaio tese da una sponda all’altra con l’acqua verde che ti rasentava le scarpe. Ma con i tempi moderni gli architetti del cemento armato hanno pensato anche a coloro stanchi della vita per troppe e irreparabili sofferenze che cercano il grande volo liberatore. Uccidersi non è così facile come si pensa e le portaerei di cemento armato tese ad altezze vertiginose sul fiume Stura nel basso Piemonte sono, quando la sofferenza non ha fine, una tentazione irresistibile”. [la Repubblica, 16 novembre 2000]
▛ KM 139 TURCHINO
DI MARIO FOSSATI
“Dal Turchino, picchiando su Voltri, si scorge una lama di mare. Il tracciato gira all’esterno “a spigolo”: i piani di Invrea. Il colore violetto degli ulivi, le agavi, la Riviera. Quando ero giovane, la Sanremo, era l’annuncio della primavera. Uscivi dal Vel d’Hiv parigino (la vera sei giorni!) e scrivevi: “Sono le idi di marzo, le acacie del boulevard hanno le gemme: comincia la stagione della strada…” [la Repubblica, 21 marzo 1998]
La bicicletta e la Liguria
DI CLAUDIO GREGORI
La Liguria ha conosciuto i pionieri del ciclismo. Ha regalato al ciclismo momenti stupendi come il favoloso volo di Coppi, 151 chilometri da solo, nell’edizione del 1946: vinse con un distacco così grande che il radiocronista Nicolò Carosio, a corto di temi, dopo un po’ di minuti di attesa, disse: «In attesa degli altri arrivati trasmettiamo musica da camera». Gli eroi della Sanremo – da Girardengo a Binda, da Bartali a Coppi, da Merckx a Degenkolb – hanno acceso i fuochi della passione. Qui la strada è un viaggio nella bellezza, nella cultura e nella vita. A Riva Ligure la tomba di Francesco Pastonchi, il poeta, che ha scritto «sono tante e danno allegria le grida dei bambini che si rincorrono in bicicletta». Omini in festa. Folletti delle fiabe. Come l’omino musicale di Gino Paoli, Fausto Coppi, «Un omino con le ruote contro tutto il mondo. Un omino con le ruote contro l’Izoard». Italo Calvino crebbe a Sanremo e un giorno scrisse: «Qui ho scoperto a 17 anni l’amore e la bicicletta». I pittori Aligi Sassu ed Emilio Tadini, ciclomani appassionati, ad Albissola, hanno fatto balenare la bicicletta. Gianni Brera, direttore della Gazzetta dello sport, autore di «L’avocatt in bicicletta» e di «Coppi e il diavolo», l’ha fatta cantare a Monterosso. Perfino Ernest Hemingway, che, durante la Grande Guerra andava in bici a portare sigarette e cioccolata ai soldati in prima linea, nel 1927, qui ambientò il racconto famoso del fascista in bicicletta che gli commina 50 lire di multa. Qui la bicicletta è creativa. Si sposa con la primavera e con la spuma del mare” [la Gazzetta dello sport, 8 maggio 2015]
▛ KM 237 CAPO MELE
Il povero Capo Mele è sempre stato sulla strada verso Sanremo, ma sempre un po’ buttato là, senza enfasi, senza epica, uno dei tre insieme con il Cervo e il Berta, per giunta il primo dei tre. Dicono tutti che lassù non succede niente. Al massimo è il primo posto dove qualche gamba fiacca si stacca. Al massimo. Lo trattiamo da comparsa, soprattutto da quando Vincenzo Torriani si inventò il Poggio. Invece Capo Mele ha una sua dignità, una sua storia, perfino certi picchi di clamore mediatico. Sui giornali finì la prima volta il 28 aprile del 1909, quando il Corriere della sera diede la notizia che il signor Giuseppe Rocco di Trieste aveva invitato all’Officina della Unione Italiana Gas Elettricità, in via Padova a Milano, “molti competenti in materia d’illuminazione e la stampa cittadina, allo scopo di prendere visione d’un faro ad acetilene da lui inventato”. [TUTTO QUI]
▛ KM 283 POGGIO
DI GIAN PAOLO ORMEZZANO
“Le auto dei giornalisti non sono ammesse sul Poggio, tutti vanno subito a Sanremo per mettersi davanti alla televisione. Il Poggio raccontato è quello televisto: e dunque è una strada senza fondali di fantasia, senza scenografie di immaginazione. È una strada vera nel più grande falso che ci sia, quello della televisione. È una strada non supportata da poesia, invenzione, drammatizzazione fatta con la testa, non con l’obiettivo, con la telecamera.
