Lo Slalom del 22 dicembre | Cosa leggere, sapere e vedere

domenica 22 dicembre 2024

#4 giorni alla United Cup di tennis

 

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| Ho solo un anno più di Trump. Se Trump fa il presidente dell’America, io non posso fare il presidente della federazione basket?

Gianni Petrucci a Radio 1

 

DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

Inghilterra

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La Premier ci ricorda che il calcio è imprendibile

C’è questa Premier League, no? Questo campionato così scintillante, così glamour, così visto, così amato, così desiderato. C’è questa Premier League che si presenta sotto i nostri occhi e pare quasi che sia venuta a dirci una cosa sola: che il calcio non è governato dalle leggi della fisica, dai dati, dagli expected gol e dalla logica, ma che in realtà è una divinità maligna, capricciosa e dispettosa, certe volte si rivolta contro di te e non c’è molto che si possa fare.

Così ha scritto Jonathan Wilson sul Guardian, arreso dinanzi all’evidenza del capitombolo del Manchester già dal derby della settimana scorsa, una partita in gran parte terribile tra due squadre incerte, prive di fiducia e convinzione, due squadre che davano pochissimi segnali sul fatto di essere state le due squadre di maggior successo nella storia della Premier League

Che ce ne facciamo delle cose che sappiamo di noi due, quando finisce un amore: così dicono i Pinguini Tattici Nucleari nell’ultimo album. Che ce ne facciamo di tutte le cose che sappiamo dei due Manchester, e di Guardiola poi, non ne parliamo. Sotto gli occhi c’è un altro mondo e possiamo leggerlo solo con l’ironia e il sarcasmo. Così Wilson ha scritto che da quando Ten Hag è stato cacciato dal Manchester United, il Manchester City ha perso otto delle 11 partite e ha battuto solo il Nottingham Forest: immaginate dove sarebbero se Jim Ratcliffe fosse stato davvero abbastanza deciso da sostituire il suo allenatore in estate.

E così abbiamo una Premier League in cui è il Chelsea, il caotico Chelsea, con la sua squadra assurda a fare un figurone, a sembrare implacabile, un colpo di scena che nessuno si aspettava. Ecco perché siamo dentro una di quelle stagioni che ci ricorda quanto sia difficile dominare, anche con i vantaggi finanziari di cui gode l’élite”. Una stagione che sta sottolineando la crescita della classe media, non solo Aston Villa e Tottenham, ma anche Brighton e Bournemouth, Nottingham Forest e Brentford, tutte di altissima qualità. Improvvisamente – scopre Wilson – in modo affascinante ogni partita sembra carica di possibilità, come sempre dovrebbe essere.

Da ieri pomeriggio le partite perse dal City sono una in più. La sua caduta è spettacolare, inaspettata. Dice Wilson che è come stare seduti a Roma nel 410 e guardare i Visigoti all’orizzonte, un impero che crolla in tempo reale. Se questo può perire, come scrisse allora San Girolamo, cosa può mai essere al sicuro? Il City, a un certo punto, ricomincerà a vincere, ma il danno è fatto e l’aura potrebbe non tornare mai più. In questo momento sembra in grado di perdere con chiunque. Guardiola potrebbe andarsene? È un pensiero assurdo, ma i manager tendono a non riprendersi da serie come questa: Jürgen Klopp con tre vittorie in 14 partite di campionato nel 2020-21, la stagione Covid, è forse l’unico controesempio paragonabile. Guardiola sembra sconcertato. Tutte le cose, come ha iniziato a recitare di recente, passeranno. Inclusa la fase imperiale del suo Manchester City. Potremmo non trovare mai una vera grande ragione per questo; solo che il calcio ha deciso che deve essere così.

 

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Spagna

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Anche il Barça non fa che cadere

Diego Simeone non aveva mai vinto a Barcellona in tredici anni da allenatore dell’Atlético. Un gol al 95esimo di Sorloth lo ha portato in cima alla classifica da solo. Così stamattina Ramon Besa su El Pais scrive che il Cholismo risorge ogni volta che ne cantano il requiem, per la fortuna di un fortunato Atlético. Il Barça ha giocato per vincere e ha finito per perdere all’ultima giocata, quando la palla era stata messa in porta da un preciso Oblak. Nessuna squadra domina il finale della partita meglio dell’Atlético. Il conservatorismo e l’attesa hanno premiato l’Atlético, l’ambizione ha penalizzato il Barcellona.

