Peter Revson e la prima safety car

UNA STORIA, UN GP  

DI ROBERTO LIBERALE

 

Peter Revson era ricco. Peter Revson era intelligente. Peter Revson era bello e piaceva alle donne. In un’epoca in cui i piloti erano sciupafemmine, lui era fidanzato con Marjorie Wallace, ex Miss USA e Miss Mondo 1973. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, i piloti sembravano attori, chi dallo sguardo magnetico come François Cevert, chi dall’aspetto da conquistatore come Clay Regazzoni o dall’aria da bello e maledetto come James Hunt.

Anche Revson morì tra le fiamme della sua macchina, secondo la tragica estetica della Formula Uno del tempo. Era un 22 marzo di mezzo secolo fa. Revson era lo stereotipo perfetto del giovane, ricco e mondano pilota di auto da corsa, ma pare che fosse un’immagine di sé stesso che detestava, sebbene abbigliamento e buone maniere restassero importanti. Ci scrisse un libro e lo intitolò Speed with Style. 

Lo zio di Peter Revson era il miliardario Charles Revson, fondatore del gruppo di cosmetici Revlon. Peter studiò alla Cornell University, dove incontrò il mitico Teddy Mayer, futuro boss della McLaren, e iniziò a lavorare in un fondo fiduciario, mettendo da parte i soldi per comprare le prime auto da corsa alla fine degli anni ’50.

Le corse arrivarono nel 1960, a 21 anni, con l’Associated Sports Car Club of Hawaii, debuttando a bordo della sua Morgan con un secondo posto e vincendo la gara successiva. Si trasferì poi a Redondo Beach, in California, e nel 1961 corse con la Morgan nelle gare SCCA della East Coast, finendo quarto nel campionato. L’anno successivo poi lui e Teddy Mayer crearono il team Rev-Em Formula Junior, con due auto Cooper.

Nel 1963 Revson investì tutto ciò che aveva per andare a correre in Europa. Condivise il suo appartamento londinese con piloti allora squattrinati, ma destinati ad entrare nella storia del Motorsport, come Mike Hailwood, Chris Amon, e un giovane Frank Williams. Come tanti piloti all’epoca, aveva un’esistenza quasi nomade, e partecipò a gare europee di Formula Junior con una Cooper, vincendo il Gran Premio di Copenaghen. 

Il suo debutto in Formula Uno arrivò nello stesso anno, con un nono posto nella gara non valida per il campionato Gold Cup a Oulton Park al volante di una Lotus 24–BRM privata iscritta dal Team Parnell.  Il vero esordio avvenne nel 1964. Corse quattro Gran Premi, il massimo che riuscì ad ottenere fu un 13esimo posto a Monza. Poi per sette anni non si vide più. 

Embed from Getty Images

Revson tornò negli Stati Uniti dove corse in varie categorie, compresa la 500 miglia di Indianapolis 1969. Della stagione 1970 restò famosa la scazzottata con il collega Sam Posey ai box del Riverside Raceway, scena di cui il web conserva le immagini. Prendersi a pugni era il modo in cui i gentiluomini risolvevano le loro divergenze durante i giorni di gloria delle corse. Dopo divennero amici.

Fu chiamato da Ken Tyrrell a guidare la terza auto della scuderia a Watkins Glen nel Gran Premio degli Stati Uniti di F1, al fianco del campione del mondo Jackie Stewart e del giovane compagno di squadra François Cevert. Al primo giro la macchina ebbe un guasto alla frizione e si ritirò. Il vecchio amico Teddy Mayer, proprietario del 51% della McLaren, lo ingaggiò per la stagione 1972 di Formula Uno. Così, all’età di 33 anni, con soli cinque Gran Premi alle spalle, Peter Revson iniziò una vera carriera in F1 al fianco dell’ex campione del mondo, il neozelandese Hulme. La McLaren M19-Ford Cosworth non era proprio un fulmine, ma Revson fece un ottimo campionato, quinto in classifica generale. Superò Hulme in qualifica cinque volte e partì nelle prime due file in cinque gare, inclusa una pole position al Mosport Park in Canada. Il miglior risultato della stagione fu il secondo posto di quella stessa gara, più tre terzi posti in Sud Africa, Gran Bretagna e Austria.

Nel 1973 la McLaren M23-Ford Cosworth era finalmente un’auto vincente. Revson vinse i GP di Gran Bretagna e Canada, due vittorie in circostanze quasi drammatiche. A Silverstone si verificò la più grande collisione di massa in Formula Uno, dieci auto furono coinvolte in un incidente al secondo giro, causato da un errore dell’allora giovane compagno di squadra di Revson, Jody Scheckter. Andrea de Adamich rimase gravemente ferito, la sua carriera in Formula Uno terminò. Alla ripartenza Revson riuscì a vincere per un pelo sulla Lotus JPS di Ronnie Peterson.

“UN BRUTTO SOGNO”

L’altra sua vittoria in Canada, a Mosport Park, fu caratterizzata dalla grande confusione causata dalla pioggia. Il Gran Premio iniziò sul bagnato, ma la pista si asciugò presto, quindi entrarono tutti ai box per cambiare le gomme. Dopo una collisione tra Scheckter e Cevert che bloccò la pista, per la prima volta in assoluto nella storia della Formula Uno una Safety Car entrò in pista, la guidava l’ex pilota canadese Eppie Wietzes. Nessuno conosceva la situazione, alla fine della gara non si sapeva neppure che Revson avesse vinto. 

