Lo Slalom del 19 gennaio | Cosa leggere, sapere e vedere

domenica 19 gennaio 2025

 

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Stefano De Martino

 

DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

Antonio Conte, adesso sono Affari Tuoi

  .  Quando Scott McTominay ha aperto il suo piattone destro per mettere la palla dove la mano di  Carnesecchi non poteva arrivare, quando ha ribaltato così la partita di Bergamo, la signora Sara dall’Umbria aveva appena deciso di accettare l’assegno del Dottore, un’offerta da 51mila euro fatta al telefono perché rinunciasse ad aprire il pacco che aveva sul tavolo davanti a lei, il pacco numero 10. 

Affari Tuoi è quel programma che nella lingua di oggi viene chiamato game show. E amen, pacienza, va bene così. Hanno la funzione di fare da traino ai Tg. L’informazione viene venduta insieme con una lotteria. Non è una cosa nuovissima. C’è stato un periodo verso la fine degli anni Ottanta in cui i grandi giornali si diedero battaglia in edicola allo stesso modo. Se oggi un Tg cala negli ascolti, il suo direttore farà notare negli uffici giusti che la responsabilità non è sua, ma del conduttore del programma che viene prima. Non gli passa bene il testimone. Non gli alza bene la palla per la schiacciata. Non gliela passa così bene come fanno dall’altra parte della rete. Sull’altra rete. 

Affari Tuoi è dunque un programma che va oltre sé stesso. È anche un’eredità [non L’eredità]. Per questo la sua fascia si chiama pre-serale. È sua ma è soprattutto pre-altro. La chiamano access prime time. Ecco. È Silvio Martinello che tira la volata a Mario Cipollini. Ma Affari Tuoi ha un suo fascino. Dentro i suoi pacchi si incontrano lezioni filosofiche e occasioni gigantesche di riflessione. Per gli incontaminati, per chi crede che le istruzioni alla vita arrivino solo da Kant e Kafka, Affari Tuoi funziona così. La concorrente sceglie un pacco fra venti. In quel pacco c’è la sua vincita. Va da zero a 300mila euro. Di volta in volta andrà a scoprire uno per uno gli altri diciannove, ma periodicamente interviene al telefono il Dottore. In base al tabellone, ai pacchi eliminati e quelli ancora in gioco, il Dottore senza volto e senza voce avanza un’offerta attraverso il conduttore [adesso c’è un corrradesco Stefano De Martino al posto del pippobaudesco Amadeus]. L’offerta può consistere in un assegno o nella chance di scambiare il proprio pacco con un altro ancora in gioco. 

Affari Tuoi è dunque un gioco nel quale insieme con l’azzardo hanno un ruolo la strategia, la psicologia, la gestione dell’emotività, la conoscenza storica delle mosse del Dottore, meglio se c’è pure un’infarinatura di nozioni di statistica. Ma ogni elemento da solo non basta. Per esempio. Secondo il più banale abc del calcolo delle probabilità, converrebbe sempre cambiare il proprio pacco con un altro. Da 1 possibilità su 20 di vincere i 300mila euro, si accede a una possibilità più ampia. Se non fosse che intervengono due fattori. Il primo è irrazionale: i-le concorrenti scelgono i pacchi contrassegnati da un numero al quale sono legati [la data di nascita di un figlio, il mese del matrimonio] e difficilmente vi rinunciano. Il secondo è il più grosso dei problemi per chi gioca. Il Dottore sa cosa c’è nel pacco. 

Ecco perché quando Scott McTominay ha segnato il gol del 2-1 mentre la signora Sara accettava l’assegno da 51mila euro, è stato chiaro, terribilmente chiaro che adesso per Antonio Conte sono Affari Suoi. 

 

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  . È interessante la gestione del caso Conceiçao. È una specie di saggio sui mass media. Dicesi caso Conceiçao quella spiritosaggine assai virile pronunciata in conferenza stampa alla vigilia della partita, mio figlio è un vero uomo, non dorme con altri uomini, eccetera eccetera. Ora, a Sergio Conceiçao nessuno ha fatto notare che tecnicamente per buona parte delle loro estati e in tutti i fine-settimana i calciatori non fanno altro, dormono sotto il tetto con altri uomini. Ma pure questa è una spiritosaggine [anche se meno virile, diciamo la verità].

