Lo Slalom del 2 febbraio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

domenica 2 febbraio 2025

 

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DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

Il messaggio in bottiglia dei due Van

Il ciclocross ha bisogno di star

Otto anni fa sulla spiaggia della baia di Fundy in Canada spuntò una bottiglia in cui era stato infilato un messaggio. Portava la firma di una certa signora Mathilde Lefebvre. «Getto questa bottiglia in mare – c’era scritto – in mezzo all’Atlantico. Arriveremo a New York tra qualche giorno. Se qualcuno la trova, avvertite la famiglia Lefebvre a Liévin»

La lettera era stata strappata in due per farla passare con più agio nel collo, portava la data del 13 aprile 1912, il giorno prima dell’affondamento del Titanic. Mathilde Lefebvre era uno dei nomi dei passeggeri a bordo della nave e il suo messaggio è stato ritrovato 105 anni dopo il disastro. Solo che il suo messaggio non era il suo. Alla fine di cinque anni di studi, la psicomotricista Coraline Hausenblas ha scritto un rapporto di 51 pagine spiegando che il documento era una bufala, una bufala fino a prova contraria – disse. La prova contraria non è ancora arrivata, ma sebbene si tratti di un falso quel messaggio in bottiglia ha fatto circolare la storia della famiglia. 

Nel 2002 la città di Liévin aveva reso omaggio alla ragazza e alla sua famiglia con una stele in loro memoria. Nel 1911 papà Franck, quarantenne, lavorava come minatore. Decise di lasciare la Francia cogliendo l’occasione di un amico che partiva e si offrì di pagargli il viaggio. Arrivò negli Stati Uniti con uno dei suoi figli, Anselme, 10 anni, e si stabilì in Iowa dove trovò lavoro nelle miniere di Lodwick. Il resto della famiglia era rimasto a Liévin. Per un anno risparmiò soldi e ne mandava a casa per permettere agli altri di raggiungerlo. Nell’aprile del 1912, sua moglie Marie Daumont e gli altri quattro figli [Mathilde di 12 anni, Jeanne di 8 anni, Henri di 5 e Ida di 3] finalmente poterono partire. Lasciarono Liévin, si imbarcarono a Southampton mercoledì 10 aprile 1912, avevano un biglietto di terza classe a bordo del Titanic. Il resto si sa. I loro corpi non vennero recuperati, Franck non se ne diede pace e cominciò a cercarli. Ma quella ricerca lo espose. L’amministrazione americana si accorse allora che era entrato illegalmente nel Paese.  Franck venne espulso, ritornò a Liévin, riottenne il vecchio lavoro di minatore – lo stesso in fondo che aveva trovato pure in America – e morì nel 1948 fra molti rimorsi per essere partito, peer aver pensato una mattina di lasciare Liévin, necropoli merovingia, villaggio agricolo, nodo minerario. 

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27 DICEMBRE 2024

È l’unica cosa nuova che stamattina si può raccontare di quest’altro duello fra Mathieu van der Poel e Wout van Aert ai Mondiali di ciclocross. Più o meno tutto il resto lo sappiamo. A Liévin l’olandese si presenta da campione in carica e con il numero 1 sulla canna della bici. Wout van Aert è sfidante per status, per biologia e per carattere con il numero 18. Non doveva venire. Non voleva. Aveva annunciato di fare in inverno il ciclocross solo per preparare Fiandre e Roubaix: gli obiettivi della stagione. La rivista Rouleur ha scritto che si tratta di un’ossessione anche se lui dice di no. Sui Mondiali nel frattempo ha cambiato idea. Potrebbe aver annusato che esiste una chance. Domenica scorsa se la stava giocando spalla a spalla con l’olandese prima di andare giù per terra, il solito Paolino Paperinaert che aveva preso male una discesa. 

I primi-otto al mondo del ranking ci sono tutti, fra i primi-100 i presenti sono 36. Il più anziano di tutti è il tedesco Marcel Meisen, 36 anni e 24 giorni. Mathieu corre per eguagliare i 7 titoli del leggendario Eric De Vlaeminck, Van Aert per riprendersi una corona che fu sua consecutivamente nel triennio 2016-2018. Negli ultimi dieci anni nessuno ha saputo spezzare la loro morsa. L’ultimo vincitore differente è stato il ceko Zdenek Stybar che ha smesso ai Mondiali del 2024. 

