Sono tanto nato a Sanremo che sono nato in America
Italo Calvino
RUOTE
Un pezzo di cultura italiana. In bici verso Sanremo
È una corsa di ciclismo. È un pezzo di cultura sportiva italiana con il suo patrimonio di parole d’autore. È uno degli eventi dell’anno che provoca il moto perpetuo sul divano, la gamba che traballa, il piede che dondola, una tensione nei km finali pari a quella che si prova con una discesa di Sofia Goggia. La Milano-Sanremo è la corsa che avrebbe immaginato Alfred Hitchcock, se avesse disegnato il percorso al posto di Vincenzo Torriani. L’uomo che nel 1960 si inventò il Poggio prima del traguardo.
La fontana nel centro di Sanremo era diventata un gran pensiero. Il gruppo ci arrivava ingobbito e arruffato, soprattutto iniziava sempre ad arrivarci per intero, rendendo quella rotatoria un batticuore. Avevano cominciato a vincere la corsa con una media sopra i 40 km orari. C’erano stati nella storia 19 successi per distacco, sette volate a 2 e una volata a 3, tre sprint a 4, otto con un gruppetto fino a un massimo di 10 corridori, cinque volte erano arrivati a giocarsi la vittoria fra gli 11 e i 20 uomini, sette volte un mucchione dai 21 ciclisti in su. Nelle ultime due edizioni, questo era il vero punto, su via Roma erano giunti prima 69 corridori e poi addirittura 90. Il dominio degli sprinter stava iniziando a rendere la corsa una non-corsa in attesa degli ultimi metri, per giunta – ecco – non c’erano ruote veloci tra gli italiani.
All’arrivo della primavera del 1960, Fausto Coppi era morto da due mesi. Al ciclismo italiano serviva un’epica nuova. Vincenzo Torriani, che da una dozzina d’anni disegnava il Giro, andò a cercarne un pezzo in cima a questo strappo con quattro tornanti e sei curve che molti anni più tardi Marco Pantani avrebbe chiamato un’apnea, mica era una salita. È con la sua straordinaria banalità che da sessantatré anni il Poggio fa male alle gambe di chi lo scala avendo già compiuto i 270 chilometri e passa di traversata dalla Lombardia all’Aurelia. È una frustata, uno sfregio in mezzo alle colline, ai fiori, agli aranci. La regina di Polonia faceva scrivere che arrivando a Sanremo dal Poggio si sentiva il profumo delle zagare e si vedeva un grande ulivo, un punto di riferimento per i navigatori. Claudio Gregori ha definito il Poggio “immobile, aspetta come un bravo”, Mario Fossati disse che qui “la corsa incarognisce”. Non è il pavé, non è il Grammont, ma un cono d’asfalto che sa essere unico come pochi altri tratti di strada al mondo.
L’altra grande corsa annuale di Sanremo – il festival – era stata vinta alla fine di gennaio del 60 al Salone delle feste del Casinò da Tony Dallara e Renato Rascel con Romantica. Ma il romanticismo degli uomini soli che scappano dal gruppo e da qualcosa di inconfessabile che si portano dentro, alla Sanremo non si vedeva più da tempo. Il Poggio era così un nuovo invito all’audacia contro “quelle dannate soluzioni in massa sul rettilineo di arrivo” come scrisse il direttore della Gazzetta d’allora, Giuseppe Ambrosini. Quando Gino Bartali ebbe modo di vederlo, si morse prima le labbra e poi le mani. Disse: «Se ci fosse stata ai miei tempi questa salita…». Aveva vinto nel 1950 battendo altri 69 corridori arrivati insieme a lui.
«Chi sa di essere tagliato fuori nel caso di arrivo in volata – era la sua analisi in quei giorni – non può attendere l’agonia senza far nulla. Attaccare, attaccare, attaccare ancora. Meglio essere sconfitti con onore che perdere le ruote sul Poggio senza aver fatto nulla di rilevante».
L’inviato della Gazzetta Gianni Cerri si appostò in cima un paio di giorni prima, “come si appostano in Liguria i cacciatori di quaglie – scrisse – quando queste arrivano via mare, battendo le ali stanche sì da cadere talvolta esauste sulle stesse canne dei fucili pronti allo sparo”. Si nascose tra un campo di garofani e una carciofaia per scoprire che i corridori andavano ad assaggiare questo mistero, questa leggenda che era tale già prima di diventarlo. Qualcuno si era ritirato in anticipo dalla Parigi-Nizza per andare in perlustrazione. Rik Van Looy, uno dei velocisti belgi ai quali veniva complicata la corsa, fece l’intrepido e disse che non era la salita del Poggio a impensierirlo: «Mi sono forse spaventato del Capo Berta in passato?».
Cerri scoprì che “la salita è abbastanza dolce, lunga ma neppure lontana parente di certe pendenze. Neppure il più brocco dei concorrenti vi perderebbe un metro. Ma il guaio è che è a Sanremo, e dopo tanti chilometri c’è gente che perde addirittura la ruota in pianura, figuriamoci in salita. Molto dipenderà da come si arriverà ai suoi piedi, dalle condizioni atmosferiche della giornata, dal ritmo con cui la corsa sarà combattuta. Gli abitanti della zona (compresi i ragazzotti che scalano disinvoltamente la montagna in bicicletta con gerle di garofani in spalla) sono tanto onorati del passaggio della corsa quassù, quanto scettici sul valore effettivo della loro salita. Per i tassisti questa zona è pressoché un passaggio quotidiano obbligato. Secondo quello che ci ha condotto stamane su al Poggio e che afferma di aver assistito alla conclusione di trenta e passa Milano-Sanremo, sarà la discesa, ben più che non la salita, a sgranare i concorrenti. Ha fatto anche a noi una notevolissima impressione. Chi ha del fegato e sa farne uso su due ruote, in quei tornanti ne avrà innegabili vantaggi”.