 

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Francia

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La Serie D in prima pagina su L’Équipe 

Quelli che hanno la fortuna di avere davvero una Coppa nazionale, un torneo che unisce il movimento intero dal Manzanarre al Reno, scoprono storie, luoghi e persone fuori dal racconto egemone inflitto con le solite tre-quattro squadre. In Francia L’Équipe sta dedicando una serie a quelle delle categorie inferiori che scalano il torneo. Siamo arrivati alla nona puntata e l’altro giorno per esempio si raccontava del magnifico week-end toccato al comune di Espaly-Saint-Marcel con i suoi 3.500 abitanti, alla periferia di Puy-en-Velay, nella prefettura dell’Alta Loira. Un dipartimento che per la prima volta nella sua storia conta due club qualificati ai sedicesimi di finale. Ha due stadi e sono stati pieni entrambi, con più spettatori di quanti siano gli abitanti. Le squadre coinvolte sono state il FC Espaly di Quinta divisione e il Puy Foot 43 di Quarta, avversarie rispettivamente del Digione oggi e del Montpellier. 

Gli stadi sono stati costruiti su due terreni in parte privati ​​anche del minimo raggio di sole in inverno, accoglieranno i visitatori con una zona fangosa o innevata o ghiacciata, a seconda delle previsioni meteo delle prossime ore

 

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IL TELECO-SLALOM

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EUROGOL

Il calcio si sta americanizzando

Non è un’affermazione che ci vuole condurre dalle parti di Oaktree o Cardinale, i Friedkin o Eliott. Il calcio si sta americanizzando nello spirito. Se ne dice convinto Alfredo Relaño, decano del giornalismo calcistico spagnolo e giurato per il Pallone d’oro. Stamattina espone la sua tesi su El Pais raccontando di avere un cognato di New York da più di mezzo secolo [un ragazzo davvero simpatico, tifoso degli Yankees] e di avergli domandato un giorno perché agli americani non piacesse il soccer, se era davvero perché si segnano pochi gol. 

Naah, gli ha risposto il cognato. Il fatto è che agli americani piace guardare in TV solo quegli sport in cui lo spettatore può entrare nella testa dell’allenatore, provare a ragionare con lui, come lui. Questo nel calcio non succede, O meglio: non succedeva quando don Alfredo fece la domanda al mericano

Era un tempo nel quale gli undici titolari che iniziavano la partita, spesso, quasi sempre, in prevalenza, la finivano. Il lavoro dell’allenatore si concludeva con il fischio d’inizioazzarda Relaño. Negli sport americani, invece, l’allenatore non smette mai di progettare cambiamenti e possibili giocate. Quando il basket è arrivato in televisione da noi, l’atteggiamento dei suoi allenatori in piedi, quelli che saltavano e gridavano mentre toglievano e mettevano continuamente giocatori, contrastava molto con la passività degli allenatori di calcio, seduti in panchina, soggetti passivi di una vittoria o una sconfitta.

La tesi è così affascinante e ben condotta che tutte le obiezioni resteranno nel sacco, ne faremo cenere e le spargeremo al largo della redazione di El Pais.

 

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IL CALCIO ITALIANO

Cosa può cambiare al Genoa con la nuova proprietà

  Il primo Genoa uscito dall’ombrello di 777 Partners è andato a sbattere sulle parate di Alex Meret, che a Napoli – misteri cittadini – non amano. Una cosa è sicura: Dan Șucu ha fatto l’affare del secolo, ha scritto Marco Iaria sulla Gazzetta dello Sport, diventando proprietario di un club di Serie A con il blasone e il bacino d’utenza del Genoa, mettendo di tasca propria appena 40 milioni. Șucu ha già versato materialmente il 25% della cifra e si è impegnato a sottoscrivere l’intera quota corrispondente al 77% delle azioni rispettando i termini di pagamento concordati con il cda. Peraltro a 777 Partners, che resta socio di minoranza, non spetterà nulla: i 40 milioni finiscono tutti nelle casse societarie, con il risultato di minimizzare future iniezioni del nuovo patron, almeno fino a giugno. L’affare del secolo, appunto

 

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Il sorpassino del Napoli aspettando l’Atalanta