L’immaginifico Alexandre Roos su L’Équipe ha attaccato il suo pezzo scrivendo: Non vediamo l’ora che la festa ricominci, che questo villaggio gioioso si svegli. Descrive mandrie di belgi in subbuglio, simpatici pazzi che hanno tirato fuori dall’armadio i loro abiti più sontuosi, un costume da leone, parrucche di altri tempi, cappelli da pirata per essere sul percorso, un circo gigante che ha piantato la sua tenda a Liévin, una barca ubriaca in attesa del doppio delle persone, 30.000 spettatori circa per il primo Mondiale di ciclocross che si tiene in Francia dopo 21 anni. Roos la definisce la più grande concentrazione di stivali e patatine fritte d’Europa nella regione di Calais, dove quello che chiama il ciclista più bello del mondo [Van der Poel] è venuto per prendersi un altro arcobaleno. È lavoro di un’ora. Ci si sbriga in fretta. È una delle ragioni del successo contemporaneo del ciclocross, si consuma in un’ora e c’è drama quanto ne volete. 

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11 GENNAIO 2025

Secondo la prima firma de L’Équipe ci sono poche chance che la suspense duri oltre il primo giro. Van der Poel ha corso 7 gare e le ha vinte tutte. Ma allora van Aert? Secondo Roos la sua presenza è solo una dichiarazione d’amore al ciclocross, questa disciplina che lo ha lanciato nella professione, che lo ha formato fino a renderlo uno dei più grandi corridori su strada del mondo. Farà piacere a tutta la popolazione che ha attraversato il confine, questa carovana di tossicodipendenti che trascorre ogni week-end nel fango. Una dimostrazione d’affetto necessaria, perché dietro lo splendore dei Mondiali e la passione dei belgi, il quadro è più spento, soprattutto in Francia. Eppure si tratta di una scuola di ciclismo, un tempo una tappa obbligatoria per molti professionisti, un rito di iniziazione quando arrivava l’inverno, quando nel camper si mangiava un boccone e c’era Marc Madiot nei paraggi con un paté di campagna. Tutto questo è andato perduto, in parte inghiottito dai programmi di allenamento sovraccarichi, bruciato sull’altare della iper professionalizzazione, non perché il ciclocross sia diventato antiquato. Al contrario, ed è questo il paradosso, il ciclocross ha tutti gli elementi accattivanti della modernità che mancano al ciclismo. È telegenico, dura poco e offre la possibilità di vendere dei biglietti. Ma ha bisogno di star e di personaggi: per questo la presenza di Van der Poel e Van Aert a Liévin è una benedizione. È un messaggio in bottiglia per Evenepoel e Pogacar. 

  LE DONNE OLANDESI  Il Mondiale femminile si è chiuso ieri con un dominio delle olandesi, quattro ai primi quattro posti: maglia iridata a Fem Van Empel, seconda Lucinda Brand a 18 secondi di distanza, poi Puck Pieterse e Inge Van der Heijden. È il settimo anno consecutivo che l’Olanda chiude la corsa con l’oro e l’argento, nel 2020 Alvarado e Worst furono divise solo da 1 secondo. È pure la sesta corsa di ciclocross che negli ultimi 15 mesi si chiude con le prime tre sul podio nello stesso ordine. Quattro Under-25 fra le prime-10, in linea con le ultime cinque edizioni. Nel 2018 non ce n’era nessuna.

  L’Équipe stamattina dà conto della risposta dell’UCI al dilemma raccontato ieri: l’inalazione di monossido di carbonio è doping o no? La federazione internazionale ha deciso che dal 10 febbraio sarà una pratica proibita, a tutela della salute degli atleti. Nei prossimi 8 giorni si può fare il pieno. 

IL CALCIO ITALIANO

Le due variabili del derby di Milano

Potremmo vivere questo nuovo derby di Milano come un esperimento in laboratorio, in grado di darci un paio di risposte. La prima: quanto dura il movimento oscillatorio di un albero scosso dal cambio di un allenatore. L’albero Milan finì sotto le mani nodose di Sergio Conceiçao e alla prima occasione ribaltò due avversarie una dietro l’altra, la Juventus per cominciare e dopo l’Inter, semifinale e finale di Supercoppa, dando un’iniziale concime all’epica dell’allenatore portoghese che ogni cosa avea sistemato quando infiniti lutti addusse agli inzaghei. Nelle successive sei partite giocate dopo il 6 gennaio la conta dice che sono state tre contro tre. Le battute si chiamano Como, Girona e Parma, ma con il Cagliari è finita in pareggio, con la Dinamo Zagabria e nella rivincita con la Juventus pure peggio. 

