sabato 28 dicembre 2024
#1 giorno a Juventus-Fiorentina
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ADDII
Viva Gpo
La cosa più misteriosa di tutte è come facesse a far entrare tutto il mondo che aveva dentro in tre lettere. Gpo. Un mondo vasto dove teneva insieme le millanta imprese compiute sul lavoro e le avventure della vita che ci aveva messo intorno, come la menta e il buco. È arrivato all’ospedale di Tortona per sentir morire Fausto Coppi e a Cape Canaveral per vedere l’umanità sbarcare sulla Luna. Era a Monaco nel giorno dell’attacco dei fedayn ai Giochi, era a Madrid la sera della pipa di Pertini. Era al Giro, era al Tour, Io c’ero davvero, come dice il titolo del suo ultimo libro di ricordi, davvero sembrava fosse stato ovunque, e da ogni posto avesse tratto energia, vitalità, aneddoti, raccontati certe volte alla maniera di Albert Finney in Big Fish, quando dice di aver preso un enorme pesce gatto usando la sua fede nuziale come esca.
Forse davvero Gpo è venuto fra noi da un film di Tim Burton, mirabolante nelle parole scelte, nei toni usati, nei frammenti di vita vissuta che riproduceva restituendo l’odore e i sapori originali. Nel 1978 era stato premiato con il Bancarella Sport per Storia del ciclismo (Longanesi), una delle sue grandi passioni. Ma la sua produzione è breriana, è muriana per ampiezza e vastità. Sarebbe impossibile raccogliere i miliardi di parole che ha messo in fila. Aveva scritto una Storia dell’atletica e una Storia del calcio. È stato l’ultimo cavaliere dell’Età dei Giganti, quella che lui ha chiamato l’Età dei Cantori ne I cantaglorie (66thand2nd), un libro gioiello che è un po’ saggio e un po’ memoir, una serie di pagine dedicate alla trasformazione del mestiere e ai suoi compagni di viaggio.
La tesi del libro è che nel giornalismo sportivo siano esistite tre epoche. La prima quella dei cantori, quella dell’amore per lo sport, co le parole usate come musica, gli articoli scritti come canzoni.
“Cantavano, i cantori, lo sforzo, la fatica, il sudore, le puzze, le piaghe. Lavoravano bene di fantasia, inventavano molto, alla fin fine ingannavano poco. Avevano la confidenza piena degli atleti, quando non anche la sottomissione. Accrescevano o impreziosivano la popolarità dei campioni, o addirittura creavano i campioni. Magari non sapevano molto di sport, ma questo in fondo era un bene, liberava di più e meglio l’immaginazione”. Niccolò Carosio, per capirci.
La seconda è stata l’epoca degli studiosi, l’epoca dell’erotismo, che è stata anche se non soprattutto accademia, studio dell’amore. “Gli anni Sessanta (lo dico per fissare un dato cronologico approssimativo ma indicativo) sono stati quelli dei fervori per il presente che costruivamo e per il futuro nel quale credevamo e speravamo, sono stati quelli della nascita di un’Italia viva e valida e bella da raccontare nel suo work in progress, senza bisogno di mediazioni fornite dalle fantasie altrui”. Gianni Brera, per capirci.
La terza età è la nostra, l’epoca della pornografia, la rappresentazione oscena o quanto meno esplicita dell’atto amoroso. Sono gli anni dell’abuso di parole e di immagini. L’età dell’eccesso, definito dal poeta-filosofo Geolier sinonimo di mancanza [Che sole oggi]. Tutto sappiamo, tutto possiamo vedere, niente stupisce, niente rimane.
Ormezzano è stato a cavallo delle prime due ere da Rinaldo in campo e poi da direttore [a Tuttosport] , «al lunedì mi assediavano di richieste per sapere dove li avrei mandati la domenica a seguire la partita. Non lo farò mai più» diceva anche da ottantenne, perché in fondo non era escluso che qualcuno potesse chiederlo, a lui che sapeva tenere insieme Hedy Lamarr e il calendario dell’era macedone del nord. Nulla era escluso nel mondo di Gpo, prodigioso, svelto e arguto, elegante, raffinato, un Cyrano per prontezza, calembour, spirito. Se il Giro passava da Fossacesia, si rammaricava che nessuno avesse ricordato Alessandro Fantini, «diamine, capisci, Fantini, lui è nato lì, è morto nel 1961 per una caduta al Giro di Germania, sette tappe al Giro, due al Tour, era detto Furetto, un velocista quasi sommo». E si faceva riempire da Pola, la cagnetta shitzu, dagli otto nipoti che «ogni tanto partono e vanno in Australia. in Patagonia, in Indonesia, per i mari a intrattenere suonando e cantando i croceristi, in Ruanda per le Nazioni Unite, persino al supermercato per me».