  Șucu si pronuncia sciùcu, mentre nella lingua della città dove allena Antonio Conte sciusciù era un antico vezzeggiativo, la napoletanizzazione della parola francese choux, la pasta bigné. Da non confondere con ciuciù che invece sta per chiacchiericcio, pettegolezzo, ciarle. Ora, questo Napoli si muove in effetti tra sciusciù e ciuciù, tra certe morbidezze come il cross di Neves per la testa di Anguissa e certe discussioni animate da circoli che sono più contiani di Conte su bellezza, concretezza, estetica, cose ormai antiche come il cucco [qui ci vuole la c di casa, non la c di cielo e nemmeno la sc di sciolina], insopportabili come il sale nel caffè al posto dello zucchero. L’eccellenza nel calcio si fa con l’ibrido, a Napoli vivono di mezze porzioni. Pasquale Salvione sul Corriere dello sport-stadio considera: Se il Napoli gioca come nel primo tempo può sognare ad occhi aperti, se scende in campo come nel secondo farà fatica a restare ancora aggrappato alla lotta scudetto. Due facce di una squadra che è ancora in costruzione


L’eterno galleggiare del Torino

Cairo, così ha ancora senso? si domanda Tuttosport dalla prima pagina dopo la sconfitta contro il Bologna. La fiammata di inizio campionato aveva acceso celebrazioni premature. Il Torino è di nuovo in quell’undicesima posizione che è la perfetta fotografia del ventennio di Cairo, mentre i De Laurentiis, i Lotito, i Percassi, ora anche a Bologna e a Firenze, sono partiti dal suo stesso livello per arrivare dove sono arrivati, da almeno una qualificazione per la Champions in su. Disastro Cairo titola La Stampa e parla di Toro allo sbando. Con Cairo – dice il giornale torinese – non c’è futuro e sembra percepirlo anche la squadra in campo, mentre il ds Vagnati sembra sparito dai radar. Lo scrittore Giuseppe Culicchia, tifoso militante [cfr Ma in seguito a rudi scontri, Rizzoli, premio Coni 2014] cita su La Stampa Gian Paolo Ormezzano dicendo che il Toro si è ridotto a Torello e invia una letterina a Babbo Natale: Ti chiediamo un solo regalo: fa’ che Urbano Cairo, soddisfatto per avere battuto il record di Orfeo Pianelli quanto a longevità come presidente del club, lo venda al più presto”.

 

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POP CORN

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VITE OLIMPICHE

L’utopia di Los Angels 2028 senza auto 

L’ambizione di vivere la prossima edizione dei Giochi olimpici senza auto sta facendo i conti con la realtà. I promotori di LA 2028 e i politici cittadini hanno definito obiettivi precisi in materia di trasporti per ridurre significativamente l’impatto sull’ambiente, ma la riduzione dei finanziamenti solleva preoccupazioni sulla fattibilità in meno di quattro anni. Parigi 2024 ha compiuto sforzi notevoli nel settore della ecosostenibilità, i responsabili di Los Angeles 2028 sono irremovibili nell’intenzione di estendere e ampliare quel percorso in termini di mobilità. Già nel mese di agosto hanno dichiarato che l’obiettivo era quello di presentare una città senza automobili durante le tre settimane dell’evento.

Parigi ha limitato le emissioni riservando corsie agli atleti e al personale legato ai Giochi, una soluzione in linea con il concetto di città da 15 minuti assai caro alla sindaca Anne Hidalgo e alla filosofia della prossimità urbana. Ma Los Angeles è un animale completamente diverso, ha scritto Inside the Games. Le autostrade affollate sono quasi parte del suo paesaggio urbano, la scena iniziale di La La Land è il poster perfetto. 

La sindaca Karen Bass ha assicurato che la città avrebbe investito nel miglioramento dei trasporti e sta prendendo in considerazione formule come la promozione dell’uso dei mezzi pubblici o il telelavoro durante le finestra dei Giochi, seguendo l’esperienza legata alla pandemia di covid del 2020. Il piano richiede il prestito di più di 3.000 autobus da altre zone degli Stati Uniti. 

Tutto questo accade mentre in più parti del mondo la sfida per il contrasto alle vecchie fonti di energia sta segnando il passo.  Le infrastrutture di ricarica e il miglioramento delle stazioni della metropolitana vicine ai luoghi olimpici sono le massime priorità per la California, ma il LA Times riporta che l’elenco dei progetti concordati dal valore di 3,3 miliardi di dollari per la Los Angeles Metropolitan Transportation Authority è stato finanziato per ora solo al 5,2% e se altro denaro non dovesse arrivare, alcune delle idee di Bass potrebbero non vedere la luce entro il 2028.

