La straordinaria banalità del Poggio

La nascita del Poggio

 

 

Gli italiani non vincevano da sei anni. La Milano-Sanremo s’era trasformata in una lunga attesa dello sprint finale di uno straniero. Perciò Vincenzo Torriani inserì negli ultimi chilometri il Poggio 1.

Era il 1960. “Il primo anno del Poggio è l’anno della morte di Coppi2

A leggere la carta d’identità di questo strappo, questo “cono su cui ci si arrampica azionando l’arma dello scatto e da cui si scende a tomba aperta3 viene da domandarsi come sia stato possibile vedergli decidere la corsa tanto spesso. Un’ascesa di tre chilometri e sette, con quattro tornanti e sei curve, pendenza media del 3,7% e punte dell’otto. Una discesa con ventitré curve e sette tornanti interpretabile in più modi, “brutta e pericolosa”2, “una folle picchiata”4per audaci ma non per pazzi”5. È una “affondata sui tetti di Sanremo”6

 

Salendo lungo una viuzza laterale che spunta sul Poggio, camminando all’indietro, dando le spalle alla via che conduce all’arrivo, questo “ultimo scoglio” 7 della corsa, questo strano posto è “niente più che una collina. Che dopo quasi trecento chilometri diventa una montagna. Dallo scollinamento al traguardo sul lungomare non restano che seimila e duecento metri, l’ultimo rettilineo. Se hai abbastanza fegato e fiato a sufficienza, attaccare sul Poggio può essere un buon metodo per vincere la corsa. Adesso o mai più, insomma. Perché in fondo alla discesa è già lungomare, e l’unico finale possibile a quel punto è la volata, lo sprint ruota contro ruota” 8.

Malgrado le buone intenzioni di Torriani, il Poggio avrebbe frustrato gli italiani per altri dieci anni, diventando al suo imbocco “il bivio della malinconia9. Nonostante il nuovo percorso, Felice Gimondi arrivò a credere che “gli italiani non vinceranno mai la Milano-Sanremo” 10 , tanto che a un certo punto spuntò la domanda: “A che cosa serve il Poggio?” 11

Sul Poggio fece il vuoto e vinse al primo tentativo il francese Privat, l’anno dopo un venticinquenne Poulidor, non ancora rivale di Anquetil e accolto come un semisconosciuto al suo giorno di trionfo irripetibile. “Chi si paracaduta dal Poggio cala direttamente sul traguardo” 12

Merckx se ne andò due volte in discesa (1969 e 1972), come De Wolf nel 1981, Gomez l’anno dopo, Moser nel 1984 e Kuiper nel 1985. Saronni invece era scattato proprio in cima, dove per cima si intendono 162 metri, qualcuno dice 167. Mentre il gruppo s’avvicina e la battaglia vive l’alba sugli altri capi, il Poggio “immobile, aspetta come un bravo” 13. È il posto dove “la corsa incarognisce12 , “una gobba in più, una complicazione non secondaria” 14, “un salto terminale” 15 da cui “ci si paracaduta fra i tutori (leggi sostegni) dei garofani, un esercito di lance grigie” 16

I fiori che lungo questa mezza frustata di salita nessuno dei corridori osserva, sono vanto e sfregio, se è vero che la regina di Polonia “faceva scrivere che davanti a Sanremo tutte le colline erano coperte da limoni, aranci e olive: a un miglio marino non c’era bisogno di sapere che era Sanremo, sentivi il profumo delle zagare. A un miglio marino c’era un grande ulivo, al Poggio, e serviva da punto di riferimento di giorno per i navigatori. Abbiamo avuto il coraggio di tagliare ulivi che avranno avuto quattro, cinque, seicento anni – e nessuno se ne è fregato – per mettere la floricultura, e guarda che cosa è successo” 17.  I profumi lungo il Poggio sono di “basilico, limone, lavanda. Dal mare, lì sotto, arriva un vento di sale. Che si fa più forte in discesa, sui dolci tornanti” 8