Ma due età su tre del giornalismo erano poche se si poteva avere anche la terza, sebbene i giornali «pagano meno di quello che darebbero a una dattilografa senza dita». Un’età cavalcata in sella «a un computer a pedali», combattendo i link e lo spam, mentre preparava un altro libro per Bolaffi, diceva si sarebbe intitolato Gotta Continua, dopo tre covid, altri interventi, un mucchio di mail agi amici perché mi è venuta voglia di sapere come stai, se ti diverti ancora come mi diverto io, «senza offrire lo spettacolaccio di un rudere che non vuole farsi polvere».
| Cosa dice il vampiro a cui offrono caramelle? Buon sangue, non mente
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Inghilterra
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La brutta cera di Pep Guardiola
L’Arsenal non ha mancato la sua occasione. Ieri sera ha battuto l’Ipswich e si è portato al secondo posto, scavalcando Nottingham e Chelsea, ora a -6 dal Liverpool capolista. Da quando esiste la Premier League, nel 50% dei casi chi era in testa a Natale ha vinto il titolo. Ma quattro volte è stato l’Arsenal a farsi rimontare. Una ragione per restare all’inseguimento di Arne Slot, mentre il Manchester City prosegue la sua colata a picco, “da squadra migliore del mondo a fantoccio in 12 mesi” ha scritto Barney Ronay sul Guardian con una buona, buonissima dose di sarcasmo verso il povero Pep.
“Dopo otto settimane, 12 partite e nove sconfitte nella spirale discendente del Manchester City nel calcio, Guardiola ha individuato il problema. «Non abbiamo segnato i gol che facevamo prima e ne abbiamo subiti di più» ha detto alla BBC dopo la sconfitta a Villa Park, esprimendosi con quella sua ormai familiare parlata strascicata e sconclusionata, la voce di un uomo incoraggiato dai medici a parlare di infortuni. Quindi, ecco qua. Segnare più gol. Subirne meno. Vincere anziché perdere. Questa è la spiegazione tagliente di Pep per un periodo durante il quale la squadra che una volta prosciugava la vita agli avversari è diventata non solo battibile ma zombificata, sclerotica e persino inquietante, giocando un calcio tortuoso basato sul possesso palla come espressione della morte dell’amore, della vita, della speranza”.
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EUROGOL
L’improbabile Boxing Day del Belgio
Anche il Belgio gioca il suo jolly, anche il Belgio ha il suo Boxing Day, una giornata di calcio nel pieno delle festività natalizie come in Inghilterra. Ma “l’evento – riassume L’Équipe su un reportage di due pagine – non sembra ancora essere diventato così imprescindibile come oltre Manica. Se escludiamo i Paesi del Regno Unito e la Serie B italiana, la Jupiler Pro League costituisce un’eccezione in Europa con le sue otto partite della 20esima giornata in programma il giorno dopo e due giorni dopo Natale”. Hanno giocato per il quindicesimo anno consecutivo dalla revisione del formato del campionato avvenuta nel 2009. Il vero punto della storia è che il 26 dicembre non è un giorno festivo in Belgio e molti posti negli stadi restano vuoti.
Vincent Duluc su L’Équipe sottolinea viceversa che “i turisti francesi adorano il Santo Stefano inglese. Londra è invasa durante le vacanze da chi pensa che la Premier sia “un bellissimo monumento da visitare”. Al consolato di Londra sono registrati 145.000 francesi, cifra probabilmente inferiore alla realtà dei fatti, ma probabilmente inferiore al mito di Londra come sesta città francese, alimentato negli anni 2010. È certamente la seconda meta dei francesi durante le vacanze. Non è che si vanno a guardare il Boxing Day in Belgio, ecco.
NEVI
Le accuse alla pista di Bormio dopo l’incidente a Sarrazin
Questa è la pista dell’Olimpiade italiana, la pista da cui hanno portato via in elicottero Cyprien Sarrazin, rivelazione della stagione scorsa, per un intervento chirurgico alla testa, il drenaggio di un ematoma subdurale, una sacca di sangue che si forma per uno shock violento alla testa, tra il cervello e la meninge detta dura madre.