Proprio come ha fatto Parigi con la Torre Eiffel e il Palazzo di Versailles, gli organizzatori di LA28 intendono costruire stadi temporanei in punti selezionati della città. L’esempio clou è il progetto da 12.000 posti per il beach volley sulla famosa sabbia di Santa Monica. Altre città sono candidate a ospitare degli eventi: Carson e Inglewood, Pasadena, Temecula, addirittura Oklahoma City. I pendolari da e per tali sedi pongono delle sfide extra. Tuttavia, l’ostacolo più grande al progetto di trasporto è certamente la fama dei leggendari ingorghi di Los Angeles. È stato previsto che i Giochi attireranno in città folle di turisti equivalenti a sette Super Bowl al giorno.

«Sarà nostra responsabilità spostare centinaia di migliaia di persone ogni giorno in modo rapido ed efficiente» promette Janice Hahn, presidente del consiglio di amministrazione di Metro e supervisore della contea di Los Angeles. «Abbiamo meno di quattro anni, formeremo abbastanza conducenti di autobus e prepareremo il nostro sistema».

LA28 ha iniziato a sentire le pressioni dei politici locali e i progettisti della metropolitana hanno iniziato a farsi sentire affinché il consiglio fornisse altri 10 milioni di dollari in anticipo.

Il vicedirettore dell’Institute of Transportation Studies dell’UCLA, Juan Matute, si sta facendo prendere dallo sconforto. In un convegno organizzato con politici, lobbisti, accademici e organizzatori dei Giochi, è giunto a una conclusione che ha definito scoraggiante, perché sia ​​il comitato organizzatore olimpico che quello paralimpico – ha detto – «hanno perso sponsor e sono sottofinanziati, mentre devono cercare di convincere la città ad assumersi una quota maggiore dei costi di sicurezza».

Il cosiddetto elefante nella stanza si chiama Donald Trump. La volontà politica di sostenere un evento senza auto potrebbe cambiare radicalmente dopo le elezioni presidenziali del 5 novembre. L’insediamento del vecchio-nuovo presidente farà prima o poi chiarezza. Nel frattempo, a LA28 mancano ancora circa 1 miliardo di dollari in accordi di sponsorizzazione, secondo quanto riportato dai media locali. Il sistema metropolitano di Hollywoodland è molto più limitato e molto meno utilizzato dai pendolari rispetto alla solida rete metropolitana di Parigi e i funzionari di Los Angeles si sono incontrati con i loro predecessori francesi per elaborare una strategia di mobilità per il 2028 e per imparare dall’esperienza passata. Lezione numero uno? Senza soldi non si cantano messe. 

 

Cosa sarà della break dance dopo le Olimpiadi

Nessuno scrive al colonnello e nessuno guarda più i Mondiali di break-dance. Ormai il passaggio ai Giochi olimpici è acqua passata, e questa nuova edizione è molto meno sotto i riflettori rispetto agli anni precedenti sintetizza L’Équipe nella mezza pagina che dedica comunque alla manifestazione. Place de la Concorde ha da tempo riacquistato il suo incessante flusso di automobili. I ballerini di break dance, che quest’estate hanno vissuto forse l’unica esperienza olimpica nella storia della loro arte, sono tornati alla loro quotidianità e ai loro eventi

«La pressione è allentata, è bello stare in compagnia solo delle persone della nostra comunità» dice un protagonista che vuole restare anonimo, boh, chi lo sa perché, come se stesse dando informazioni contro la mafia. Tutti si chiedono come evolverà il circuito e che sarà della break-dance al rientro nel suo guscio. I più puri del movimento non hanno mai digerito l’ingresso nel mainstream. Così come al contrario altri se la sono svignata appena le grandi luci olimpiche si sono spente, fra tensioni, divisioni e disaccordi all’interno della comunità, hanno preferito allontanarsi dal circuito federale

Due settimane fa Rio de Janeiro c’è stato il Red Bull BC One, l’evento più mediatico del settore, il più rispettato, dove la b-girl Syssy [Sya Dembélé] ha brillato. Ai Mondiali di Chengdu di oggi e domani ci sono comunque tre medaglie di Parigi. L’argento Dany Dann [Danis Civil], 36 anni, dice che desidera «rimanere nell’ovile della squadra francese per condividere la sua esperienza con i più giovani. Il budget diminuirà, ma questo non cambia il nostro stato d’animo».

 

Il ruolo della scuola nella diffusione del calcio tra le ragazzine inglesi

Le ragazze inglesi giocano sempre più a calcio e stanno abbandonando gli sport tradizionali dell’adolescenza appartenuti alle mamme, alle nonne. Un ruolo lo stanno svolgendo le scuole, che offrono corsi di educazione fisica più ampi, comprendendo il cricket, il pattinaggio a rotelle, lo skateboard. Fare sport nelle scuole inglesi sta diventando più divertente, scrive Matilede Davies sul Times dimostrando che il giornalismo – assa fa’ ‘a Maronna – può anche non essere apocalittico.  