 

trionfi Dancelli, l’italiano che ruppe la maledizione

Siamo qui ancora frastornati come se il Poggio l’avessimo pedalato noi, come se quella folle fuga l’avessimo azzardata noi, come se il sogno, ormai diciassettenne, non si fosse realizzato e fosse ancora un sogno soltanto

Luigi Gianoli, la Gazzetta dello sport, 20 marzo 1970

 

Eppure il Poggio ha avuto un suo lato oscuro. Oltre trent’anni fa la circoscrizione numero 10 di Sanremo protestò “contro l’inefficienza del Comune”. Nicola Di Sante, del PCI, disse: “Se non ci saranno date garanzie continueremo questo sciopero del silenzio e ce ne staremo da soli”. Chiedevano la sistemazione della scuola e dei servizi igienici. Ne passarono altri tre e andò in fumo un deposito di prodotti chimici. I bambini scesero in strada a protestare con uno spray giallo e nero su un lenzuolo. “Non siamo Seveso”. Un liquido giallo dai rubinetti, nel gennaio del ’91, accese la minaccia dei residenti per un’auto-riduzione della bolletta idrica.

Fu l’anno in cui alla sesta curva Chiappucci staccò Sorensen e usò il Poggio come trampolino, dando una nuova interpretazione tattica della corsa e della salita, “un gibbo che trasforma il traguardo in un miraggio” 18. Fu l’ultima corsa da suiveur di Mario Fossati: 1991. Sarebbe tornato cinque anni più tardi, ma come scrisse: da amatore. 

 


parentesi L’ultima corsa di Fossati | Claudio Chiappucci ha vinto, sabato, l’82esima Milano-Sanremo. E io sono contento di staccare, dopo quarantasei anni, dal ciclismo e dalla classicissima, la Sanremo appunto, portandomi appresso il suo nome lievemente clownesco. C’è stato un Chiappini romano: esiste una Chiappa corridrice: c’è soprattutto il Chiappucci lombardo.

…  Docenti universitari e medici versati nello sport sono entrati nel ciclismo e hanno approfondito la ricerca: qualcuno sperimentando in corpore vili: altri un tantino stravolgendolo. Altri ancora, esercitando il mestiere del furbo. Al pari dei meccanici, che trovavano e trovano quelle pure intelligenti conclusioni scientifiche aride e quasi sgradevoli, l’uomo della strada ha continuato a cercare nel ciclismo una trasposizione, la realizzazione di un sogno (il povero che diventa un ricco) o l’esaltazione di un carattere. Insomma, la poesia

da la Repubblica, 26 marzo 1991


 

Nei terreni del Poggio avrebbero presto trovato tracce di ddt fino a una profondità di venti centimetri, “colpa di anni d’uso indiscriminato dei fitofarmaci19 con la minaccia di inquinamento per le falde acquifere: nel ’98 un’ordinanza del Comune di Sanremo dichiarò non potabile l’acqua della frazione Poggio. Bisognava bollirla prima di berla. 

Sono i giorni in cui il ciclismo sta attraversando una nuova frontiera. In alcuni punti della salita i ciclisti spingono a 1.200 watt. Furlan scatta all’altezza del santuario della Madonna della Guardia e fa tutta la salita in 5 minuti e 46 secondi, anno 1994, lo stesso in cui la gente di Sanremo s’arrampica sul Poggio per guardare da lì il concerto di Bob Dylan allo stadio comunale. Anche Cipollini tempo dopo salirà lassù di notte, dove un velocista “deve resistere alla bagarre” 20, per studiare la salita, per conoscerla, per domarla, come aveva già fatto – e per quattro volte – il tedesco Zabel.