Embed from Getty Images

Lino Manocchia scrisse per La Stampa che “per molti di noi è stato come un brutto sogno durato circa sei ore, trascorse nella completa ignoranza di ciò che stava accadendo e nella snervante attesa di conoscere la decisione di cronometristi e dirigenti sportivi riuniti in consiglio di guerra onde deliberare se Peter Revson aveva vinto la penultima prova di Formula Uno del campionato o se Emerson Fittipaldi aveva veramente conquistato il primo gruzzolo del vistoso montepremi di 270 mila dollari. Finalmente, come una meravigliosa liberazione è giunto l’annuncio. «Debbo la mia vittoria alla Pace Car e alla fortuna» ha detto Revson. Come noto, una recente modifica ai regolamenti di gara per la Formula Uno (voluta per ragioni di sicurezza dagli stessi piloti) consente ad una vettura ufficiale, chiamata appunto Pace Car, di entrare in pista dopo un incidente, in modo da congelare la corsa e permettere che le operazioni di soccorso e di rimozione dei detriti possano avvenire senza la presenza sul circuito di monoposto lanciate a forte velocità».  

Un momento storico vissuto evidentemente con molta impreparazione e sconcerto dagli addetti ai lavori.

Nonostante la sua ottima stagione, Peter Revson fu licenziato da Teddy Mayer, che nel frattempo aveva firmato per la McLaren un ricco contratto di sponsorizzazione con Marlboro e Texaco. Fu rimpiazzato con il campione del mondo del 1972, Emerson Fittipaldi. Si vociferò che nel 1974 Revson potesse trasferirsi a Maranello, alcuni dettagli determinanti fermarono le trattative. La Ferrari non era disposta a liberare Revson né per la 500 Miglia di Indianapolis, gara che lui disputava regolarmente, né per le gare USAC in America. Luca Cordero di Montezemolo, nuovo direttore sportivo, decise di abbandonare la pista e ingaggiò Niki Lauda insieme a Clay Regazzoni. 

Peter Revson firmò quindi per il team americano Shadow, non tanto per patriottismo, ormai non aveva altra scelta. Revson si unì al nuovo team in una formazione tutta americana, con la sponsorizzazione della UOP (Universal Oil Products), con pneumatici Goodyear e motore Ford. Solo il secondo pilota del team non era “made in USA”, il francese Jean-Pierre Jarier, campione europeo di Formula 2. 

La stagione iniziò a Buenos Aires con il GP d’Argentina, Revson si scontrò con il compagno di squadra al primo giro. Due settimane dopo, a Interlagos, si ritirò dopo appena 11 giri con il motore surriscaldato.  Per la terza di campionato la Shadow portò le sue auto a Kyalami, dove era prevista una lunga sessione di test, una settimana prima dell’inizio delle prove del GP del Sud Africa. Venerdì 22 marzo 1974 Revson iniziò i test per mettere a punto l’auto. Fittipaldi fu il più veloce seguito da Peterson sulla nuova Lotus 76-Ford e dal sudafricano Dave Charlton su McLaren M23-Ford. Le Ferrari e le Tyrrell non erano ancora in pista.

Verso le 13.30 Revson iniziò il suo turno ma dopo due giri tornò ai box per una riparazione alla sospensione anteriore sinistra, poi ripartì. Uno dei meccanici gli segnalò di rientrare ai box al giro successivo. Fu quello in cui avvenne l’incidente. In avvicinamento alla curva Barbecue Bend, in discesa e ad alta velocità, Revson perse il controllo dell’auto, che scivolò e si schiantò contro le barriere senza vie di fuga a una velocità di circa 220 km/h. Come spesso accadeva in passato, la Shadow prese fuoco e andò distrutta. Graham Hill, Eddie Keizan, Fittipaldi e Hulme, i primi piloti dietro di lui, fermarono le auto e cercarono invano di aiutarlo. Revson era ancora intrappolato tra i rottami. I vigili del fuoco e l’ambulanza arrivarono pochi minuti dopo. Revson era già morto. Pare che la causa dell’uscita di pista fosse il montante della sospensione anteriore sinistra appena riparata.

Embed from Getty Images

“Morte del pilota miliardario” avrebbe titolato il giorno dopo La Stampa, in una prima pagina dove Peter stava in foto con la fidanzata. “Il nome di Revson – si leggeva – era stato collegato a donne molto belle, ultima fra le quali la modella americana Marjorie Wallace. La Wallace, descritta dai giornali come una costante compagna di Revson, era stata privata recentemente della corona di Miss Mondo in seguito a una serie di relazioni parecchio chiacchierate. Erano anche corse notizie che lei e Revson si fossero fidanzati, cosa questa che i regolamenti del concorso di Miss Mondo proibiscono tassativamente”.

Peter fu sepolto insieme a suo fratello minore Doug, morto a sua volta per un incidente in Formula 3 a Ring Djursland, vicino a Copenaghen nel 1967. Nel 1996 Peter Jeffrey Revson è stato ammesso nella Motorsport Hall of Fame of America. La sua autobiografia fu pubblicata alcuni mesi dopo la morte.  Il pilota scelto per sostituirlo nella scuderia, Tom Pryce, avrebbe perso la vita tre anni dopo sullo stesso circuito di Kyalami, alla guida un’altra Shadow.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.