Era tutto chiaro, insomma, sin dall’inizio. Eppure la lettura del Poggio, la scelta della strategia migliore, resta uno degli esercizi più complessi della stagione. In quel 1960 lo provarono per primi in 209. Erano 112 italiani, 40 belgi, 29 francesi, 7 olandesi, 6 spagnoli, 5 tedeschi, 3 svizzeri, 3 lussemburghesi, un austriaco, un danese, un irlandese e un inglese, che era Tony Simpson e rimase a lungo davanti tutto il giorno. Partirono alle nove e mezza del mattino da via Chiesa Rossa, con un solo corridore per squadra in prima fila. Il martedì prima era caduta una frana sulla strada di Capo Mele, era stata riaperta quasi subito ma il traffico andava a senso unico. La Gazzetta pubblicò le disposizioni ufficiali della giuria sia in italiano sia in francese. Il Turchino arrivava lungo il percorso al km 143, Capo Mele, Capo Cervo e Capo Berta stavano piazzati a 33 km dalla fine, di nuovo si sarebbe scalato il Capo Verde a -9, infine il Poggio prima di via Roma. Bruno Raschi scrisse alla vigilia che il Poggio “in un diagramma approssimato di difficoltà, dovrebbe giocare un ruolo decisivo nell’esito della grande corsa. La semplice distanza viene difatti a conferire alla salita una percentuale di difficoltà assai maggiore di quella dichiarata dalle carte, senza dire delle altre asperità che la precedono, offrendosi alle ruote degli ardimentosi come punti strategici d’appoggio. Il Poggio, in un certo senso, dovrebbe resuscitare Capo Berta, dovrebbe resuscitare soprattutto la fiducia e il coraggio dei nostri ragazzi mortificati qualche volta nei confronti degli stranieri da pericolosi ed esagerati complessi di inferiorità”.
L’anno prima era stata inventata la cyclette. Per celebrarne il compleanno Magni, Nencini e Bobet andarono a pedalare 24 ore prima della partenza alla Rinascente di piazza Duomo, reparto articoli sportivi, primo piano. Fu proprio un compagno di squadra di Bobet a far saltare la corsa e i pronostici, il francese René Privat, numero 148, descritto alla fine come un francescano del ciclismo. Soprannome: la Castagna. Perché aveva la sua scorza. Non uno sconosciuto: tre anni prima per quattro giorni aveva portato la maglia gialla al Tour. Usò il Poggio come trampolino per vincere da solo quando Nencini che gli stava dietro gli fece cenno di accelerare, così avrebbero staccato il gruppetto accanito e aggrappato che avevano ai polpacci. Solo che si staccò anche Nencini dopo una ventina di pedalate e in discesa nessuno riuscì a prendere il francese. Il Poggio che doveva aiutare gli italiani a battere gli stranieri, fece invece scivolare all’indietro i migliori. Alessandro Fantini si piazzò 14esimo a 1 minuto e 40 secondi.
Per un po’, nonostante il nuovo percorso, gli italiani non vinsero lo stesso. L’anno dopo il primo Poggio toccò a un altro francese, il venticinquenne Poulidor non ancora rivale di Anquetil, alla prima vittoria in carriera, accolto come un semisconosciuto che poteva godersi il giorno di trionfo irripetibile. Merckx se ne sarebbe andato due volte in discesa (1969 e 1972), come De Wolf nel 1981, Gomez l’anno dopo, Moser nel 1984 e Kuiper nel 1985. Saronni invece sarebbe scattato proprio in cima, in tutto 162 metri, qualcuno dice 167. Furlan strozzò il gruppo all’altezza del santuario della Madonna della Guardia e si fece tutta la salita in 5 minuti e 46 secondi nel 1994, anno in cui la popolazione di Sanremo salì sul Poggio per guardare da lì il concerto di Bob Dylan allo stadio comunale. Da allora i velocisti hanno dovuto imparare a resistere, a tenere si dice in gergo, per giocarsela poi alla loro maniera in via Roma. Ci sono riusciti sempre più spesso, mentre i fisici adatti alla crono se ne vanno giù lungo la discesa. Dei mille e più modi di vincere la Sanremo, il più audace.
La Sanremo è …
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| Per Giovanni Battistuzzi sul Foglio sportivo è “il trionfo dell’attesa, di quel procrastinare e condensare in pochi, pochissimi chilometri, le “cose che succedono. È italianissima la Milano-Sanremo, lo è perché, come in Italia spesso accade, ciò che c’è da fare lo si mette da parte, lo si procrastina. Può esistere altrove un decreto Milleproroghe? Nella maggior parte dei paesi europei non sarebbe nemmeno immaginabile, in Italia c’è dal 2005, è stato istituzionalizzato. La Milano-Sanremo è una lunga attesa, per quei pochi chilometri prima all’insù e poi all’ingiù, il Poggio, che possono decidere tutto oppure non decidere niente.