“La Stelvio fa paura” dice Tuttosport, il solo giornale italiano a dare rilievo in prima pagina all’incidente. Paura è la parola che in molti modi viene declinata su L’Équipe per lo sciatore francese, che a Bormio un anno fa aveva vinto. Sarrazin stava scendendo alla velocità di 120 km orari e poi “all’improvviso il silenzio ha invaso la zona dell’arrivo. Sugli schermi dislocati lungo la pista di Bormio, le immagini della caduta sono state mostrate più volte, prima che la realizzazione si interrompesse, come generalmente si richiede in caso di incidente grave”.
Sarrazin è finito nelle reti dopo essere stato lanciato in aria da un sobbalzo sul terreno, picchiando più volte sulla neve ghiacciata. “La vita quotidiana di questi atleti – scrive stamattina Tessa Brudieu – non ha nulla a che vedere con la pratica amatoriale. Alcuni hanno già perso la vita, come David Poisson nel 2017 o Régine Cavagnoud nel 2001, entrambi in allenamento”. E qui il giornale ricorda quanto scritto nei giorni scorsi: l’airbag è obbligatorio dalla stagione scorsa, ma la federazione internazionale ancora consente a 30-40 fra uomini e donne di non indossarli con un’esenzione.
Kyle Negomir e Josua Mettler sono caduti dopo lo stesso movimento sullo stesso suolo. Pietro Zazzi è stato trasportato in elicottero in ospedale dopo un altro incidente. Le cadute nello sci d’élite fanno parte del rischio, ma è la gravità delle loro conseguenze a sollevare interrogativi, soprattutto a Bormio, una pista che L’Équipe definisce molto violenta. L’anno scorso, durante la discesa, fu l’austriaco Marco Schwarz a pagare un prezzo caro alla Stelvio. Evacuato in elicottero pure lui, ha dovuto chiudere la alla stagione per la rottura del legamento crociato e del menisco interno del ginocchio destro.
Per Sarrazin siamo nelle ore della paura. Una volta drenato l’ematoma, le condizioni possono migliorare molto rapidamente, ma si devono attendere giorni o settimane prima di uscire dal coma artificiale e scoprire se il cervello ha sofferto conseguenze.
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La tragica vela in Australia
In una tragedia è finita la Sydney-Hobart con la morte di due velisti, Roy Quaden di 55 anni e Nick Smith di 65, colpiti rispettivamente dal boma e dall’argano delle loro barche che navigavano al largo della costa del Nuovo Galles del Sud. Una terza vittima è stata evitata con il salvataggio di Luke Watkins, 37 anni, membro dell’equipaggio del Porco Rosso, caduto in mare un’ora dopo la tragedia.
Si tratta dell’ennesima tragedia che ha segnato la storia di questa regata di quasi 1200 km. Anche senza uragani. “È davvero troppo rischioso schierarsi al via di una corsa che ogni anno registra un alto tasso di abbandoni: 27 quest’anno su 104 partenti, compreso il favorito Comanche? – si domanda L’Équipe. Secondo il meteorologo Christian Dumard, si tratta di una regata che può essere paragonata alla Fastnet in Europa. Nello Stretto di Bass, tra l’Australia meridionale e la Tasmania, il vento soffia potente. È appena a nord del 40esimo parallelo dove passano le navi che fanno il giro del mondo. L’area è spazzata da depressioni estese che arrivano fin nell’Oceano Indiano o nel Pacifico meridionale. Le condizioni di gara sono fisicamente e mentalmente estenuanti, secondo lo skipper tedesco Christopher Opielok, due volte al via. Le temperature dell’acqua sono molto basse e aumentano il rischio di ipotermia. Spesso i timoni, le vele principali o i boma si rompono.
L’organizzazione promette che verrà avviata un’indagine per migliorare la sicurezza in futuro. In effetti, secondo le testimonianze raccolte dal giornale francese, gli organizzatori sono molto severi. Tutto ciò che riguarda le attrezzature di sicurezza viene attentamente esaminato e verificato. Il processo è lungo e rigoroso e completo. I protocolli sono stati rinforzati dopo la tragedia del 1998. Tutti i velisti sono tenuti a portare a bordo un radiofaro di emergenza, quello che ha permesso di localizzare Watkins. I membri di ogni equipaggio devono aver completato corsi di sicurezza offshore organizzati dalla World Sailing Federation e gli skipper devono aver completato un certo numero di regate negli ultimi anni.
Indipendentemente dalle condizioni estreme sulla rotta, la data di partenza non viene però mai posticipata in attesa di condizioni meteo più favorevoli. È lo skipper della barca che si assume la responsabilità della partenza o meno.