Sono questi gli anni d’oro del Poggio e della sua magnifica banalità. “Io lo scalo col 53×17. Ma è un’apnea, non una salita” 21. Decide una corsa ma non ha una sua epica. “Il tratto di strada di cui parliamo non ha nulla di sacrale, nulla di drammatico, nulla di scenico. Non è la strada brutta e cattiva, per pavé e per aggressioni del maltempo, che spesso decide la Parigi-Roubaix o il Giro delle Fiandre, non è la strada visitata dal vento delle Ardenne, non è la strada ancora innevata di qualche montagna del Giro d’Italia, non è la strada sbianchita dal sole e sonorizzata dalle cicale di qualche pianura meridionale del Tour de France. È una strada molto insignificante, quasi brutta. Non c’è speculazione edilizia moderna, ma non c’è neppure tenera archeologia paesana. Si indovinano alcune serre, che non sono cose belle da vedere, anche se contengono fiori. C’è una chiesa che non è sicuramente la più tenera commovente chiesa del mondo, e neanche della zona. Ieri c’era pure una fasciatura, in tela di pubblicità, davvero eccessiva, così che la strada era ridotta a nastro, l’occhio rimbalzava su quello che era in pratica un lungo e ininterrotto telone e tornava all’asfalto” 22

 

Il Poggio diventa un paradosso. È una salita con un nome ma senza supporti letterari. “Le auto dei giornalisti non sono ammesse sul Poggio, tutti vanno subito a Sanremo per mettersi davanti alla televisione. Il Poggio raccontato è quello televisto: e dunque è una strada senza fondali di fantasia, senza scenografie di immaginazione. È una strada vera nel più grande falso che ci sia, quello della televisione. È una strada non supportata da poesia, invenzione, drammatizzazione fatta con la testa, non con l’obiettivo, con la telecamera. È la prima strada interamente televisiva del ciclismo classico. È nata cioè quando già c’era la televisione, è stata subito vista da tutti e così non ha potuto essere interpretata ed epicizzata per iscritto dai cosiddetti giornalisti cantori. Acquisire la classicità senza che nessuno ti canti alla maniera tradizionale non è mica facile. Chi scrive queste righe ha percorso il Poggio quasi tutto a piedi, lo conosce bene e garantisce che per renderlo epico ci sarebbero voluti i maghi antichi della penna e soprattutto i loro ingenui pubblici Non c’è il divieto di pensare come sarebbe stato contrabbandato, in chiave di drammaticità anche paesaggistica, dai giornalisti cantori, se fosse toccato a loro inventarlo e tramandarlo. Anche perché non ne frega niente a nessuno” 22

 

L’ultimo vincitore ad aver messo del distacco cronometrato come tale tra sé e il secondo arrivato è stato Fabian Cancellara nel 2008, ma la vittoria di Nibali certificata in realtà non fu una volata. Nelle ultime ventitré, diciotto volte la Sanremo è finita con uno sprint di massa. Nato come “regalo che la corsa offre all’audacia” 23, il Poggio nel neo-ciclismo non basta più a tagliar fuori passisti e sprinter. Al massimo seleziona un pugno di uomini: così hanno vinto Bettini nel 2003 e Gerrans nel 2012. È questa apparente semplicità che fa della Sanremo “una diversa metafora della vita, contradditoria per natura: lineare, regolare, con salite e discese che non fanno la differenza, ma ugualmente lunga, misteriosa e avvincente” 8. Poggio o no, la legge di questa corsa non è cambiata mai. “A Sanremo arrivare secondo è la disfatta più grande, la jella più nera. Ti sembra che anche i garofani, dietro i vetri delle serre, ridano di te 5

 

I suoi arrivi e i suoi abitanti celebri

 

letture Via Roma è un santuario. Quel traguardo fu inaugurato il 19 marzo 1949 da Fausto Coppi. Staccò tutti a 27 km da Sanremo e giunse solo con 4’17” su Ortelli e Magni. Via Roma assiste ad una sfilata di campioni vittoriosi: Van Steenbergen, Poblet, Van Looy, Simpson, che la Regina Elisabetta farà Sir, Altig, Merckx, primo per sette volte, Roger De Vlaeminck per tre. Anche gli italiani si fanno onore: Loretto Petrucci, con una doppietta, Dancelli, che spezza un digiuno durato 17 anni, Gimondi e Saronni primi in maglia iridata, Francesco Moser. Via Roma è una culla. Ha visto nascere Eddy Merckx (1966). A vent’anni ha colto qui la prima grande vittoria, bruciando Durante, Vanspringel e Dancelli. Qui, dieci anni dopo (1976), si è congedato battendo il record di Girardengo. La Sanremo ha avuto tre diversi teatri d’arrivo: Via Roma 51 volte (37 nel periodo 1949-85, 14 1994-2007), Corso Cavallotti 47 volte (39 negli anni 1907-1948, 8 1986-1993) e Piazzale Italo Calvino 7 volte negli anni 2008-14.