Lo si saprà solo all’arrivo. Il giudizio del Poggio non è mai davvero definitivo, ha un appello, la discesa, e una cassazione, quei duemila metri di piano che conducono al traguardo. A volte solo
a pochi centimetri dalla linea d’arrivo. C’è nulla di più impronosticabile nel ciclismo della Milano-Sanremo. Un’attesa che si cerca, che si vuole. Un’attesa che forse per qualcuno fa rima con noia, ma è una noia dolce come il sole di marzo sul mare della Liguria”.
| Per Gaia Piccardi sul Corriere della sera è “una corsa che inganna. Guardi l’altimetria, pensi che banalità. Non ha l’atmosfera brumosa delle classiche del Nord (attenzione al vento, però: oggi annunciato sole fresco e ventagli), le manca la vibrazione del pavé, non ci sono i muri delle Fiandre e nemmeno una salita lunga, degna di una crisi epica, di un dislivello perlomeno appenninico, di qualche tornante affollato di fantasmi. Eppure la Sanremo ti appassiona fino all’ultimo centimetro di asfalto perché è illeggibile, non pronosticabile, sfuggente come un’anguilla. Sembra facile, è la più difficile di tutte. E se la vinci, ti cambia la carriera”.
| Per Alexandre Roos su l’Équipe “nei meandri delle piccole colline liguri, nella sua natura misteriosa, la Primavera, raramente, si offre all’ovvio. Aspettare che la corsa apra un piccolo varco, un ciglio, precipitarsi dentro, abbandonare tutto, rischiare tutto, compresa la vita, e non è un’esagerazione”.
| Per Gian Paolo Ormezzano, su La Stampa nel marzo del 1996, “la Sanremo è corsa grande di per se stessa, potrebbero anche disputarla i soli cinesi pedalatori del risciò, o i soli ciclisti acrobati bulgari dei tabarini di un po’ tutto il mondo, e la Sanremo sarebbe, rimarrebbe la Sanremo. Si può davvero parlare di una corsa per la quale l’essere (quella che è) è assai più importante dell’avere (un bell’ordine d’arrivo). La Milano-Sanremo non ha nessunissima paura di venire spupazzata”
| Alessandra Giardini e Giorgio Burreddu, nel loro libro Vedrai che uno arriverà, la descrivono come “un viaggio dalla pianura al mare, un lungo e meraviglioso itinerario dai borghi industriali a quelli sulla costa, con i suoi porti e i suoi orizzonti d’acqua salata. Un corridore non ha ragione di esistere se non vi ha partecipato almeno una volta in carriera. Per due motivi. Primo: fondata nel 1907, la Milano-Sanremo è tra le corse più vecchie al mondo, e come tale garantisce una nicchia nella storia del ciclismo. Secondo: sul podio sono saliti i più grandi, i più astuti, gli audaci. Vincerla è un gesto di grazia”.
| Davide Cassani sulla Gazzetta dello sport parla di “una maratona di 300 km che si decide negli ultimi 10. Quasi surreale che una corsa così “noiosa” possa trasmettere quell’emozione che la fa diventare una delle corse più belle e ambite”.
RETRO
I cantori
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La prima edizione
“Alle 5.18 di ieri mattina, dopo parecchi giorni di mal tempo che avevano ridotto le strade in cattive condizioni, ebbe luogo la partenza dei concorrenti alla Milano-Sanremo, la grande corsa ciclistica internazionale organizzata dalla Gazzetta dello sport di Milano.
Nonostante l’ora mattutina e la lontananza della città, una folla di parecchie migliaia di persone, presenziava alla partenza dei campioni, fra cui i migliori pedali italiani e francesi. Durante il tragitto la lotta si era impegnata tra il campione italiano Gerbi, di Asti, e i due campioni francesi Petit Breton e Garrigau. Nelle vicinanze di Novi, il Gerbi non ostante una ripida discesa col terreno ghiaiato, riuscì a distanziare il gruppo, ottenendo un vantaggio di tre minuti, che conservò sino all’altra difficilissima discesa del Turchino: ma in causa dei numerosi passaggi a livello venne raggiunto dai due campioni di Francia.
Ci telefonano da Sanremo, 14 aprile, notte.
Un pubblico enorme assisteva oggi sul corso Cavallotti all’arrivo dei corridori che presero parte alla corsa. 1° alle ore 16.26 giunse Petit Breton, 2° Gerbi alle 16.26 5″; 3° Garrigau alle 16.27. Un grande applauso salutò i vincitori della importante gara. Però Garrigau presentò un reclamo alla Giuria, dicendo che Gerbi e Petit Breton gli avevano tagliata la strada”.
da corriere della sera, 15 aprile 1907
“Se lo spettacolo bello, imponente, suggestivo della lotta d’ieri non suscitasse in noi un senso di profonda ammirazione per gli attori che ci offrirono il più grande spettacolo che abbia mai visto l’Italia nello sport ciclistico su strada; se l’audace fuga di Gerbi o l’accanito inseguimento degli altri valorosi non pareggiasse il nostro stupore e la nostra meraviglia; se trovassimo forse lo sforzo titanico di Petit Breton che insegue, meno bello e degno dello sforzo che l’astigiano ha dovuto chiedere ai suoi muscoli per fuggire, forse potremmo chiamarci addolorati della sconfitta dell’Italia. Ma troppo degni dell’uno e degli altri fu la lotta, per non sentire per tutti un senso di profonda ammirazione. … Certa stampa milanese, che pure comincia a sentire i frutti ed i vantaggi dell’industria del ciclo e dell’automobile, per timore forse di una réclame che noi non pretendiamo perché non ne abbiamo bisogno, poco parlò dell’avvenimento che non solo appassiona il gran pubblico sportivo italiano e francese, ma che interessa pure fortemente una delle nostre industrie più fiorenti. Ma del malcalcolato silenzio non siamo noi a dovercene rammaricare”.