VITE OLIMPICHE
Simone Biles potrebbe spingersi fino a Los Angeles 2028. Lo ha detto a L’Équipe durante le chiacchiere che hanno seguito l’assegnazione del titolo di Campionessa fra le campionesse per l’anno 2024: la quinta volta per lei. Alla domanda che tante volte l’ha infastidita negli ultimi mesi, Simone Biles ha risposto: «Non lo so, non ho preso alcuna decisione definitiva. Voglio solo prendermi il mio tempo, vedere dove mi porta la vita, cosa ha da offrirmi. Ma amo ancora la ginnastica». Secondo il giornale francese “se decidesse di tornare agli attrezzi, potrebbe ancora vincere”
TENNIS
Rafa Nadal non chiude la porta all’ipotesi di fare l’allenatore. Anche se ha smesso di giocare solo due mesi fa, non è mai lontano dai campi da tennis. Era presente a Jeddah per le finali Next Gen e in un’intervista ad Arab News e The National, ha detto che sì, dai, in fondo ci pensa, non chiuderebbe la porta a un futuro incarico. Ora volete che non si sia in giro qualcuno che voglia farsi allenare da Nadal?
La sospensione di un mese per Iga Swiatek è finita, si è consumata quando non aveva niente di serio da saltare, e dunque il tennis va avanti così nei confronti del doping, facendo un po’ di testa sua, come un bambino impunito. Swiatek dice che però non si aspetta un appello da parte della WADA, contrariamente a quanto accaduto per Jannik Sinner. Ne ha scritto L’Équipe
Marco Cassetta è stato il primo italiano di nascita a entrare nella top 100 della classifica mondiale del padel. Il giocatore piemontese ha dato un’intervista a Fanpage in cui ha parlato della vita dei padellisti: «A fine stagione sei morto per i viaggi, 72 all’anno, le cifre importanti le guadagniamo dagli sponsor»
AMERICHE
La NFL si tuffa sulla crisi della NBA per mangiarsi gli ascolti
Si sa da tempo che mentre Roma discute, Sagunto brucia. A Salerno non hanno avuto un Tito Livio e perciò dicono che la cera si consuma e la processione non cammina. Ma siamo là. Significa la stessa cosa. Così mentre la NBA riflette sui motivi che hanno prodotto un calo degli ascolti tv, la NFL è andata all’attacco dell’ultimo fortino, il Christmas Day.
Il Natale in casa fra i parenti era una tradizione del football americano. Non quest’anno. Quest’anno ci sono state due partite di richiamo, Houston Texans contro Kansas City Chiefs su NBC e Pittsburgh Steelers contro Baltimore Ravens su Fox, per rompere le scatole ai canestri. Due partite con Patrick Mahomes in campo nonostante una caviglia malmessa e Lamar Jackson in vena di tre passaggi da touchdown. Sbaragliare la concorrenza, ecco cosa conta negli uffici della NFL.
Dentro quelli della NBA è in corso una discussione su cosa abbia fatto calare gli ascolti. Una risposta ideologica è la mutazione del gioco, la sua dipendenza dal tiro da tre. Sono critiche che vengono principalmente da figure che in questo sport hanno avuto un ruolo e una voce una quarantina d’anni fa. Dan Peterson si è spinto a dire che nella pallacanestro dei suoi tempi, LeBron James, Steph Curry, Nikola Jokic e non so chi altro sarebbero spazzati via da Larry Bird e Magic Johnson. Mmh mmh, fenomenale. Ma eccessivo, esagerato, inverosimile. Non foss’altro per la differenza fisica. Così abbondano ciclicamente in giro riflessioni sui motivi dell’abbondanza dei tiri da tre, la diminuzione dei tentativi dalla cosiddetta mid range, tutto letto e interpretato ciceronicamente come una decadenza [O tempora o mores], chiudendo gli occhi sugli elementi di evoluzione del gioco, a partire dalla straordinaria e inedita capacità dei lunghi di giocare da piccoli.
Un altro elemento di riflessione è addirittura più paradossale. Il calo degli ascolti sarebbe da imputare alla fine delle dinastie, non ci sono più quelle belle egemonie di una volta, quelle belle squadre che vincevano sempre, per uno, due, tre anni di fila, ripetutamente, quelle belle squadre di una volta che iniziava il campionato e tu già sapevi come andava a finire. Alla ricerca di qualche elemento che ci consenta di spiegare – dopo – quello che è successo prima, c’è chi si spinge a dire che gli americani desiderano avere squadre guida e figure di riferimento. Ora può darsi pure che sia così, chi lo sa, chi può dirlo: sarebbe strano però aver messo in piedi un sistema sportivo professionistico che storicamente contrasta l’abuso di posizione dominante. Insomma pure qui: mmh mmh fenomenale ma poco convincente.
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