Ora che è pronta la palla al centro per un’altra rivincita a meno di un mese di distanza, la seconda risposta attesa è sull’ambiente, cosa può cambiare in uno scenario diverso [e per chi] nel passaggio dagli spalti sauditi a quelli indigeni di San Siro. Il mercato che si chiude domani a mezzanotte ha reso il clima – onestamente – un mezzo manicomio. Inzaghi ha la rosa più esatta e rotonda d’Italia, ma guarda tanto dinamismo nell’altra parte del campo e come se fosse la reincarnazione di Antonio Conte dice che gli manca qualcosa. In effetti Milanello è tutta un rutilante turbinio , tutta un rumore di valigie a rotelle trascinate sul pavimento per andare o venire: Morata in Turchia, Gimenez dall’Olanda, Joao Felix al telefono in interurbana senza scatto alla risposta, Calabria in lacrime a Bologna [questo sì che è sorprendente, come se una donna di nome Ginevra si spostasse per lavoro in Emilia, oppure una di nome Emilia emigrasse all’improvviso a Ginevra]. 

[Calabria a Bologna finora era I Mattarelli a via Creti]. 

Paolo Condò sul Corriere della sera ricorda che negli ultimi anni il derby di Milano si è sdoppiato. Da una parte la supremazia cittadina nel cazzeggio colto delle chat borghesi e nella rabbia social adolescenziale, dall’altra gli effetti della partita sugli obiettivi. Dice che in città sfottevano napoli e Roma per le loro gioie rare e ridondanti, ma quanta invidia in quei giorni di ombre cinesi, separa la Cina interista dalla Cina milanista [confonderli sarebbe disonesto] e sottolinea il passaggio chiave del derby-semifinale di Champions 2023. Prevalse l’Inter, che pur perdendo la finale ne fece la genesi dell’ultimo salto di qualità: lo squadrone di Inzaghi è nato nel mercato successivo. Uscì il Milan, che schifò totalmente la grandezza del cammino percorso proprio perché fu l’Inter a interromperlo, e si avvitò in una rivoluzione non necessaria, a sua volta rivoluzionata in queste ore”. Una rivoluzione che contempla una certa spesa, messa in conto – chiude Condò – col terrore di non rientrare, di trovare fuori servizio il bancomat della prossima Champions. 

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23 SETTEMBRE 2024

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20 SETTEMBRE 2019

    EUROGOL

La nuova Champions League non piace a tutti

È sempre una questione di punti di vista. In questa fase di sospensione di giudizio dichiarata su Slalom, la mancata qualificazione diretta agli ottavi di Real, Bayern, City e PSG è parsa una specie di ghigliottina, non definitiva per tutti, ma certamente per una delle prime-due nella classifica Money Football di Deloitte. 

James Horncastle su The Athletic è meno propenso a dar credito, anzi si spinge a scrivere che la Champions XXL gli pare una Superlega senza rischi. 

L’accoglienza ampiamente positiva della nuova formula ha ricordato la battuta immortale di Orson Welles: in Svizzera avevano amore fraterno, avevano 500 anni di democrazia e pace, e cosa hanno prodotto? L’orologio a cucù. Forse non sarebbe stato così sprezzante se avesse saputo del modello svizzero, il nuovo formato della Champions League. Ma a parte il fatto di aver portato più soldi ai club, più partite alle tv e più entrate, la riforma della UEFA ha funzionato? Ci sono state belle storie durante la fase campionato, dalle prestazioni di Lille e Brest allo psicodramma inaspettato del Manchester City. Ma nelle passate edizioni della Champions League non sono mancate storie come quella del Lille, quindi è difficile attribuirle al nuovo formato. Il Brest forse ha tratto beneficio dal fatto di aver giocato otto partite con otto avversari diversi anziché sei contro tre club, ma per gli spettatori neutrali le sue partite non sembravano di Champions League, casomai più della Bundesliga austriaca o della Mitropa Cup, quando hanno battuto lo Sturm Graz e il Salisburgo, prima di superare lo Sparta a Praga. È stata una storia commovente, anche se la storia di Cenerentola del Brest è un po’ come dare a Cenerentola un’app di incontri con il miglior algoritmo possibile per aiutarla a trovare il suo lieto fine

L’editorialista di The Athletic dice che l’ultima giornata è stata una baraonda e si domanda pure quale sia in effetti la punizione per chi non è entrato fra le prime otto? Altre due partite in programma nei play-off. È davvero una penalità? I tifosi tendono a voler vedere le loro squadre in campo il più possibile, in particolare in Champions League, quindi non è una vera penalità. Al contrario, potrebbe essere interpretata come un premio da chiunque, a parte l’allenatore e i giocatori che devono mettere in conto più impegno e fatica.