La prima partita di calcio femminile registrata in Inghilterra si tenne nel 1881, ma nel 1921 venne introdotto il famoso divieto che impediva alle donne di usare i campi affiliati alla Football Association. «Il gioco del calcio è decisamente inadatto alle donne» affermò la FA all’epoca. Era lo spirito del tempo. Le regole sono state cambiate nel 1971. Cinque decenni dopo, le Lionesses inglesi hanno battuto la Germania nella finale degli Europei a Wembley. Era il luglio 2022 e mentre Chloe Kelly si toglieva la maglia e la faceva oscillare sopra la testa, le ragazze di tutta la Gran Bretagna sono rimaste incantate, e il futuro del calcio in Inghilterra è cambiato per sempre. L’analisi dei dati di Sport England su un arco di sette anni rivela che dopo la vittoria agli Europei altre 50.000 ragazze hanno iniziato a praticare il calcio, mentre il numero di quelle che giocano a cricket è salito vertiginosamente dalle 35.000 del 2017 alle 58.000 dell’anno scorso.

Per la prima volta da quando si sono iniziati a raccogliere dati, le ragazze sotto i 18 anni giocano a calcio [16%] più di quelle che giocano a netball [15,4%], una sorta di basket assai adatto a dimensioni e strutture scolastiche. 

Gli sport che hanno visto il maggiore incremento tra le studentesse delle scuole secondarie inglesi negli ultimi anni sono lo skateboard e il pattinaggio a rotelle. Il numero di praticanti durante l’orario scolastico è aumentato da 20.000 nel 2017-18 a quasi 43.000 nel 2022-23. Stephanie Hilborne, direttrice generale dell’ente Women in Sport, ha detto: «Le porte si sono aperte in diversi sport per diverse ragioni, ma la cosa più evidente è che è stato dato il giusto profilo alle grandi donne che li praticano».

Sue Campbell di Loughborough, direttrice del calcio femminile in federazione, ritiene che «la vittoria delle Lionesses ha dato un’opportunità senza precedenti di cambiare per sempre il futuro del calcio femminile e delle ragazze». La FA aveva fissato un obiettivo del 75 percento di scuole in grado di offrire alle ragazze lezioni di calcio durante le ore di educazione fisica entro il 2024. L’obiettivo è stato raggiunto con un anno di anticipo. 

Anche il calcio femminile ora attrae grandi folle dice il Times, ed è stata la scuola a svolgere un ruolo. La finale femminile della FA Cup a Wembley ha registrato il tutto esaurito per il secondo anno consecutivo nella primavera scorsa. L’Arsenal riempie regolarmente l’Emirates Stadium.  La popolarità del campionato sta aumentando più velocemente di quella di qualsiasi altro campionato di calcio europeo. L’anno scorso la lega femminile inglese è entrata per la prima volta tra i primi-25 campionati per affluenza media. 

I numeri raccontano anche di un divario significativo tra le attività sportive praticate dalle ragazze nelle scuole private e quelle nel settore pubblico. Per quanto riguarda netball e hockey, la cifra è più alta del 18% nelle scuole private, del 6% per il cricket. 

Storicamente – spiega il Times – le ragazze sviluppano un minore interesse per lo sport rispetto ai ragazzi in giovane età, un fattore che Women in Sport associa alla sicurezza. I dati di Sport England del 2023 hanno mostrato che circa 1,9 milioni di ragazzi erano attivi nello sport per più di un’ora al giorno, rispetto a meno di 1,6 milioni di ragazze. L’aumento della varietà e dell’inclusività degli sport disponibili sta aiutando a colmare il divario

Wendy Taylor, responsabile del programma presso Youth Sport Trust, ha detto che «le ragazze meno sicure di sé sono spesso interessate ad attività meno tradizionali, in cui è più probabile che il livello di abilità sia più uniforme. Se prendiamo in considerazione sport come l’ultimate frisbee o il dodgeball, queste attività si presentano come piuttosto allettanti perché c’è meno paura che qualcun altro sia già più bravo di te».

Lo skateboard ha avuto una sua più ampia diffusione dopo la medaglia di bronzo a Tokyo di Sky Brown, allora 13enne. Quest’anno anche le scuole del Galles hanno aggiunto lo skateboard alla lista degli sport che si possono praticare durante le ore scolastiche di educazione fisica. 