da la Gazzetta dello sport, 15 aprile 1907
La prima volta di Gianni Brera alla corsa
Un timido solicello sulla gloria di via Vittor Pisani brulicante di folla. Milano scopre le sue “classiche” dopo anni di partenze clandestine. È l’ora in cui i primi tram giungono dai dintorni. La nebbia azzurrina della notte di marzo stagna su Porta Venezia, dolcissimamente sfumando il fitto nerore dei rami spogli. Il cielo di Lombardia, bello come sapete, appare alto e chiaro nelle prime luci della tarda aurora. Fa freddo. I corridori che hanno svernato in Riviera battono i denti – di gianni brera, la Gazzetta dello sport, 19 marzo 1950
L’ultima corsa di Fossati
“Claudio Chiappucci ha vinto, sabato, l’82esima Milano-Sanremo. E io sono contento di staccare, dopo quarantasei anni, dal ciclismo e dalla classicissima, la Sanremo appunto, portandomi appresso il suo nome lievemente clownesco. C’è stato un Chiappini romano: esiste una Chiappa corridrice: c’è soprattutto il Chiappucci lombardo.
… Docenti universitari e medici versati nello sport sono entrati nel ciclismo e hanno approfondito la ricerca: qualcuno sperimentando in corpore vili: altri un tantino stravolgendolo. Altri ancora, esercitando il mestiere del furbo. Al pari dei meccanici, che trovavano e trovano quelle pure intelligenti conclusioni scientifiche aride e quasi sgradevoli, l’uomo della strada ha continuato a cercare nel ciclismo una trasposizione, la realizzazione di un sogno (il povero che diventa un ricco) o l’esaltazione di un carattere. Insomma, la poesia” – di mario fossati, la Repubblica, 26 marzo 1991
Due delle cinque pagine dedicate oggi da L’Équipe alla corsa. Il titolo “A tomba aperta” si riferisce alla discesa del Poggio ed è un omaggio alla definizione che si deve a Mario Fossati
STRADE
La mappa della Milano-Sanremo
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La bicicletta e la Liguria
“La Liguria ha conosciuto i pionieri del ciclismo. Ha regalato al ciclismo momenti stupendi come il favoloso volo di Coppi, 151 chilometri da solo, nell’edizione del 1946: vinse con un distacco così grande che il radiocronista Nicolò Carosio, a corto di temi, dopo un po’ di minuti di attesa, disse: «In attesa degli altri arrivati trasmettiamo musica da camera». Gli eroi della Sanremo – da Girardengo a Binda, da Bartali a Coppi, da Merckx a Degenkolb – hanno acceso i fuochi della passione. Qui la strada è un viaggio nella bellezza, nella cultura e nella vita. A Riva Ligure la tomba di Francesco Pastonchi, il poeta, che ha scritto «sono tante e danno allegria le grida dei bambini che si rincorrono in bicicletta». Omini in festa. Folletti delle fiabe. Come l’omino musicale di Gino Paoli, Fausto Coppi, «Un omino con le ruote contro tutto il mondo. Un omino con le ruote contro l’Izoard». Italo Calvino crebbe a Sanremo e un giorno scrisse: «Qui ho scoperto a 17 anni l’amore e la bicicletta». I pittori Aligi Sassu ed Emilio Tadini, ciclomani appassionati, ad Albissola, hanno fatto balenare la bicicletta. Gianni Brera, direttore della Gazzetta dello sport, autore di «L’avocatt in bicicletta» e di «Coppi e il diavolo», l’ha fatta cantare a Monterosso. Perfino Ernest Hemingway, che, durante la Grande Guerra andava in bici a portare sigarette e cioccolata ai soldati in prima linea, nel 1927, qui ambientò il racconto famoso del fascista in bicicletta che gli commina 50 lire di multa. Qui la bicicletta è creativa. Si sposa con la primavera e con la spuma del mare”
di claudio gregori, la Gazzetta dello sport, 8 maggio 2015
I cartelli sono un tormento
Philippe Gilbert si è appena ritirato. Ha corso la Sanremo 18 volte in carriera e stamattina su l’Équipe è l’autore di un bellissimo intervento sulle strade che si percorrono durante la corsa e gli umori che si vivono. Attacca dalla partenza in Piazza Castello che stavolta non c’è. La Stramilano di domani ha dirottato il via in Abbiategrasso, ma è bello lo stesso il racconto di “questo luogo mitico, la partenza neutralizzata è un esercizio particolare perché si tratta di 7,5 km in direzione sud, mentre si attraversano i tanti binari del tram e anche se i direttori sportivi ci ricordano in cuffia il pericolo a ogni passaggio di rotaie, non ho mai visto una partenza dalla Milano-Sanremo senza una caduta”.
Gilbert racconta poi come “si arriva quindi al vero punto di partenza, è l’unica gara in cui il gruppo si prende una pausa, tutti scendono per circa due minuti, giusto il tempo di soddisfare un’ultima esigenza naturale, lasciata sul rettilineo nazionale, l’interminabile SS 35. Si costeggia poi un canale, e molto spesso le Vespe ti seguono dall’altra parte. È un’atmosfera unica perché la lotta per la fuga a quel punto è già iniziata, spesso si guida a più di 50 km orari”.