Infine, come Kevin Spacey in House of Cards e come Luca Marinelli in M., James Horncastle guarda dritto nella camera – guarda Slalom e guarda tutti voi – dicendo: Vi lascio con l’immagine di Aleksander Ceferin tutto insanguinato dagli insorti della Super League, mentre getta la sua spada sulla ghiaia del Colosseo. Il vostro è un pollice in su, un pollice in giù oppure un pugno ancora sospeso in aria in modo incerto?

Maledizione, James: adesso tocca pensarci davvero. 

AMERICHE

Doncic-Davis: lo scambio più pazzo della NBA

Non lo sapeva neppure Shams Charania, l’ultimo degli insider rimasti in NBA dopo il ritiro di Adriano Wojnarowski. È lo 007 di mercato che ne ha preso il posto. Ma anche lui è rimasto spiazzato dallo scambio più sconvolgente avvenuto nella notte, Luka Doncic dai Dallas Mavericks ai Los Angeles Lakers in cambio di Anthony Davis. In Texas sono finiti anche Max Christie e una prima scelta nel 2029, in California vanno a giocare Maxi Kleber e Markieff Morris. Secondo le indiscrezioni che girano in America, il primo passo lo hanno fatto a Dallas, preoccupati di dover spendere in estate 345 milioni di dollari per il prolungamento del contratto allo sloveno, alle prese da un po’ con dei problemi fisici. Ha giocato finora solo 22 partite e non si vede da Natale, quando si è stirato il polpaccio. A novembre si è distorto il polso e quando Doncic si ferma prende peso. All’inizio della stagione si è ripresentato al lavoro con 117 chili addosso. Nico Harrison, il g.m. dei Mavs, ha scelto di spiegare la manovra a ESPN con quella vecchia formula secondo cui l’attacco fa vendere i biglietti e la difesa fa vincere le partite. Hanno venduto abbastanza biglietti con Doncic, ora sperano di vincere l’anello con Davis. “Una mossa sbalorditiva commenta The Athletic nelle ore delle news, prima che subentri il tempo dell’analisi. ESPN dice che potrebbe essere lo scambio più sensazionale nella storia del campionato. 

Non lo sapeva Shams Charania e non lo sapeva neppure LeBron James. È stato informato mentre era a cena con la famiglia dopo la partita contro i New York Knicks. Fonti vicine al campione lo danno sorpreso dalla notizia, secondo ESPN la sta elaborando e non aveva idea che fosse in preparazione. Non sembra una reazione gonfia di entusiasmo. ESPN dice che è la prima volta nella storia che due franchigie si scambiano a metà stagione due All-Star in carica. Lakers e Mavs si sfideranno altre due volte: il 25 febbraio a Los Angeles e il 9 aprile a Dallas. 

TENNIS

Meno male: Sinner sta bene

Dai, che sollievo, Jannik Sinner sta bene. Ci aveva fatto prendere un colpo. Ci aveva fatto temere che la situazione fosse critica, altrimenti ti pare che poteva dir di no all’invito del presidente della Repubblica. Invece aveva ragione pure stavolta Ennio Flaiano, la situazione era grave ma non è seria. Un tipo sulla neve ha ripreso Jannik Sinner con lo smartphone, mentre spendeva sulle nevi vicino casa un pezzo del riposo assoluto prescritto dai medici – da qualche parte nei giorni scorsi c’era perfino scritto imposto.  L’eroe della nazione si è mostrato in tuta verde militare, casco e occhialoni, rinfrancato nel corpo e nello spirito.

Agli atleti professionisti di solito viene suggerito di evitare lo sci durante la stagione dell’agonismo, si esce per divertirsi e si rischia di farsi male. Ma Sinner è di fatto pure uno sciatore, nessuno deve aver avuto quello scrupolo. Nessuno ci ha pensato o forse non c’è pericolo, forse ci sono momenti in cui lo sci si concilia con il riposo assoluto, forse per agganciare gli scarponi deve aver ritrovato quell’energia che gli mancava per stringere la mano a Mattarella, uno che ne sa, che ne può sapere, le insidie si celano ovunque, il presidente ti dà una pacca sulla spalla e te la lussa. 