Villa Nobel, su Corso Cavallotti: Alfred Nobel, l’inventore della dinamite, la considerava il suo nido. Morì lì, nel 1896, a 63 anni, prima che la Sanremo nascesse. In preda ai rimorsi, in quella villa, concepì imprese filantropiche: la più famosa è l’istituzione del Premio Nobel. Ma, ciclofilo, nel 1892, finanziò anche il velocipede di nuova concezione inventato da Birger Ljungstrom.

Dorando Pietri, l’eroe della maratona di Londra, nacque ciclista e solo dopo una caduta omerica ripiegò sul podismo. Quando, nel 1923, si trasferì a Sanremo in via Peirogallo e aprì un’autorimessa, arrivò in tempo per vedere Girardengo, Binda, Guerra, Olmo, Bartali. Con la sua 520 T Fiat trasportava alla stazione il filosofo Walter Benjamin, il gerarca Dino Grandi, il Maresciallo Badoglio e, sfiorando le bici, ricordava. Calvino non viene messo da parte. Queste sono le sue strade. Qui fiorì. Scrisse: «Ero un ragazzo tardo; a sedici anni, per l’età che avevo ero piuttosto indietro in molte cose. Poi, improvvisamente, scrissi una commedia in tre atti, ebbi un amore, e imparai ad andare in bicicletta». 

di claudio gregori, la Gazzetta dello sport, 29 novembre 2014

Le quattro vittorie italiane più belle nell’età contemporanea

 

trionfi  Il Turchino di Gimondi

Via Roma è ancora quella di ieri con la sua coreografia di tribune imbandierate. Oggi è festa e spianteranno tutto domani, ma sembra che abbiano lasciato intatto il magico traguardo in onore di Gimondi. Il ragazzo d’albergo che mi porta i giornali ha l’aria trionfale. Basta una battuta per capire il suo stato d’animo. «Ce l’abbiamo fatta!», ed è come se dicesse evviva Gimondi, evviva Bitossi, Paulini, Zilioli, Moser, evviva l’Italia. Da quanti anni, ad esempio, la corsa non prendeva fuoco nella discesa del Turchino? Quella nebbia, quei contorni grigi, quel paesaggio ovattato della collina ligure rimarranno a lungo impressi nella mente di Gimondi. E anche quella schiarita, quei solicèllo della riviera dei fiori, quella brezza profumata, quel dolce clima uguale ad una carezza, ad un balsamo per la tracheite. 

di gino sala, l’Unità, 20 marzo 1974

 

trionfi  Il tabù di Saronni

Ho vinto finalmente la Milano-Sanremo, la corsa che mi ha fatto soffrire di più e così mi pare di essermi liberato da un incubo. Non sto a dire che cosa mi è passato per la testa mentre in vista del traguardo mi sono voltato indietro per controllare un’ultima volta la situazione: certe sensazioni ti restano dentro, non puoi esprimerle con le parole. La vittoria di Goodwood nel campionato mondiale mi ha dato una maglia che si porta tutto l’anno; ho vinto il Lombardia che considero la corsa più bella della stagione; ma la Sanremo è la gara più importante, più popolare, quella che i tifosi italiani amano di più.