L’affare si complica quando il morale prende un duro colpo, dice Gilbert, “perché gli organizzatori italiani mettono sempre i pannelli di conteggio dei chilometri in incrementi di 25 km in 25, il primo che vedi velocemente indica che ne mancano 275. Facevo di tutto per non guardarlo, soprattutto quando pioveva e faceva freddo. Il conteggio continua, si attraversano Pavia e altri luoghi senza difficoltà, bisogna aspettare la prima salita, il Turchino, per vedere qualche azione. È la prima zona di rifornimento, nel frattempo si salgono questi sette chilometri molto velocemente perché tutti vogliono superare la galleria stretta e poco illuminata in buona posizione, per attaccare lungo la discesa che porta al mare. La gara inizia davvero là, e allora si fa il punto su eventuali fughe, il vento, il distacco”.
A volte non piove, a volte anzi fa molto caldo, “e ci si tolgono uno o due strati di vestiti prima di attaccare i capi, il nervosismo aumenta e pure i pericoli, con il pubblico che è più numeroso e ammassato sulla strada, le auto parcheggiate male, i bidoni della spazzatura, tutti pericoli da evitare. Il Capo Berta è il più difficile. Esso dà la prima buona indicazione sulle possibilità di arrivare al finale. Dopo ci si tuffa su Imperia e cinque km più in là, sei già sulla Cipressa con sei km di salita, spesso fatale ai velocisti. La discesa è veloce e tecnica e lì, ci sono 11 km di trasferimento verso il giudice, il famoso Poggio. È una salita che a prima vista non è complicata. Il fatto è che arriva dopo 285 km e fa male, molto male. Lì ho attaccato spesso, una volta nel 2007 sono riuscito anche a fare la differenza in compagnia di Riccardo Riccò, avevamo otto secondi di vantaggio, siamo stati ripresi a un km. La discesa e gli ultimi due km di gara sono cruciali, spesso molto indecisi. È il momento preferito da tutti”.
Via Roma è un santuario
“Quel traguardo fu inaugurato il 19 marzo 1949 da Fausto Coppi. Staccò tutti a 27 km da Sanremo e giunse solo con 4’17” su Ortelli e Magni. Via Roma assiste ad una sfilata di campioni vittoriosi: Van Steenbergen, Poblet, Van Looy, Simpson, che la Regina Elisabetta farà Sir, Altig, Merckx, primo per sette volte, Roger De Vlaeminck per tre. Anche gli italiani si fanno onore: Loretto Petrucci, con una doppietta, Dancelli, che spezza un digiuno durato 17 anni, Gimondi e Saronni primi in maglia iridata, Francesco Moser. Via Roma è una culla. Ha visto nascere Eddy Merckx (1966). A vent’anni ha colto qui la prima grande vittoria, bruciando Durante, Vanspringel e Dancelli. Qui, dieci anni dopo (1976), si è congedato battendo il record di Girardengo. La Sanremo ha avuto tre diversi teatri d’arrivo: Via Roma 51 volte (37 nel periodo 1949-85, 14 1994-2007), Corso Cavallotti 47 volte (39 negli anni 1907-1948, 8 1986-1993) e Piazzale Italo Calvino 7 volte negli anni 2008-14.
… Villa Nobel, su Corso Cavallotti: Alfred Nobel, l’inventore della dinamite, la considerava il suo nido. Morì lì, nel 1896, a 63 anni, prima che la Sanremo nascesse. In preda ai rimorsi, in quella villa, concepì imprese filantropiche: la più famosa è l’istituzione del Premio Nobel. Ma, ciclofilo, nel 1892, finanziò anche il velocipede di nuova concezione inventato da Birger Ljungstrom.
Dorando Pietri, l’eroe della maratona di Londra, nacque ciclista e solo dopo una caduta omerica ripiegò sul podismo. Quando, nel 1923, si trasferì a Sanremo in via Peirogallo e aprì un’autorimessa, arrivò in tempo per vedere Girardengo, Binda, Guerra, Olmo, Bartali. Con la sua 520 T Fiat trasportava alla stazione il filosofo Walter Benjamin, il gerarca Dino Grandi, il Maresciallo Badoglio e, sfiorando le bici, ricordava. Calvino non viene messo da parte. Queste sono le sue strade. Qui fiorì. Scrisse: «Ero un ragazzo tardo; a sedici anni, per l’età che avevo ero piuttosto indietro in molte cose. Poi, improvvisamente, scrissi una commedia in tre atti, ebbi un amore, e imparai ad andare in bicicletta»”.
di claudio gregori, la Gazzetta dello sport, 29 novembre 2014
Le strade di Italo Calvino
È la Sanremo che si corre nel centenario della nascita del suo cittadino più celebre. La ricorrenza cadrà in ottobre. Lonely Planet Italia ha una pagina sui luoghi di Calvino a Sanremo.