Non si dice di no al capo dello Stato se la faccenda non è grave, ma proprio grave-grave, ecco, questo abbiamo pensato a inizio settimana – per la verità non tutti, per la verità anzi proprio in pochi, fuori dai cancelli della Curva Sinner, ma fra quei pochi c’è pure Sofia Goggia, altro spirito novecentesco, se non tardo-ottocentesca alice nel paese delle meraviglie [«L’invito del Quirinale è un motivo di orgoglio immenso, per come vivo io non è lontanamente concepibile pensare a un rifiuto»]. 

Però meno male. L’emergenza è finita. Sei giorni dopo il titolo dell’Australian Open e a tre dal certificato medico inviato al Quirinale [sì, calma, calma: è un espediente retorico, non c’era bisogno del certificato], il Giornale stamattina scrive che Sinner si sta godendo alcuni giorni di meritato relax sulle sue montagne, il Corriere della sera dice che è riuscito a concedersi quella sciatina a cui a Natale, per non correre rischi in vista della partenza per l’Australia, aveva dovuto suo malgrado rinunciare e La Verità trova che farsi una sciatina rilassante sulle piste di casa sembra più che logico. O doveva chiudersi in casa con la playstation e fare il malato?. Il Corriere dello sport-stadio titola: Anche sulla neve pazzi per Sinner

In effetti è vero. Anche là.

Stefano Semeraro su La Stampa fa invece notare che a Sinner farebbe comodo qualche consigliere avveduto, un supercoach in questioni mediatiche. Confidando sulla sua intelligenza, potrebbe spiegargli che lo scivolone diplomatico era evitabile. Che sarebbe bastato un minimo di sforzo, una notte passata in un cinque stelle a Monte Mario invece che nel suo appartamento di Monte-Carlo e tutti – Presidenti e compagni di squadra, casalinghe, giornalisti e corazzieri – avrebbero applaudito il campione con rinnovato, commosso entusiasmo nazional-istituzionale. Pensandoci bene non è successo molto, quasi niente, al prossimo trofeo alzato quasi nessuno se ne ricorderà. Ma come Jannik ripete sempre, è proprio lavorando sui dettagli, che si diventa imbattibili. Anche fuori dal campo

Uno stand-up comedian starà dicendo da qualche parte che Sinner è guarito con la sola imposizione delle mani, ma non si fa, non fa ridere, i vecchi lo ripetevano sempre: gioca con i fanti ma lascia stare i santi. È tutto più semplice e banale di così. Stare all’aria aperta fa bene, tutto qua. Invece al Quirinale che ne sai, i corridoi, le finestre aperte, gli spifferi, la corrente. 

FOGLI DI GIORNALE  

  I brandelli di sport sotto il tendone del circo Orfei

  La Formula Uno è il Circus, lo sci è il Circo Bianco. Ma c’è stato un giorno che tra le pagine di sport è apparso il circo vero, il circo Orfei. È successo il 2 febbraio del ‘75, quando la Gazzetta mandò Franco Melli a vedere una sera cosa accadeva sotto il tendone in via Cristoforo Colombo a Roma. Circo, amore mio. C’è posto per tutti, sotto il tendone delle mille e una notte. Roma – scrisse Melli – ha accolto gli Orfei incrinando l’abituale diffidenza per le favole. E da un mese, sulla Cristoforo Colombo, quattro leoni luminosi di vetroresina che sostituiscono le convenzionali insegne di richiamo, vedono piangere sconsolati bambini che non vorrebbero più andarsene

Gli Yoanides sono una delle attrazioni, giocolieri di basket sul monociclo, le ruote più veloci del mondo. Gli Yoanides – racconta Melli – sono sette, vengono da Harlem, e quando si esibiscono sul parquet del circo, combattendosi in due squadre, si stabiliscono immediatamente tra gli spettatori delle correnti di simpatia per l’uno o per l’altro team.  