di giuseppe saronni, Corriere della sera, 20 marzo 1983

 

trionfi  L’eresia di Moser

Moser è arrivato solo in via Roma, perché il suo ciclismo non prevede compagnia, rischi, mosse e contromosse, è un ciclismo didascalico, persino accademico, lui in cattedra, gli altri sotto, anzi dietro. Ha vinto la Milano-Sanremo preparandosi «in casa», su strade amiche, seguito dal fratello Enzo in auto, preceduto, talora, dal fratello Aldo in moto per tagliargli l’aria. Ha speso più in telefono, per trasmettere i suoi dati di cuore al prof. Conconi che sta a Ferrara, che in sudore. Si diceva che per vincere la Milano-Sanremo bisogna correre la Parigi-Nizza oppure la Tirreno-Adriatico. Moser in tutto, dopo il Messico, ha fatto due «Sei giorni» e la Milano-Torino, più un paio di circuiti e un chilometro contro un cavallo. Ha studiato privatamente, ha passato l’esame. E tutti gli stavano addosso, qualcuno per imparare, altri per bloccarlo e salvare il loro ciclismo tradizionale. Si diceva che la squadra può essere tutto, specie in un giorno così duro, in una corsa così lunga e agitata. Moser ha corso praticamente senza squadra, al massimo cercando e trovando alleanze per strada

di gian paolo ormezzano, la Stampa, 18 marzo 1984

 

  trionfi  La fantasia di Nibali

Quando, fra dieci o trent’anni, si parlerà delle caratteristiche di un campione, sarà d’obbligo ricordare la Sanremo di Nibali. Una corsa, in teoria, che non avrebbe mai potuto vincere, e infatti non era partito per vincerla. Guardatelo sul podio, nodoso come un olivo, la barba di tre giorni coi segni dei baci come scottature. Sembra uscito da un film di Germi, o di Scola. Piange ridendo e ride piangendo. Sa che da oggi gli chiederanno più dell’impossibile, perché l’impossibile l’ha appena realizzato. Un campione deve avere testa, cuore e gambe ma anche la capacità di “sentire” la corsa come i cani sentono i terremoti e gli innamorati la forza degli occhi. È una vittoria meravigliosamente antica, è un’impresa autentica. È da brividi per l’apparente casualità da cui è nata e per la spavalderia successiva. O il coraggio, l’incoscienza, la follia, la capacità da rabdomante di intuire l’acqua in un tratto di deserto, di seguire un pensiero lontano come fosse una libellula, e vederlo diventare grande come una cometa. Così dico che solo i campioni sanno improvvisare, ribellandosi a una malinconica maggioranza di automi telecomandati dalle ammiraglie, sventolando la loro libertà e la loro fantasia.

di gianni mura, la Repubblica, 18 marzo 2018

 

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note frammenti sul Poggio | 1 Mario Oriani, Corriere della sera, 17 marzo 1960 | Gianni Mura in Non gioco più me ne vado (Il Saggiatore, 2013) | 3 Mario Fossati, Il Giorno, 21 marzo 1976 | Beppe Conti in Storia e leggenda del grande ciclismo” (Graphot, 2005) | 5 Gian Paolo Ormezzano, la Stampa, 15 marzo 1986 | Mario Fossati, la Repubblica, 22 maggio 1987 | 7 Gian Luca Favetto, la Repubblica, 11 marzo 2007 | Giorgio Burreddu e Alessandra Giardini, Vedrai che uno arriverà” (Absolutely Free, 2014) | 9 Bruno Raschi, la Gazzetta dello sport, 1962 | 10  Arrigo Benedetti, Corriere della sera, 21 marzo 1966 | 11 Corriere della sera, 22 marzo 1961 | 12  Mario Fossati, la Repubblica, 15 marzo 1986 | Claudio Gregori in Merckx il Figlio del tuono (66thand2nd, 2016) | 13  Gianni Mura, la Repubblica, 23 maggio 1999 | 14  Mario Fossati, la Repubblica, 22 marzo 1996 | 16  Mario Fossati, la Repubblica, 22 marzo 1988 | 17  Libereso Guglielmi in Libereso il giardiniere di Calvino (Tarka, 2013) | 18  Mario Fossati, la Repubblica, 31 marzo 1988 | 19  La Stampa, 16 maggio 1991 | 20  Candido Cannavò in La vita e altri giochi di squadra (Bur, 2010) | 21  Marco Pantani a Claudio Gregori, la Gazzetta dello sport, 21 marzo 1998 | 22. Gian Paolo Ormezzano, la Stampa, 24 marzo 1996 | 23  Attilio Camoriano, l’Unità, 19 marzo 1960

 

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