“Iniziamo dunque il nostro viaggio nella Sanremo di Calvino – si legge – da quella vecchia, che qui è detta Pigna. La mattina ha una luce speciale che illumina le strette finestre delle case che s’innalzano strette e verticali. Il nucleo della città medievale nasce dai vicoli che si arrampicano a spirale verso la chiesa della Madonna della Costa, un santuario che sovrasta la città e dona una vista invidiabile da Capo Nero a Capo Verde. Qui Calvino ha passato la sua infanzia libero di scorrazzare, giocare e arrampicarsi sugli alberi con altri ragazzi della sua età. Vi ricorda qualcosa? Gli alberi immensi di Ficus Macrophylla, patrimonio protetto della città, sembrano davvero elementi di foresta tra le case, e sembra che si possa saltare da un ramo all’altro senza scendere mai! Una prima idea de Il Barone Rampante è nata di certo qui, tra queste foglie. Basta fare pochi passi in giù verso il centro che s’incontra, nella rotonda di via Volta, una pasticceria prelibatissima e anche molto antica. La golosità non era estranea nemmeno al giovane Calvino che si dice la frequentasse spesso, essendo sulla via per scuola. Tanto spesso da immaginarvi si svolgesse quello che è un racconto scritto nel ’47 chiamato Furto in una pasticceria: storia di alcuni strambi e grotteschi malviventi che incantati dal dolce ben di dio finiscono per farsi acciuffare con la bocca piena. Questo racconto ha addirittura ispirato il film cult di Mario Monicelli del 1958 I soliti ignoti con Gassman, Totò, Mastroianni.
Visto che si parlava della strada che Italo percorreva per andare a scuola (quando ci andava, perché molto spesso si rintanava nel Cinema Centrale per stordirsi di film western, come racconta nel suo memoir) passando da via Meridiana attraverso via Roglio, Calvino entrava al Liceo Cassini, situato in piazza Eroi Sanremesi, che frequentò con compagni di banco quali Eugenio Scalfari e nel quale si pensa che abbia ambientato il racconto Le notti dell’UNPA, storia che si svolge durante la guerra dove due ragazzi vengono incaricati della sorveglianza notturna di istituto elementare”.
I pronostici
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Tadej Pogacar | Secondo L’Équipe uno dei favoriti da cinque stelle, perché ha “diverse carte da giocare, nella salita del Poggio grazie alla sua esplosività, nella sinuosa discesa grazie alla sua tecnica, negli ultimi chilometri in piano prima del traguardo, e anche nello sprint, per la sua audacia. Ha impressionato alla Parigi-Nizza”.
◍ Daniel Ostanek, Cycling News: “La Sanremo è conosciuta come la classica dei velocisti, ma un vincitore di Grandi Giri oggi è favorito quanto chiunque altro in Via Roma”
◍ Michele Carpani, Spazio Ciclismo: “Potrebbe tentare il colpo che non riuscì nemmeno a Marco Pantani, salutando la compagnia già sulla Cipressa, oppure provare a fare selezione sul Poggio, senza per forza la necessità di arrivare da solo sul traguardo. Il successo ottenuto lo scorso anno al GP de Montréal ha dimostrato come lo sloveno sia in grado di imporsi anche regolando anche un gruppetto ristretto”.
◍ Mattia Luchetta su Quel che passa lo sport: “L’anno scorso ha preso le misure a questa corsa, se vogliamo anche in maniera scriteriata. Attaccare 18 volte controvento nei primi km del Poggio è strategia perdente anche per un mostro come Pogacar. Lui però è uno che impara in fretta: se vuole vincere serve un attacco deciso, magari quando gli altri si guardano per un secondo”.
◍ Davide Cassani, la Gazzetta dello sport: “Penso che neanche un fenomeno come lui possa vincere staccando tutti sulla Cipressa. Se da 26 anni nessuno è riuscito a partire qui e arrivare a Sanremo il motivo è uno solo: gli 8 km di Aurelia tra la fine discesa e l’inizio del Poggio. In quel tratto il gruppo è composto da almeno 50/60 corridori e tra quelli ce ne sono almeno 15 che sono lì solo per lavorare, cioè tirare per andare a riprendere l’eventuale attaccante. In quei km finali ci sono ancora almeno 15 corridori che sperano ancora di vincere la corsa. I velocisti puri hanno un’unica speranza: scollinare nei primi 20”.
Wout van Aert | Il belga per L’Équipe “conosce tutte le chiavi per avere successo. Dopo aver saltato le Strade Bianche, lo abbiamo visto molto a suo agio alla Tirreno-Adriatico, la sua unica corsa in linea in questa stagione. Viene in completa fiducia”.
◍ Daniel Ostanek, Cycling News: “L’archetipo del velocista versatile che così spesso vince qui, con una capacità di scalata sufficiente per stare con i più forti sul Poggio e uno sprint spaventoso da schierare sul rettilineo finale”.
◍ Mattia Luchetta, Quel che passa lo sport: “Se è al 100%, staccarlo sul Poggio è quasi impossibile e batterlo in volata è quasi impossibile. La speranza degli altri sta in quei due “quasi” e nello spazio che separa la cima del Poggio dall’arrivo in via Roma”
Mathieu Van der Poel | “Anche se la sua stagione di ciclocross – scrive L’Équipe – chiusa con un quinto titolo iridato, sembra aver pesato molto durante le sue prime uscite su strada, il Poggio sembra fatto su misura per lui”.
◍ Daniel Ostanek, Cycling News: “Il nome definitivo tra i nostri primi cinque favoriti”
◍ Mattia Luchetta su Quel che passa lo sport: “Spento alle Strade Bianche, quasi invisibile alla Tirreno. Questa però è una corsa in cui non serve andare in rosso a lungo, basta una sparata seria negli ultimi 15 minuti e te la puoi giocare. Non ci scommetterei contro”.
