La Sanremo raccontata da Sanremo. Vite parallele del festival e della corsa

  Quando è cominciato il rito di Sanremo, il rito della Sanremo aveva già 44 anni e 27 vincitori diversi nella sua storia: Costante Girardengo per sei volte, Gino Bartali quattro, Fausto Coppi tre. Nunzio Filogamo aveva detto alla radio la sua frase cult, «miei cari amici vicini e lontani buonasera, buonasera ovunque voi siate», e poi era cominciato il primo festival, il 29 gennaio del Cinquantuno, le prime canzoni di una collana che ne ha contate finora 2.152. 

Sul palco erano saliti solo in tre, non era ancora il festival dei personaggi e delle fan-base. Contavano le canzoni. Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano le interpretarono tutt’e diciassette. Così quando Grazie dei fiori prese 20 voti più di La luna si veste d’argento, parve che a vincere non fosse stata lei, la Nilla trentaduenne di Sant’Agata Bolognese, ma quel Saverio Seracini che aveva scritto la musica, Gian Carlo Testoni e Mario Panzeri autori del testo, «tanti fiori, in questo giorno lieto ho ricevuti» 

 

LA PRIMA SANREMO DOPO UN SANREMO

Quarantasette giorni più tardi, a 400 metri di distanza dal Casinò, i fiori li avrebbero dati in via Roma a Louison Bobet. Alla radio non c’è la voce di Nunzio Filogamo ma quella altrettanto leggendaria di Mario Ferretti. Due anni prima aveva inventato la frase per cui lo ricordiamo, l’equivalente di amici vicini e lontani. Durante la Cuneo-Pinerolo al Giro si è inventato che «un uomo solo è al comando della corsa, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi». 

È con una sua radiocronaca che quel giorno Coppi segue la Sanremo, sdraiato a letto in una stanza della clinica Sanatrix. Si è rotto la clavicola otto giorni prima. Alla Milano-Torino. Il Corriere della sera con Ciro Verratti ha scritto alla vigilia che sarebbe stata una corsa magnifica, finalmente equilibrata senza il campionissimo, con tutti gli assi stranieri presenti per cogliere l’occasione. 

Coppi sente dalla voce di Ferretti che all’attacco di Capo Mele il gruppo di testa ha un minuto di vantaggio su una coppia della Bottecchia, Bobet e Barbotin. Sente che i più attesi fra tutti – Van Steenbergen, Bartali, Magni, la grande speranza Renzo Soldani – stanno arrancando. Si volta e dice a chi gli sta accanto: vince Louison. Lo conosce bene, lo sa insuperabile nel leggere la corsa e viene da una Parigi-Nizza corsa da protagonista. Sulla Gazzetta alla vigilia Coppi lo aveva messo tra i suoi cinque favoriti. 

 

Sul Capo Mele, Ciolli e Lauredi sono ancora davanti, ma sul Cervo la corsa cambia e lungo le rampe del Berta Bobet fa l’occhiolino a Barbotin. È il segnale. Vanno a prendere i due davanti e si gettano insieme fino al traguardo lungo la strada liscia, liscia com’e la vita dei ricchi. 

Barbotin perde la volata contro il compagno di squadra più famoso, il capitano, che cosa può mai fare. Quando appaiono i grandi battuti su Via Roma, le cronache dicono che si presero qualche fischio, anche se ciascuno aveva una scusa: Bartali male a un ginocchio, Soldani non si sentiva in forma, Kubler aveva detto che avrebbe fatto la corsa sugli italiani, Magni era nervoso perché i giornalisti parlavano solo dell’assenza di Coppi. Si era mosso con tutto l’orgoglio del mondo per andare a riprendere Van Steenbergen e Hugo Koblet, e poi si era immalinconito pensando che sarebbe rimasto sempre e solo il terzo uomo. 

Grazie dei fiori, allora, pensa Bobet, a 39 anni di distanza dall’ultimo francese vincitore, Henri Pélissier. 

 

Ciro Verratti sul Corriere della sera scrisse: Ha vinto Louison Bobet, il «bel giovane» del ciclismo transalpino, più celebre per il suo sorriso che per la sua pedalata, quello che quando passa il Tour fa sognare le ragazze romantiche che stanno ad aspettare affacciate alle finestre, dietro ai gerani, o in punta di piedi sulle soglie dei casolari. Trovò che Barbotin fosse il magnifico nome di scudiero per un romanzo cavalleresco, un nome destinato a far fare una rapida carriera a un gregario del ciclismo

 

Le profezie del festival sulla corsa

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È da quel 1951 che il nome di Sanremo significa sia musica sia ciclismo. Arrivano a distanza di un mese l’uno dall’altro e il festival è spesso una profezia rispetto alla corsa che verrà.

Vola Colomba nel 52 non anticipa forse la volata di Lorenzo Petrucci sul vialone? O era il volo a terra del campione del mondo Kubler, schiantato sull’asfalto prima di Pavia? Vecchio Scarpone del 53 preannuncia il 34enne Fausto Coppi staccato di oltre un minuto e Buongiorno Tristezza nel 55 dice con buon anticipo che eravamo destinati alla mestizia, gli italiani non avrebbero vinto: stava cominciando un lungo digiuno interrotto solo da Michele Dancelli nel 70. In effetti quel giorno avremmo dovuto capirlo alla partenza che qualcosa di buono si preparava, al festival era passata La prima cosa bella come presagio del ritorno alla vittoria dopo 17 anni.