 

REWIND

Le immagini di ieri

Anche Monica De Gennaro ha segnato un punto 🟨 Le vittorie di Napoli e Bologna 🟨 I cinque gol dell’Arsenal e la sconfitta del Manchester City 🟨 La Coppa del mondo di ciclocross 🟨 Il derby italiano in Union Rugby Championship 🟨 Il Super-G di St.Moritz: Sofia Goggia terza, Lindsey Vonn 14esima

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RUOTE

Il primo van der Poel d’inverno

Zonhoven, 21.000 abitanti, un comune al centro della provincia belga del Limburgo, un posto residenziale alla periferia di Hasselt. Qui hanno trovato dei reperti archeologici che risalgono a un periodo che va dall’11.000 a.C. al 5.000 a.C., una finestra ampia, inclusa una pietra lucidante, l’unica di tutte le Fiandre. Indica che questo territorio fu abitato presto.  L’estrazione del ferro è stato un fattore per triplicare la popolazione tra il 1930 e il 1980.  Zonhoven viene menzionato per la prima volta come Sonuwe nel 1280. A un certo punto della storia, gli abitanti non conoscevano più il significato originale del vecchio nome. Lo hanno interpretato liberamente, son- suona come zon- e -uwe suona un po’ come -hoven. Zonhoven.  Per spiegare il nome bisogna ascoltare la pronuncia locale [/sōnəvə/] e non guardare la forma scritta. 

Contrariamente all’opinione generale, la prima parte del toponimo Zonhoven non si riferisce al sole. A causa di questo malinteso, diverse aziende, scuole e società sportive hanno incorporato il prefisso nei loro nomi e hanno messo un sole o una meridiana nei loro loghi: la scuola elementare De Zonnewijzer, la birra Zonderik, il café Zonnehof, il club di baseball Sunville Tigers. Il sole è pure nello stemma e nella bandiera di Zonhoven. L’elemento -hoven risale a -ouwe e significa “terreno alluvionale”. Si riferisce alla valle di Zonderikbeek. In passato si sospettava che -hoven si riferisse a “hof”, che significa fattoria. Di conseguenza, Zonhoven potrebbe significare “la fattoria della famiglia Zon”, ma la spiegazione viene respinta, non ha nulla di epico. A Zonhoven preferiscono dire che il loro nome significa terreno paludoso ricco d’acqua, vicino al sole. 

In questo posto che allora parla di paludi e fango, di ferro e fuoco, comincia oggi la stagione di ciclocross di Mathieu van der Poel, una stagione fatta di 11 appuntamenti [domani Superprestige a Mol, 26 dicembre: Coppa del Mondo a Gavere, 27 dicembre: Exact Cross a Loenhout, 29 dicembre: Coppa del Mondo a Besançon, 1° gennaio: X2O Trofee a Baal, 3 gennaio: X2O Trofee a Koksijde, 5 gennaio: Coppa del Mondo a Dendermonde, 25 gennaio: Coppa del Mondo a Maasmechelen, 26 gennaio: Coppa del Mondo a Hoogerheide, 2 febbraio: Mondiali a Lievin] e di quattro duelli con Wout van Aert, pronto, al rientro dopo l’infortunio al ginocchio di settembre in Spagna. C’era un incavo sul lato dell’articolazione. Le sfide sono fissate per domani a Mol, il 27 dicembre a Loenhout, il 5 gennaio a Dendermonde, il 25 gennaio a Maasmechelen. Wout non correrà i Mondiali, ma lo vedremo anche il 4 gennaio al Superprestige di Gullegem e il 19 gennaio a Benidorm. 

TENNIS

La finale NextGen: un brasiliano e un figlio di vietnamiti

Il treno di Joao Fonseca viaggia per ora con un mese di ritardo rispetto all’Alta Velocità di Jannik Sinner. All’età di 18 anni e 3 mesi è il secondo più giovane di sempre a qualificarsi per una finale delle NextGen, dopo il Sinner campione 2019. Se la parabola altoatesina dovesse incarnarsi pari pari dentro questo ragazzino brasiliano, lo troveremo con la Coppa di Melbourne nel gennaio del 2029. Mercoledì ha battuto il numero 20 al mondo e testa di serie numero 1 Arthur Fils per quella che è stata la vittoria più pesante della sua carriera, seguita da quelle su su Tien e Mensik, ieri in semifinale contro l’altro francesino Van Assche. È il finalista con la peggiore classifica nella storia del torneo [145]. Non ha dovuto affrontare neppure una palla-break in semifinale. Ha chiuso con un vincente dalla linea di fondo. 