Matej Mohorič | “Il campione uscente – dice L’Équipe – non ha cambiato nulla rispetto alla preparazione dello scorso anno. Ha lasciato la Strade Bianche per prepararsi da solo. Il miglior discesista sloveno della sua generazione ha in mano le stesse carte di un anno fa”.
◍ Daniel Ostanek, Cycling news: “L’anno scorso, Matej Mohorič ha vinto in solitaria con uno straordinario attacco in discesa dal Poggio, dicendo in seguito di aver “distrutto il ciclismo” e che “tutti inizieranno a usare i reggisella telescopici”. Non è ancora avvenuto. Lo sloveno ha già utilizzato il dispositivo alle Strade Bianche, anche se un cambio di bici a metà gara gli ha impedito di utilizzarlo come nello scorso marzo. Mohorič non era tra i favoriti in assoluto alla gara di un anno fa, ma ora ha il know-how e l’esperienza per arrivare in prima fila”
◍ Davide Bernardini su Bicisport: “Quel matto di Mohoric ci riprova sul Poggio”. Mattia Luchetta su Quel che passa lo sport: “Se c’è uno che guida la bici talmente bene da poterci riprovare è proprio lo sloveno”.
Mads Pedersen | L’analisi de L’Équipe: “Il danese è uno dei corridori più intelligenti del gruppo, corre con un acuto senso tattico. Ha scoperto la Milano-Sanremo nel 2022. È la gara ideale per lui, soprattutto con la sua sferzata di velocità che può fare la differenza dopo 300 km nelle gambe”.
◍ Mattia Luchetta su Quel che passa lo sport: “È una corsa disegnata col sarto per le sue caratteristiche. Tra i pochi che possono pensare di battere Van Aert in volata se arriva un gruppetto”.
Julian Alaphilippe | Un paio di stelline da L’Équipe per il francese “tornato in forma, come dimostra il suo secondo posto alle spalle di Roglic in una tappa collinare della Tirreno-Adriatico”.
◍ Mattia Luchetta su Quel che passa lo sport: “Al picco lui aveva la sparata per staccare tutti sul Poggio, o andarci vicino. Può ancora farlo?”
Magnus Cort Nielsen | Ha preso due stelline da L’Équipe: “La sua forza è farsi dimenticare il più a lungo possibile, riesce a mantenere il ritmo senza stancarsi, approfitta del minimo momento di stanchezza o disattenzione degli avversari per emergere. È imprevedibile”
Una stellina per Caleb Ewan da L’Équipe. Mattia Luchetta su Quel che passa lo sport assegna più crediti: “Me lo ricordo spianare il Poggio come fosse un cavalcavia nel 2021 e poi farsi fregare da quella fagianata di Stuyven. L’anno scorso dovette dare forfait a causa di un virus intestinale ma quest’anno dovrebbe esserci. Non ha ancora vinto una corsa nel 2023 (fregato due volte dal photofinish)… che sia il momento giusto?”
◍ Michele Carpani, Spazio Ciclismo: “Ha un ottimo senso della posizione, che gli permette di uscire al momento giusto nei finali, e negli anni ha aumentato la sua capacità di resistere sugli strappi”
⎼ [S] Per non saper né leggere né scrivere, Slalom mette un penny su di lui.
L’emergente belga Arnaud De Lie vale una stellina per L’Équipe, mentre Mattia Luchetta su Quel che passa lo sport dice: “Il profilo è quello di un corridore che può vincere, forse in futuro anche dominare la Sanremo, ma non ha MAI corso una Monumento in carriera. E quei 290 km possono fare la differenza. Ha dimostrato comunque di avere le gambe per tenere su una salita come il Poggio”.
◍ Michele Carpani, Spazio Ciclismo: “Se si troverà nel gruppo di testa in vista del traguardo, allora le sue quotazioni per un successo finale salirebbero decisamente”
Filippo Ganna | “In assenza di Tom Pidcock – spiega L’Équipe – avrà un ruolo da giocare, anche se la sua unica chance sarà aspettare la fine della discesa del Poggio, come Jasper Stuyven nel 2021”.
◍ Mattia Luchetta su Quel che passa lo sport dice: “Meno brillante per cominciare il 2023 e le pendenze del Poggio sono il suo pane. Bisogna capire se ha la stamina per le corse sopra i 250 km, in cui finora non ha mai fatto risultato. Deve comunque inventarsi un numero alla Stuyven per vincere”.
◍ Michele Carpani, Spazio Ciclismo: “Il punto chiave per lui sarà la Cipressa, se riuscirà a resistere lì, potrà poi scatenare tutta la sua potenza sul Poggio e negli ultimi 2 chilometri sull’Aurelia diventare imprendibile per tutti”
◍ Marco Bonarrigo, Corriere della sera: “Serve una coincidenza quasi miracolosa di quattro situazioni favorevoli. La prima è che Ganna arrivi alla base del Poggio (dopo 285 km) con il serbatoio ancora pieno di energie, senza averle disperse lungo i Capi e nei 10’ di salita della Cipressa. La seconda è che il nostro corazziere riesca a resistere al ritmo forsennato lungo i 6’/6’30” del Poggio, specie nei due minuti finali quando i Pogacar, i Van Aert o i Van der Poel scatenano l’inferno. La terza è che lui (buon discesista, non straordinario) tenga la ruota del Mohoric di turno lungo i tornanti che scendono sull’Aurelia. La quarta e ultima è che SuperPippo sganci gli avversari con una stantuffata da 800 watt a due chilometri, poco più o poco meno, dal traguardo di via Roma, sapendo che se riesce a restare in testa al gruppo nell’ultimo tratto di pianura sarà controllato in modo ossessivo. Di chance in volata, anche in uno sprint ristrettissimo, Ganna ne ha quasi zero”.
