La crisi di Guardiola e del Manchester City
C’è questa Premier League, no? Questo campionato così scintillante, così glamour, così visto, così amato, così desiderato. C’è questa Premier League che si presenta sotto i nostri occhi e pare quasi che sia venuta a dirci una cosa sola: “che il calcio non è governato dalle leggi della fisica, dai dati, dagli expected gol e dalla logica, ma che in realtà è una divinità maligna, capricciosa e dispettosa, certe volte si rivolta contro di te e non c’è molto che si possa fare”.
Così ha scritto Jonathan Wilson sul Guardian, arreso dinanzi all’evidenza del capitombolo del Manchester già dal derby della settimana scorsa, “una partita in gran parte terribile tra due squadre incerte, prive di fiducia e convinzione, due squadre che davano pochissimi segnali sul fatto di essere state le due squadre di maggior successo nella storia della Premier League”.
Che ce ne facciamo delle cose che sappiamo di noi due, quando finisce un amore: così dicono i Pinguini Tattici Nucleari nell’ultimo album. Che ce ne facciamo di tutte le cose che sappiamo dei due Manchester, e di Guardiola poi, non ne parliamo. Sotto gli occhi c’è un altro mondo e possiamo leggerlo solo con l’ironia e il sarcasmo. Così Wilson ha scritto che “da quando Ten Hag è stato cacciato dal Manchester United, il Manchester City ha perso otto delle 11 partite e ha battuto solo il Nottingham Forest: immaginate dove sarebbero se Jim Ratcliffe fosse stato davvero abbastanza deciso da sostituire il suo allenatore in estate”.
E così abbiamo una Premier League in cui è il Chelsea, “il caotico Chelsea, con la sua squadra assurda” a fare un figurone, “a sembrare implacabile, un colpo di scena che nessuno si aspettava”. Ecco perché siamo dentro “una di quelle stagioni che ci ricorda quanto sia difficile dominare, anche con i vantaggi finanziari di cui gode l’élite”. Una stagione che sta sottolineando la crescita della classe media, non solo Aston Villa e Tottenham, ma anche Brighton e Bournemouth, Nottingham Forest e Brentford, tutte di altissima qualità. “Improvvisamente – scopre Wilson – in modo affascinante ogni partita sembra carica di possibilità, come sempre dovrebbe essere”.
Da ieri pomeriggio le partite perse dal City sono una in più. La sua caduta è spettacolare, inaspettata. Dice Wilson che è “come stare seduti a Roma nel 410 e guardare i Visigoti all’orizzonte, un impero che crolla in tempo reale. Se questo può perire, come scrisse allora San Girolamo, cosa può mai essere al sicuro? Il City, a un certo punto, ricomincerà a vincere, ma il danno è fatto e l’aura potrebbe non tornare mai più. In questo momento sembra in grado di perdere con chiunque. Guardiola potrebbe andarsene? È un pensiero assurdo, ma i manager tendono a non riprendersi da serie come questa: Jürgen Klopp con tre vittorie in 14 partite di campionato nel 2020-21, la stagione Covid, è forse l’unico controesempio paragonabile. Guardiola sembra sconcertato. Tutte le cose, come ha iniziato a recitare di recente, passeranno. Inclusa la fase imperiale del suo Manchester City. Potremmo non trovare mai una vera grande ragione per questo; solo che il calcio ha deciso che deve essere così”.
GUARDI GREALISH E CAPISCI
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Pep Guardiola sembra non avere una soluzione per la crisi di Jack Grealish e per quella del Manchester City nel suo complesso. Lo scrive Barney Ronay sul Guardian trovando sorprendente “la mancanza di qualsiasi senso di lotta, disperazione o persino di una vera variazione. Hai perso. Perdi di nuovo. Perdi nello stesso modo. Nessuno, a parte i giocatori, ha davvero idea di come o perché il City sia ridotto a quello che è ora. Il City è assente, porta la stessa silhouette, gli stessi colori, ma è una squadra di prestanome e di maglie vuote. Come descrivere questa anti-energia?”, si domanda Ronay facendo riecheggiare nell’aere l’anti-polvere di Attilio Bertolucci.