Il futuro di Fonseca è limpido, misterioso è il suo passato. Gli incontri con Nadal, per esempio. Venerdì si sono rivisti a Jeddah, nei paraggi della King Abdullah Sports City. Così è tornato a galla l’aneddoto del loro leggendario incontro del 2010. Da bambino pare che Fonseca abbia incrociato Rafa insieme a mamma Roberta in Sudafrica, prima della finale della Coppa del Mondo di calcio vinta dalla Spagna contro l’Olanda. Ma quel giorno Fonseca non aveva neppure compiuto quattro anni. Forse lo ricorda, forse no. Allora la leggenda si alimenta di un secondo incontro ravvicinato di qualche tipo, stavolta collocato nel 2014 sotto casa, al Rio de Janeiro Country Club, dieci minuti di distanza dall’appartamento. C’è sua madre pure in questa storia, era lei che lo portava a giocare là, sui campi in terra battuta, e una volta erano seduti in prima fila quando Nadal ha vinto il titolo. Però non ci sono foto. Ce n’è una con Thomaz Bellucci, ex 21 al mondo, non è la stessa cosa. Comunque. Non importa. Importa che Fonseca oggi sia ingaggiato come sparring partner una volta da Carlos Alcaraz, un’altra volta da Daniil Medvedev e Jannik Sinner. A febbraio ha pure avuto la benedizione di Gustavo Kuerten. Il Brasile aspetta un suo erede da tempo. 

Avversario in finale è di nuovo Learner Tien, 19 anni, mancino, 122 al mondo, tre titoli challenger vinti nel 2024, il secondo ex universitario a raggiungere la finale NextGen dopo Nakashima nel 2022. Tien ha giocato per un semestre in NCAA con l’Università della California del Sud all’inizio del 2023. Entrambi i genitori giocavano a livello amatoriale. Sono vietnamiti. È stato allenato principalmente dal padre, Khuong, un avvocato, fino a quando non è stato inserito nel programma di sviluppo della federazione per bambini di 10-11 anni. La madre, Huyen, è un’insegnante di matematica. Tien ha una sorella maggiore, Justice: esatto, si chiama così per via dle lavoro di papà. Un chiaro segno del patriarcato. Se fosse stata mamma a darle il nome, oggi si chiamerebbe Radice Quadrata. Learner dice che vincere il torneo Boys’ 18s National Hard Courts all’età di 16 e 17 anni è stato il trampolino di lancio definitivo. Considera il rovescio il suo colpo migliore e il cemento la superficie preferita.

NEVI

Gli airbag sono obbligatori ma non li mettono tutti

Apparvero dieci anni fa. Una conquista. Gli airbag rendevano lo sci più sicuro. Sono diventati obbligatori da questa stagione nelle discipline di velocità, la discesa e il super-G, eppure non tutti li mettono. La federazione internazionale ha esentato una quarantina tra uomini e donne perché i modelli disponibili non sono adatti a loro. C’è chi ha invocato una questione di libertà di movimento, altri la di un innesco prematuro. Ne scrive L’Équipe facendo i nomi di Vincent Kriechmayr, Dominik Paris, Ilka Stuhec, Lara Gut-Behrami.

Adrien Théaux dice che la federazione dovrebbe essere più severa, se l’air bag è obbligatorio deve esserlo per tutti. La scomodità non può essere un criterio per ottenere un’esenzione. «Porto l’airbag da quando esiste. Non abbiamo tutti lo stesso rapporto con gli incidenti, ma quando abbiamo vissuto quel che abbiamo vissuto con David Poisson… [morto dopo una caduta in allenamento in Canada nel 2017, ndSl]. In velocità, a parte il casco e la nostra protezione alla schiena, non abbiamo altro, quindi è bene accettare qualsiasi aiuto aggiuntivo come l’airbag, anche se non ci salverà necessariamente la vita. L’algoritmo che dice all’airbag quando aprirsi migliora nel corso degli anni, più atleti lo indossano, più dati ci saranno per alimentarlo». 

Romane Miradoli spiega che non saprebbe sciare senza airbag, lo trova addirittura comodo. Ricorda che in due cadute il dispositivo l’ha sicuramente salvata dall’urto della testa sulla neve e si rammarica che non tutte le avversarie facciano uso della tecnologia mutuata dal motociclismo. Stéphane Bulle, medico della squadra francese, usa un’immagine significativa. 

«Una discesista senza airbag è come un motociclista senza casco: per me è incomprensibile. Alcuni atleti sono infastiditi dall’attrezzatura? Lo abbiamo detto anche delle cinture di sicurezza delle auto quando sono apparse per la prima volta. L’airbag può prevenire lesioni gravi. I ragazzi e le ragazze sono quasi nudi sugli sci e sfrecciano a 130 miglia all’ora». 