È interessante invece spendere trenta secondi di ragionamento sul fatto che la sua uscita non è stata commentata. Non un editoriale, non un inciso in una cronaca, non uno sfottò. Niente di niente, nemmeno una riga. Da nessuna parte. Qui si intende nemmeno una riga stampata nero su bianco sui giornali di carta. Del resto avrebbe forse dovuto scriverne qualcuno che era presente con lui in sala a sghignazzare. 

Forse la scena è rimasta inesplosa nelle penne e nei tasti del pc per noia, per assuefazione, per arrendevolezza, per tifo, perché c’è il mercato e non c’è spazio, o forse per devozione verso l’idea che esista la pagliacciata del politicamente corretto come si è sentito dire a Sportitalia. Forse è prevalsa l’idea che tanto è tutto inutile, i Sergio Conceiçao sono perduti. È perduta quella fascia generazionale di attori calcistici, insieme con quella tipologia umana che si presenta con il carico di testosterone già mostrato dal portoghese in meno di un mese. Ce ne sono tanti sulle panchine così. I Sergio Conceiçao sono andati. È sui Francisco Conceiçao che casomai riponiamo qualche speranza. Sono più avanti dei loro allenatori nelle Academy. 

Oppure l’uscita è stata bonificata perché sennò il Milan non ci dà più interviste. In ciascun caso non ci sarebbe nulla di nuovo: tutto già visto. Merita casomai un pensiero il fatto che la notizia esista e circoli perché è stata data online. «No, su carta no: mettiamola sul sito».

FRANCIA

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L’attesa di Paris per Kvara

  Il PSG ha vinto ma Kvara no, Kvara non c’era. Romain Lafont su L’Équipe lo definisce il trasferimento più entusiasmante degli ultimi anni. Ha un nome impronunciabile, viene da un paese che solo il 7% dei francesi riesce a localizzare su una mappa e non ha una faccia da playboy. Dobbiamo però confessare che da anni non eravamo così entusiasti di un acquisto. L’arrivo di Khvitcha Kvaratskhelia è una buona notizia per gli appassionati di calcio, che siano tifosi del PSG o meno. Non lo diciamo per i montaggi di qualità che girano in rete, quelli che possono far sembrare Mesut Özil un giocatore lituano di Serie C, ma perché abbiamo avuto la possibilità di vederlo da vicino durante l’estate. È una animale in via di estinzione, quello che ti fa rizzare i capelli a ogni azione. Il contesto non faceva sognare, era la Gelsenkirchen Arena resa soffocante da 35 gradi e dal 2.700% di umidità. Alla mia sinistra, una nazionale già prima nel suo girone con una squadra B in campo, alla mia destra una Georgia già contenta di essere lì e che non ci credeva, con il suo allenatore Willy Sagnol piuttosto sorpreso di incrociare giornalisti francesi

Insomma: erano gli Europei, e quanto visto dal giornalista de L’Équipe fa scrivere che forse Kvara diventerà il miglior giocatore della Ligue 1. Oppure fallirà miseramente e sembrerà un pessimo affare degno di un acharouli khachapouri da 20 euro in un ristorante georgiano a Parigi. Nel frattempo, se avete la possibilità di andarlo a vedere allo stadio, abbiamo solo un consiglio: provatelo. Prima che arrivi il Real Madrid a prenderselo o che il PSG debba darlo in prestito a qualcuno. 

Le cose al Lione girano maluccio

  Paris prende il suo slancio, invece per il Lione è stata una settimana difficile. Così L’Équipe presenta un sabato qualunque, un sabato francese: il 2-1 sul campo del Lens di Luis Enrique [alla Gazzetta] e lo 0-0 dell’Olympique con il Tolosa. Per la verità, a dirla tutta, l’OL è stato tenuto sotto scacco dal Tolosa, offrendo una risposta molto timida dopo la tempestosa eliminazione contro il Bourgoin-Jallieu agli ottavi di finale della Coupe de France, mercoledì. Non ha fugato i dubbi, ha scritto Arthur Verdelet, nemmeno contro un’avversaria battuta 15 volte negli ulti 18 scontri diretti [con 3 pareggi]. Lacazette è stato risparmiato per via di un infortunio muscolare [giovedì torna l’Europa League]. 