… È la prima strada interamente televisiva del ciclismo classico. È nata cioè quando già c’era la televisione, è stata subito vista da tutti e così non ha potuto essere interpretata ed epicizzata per iscritto dai cosiddetti giornalisti cantori.
… Acquisire la classicità senza che nessuno ti canti alla maniera tradizionale non è mica facile. Chi scrive queste righe ha percorso il Poggio quasi tutto a piedi, lo conosce bene e garantisce che per renderlo epico ci sarebbero voluti i maghi antichi della penna e soprattutto i loro ingenui pubblici.
… Non c’è il divieto di pensare come sarebbe stato contrabbandato, in chiave di drammaticità anche paesaggistica, dai giornalisti cantori, se fosse toccato a loro inventarlo e tramandarlo. Anche perché non ne frega niente a nessuno”
▛ KM 300 IL TRAGUARDO IN VIA ROMA
DI CLAUDIO GREGORI
“Via Roma è un santuario. Quel traguardo fu inaugurato il 19 marzo 1949 da Fausto Coppi. Staccò tutti a 27 km da Sanremo e giunse solo con 4’17” su Ortelli e Magni. Via Roma assiste ad una sfilata di campioni vittoriosi: Van Steenbergen, Poblet, Van Looy, Simpson, che la Regina Elisabetta farà Sir, Altig, Merckx, primo per sette volte, Roger De Vlaeminck per tre. Anche gli italiani si fanno onore: Loretto Petrucci, con una doppietta, Dancelli, che spezza un digiuno durato 17 anni, Gimondi e Saronni primi in maglia iridata, Francesco Moser. Via Roma è una culla. Ha visto nascere Eddy Merckx (1966). A vent’anni ha colto qui la prima grande vittoria, bruciando Durante, Vanspringel e Dancelli. Qui, dieci anni dopo (1976), si è congedato battendo il record di Girardengo. La Sanremo ha avuto tre diversi teatri d’arrivo: Via Roma 51 volte (37 nel periodo 1949-85, 14 1994-2007), Corso Cavallotti 47 volte (39 negli anni 1907-1948, 8 1986-1993) e Piazzale Italo Calvino 7 volte negli anni 2008-14. …
Villa Nobel, su Corso Cavallotti: Alfred Nobel, l’inventore della dinamite, la considerava il suo nido. Morì lì, nel 1896, a 63 anni, prima che la Sanremo nascesse. In preda ai rimorsi, in quella villa, concepì imprese filantropiche: la più famosa è l’istituzione del Premio Nobel. Ma, ciclofilo, nel 1892, finanziò anche il velocipede di nuova concezione inventato da Birger Ljungstrom.
Dorando Pietri, l’eroe della maratona di Londra, nacque ciclista e solo dopo una caduta omerica ripiegò sul podismo. Quando, nel 1923, si trasferì a Sanremo in via Peirogallo e aprì un’autorimessa, arrivò in tempo per vedere Girardengo, Binda, Guerra, Olmo, Bartali. Con la sua 520 T Fiat trasportava alla stazione il filosofo Walter Benjamin, il gerarca Dino Grandi, il Maresciallo Badoglio e, sfiorando le bici, ricordava. Calvino non viene messo da parte. Queste sono le sue strade. Qui fiorì. Scrisse: «Ero un ragazzo tardo; a sedici anni, per l’età che avevo ero piuttosto indietro in molte cose. Poi, improvvisamente, scrissi una commedia in tre atti, ebbi un amore, e imparai ad andare in bicicletta»”. [La Gazzetta dello sport, 29 novembre 2014]