L’altra sportiva che lavora per gli Orfei si chiama Diana Toma, la Gazzetta la definisce già olimpionica romena di ginnastica a corpo libero che vorrebbe ritornare alle Olimpiadi del 1976, di lì a un anno saranno invece le Olimpiadi dell’epifania di Nadia Comaneci. Ma nel database olimpico non esiste nessuna Diana Toma che abbia preso parte ai Giochi. Lei raccontava: «Ho dovuto smettere perche mi sono rotta il tendine e allora mi consolo con le pose plastiche che piacciono alle bambine. Molti campioni hanno lavorato nel circo degli Orfei ed io mi ricordo di Beraldo, e di Ivanof che fu inimitabile alle parallele» 

Ma una volta sotto al tendone del circo Orfei, Melli si fa affascinare dal coraggio senza prezzo, coraggio di essere poeti e visionari, coraggio di fare i domatori, i clowns, gli uomini volanti. Uno degli uomini volanti si chiama Gene Mendez, un acrobata che ha forse le ali, visto da vicino sa nasconderle, gli occhi da gatto luccicano dolorosi. Visto lassù, dieci metri e trenta dal suolo, appuntato a un filo per otto minuti, pare un fragile aliante, sempre in procinto di precipitare e addio. Le luci del circo sciabolano i suoi passaggi felpati, i suoi passi  di funambolo aereo più famoso del mondo. Molta gente non guarda, ha paura. È difficile scrutare con la testa all’insù, senza un brivido, un angelo o un demonio che decolla e atterra con niente percorrendo il vuoto. Gene Mendez ha trentasei anni, è portoricano. Lavorava al Moulin Rouge quando l’hanno visto Nando e Rinaldo Orfei, gli hanno subito chiesto di venir via, a qualsiasi prezzo. Adesso guadagna trecentomila a sera e mette da parte. Ha due figlie – racconta ancora la Gazzetta – ed una, Lariba, scrive prima d’andare a dormire sul suo diario, frasi come questa: «Il mio papa anche domani sarà in pericolo. Dicono che è un campione ma io voglio un papà. Il mio papà dice sempre che smette domani, ma non smette mai»

Mendez confida a Franco Melli che ha sempre avuto il desiderio di far sport, correva velocissimo, saltava muri e sembrava trapassarli. Poi è fuggito dietro una compagnia di saltimbanchi, una sera. Stasera sua moglie Adeline è nella roulotte, mentre lui viaggia nel cielo del circo con tanti fantasmi di cristiani sotto. Sua moglie Adelina non guarda mai, lo aspetta con uno scialle nero sulle spalle, legge vecchie lettere d’amore che sa a memoria. Sempre cosi, sempre questo tormento inconfessato due volte al giorno, quando Mendez tocca un crocefisso e le dà di striscio un piccolo bacio da gatto, prima di correre felpato a danzare con la morte per otto interminabili minuti. Per farlo non mangia niente, solo un uovo fritto ed un filetto alla mattina. Non beve e non fuma. «Deve mantenere i suoi chili ed i suoi etti», sospira l’Adelina.

Il pezzo di Melli è incantevole. A un certo punto riesce a dare un contorno di parole a quel lezzo che tutti ricordiamo di aver sentito sotto un tendone, lo fa quando scrive che i numeri del circo Orfei proseguono incalzanti nell’aria che sa di talco e di spray per confondere l’acre odore degli animali

Nando Orfei ha già recitato in Amarcord con Fellini e gli dice: « Viviamo bene così regalando brividi e sensazioni alla gente. Vista da fuori è un’esistenza assurda ma chi entra a lavorare nel circo resta contagiato e non ci lascia più. Ricordo il trapezista Nando Squarzoni che una sera si fece male andando giù dalla rete di protezione e poi, per non morire di malinconia, rimase nel circo a vendere i palloncini e lo zucchero filato per i bambini». 

 

     IL TELECO-SLALOM

 Guida allo sport in tv di oggi

14.20  Salto con gli sci, Coppa del mondo da Willingen – DISCOVERY+

Nella località di Willingen saltatori e saltatrici sono sullo stesso trampolino dopo diverse settimane. A Oberstdorf e a Garmisch-Partenkirchen si sono alternate, l’ultima volta che hanno condiviso la rampa per un’intera tappa è stato prima di Natale a Engelberg. La nazionale tedesca femminile lancia allora una campagna per richiamare l’attenzione sul tema della parità di diritti delle donne nella disciplina. Katharina Schmid è la capofila di #SHEspringen, gioco di parole con skispringen, il nome tedesco della disciplina. Lo scopo di Schmid è aumentare la visibilità delle donne nel salto e sottolineare una necessità di parità di trattamento nel montepremi e nel calendario. Le donne non prendono ancora parte al prestigioso Torneo dei Quattro Trampolini: era prevista una prima edizione in questa stagione, non sono state prese ancora delle decisioni, Fondo Italia dice che se ne riparla nel 2026/27

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