Nelle pagelle spicca la consueta razione di pesanti insufficienze. Il povero Jordan Veretout, ex Roma, ex Fiorentina, si è preso un bel 3 perché le partite si susseguono e sono tutte simili per l’ex marsigliese, fatte di una confusa neutralità a centrocampo. A questo ha aggiunto scelte sbagliate. Come si diceva dentro gli spogliatoi da ragazzi: però nel secondo tempo è cambiato, se n’è sceso un poco. Un gran 4 per Saïd Benrahma e per Rayan Cherki. 

TENNIS

Il reggae di Gael Monfils

 Joao Fonseca: fico, fichissimo. Jakub Mensik: uau. Learner Tier: che storia. E dentro questo torneo dominato da storie di teen, i 38 anni di Gaël Monfils si sono intromessi per riscrivere alcune righe di certi vecchi record. Ha battuto la quarta testa di serie Taylor Fritz alla sua 19esima partecipazione a Melbourne: prima vittoria contro uno dei primi-cinque al mondo dal 2008. È il secondo giocatore sopra i 38 anni a qualificarsi per gli ottavi dopo Federer. In quella sezione di tabellone c’è una grossa opportunità: Monfils si gioca un posto in semifinale con Ben Shelton, Lorenzo Sonego e Learner Tien. 

È una delle storie di questi Australian Open. Mats Wilander su L’Équipe ha scritto che se Gaël Monfils fosse un musicista sarebbe Bob Marley. Voglio davvero congratularmi con lui per il modo in cui ha giocato contro Taylor Fritz. Non gli ha dato ritmo, tirava forte e poi all’improvviso una palla corta. Una tattica perfetta, applicata per tutta la partita. Per anni mi sono chiesto se Gaël fosse davvero concentrato sulla tattica o anche se ne avesse una. Sembrava che la sua strategia consistesse nel correre, ancora e ancora, per logorare l’avversario. Ha sempre visto la partita come una maratona. Aveva un senso. L’ho sempre visto come un giocatore tra il 5° e il 15esimo al mondo. Non dimentichiamo che tra i suoi avversari ci sono stati i tre migliori giocatori di tutti i tempi. Alla sua età, sento che lo spettacolo è meno importante della partita. È come se avesse cambiato la sua visione del gioco.

David Loriot, ancora su L’Équipe pensa che la differenza venga dalla capacità di variare il servizio, tra colpi piatti e slice esterni, senza dubbio uno dei punti di forza dall’inizio del torneo

Wilander fa notare che Gaël a volte parlava più tra un punto e l’altro che con i punti fatti. Oggi no, oggi esprime le sue emozioni attraverso la sua creatività, che è molto grande. Il tennis non è solo intrattenere gli spettatori, è qualcosa di più profondo. Questo è il motivo per cui proviamo cose diverse in campo. Ed è così che il tennis diventa più un’arte che uno sport. Diventa un terreno per l’espressione personale. Tuttavia, La sua è una progressione naturale. Un sviluppo senza dubbio legato all’età. A 38 anni non ha più le energie per correre come un matto per quattro ore. Ha ancora la sua fenomenale velocità di base che gli permette di sferrare colpi impossibili. L’unico che può essere paragonato a lui è Carlos Alcaraz. Possiamo accostarli anche anche per la gioia che emanano in campo: giocano con il sorriso. Anche quando Monfils perde, in lui c’è qualcosa di positivo. Se fosse un musicista sarebbe Bob Marley. Unico, simpatico e creativo». 

Oh, chiaramente quando Wilander dice che in Monfils c’è qualcosa di positivo, non bisogna pensare a quella cosa là [satira politica]. 