Ronay si lancia in vorticose metafore. “Guardare questo City è come guardare una squadra che odia il football giocare come una squadra che lo ama. Seguire gli incantesimi del suo possesso palla tortuoso è come guardare un robot aspirapolvere che sobbalza in una stazione ferroviaria giapponese. Ordinato, controllato, ma anche casuale e inutile”.
Ilkay Gündogan è oggi un centrocampista che gli avversari fanno twerkare sui talloni, dice. “Morgan Rogers ha mangiato vivo questo City per tutto il pomeriggio”, ed è stata la forma della sua rivincita. Era alle soglie della prima squadra al City quando è arrivato Jack Grealish. Dovette andare a cercarsi spazio altrove. E adesso Pep non sa più cosa fare con lui e coi suoi calzettoni alla Omar Sivori. Se ne sta – dice Ronay – a camminare a grandi passi sulla linea di fondo “come uno Jedi diretto a un funerale”. Ha fatto partire Grealish da sinistra contro l’Aston Villa e Grealish si è mosso bene, ma ha tirato fuori una serie di tiri malconci, rovinati, sgonfi. “Che tipo di calciatore è diventato Grealish? È stato ridotto a una specie di vuoto tattico. Le sue giocate anticonformiste sono state levigate. Cosa le ha sostituite? Anche un grande allenatore ha dei punti ciechi. L’incapacità di tirar fuori qualcosa di nuovo da Grealish sembra parlare in modo più ampio di come Guardiola affronta l’attuale crollo. Continuano ad accadere le stesse cose. Dopo sei minuti il Villa ha fatto quello che le squadre fanno ora al City, irrompendo a tutta velocità negli ampi spazi aperti dietro il centrocampo”.
Il Guardian considera che “c’è un vuoto in questo City, la sensazione che abbiano scaricato la batteria, siano invecchiati insieme, si siano stancati di questo insieme, abbiano fatto a sé stessi quello che di solito fanno alle altre squadre”.
L’EFFETTO OASIS
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Ora. In realtà. Scherzando, eh. Tra il serio e il faceto. Ci sarebbe un altro evento nei paraggi del Manchester City che potrebbe aver turbato l’equilibrio cosmico e aver compromesso la stabilità della squadra. Se un battito d’ali di farfalla provoca un uragano dall’altra parte del mondo, allora potrebbe essere stato il ricongiungimento degli Oasis a scatenare tutto questo. L’Équipe dedica due pagine ai fratelli Noel e Liam Gallagher stamattina, nella sezione Extra. Il 27 agosto hanno ufficializzato la notizia che milioni di fan in tutto il mondo aspettavano da anni, due mesi dopo il loro Manchester City è andato in frantumi. Le radici del loro tifo, racconta L’Équipe, sono a Burnage, “un sobborgo disagiato nel sud di Manchester, dove Noel e Liam sono cresciuti” e dove sognavano di diventare un famoso calciatore o un cantante rock, per citare il testo di To Be Someone dei The Jam. Introdotti al culto del Manchester City dal padre violento [Tommy], al quale presto non avrebbero più parlato, i turbolenti fratelli andavano appena possibile in Maine Road, lo stadio dell’epoca. Il loro City era una squadra che faceva avanti e indietro tra Prima e Seconda Divisione. Liam frequentava anche gruppi di ultrà affiliati al club: The Young Guvnors e The Mayne Line Motorway Service Crew. Sono stati per anni “gli ambasciatori da sogno di un club moribondo”.
Lo scioglimento del gruppo è del 2009. Nel 2010 è arrivato un quinto posto che in quel momento era il miglior piazzamento dal 1992, dal 2011 i trofei. Facciamoci qualche domanda, no? Peraltro i Gallagher sono stati per un po’ tra i tifosi eccellenti che si dicevano spiazzati da tanto improvviso benessere dal sapor mediorientale: e dov’è finito il mio club, e non lo riconosco più, e il Manchester City ha rovinato la mia vita [questo è Colin Shindler], e com’erano romantiche quelle belle domeniche contro il Gillingham, questa roba qua. Le nuvole ascoltano. Le nuvole ci ascoltano sempre. Ascoltano e sanno dove andare. Mai esprimere un desiderio, c’è il rischio che si avveri.