L’altro re di Kinshasa

George Foreman è morto all’età di 76 anni a Houston, Texas, lui che era nato nel sobborgo povero di Marshall ed era cresciuto nel ghetto di Fifth Ward. Aveva fatto 40 volte dentro e fuori dal riformatorio. Era diventato campione del mondo per la prima volta nel 1973 battendo Joe Frazier, dopo essere stato campione olimpico nel 1968 in Messico. Si era ritirato all’età di 28 anni per fare il pastore predicatore. Lo decise nello spogliatoio dopo una sconfitta subita da Jimmy Young. Tornò a 38, perdere due match per la riconquista del titolo e diventare ancora campione del mondo nel 1994 all’età di 45, battendo Michael Moorer, prima di ritirarsi definitivamente nel 1997 all’età di 48 anni.
In mezzo a pugni dati e presi aveva infilato un’avventura imprenditoriale con un’azienda che produceva griglie elettriche per hamburger.
In una intervista del 2014 a Emanuela Audisio per Repubblica aveva raccontato: «Mia madre era sola, faceva la cuoca per mantenere noi sette figli, al lavoro non le era permesso mangiare il cibo che cucinava». Ogni tanto, di nascosto, Nancy Foreman portava a casa una bistecca, la tagliava in otto pezzi, uno lo teneva per sé, gli altri sette li distribuiva ai figli. «Quando non c’era nulla da portare a scuola per il pranzo, soffiavo dentro un sacchetto di carta, per farlo sembrare pieno. E arrivavo in classe con quello».
Mamma Nancy gliele dava. «Cinghiate, si sedeva sopra di me e mi teneva fermo con la lotta. Ero alto e grosso, immobilizzarmi non era facile. Povera mamma, non voleva bugie. E io non ero uno stinco di santo». Aveva come idolo Sonny Liston, disse che voleva essere come lui: cattivo, sbagliato, spregevole.
La mamma non voleva che salisse sul ring, per niente al mondo. Big George fece di testa sua. Fino a diventare campione, uno dei re quando eravamo re, l’altro, il cattivo, lo spregevole: non voleva forse quello? Fu l’uomo che andò al tappeto nel Rumble in the Jungle, quello che stava dalla parte sbagliata della storia. Si raccontò un paio d’anni fa in un’intervista al Telegraph in occasione dell’uscita del film sulla sua vita. Foreman è stato produttore esecutivo del lavoro diretto da George Tillman jr. Al giornale inglese disse che «Hollywood fa Hollywood, io ho fatto la boxe, non ho mai provato a mettere insieme l’uno e l’altro».
C’è una foto, una sola, che Foreman ha conservato di tutta la sua carriera. Questa. La foto di Muhammad Ali che lo mette a terra. La tiene sullo schermo del telefono.
«Sono stato fuori dalla boxe per 10 anni e ho salvato solo lo scatto di Muhammad Ali che mi butta a terra. Perché mi sono reso conto di quale grande momento sia stato per lo sport e per la boxe. Mi ha umiliato. Non l’ho mai dimenticato, e questa cosa mi ha reso una persona migliore, molto migliore di quel che sarei stato, se fossi stato io a buttar giù lui. Quello che ricordo di quel match è la certezza che lo avrei battuto. In un round, due, al massimo tre. Avevo battuto facilmente Jose Roman, Ken Norton, Joe Frazier – e gli ultimi due avevano battuto Muhammad – quindi non avevo paura. Dopo il quarto round ero scioccato dal fatto che non fosse andato davvero al tappeto, al quinto ero sbalordito. Al sesto ho capito che non sarebbe mai successo. È stato l’essere umano più determinato che io abbia mai incontrato, dentro e fuori dal ring. Non ero un uomo felice per aver battuto Joe Frazier, non lo sarei stato nel battere Muhammad Ali. Una vittoria in più non mi avrebbe reso diverso, invece perdere mi ha dato una rabbia come nient’altro prima”.
Ali vs Foreman: che cosa scrisse Giovanni Arpino
LA CAPITALE DEL MONDO DAI TETTI DI LAMIERA
DI GIOVANNI ARPINO, LA STAMPA, 30 OTTOBRE 1974
È arrivato il gran giorno per Ali, per quella che lui interpreta come una festa della “negritudine”. Kinshasa è gonfia di nuvole, i temporali della prima estate esplodono con furia per placarsi poi in un clima afoso. Ma Ali Muhamad, sdraiato sull’erba nel suo “quartiere” di N’Sele, ride e chiacchiera con i prediletti esponenti della stampa americana. Costoro lo stuzzicano, l’invitano alla polemica. E il pugile nero accetta, giocando di fino. Definisce il suo avversario Foreman un “fratello ridotto dalle circostanze a lavorare per il sistema dei bianchi”, non tralascia qualche piccola frecciatina verso il presidente Mobutu che troneggia dai manifesti. Poi, con un sorriso all’immagine dell’uomo politico, fa: “Scusami”. E seguita a parlare dei problemi dei neri | Leggi tutto