NEVI

Il ritiro di Johannes Thingnes Boe

Pazienza. Pazienza se ci sono le Olimpiadi. Manca un anno. Un anno è tantissimo se non ce la fai più. Un anno è un periodo interminabile quando ti pesa alzarti dal letto la mattina, quando torni a casa la sera e il solo pensiero luminoso è che un’altra giornata è finita, ma nel buio angosciante della consapevolezza che un’altra giornata è passata, uguale, immobile. Johannes Thingnes Boe ha scosso il biathlon e ha detto che basta così, a fine stagione si ritira, per le Olimpiadi tanti auguri a voi. Un ritiro anticipato. Chiuderà la carriera ad Holmenkollen, davanti al pubblico di casa. Boe è questo signore che ha vinto 9 medaglie olimpiche di cui 5 d’oro, 38 medaglie mondiali di cui 20 d’oro, ha conquistato 160 podi di Coppa del Mondo [135 individuali] con 105 vittorie [88 individuali]. Ha vinto 5 Coppe del Mondo generali e 12 di specialità. 

Federica Trozzi su Fondo Italia l’ha definita una notizia sconvolgente, ma in piena linea con la persona e non solo con il personaggio, capace di essere tanto freddo e calcolatore al poligono quanto caloroso e sensibile al di fuori, non nascondendo le lacrime durante la conferenza stampa e facendo commuovere tutti i presenti.

Uno dei più grandi biathleti di sempre, che non riuscirà forse a diventare il più grande in assoluto prendendo il posto di Ole Einar Bjoerndalen se guardiamo ai meri numeri, ma ha saputo diventarlo de facto, rendendo spettacolare la disciplina ogni volta che è sceso in pista, alzando l’asticella e stupendo il pubblico gara dopo gara

Scrive Trozzi che come Coppi aveva il suo Bartali, come John McEnroe aveva Bjorn Borg e Niki Lauda fronteggiava James Hunt, Johannes Boe incontra sulla sua strada l’uomo che, nella sua generazione, ha scritto pagini importanti non solo per il biathlon, ma per lo sport generale. Il nome è Martin Fourcarde, il soprannome è Monsieur Le Biathlon.

Lascia un fenomeno, ma anche la bellissima persona oltre il personaggio, l’uomo dietro il pettorale. Il suo atteggiamento rilassato e sorridente, il modo in cui ha celebrato le sue vittorie, talvolta dimesso, altre volte con ironia, e il modo in cui ha affrontato e superato le battute d’arresto, sono ciò che, a chi lo ha seguito più da vicino, sarà più difficile da dimenticare.

La crisetta del biathlon italiano

E noi? A poco più di un anno dai Giochi di Milano-Cortina, con Lisa Vittozzi che si è presa una stagione di convalescenza, l’Italia del biathlon ha perso la bussola. Dorothea Wierer dice “l’importante è non criticare, perché non ci aiuta, anzi fa male anche a noi. Abbiamo bisogno proprio in questo momento del sostegno dei nostri tifosi e non di essere criticati, soprattutto da coloro che ci seguono da più tempo”. Quando le stelle degli altri sport si dolgono dell’attenzione così smisurata verso il calcio, della enorme differenza che esiste fra il calcio e il resto, dimenticano esattamente questo punto. Se diventi popolare, di una popolarità di massa, il 65% delle cose che si dicono sul tuo conto sono critiche. [No, non Sinner. Sinner che c’entra]. Il biathlon italiano ha zero podi nelle priem 14 gare di Coppa del mondo maschile e le prime 14 femminili. Tra gli uomini non è più un’eccezione. Tommaso Giacomel mise una pezza a colori sul 2023 con un secondo posto a Östersund, Lukas Hofer sul 2022 con un terzo posto a Kontiolahti. Ma tra le donne le prime-14 gare senza un podio non si vedevano dalla stagione 2013-2014. Dorothea Wierer dice appunto: “Quando ho iniziato a gareggiare in Coppa del Mondo eravamo proprio alle “stalle”, cioè eravamo già felici quando qualcuno arrivava a punti”. È una questione di punti di vista. Se considerare la gloria recente un’attenuante allo zero di oggi oppure un’aggravante. 