Jasper Philipsen | Ignorato da L’Équipe, non da Spazio Ciclismo: “Sarà l’opzione principale del team in caso di arrivo allo sprint e, vista anche la sua recente condizione, sarà obiettivo di molti cercare di toglierselo dalle ruote prima del rettilineo finale”.
8 I corridori tra i 168 al via che hanno già vinto la corsa. Sono Mark Cavendish nel 2009 [oggi con il numero #31], John Degenkolb nel 2014 [#191], Arnaud Démare nel 2016 [#91], Michal Kwiatkowski nel 2017 [#103], Julian Alaphilippe nel 2019 [#171], Van Aert nel 2020 [#131], Stuyven nel 2021 [#226] e Mohoric nel 2022 [#1].
Belle parole
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VOCI Mads Pedersen
➣ Perché sei così forte in cattive condizioni meteo? Sei nato anfibio?
(Ride) Quando piove o fa freddo, non me ne accorgo. Ci convivo, le cose non migliorano se mi lamento e dico: oh, che tempo di merda. Questa è la ragione principale. Per il resto, sì, sono anche abituato ad avere condizioni difficili, perché in Danimarca devo allenarmi anche quando piove.
➣ In che tipo di ambiente è cresciuto?
«Ho due fratelli che giocavano a calcio. Mio padre ha pedalato un po’, più per divertimento, con amici. Vengo da una tipica famiglia della classe media danese. Genitori che hanno lavorato sodo, tre ragazzi a casa che si sono divertiti. Mio padre faceva il camionista, non era un lavoro ben pagato, usciva ogni mattina alle 4 e tornava alle 5 o alle 6 di sera. Ho visto il suo corpo logorarsi, a cinquant’anni aveva già bisogno di un’anca nuova, ginocchia, tutta quella roba là. Il suo corpo era più vecchio della sua età».
➣ Ha fatto di tutto per cambiargli la vita…
«Mi accompagnava alle corse, gli dicevo che se un giorno avessi avuto abbastanza soldi, avrei voluto che vendesse il suo fottuto camion di merda e facesse qualcosa che gli piaceva davvero. Quando ho iniziato a ottenere i primi risultati e a guadagnare meglio, mi sono imposto: ora dobbiamo farlo, così puoi essere più felice e dormire fino alle 7 e mezza del mattino. Quattro anni fa ha venduto il camion prima di Natale, ora lavora in un negozio di biciclette».
➣ Il ciclismo è stato uno sport più efficace per incanalare la tua energia?
«Sì, quando sei un ragazzino, prendi la bicicletta e vai a fare un giro. Giocavo anche a badminton e avevo un programma per tutta la settimana. Ma avevo ancora molta energia, allora i miei dicevano: Mads, vai a fare un giro un’ora e torna. Era più rilassante per tutti (ride)».
➣ Canalizzare la sua energia è stata una preoccupazione?
«Mettiamola così: da giovane ero un pessimo perdente. Nel ciclismo ero io a fare la differenza, quindi se non vincevo, era perché non avevo pedalato abbastanza, o avevo sbagliato, non era colpa di nessuno».
➣ È uno dei motivi per cui si dice che lei ha un grande ego?
Ogni ciclista vincente ha un grande ego. Altrimenti, non combatti per vincere. Non vedo mia moglie per 200 giorni all’anno, vivo in alberghi di merda per la maggior parte del tempo, mi sono ammazzato in bici sei ore oggi, mi ammazzerò altre sei ore domani e altre sei il giorno dopo. Quindi se la gente pensa che io abbia un grande ego, per me va bene, perché non sono loro quelli che si prendono a calci nel culo per tutto il giorno, sono io.
➣ Qual è il suo sogno più grande per questa stagione?
Se devo scegliere, ho un conto in sospeso con la Parigi-Roubaix. Mi piace molto questa gara, ho sentito dire tante volte che l’avrei vinta, ma dovrei prima iniziare a finirla senza cadere. Vincere la Parigi-Roubaix, quest’anno o il prossimo, è uno dei miei sogni più grandi.
Mathieu van der Poel e Wout van Aert le stanno dando dei grattacapi?
Sono le star, sono i migliori. Con Pogacar e Pidcock, abbiamo questa manciata di ragazzi di gran lunga i più forti di oggi, ne sono pienamente consapevole. Sono più forti di me. Ma so anche che non sono imbattibili. Van der Poel può avere una brutta giornata, e anche Wout, anche se la sua la stiamo ancora aspettando. Se continuo a lavorare molto, molto duramente, posso batterli. Certo, mi danno del filo da torcere, ma è anche bello, perché significa che devo lavorare ancora di più». – intervista di alexandre roos, L’Équipe
La Milano-Sanremo si può perdere in qualsiasi momento e si può vincere all’ultimo chilometro. Devi avere qualità ben precise, devi essere veloce e saper stare bene in gruppo. I ciclisti che aspirano alla vittoria devono essere molto completi a livello tecnico. La squadra conta, ma questa corsa diventa uno sforzo individuale negli ultimi sette o otto chilometri, per questo è molto più aperta di altre | Óscar Freire intervistato dalla rivista spagnola Volata