 

NICOLA, PEPPINO E MERCKX

Nel frattempo si è aperta l’èra di Eddy Merckx, tre primi posti nel 66, nel 67 e nel 69. Sono gli anni di Dio come ti amo per dirla con sguardo da tifoso, oppure di Non pensare a me e Lontano dagli occhi – per dirla invece con i suoi avversari, che in effetti lo perdevano spesso di vista. Quando nel 72 Nicola Di Bari vince con I giorni dell’arcobaleno, allora diventa chiaro che sul traguardo di via Roma sarebbe arrivato primo l’uomo con la maglia iridata, cioè lui, sempre Merckx, che l’aveva vinta a Mendrisio qualche mese prima. Peppino Di Capri è invece il Nostradamus di Eddy nel 76. Lui arriva primo al festival con Non lo faccio più, Eddy arriva primo al traguardo per l’ultima volta in carriera, la settima, e non lo fece più. 

Quando nel 1981 Fons De Wolf se ne andò sul Poggio approfittando della marcatura dispettosa tra Saronni e Moser, tutti pensammo Maledetta Primavera – come ci aveva appena detto Loretta Goggi. L’anno dopo, Soli di Drupi previde con l’esattezza della sua voce soul che sulla Cipressa – la prima Cipressa nella storia della corsa – i francesi Bondue e Gomez avrebbero staccato tutti i compagni di fuga e se ne sarebbero andati insieme fino al traguardo. In realtà nella discesa dal Poggio, Bondue scivolò a terra – ma pure questo era previsto, per i ciclisti sono Storie di tutti i giorni, e Riccardo Fogli aveva avvisato. 

 

LE PROFEZIE PER SARONNI E MOSER

Saronni veniva invece da tre secondi posti e non sapeva se con la maglia di campione del mondo addosso avrebbe abbattuto la maledizione. Un mese prima Tiziana Rivale dal palco lo rasserenò: Sarà quel che sarà. Un anno ancora e il tabù della conquista di quello spazio e di quel traguardo sarebbe caduto anche per Moser. Glielo aveva annunciato Eros Ramazzotti con Terra promessa – che ci voleva a capirlo che ce l’aveva con lui. 

I due albi d’oro affiancati mostrano preveggenze continue, non crederete mica che sono coincidenze. Quando nel 1985 Luis Miguel cantava Noi ragazzi di oggi stava chiaramente lanciando un messaggio di resa al quasi 40enne Kuiper. Così come Marcella di certo stava rimproverando con Senza un briciolo di testa [1986] quello scatto improvvido di Beccia troppo lontano dal traguardo – o forse ce l’aveva solo con la sua calvizie. Morandi, Ruggieri e Tozzi sapevano in anticipo che i velocisti italiani avrebbero continuato a perdere in volata e dissero che Si può dare di più [1987], mentre i Pooh previdero che il 90 non sarebbe stato un anno da sprint di gruppo. Loro cantarono Uomini soli, e da solo arrivò infatti Bugno, che doveva forse avere in Mietta e Minghi due tifosi disposti all’adorazione, ostinati nello spingerlo all’attacco [Vattene amore]. Un’altra coppia, Ron e Tosca, ci disse con largo anticipo che la vittoria sarebbe andata a un asso di passaggio, Gabriele Colombo [1996], un corridore che non confidavano di trovare nei ricordi e nei discorsi dopo un secolo [Vorrei incontrarti fra cent’anni]. 

Fiumi di parole – dissero allora i Jalisse – sapendo quante ne avremmo spese per le quattro vittorie di Erik Zabel [nel 97 la prima], quattro come Domenico Modugno e Claudio Villa. Andrej Tchmil ce la fece invece nell’ultima Sanremo novecentesca scattando all’ultimo km, Senza pietà, come nel presagio avuto sul palco da Anna Oxa. 

 

OGGI 

Può bastare, no? Ognuno può proseguire il giochino per conto suo, arrendendosi all’evidenza che L’uomo volante di Marco Masini [2008] è Óscar Freire, che il Colpo di fulmine di Giò Di Tonno e Lola Ponce era la visione dell’ultimo km di Fabian Cancellara [2009] e che Marco Mengoni un anno fa aveva profetizzato con Due Vite che sarebbe toccato a Mathieu van der Poel, uno che ha due carriere e vince sia su strada sia nel ciclocross. 

La Sanremo è sempre cuore e batticuore. È una corsa così facile che diventa difficile da leggere. Per questo c’è adrenalina, metro dopo metro. Ma se stavolta farà eccezione, se sarà una corsa di sbadigli, non vi stupite. Angelina Mango ci ha avvertiti. Forse dobbiamo aspettarci un copione sonnolento e uggioso, una lunga fuga da lontano e nessuno che insegue. Se Sanremo è Sanremo, quest’anno ci tocca la Cumbia della Noia. Total. 

 

FOTO | Stefan Schweihofer da Pixabay

 

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