Brignone-Goggia: quanto è raggiungibile la Coppa di cristallo

Federica Brignone 539 punti, Sofia Goggia 385.  Mancano ancora 19 prove, Mikaela Shiffrin è fuori dal giro, a inizio febbraio ci sono i Mondiali. Dentro questa cornice di incognite si può abbozzare una specie di calcolo per capire se le due stelle dello sci possono davvero puntare alla Coppa del mondo generale. Brignone la vinse in pandemia, quando Shiffrin uscì dal circuito per la morte del padre. Goggia mai. 

Negli ultimi sei anni, quelli che per gerarchie e valori tecnici possono essere messi a confronto con l’attualità, la Coppa del mondo femminile è stata vinta con una media punti che varia dentro un range fra i 32 del 2022-23 e i 40.8 del 2019-20. Una premessa di metodo: non sono stati considerati i punti effettivi della vincitrice – perché potrebbe essere stata la dominatrice incontrastata di una stagione. La quota-successo è stata fissata un punto più su del totale ottenuto dalla seconda classificata: i punti insomma necessari e indispensabili per farcela. 

Dopo le 16 prove iniziali, dentro quel range 32-quasi 41 ci sono soltanto due sciatrici: Federica Brignone con una media punti di 33.6 e Camille Rast con 33.3. Lara Gut-Behrami è a 26.5 [ ultimamente con almeno un errore a gara, Gianmario Bonzi, voce di Eurosport] , Sofia Goggia a 24. Non significa che la corsa sarà un duello. Significa che da Sara Hector in giù devono tutte correre molto di più. Tenendo questo passo sono tagliate fuori. Oppure significa che bisognerà fare qualcosa che non è mai successo dal 2018: vincere una Coppa con una media molto bassa, per esempio i 30.7 punti che sarebbero bastati nel 2017-18. Le diciannove prove ancora in programma sono ben distribuite: cinque Super-G, cinque discese, cinque giganti, quattro slalom. 

La classifica generale stuzzica dice Neve Italia. Oggi nel Super-G di Cortina a Goggia serve un altro lampo, a Brignone basta continuità. Daniele Sparisci sul Corriere della sera ha scritto che si tratta di un doppio patrimonio da osservare, studiare e proteggere come le vette delle Dolomiti che il mondo ci invidia. In altri tempi SuperSofi avrebbe vissuto malissimo il passo falso di St. Anton. Non adesso, non più. Faceva parte del percorso, lo aveva messo in conto dopo il trionfo ritrovato (in superG) negli Usa, al rientro dall’infortunio. Per non cadere nella trappola delle aspettative, un giochetto logorante tanto quanto i danni fisici. Mettere il freno all’inquietudine, abbassare i toni per tornare a volare. Funziona, meravigliosamente. Incroci di traiettorie, di destini conducono verso dimensioni inesplorate. Sofia era quella «tutto cuore», «Braveheart», Fede quella «tecnica». Macché, tutto torna sempre in discussione e l’unica certezza è che le due stelle sono capaci di interpretare qualsiasi ruolo.

Due italiane sul podio sull’Olympia delle Tofane mancavano dal 2002. Sofia Goggia ha ottenuto la 14esima vittoria italiana sulla pista delle gare olimpiche femminili tra un anno. Godiamocela finché dura avverte Bonzi – e qui il pensiero vola di nuovo al biathlon. Milano-Cortina può diventare la luminosa chiusura di un ciclo, anzi di un ciclone; per i madrigalisti l’evento del canto del cigno; oppure può diventare l’Olimpiade dello scarto, lo switch della propensione italiana dalle discipline classiche a quelle contemporanee, con i 25 anni di Amedeo Bagnis nello skeleton, i 25 di Simone Deromedis, i 21 di Miro Tabanelli e i 18 di Flora Tabanelli nella Big Air e nello Skicross del freestyle. Sempre che Lara Colturi non lasci l’Albania e torni sotto la bandiera italiana. 

La ricostruzione di Sofia Goggia

La rivista Sciare ha un’intervista molto molto interessante con Matteo Artina, il nuovo preparatore atletico di Sofia Goggia. Ha iniziato a seguirla nel dicembre del 2023. Artina racconta di come Sofia Goggia si è rimessa in piedi dopo l’ultimo infortunio grave, quello del 5 febbraio 2024 a Pontedilegno. I passaggi più significativi.