La federazione reagisce spiegando che dalla prossima stagione si fa sul serio, gli airbag saranno davvero obbligatori, pare di capire che questo inverno venga considerato un periodo di transizione. Ogni pezzo costa tra gli 800 e i 1.500 euro, il fornitore è in una situazione di semi monopolio. Restano da realizzare altri progetti per rafforzare la sicurezza. Esistono per esempio indumenti o sottotute anti-taglio. Alcuni li portano già, ma non sono obbligatori. Anche i caschi possono migliorare, da molti anni i cambiamenti sono minimi e Nils Allègre confessa la sensazione che quelli della MotoGP siano più efficienti.

Che si dice di Lindsey Vonn al rientro in Coppa del mondo

Se siete qui per sapere del ritorno di Lindsey Vonn [14esima nel Super-G di St. Moritz], significa allora che davvero la vittoria di Cornelia Huetter è stata eclissata dall’americana, e forse stavolta pure il terzo posto di Sofia Goggia. C’è meno gente preoccupata stamattina. «È fantastico per il nostro sport, è una bellissima storia» ha detto il presidente della Federazione Internazionale, Johan Eliasch. «Marcel Hirscher e Lindsey dimostrano che non è mai troppo tardi per tornare. Conosciamo tutti la loro determinazione»

Determinazione si può dire pure in altri modi. L’altro giorno su Domani Alessandra Giardini ha scritto: Who wants to live forever, chi vuole vivere per sempre, cantava Freddie Mercury con la sua voce – quella sì – immortale. Era il 1986, ma la domanda è eterna. E oggi la risposta è chiara: tutti, tutti vorrebbero vivere per sempre. I progressi della medicina e della scienza ci garantiscono un’esistenza in vita più lunga, in media trent’anni in più rispetto al 1900. Il problema non è più la durata, ma la qualità dei trent’anni in più che ci siamo assicurati: un tempo non si viveva abbastanza a lungo da dover affrontare i disturbi dell’età avanzata, invece oggi invecchiamo e dobbiamo farci i conti. In Italia per ogni bambino ci sono cinque ultrasessantacinquenni, e la tentazione è quella di confondere una vita lunga con una che valga la pena vivere. Una vita attiva, sana, desiderabile. Ma se la scienza lavora per prolungarla, dall’altra parte la natura gioca contro: non ci vuole un filosofo per capire che è il rallentamento del corpo e della mente a rendere la morte tollerabile, a volte addirittura desiderabile. Come sempre, lo sport è vita accelerata. E tutto questo processo – l’aspettativa di vita che si allunga, i guai connessi all’invecchiamento, il pensiero della fine – i campioni lo affrontano molto prima degli altri. È l’esistenza sportiva che si chiude, è un altro tipo di morte, ma il meccanismo è ugualmente lacerante. E l’ossessione della longevità assilla gli sportivi molti decenni prima delle altre persone.

Vonn è stata molto attenta, soprattutto in partenza, lasciando andare diversi decimi, prima di dimostrare che si sente già molto competitiva in alcuni tratti. È parsa nervosa prima della partenza, nervosa ma raggiante. «Ho sempre avuto opinioni polarizzate, la gente o mi ama o mi odia – ha detto qualche giorno fa – St. Moritz mi ha adorato. È solo un primo passo e non cercavo di più. Volevo ottenere un risultato solido ed è esattamente quello che ho fatto. Non ho preso rischi con le mie traiettorie. Ho sciato davvero bene. Adesso ho solo bisogno che la mia parte superiore sia un po’ più veloce e sarò in ottima forma».

Un altro corpo che resiste è quello di Teddy Riner, il judoka francese dei cinque ori olimpici e dei 12 titoli Mondiali. Ha 35 anni, Los Angeles è ancora lontana, ma lui sta già pensando a quello. Ieri è andato sul tatami per un solo incontro sui tre possibili della Champions League di judo, in finale contro il cubano Andy Granda [5° alle Olimpiadi 2024], battuto solo al supplementare, 8’17” di faccia a faccia. Sebbene il suo contratto con il PSG sia scaduto il 31 agosto, Riner ha raggiungo un compromesso con il club durante la notte tra giovedì e venerdì per estendere l’accordo a questa manifestazione. Ora Riner si ferma per operarsi al gomito destro. Frase chiave: Dobbiamo smettere di tirare la corda [su L’Équipe]

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