Sulla ripresa dopo l’incidente. «Il polpaccio ovviamente era inesistente, così come si era abbassata notevolmente la forza contrattile, ma abbiamo potuto concentrarci su altri gruppi muscolari, adduttori, ischiocrurali (muscoli posteriori della coscia), glutei, per essere pronti nel momento in cui avrebbe ricominciato ad appoggiare il piede e caricare la gamba. Gli scarponi li ha rimessi una volta recuperato un volume adeguato del polpaccio. Ci siamo quindi dedicati a un graduale mantenimento di tutte le capacità fisiche «attorno» all’infortunio, ovvero la forza del tronco e la parte alta del corpo. E poi le qualità aerobiche utilizzando alcuni attrezzi specifici adattati. Un vogatore che permetteva di spingere con una sola gamba e quella incidentata su uno skateboard, o uno skierg usando una panca dove appoggiare il ginocchio per avere comunque una sorta di appoggio bipodalico.  

L’ortopedico avvisa di procedere in modo progressivo e crescente, ma trovare un modo per misurare la progressività del carico non è semplice. Così ci siamo affidati ad un file di excel per identificare come calcolarlo. Ho usato una unità di misura fittizia (unità di carico), frutto del rapporto tra il carico assiale (ad esempio una spinta di 20 kg) e il tempo (le ripetizioni). Quindi ho stabilito i protocolli da seguire da lì a salire. Siamo andati avanti così per un mese e mezzo».

Sul recupero dell’equilibrio. «Sofia ha lavorato tanto per migliorare la qualità dei suoi movimenti, l’agilità, le capacità di tipo pliometrico. Si tratta di ripetizioni ad oltranza, oscillando tra errori ed esecuzioni corrette, tra sentirsi a proprio agio o impacciata. È una questione di volontà, di attitudine.    credo che per raggiungere il massimo livello nello sci di oggi serva soprattutto atletismo, in senso stretto. Il vantaggio di avere confidenza col proprio corpo è assoluto. Ci arrivi con esercizi di agilità giocando molto sull’efficacia esecutiva di gesti non-programmati.  lo sciatore non ha tempo di verificare se il movimento eseguito è corretto, perché nel momento in cui si accorge che c’è qualcosa di sbagliato la curva se n’è bella che andata! Quello che ho capito molto bene è che creare un rapporto d’amicizia con l’atleta può essere sconveniente. Non è necessario entrare nella vita privata e conoscere il diario di bordo quotidiano per sapere come gestirlo. Esistono segnali comunicativi che sono sempre lì, davanti agli occhi. Quindi, ti chiedo come stai, ma non cos’hai fatto la sera prima. In università una delle prime cose che insegno è: non tutto ciò che conta si può contare. Posso sapere con precisione l’altezza del salto, il tempo di appoggio dei piedi a terra, il massimo consumo di ossigeno. Ma poi c’è quella parte, forse evanescente, che è la qualità esecutiva, il movimento umano. Qualcosa che deve essere efficiente, bello, armonico».

[L’intervista lunga, intera, si trova qui]

I MONDIALI DI PALLAMANO

Com’è andato il test danese per l’Italia

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Dopo due vittorie consecutive, l’Italia ha cominciata la terza impossibile contro la Danimarca come baciata dal cielo. Endrit Iballi ha segnato a 27 secondi dall’inizio della partita, gli azzurri sono stati in vantaggio un altro paio di volte nei primi minuti, dal 4-4 in avanti la Danimarca ha fatto la Danimarca, cioè la squadra campione del mondo e oro olimpico. Tra il settimo e il 22esimo minuto l’Italia non ha più segnato. Emil Nielsen ha chiuso la porta, protagonista lui innanzitutto del parziale decisivo di 8-0. 

Nielsen ha chiuso il primo tempo con una percentuale di parate del 50%. Il secondo si è giocato perché non se ne poteva fare a meno [39-20 alla fine]. Jacobsen ha ruotato la sua squadra per risparmiare energie, dopo altre 11 parate anche Nielsen è uscito, sostituito da Kevin Moller. L’efficienza finale dei danesi al tiro è stata del 75%. L’Italia è comunque al turno successivo, al suo primo Mondiale dopo 28 anni di assenza. 

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