Viva Gpo, la mirabolante parola di Ormezzano

ADDII

L’ultimo rappresentante dell’età dei Giganti

 

  La cosa più misteriosa di tutte è come facesse entrare tutto il mondo che aveva dentro in tre lettere. Gpo. Un mondo vasto dove teneva insieme le millanta imprese compiute sul lavoro e le avventure della vita che ci aveva messo intorno, come la menta e il buco. È arrivato all’ospedale di Tortona per sentir morire Fausto Coppi e a Cape Canaveral per vedere l’umanità sbarcare sulla Luna. Era a Monaco nel giorno dell’attacco dei fedayn ai Giochi, era a Madrid la sera della pipa di Pertini. Era al Giro, era al Tour, Io c’ero davvero, come dice il titolo del suo ultimo libro di ricordi, davvero sembrava fosse stato ovunque, e da ogni posto avesse tratto energia, vitalità, aneddoti, raccontati certe volte alla maniera di Albert Finney in Big Fish, quando dice di aver preso un enorme pesce gatto usando la sua fede nuziale come esca.

Forse davvero Gpo è venuto fra noi da un film di Tim Burton, mirabolante nelle parole scelte, nei toni usati, nei frammenti di vita vissuta che riproduceva restituendo l’odore e i sapori originali. Nel 1978 era stato premiato con il Bancarella Sport per Storia del ciclismo (Longanesi), una delle sue grandi passioni. Ma la sua produzione è breriana, è muriana per ampiezza e vastità. Sarebbe impossibile raccogliere i miliardi di parole che ha messo in fila. Aveva scritto una Storia dell’atletica e una Storia del calcio. È stato l’ultimo cavaliere dell’Età dei Giganti, quella che lui ha chiamato l’Età dei Cantori ne I cantaglorie (66thand2nd), un libro gioiello che è un po’ saggio e un po’ memoir, una serie di pagine dedicate alla trasformazione del mestiere e ai suoi compagni di viaggio.

La tesi del libro è che nel giornalismo sportivo siano esistite tre epoche. La prima quella dei cantori, quella dell’amore per lo sport, con le parole usate come musica, gli articoli scritti come canzoni.

Cantavano, i cantori, lo sforzo, la fatica, il sudore, le puzze, le piaghe. Lavoravano bene di fantasia, inventavano molto, alla fin fine ingannavano poco. Avevano la confidenza piena degli atleti, quando non anche la sottomissione. Accrescevano o impreziosivano la popolarità dei campioni, o addirittura creavano i campioni. Magari non sapevano molto di sport, ma questo in fondo era un bene, liberava di più e meglio l’immaginazione. Niccolò Carosio, per capirci. 

La seconda è stata l’epoca degli studiosi, l’epoca dell’erotismo, che è stata anche se non soprattutto accademia, studio dell’amore. Gli anni Sessanta (lo dico per fissare un dato cronologico approssimativo ma indicativo) sono stati quelli dei fervori per il presente che costruivamo e per il futuro nel quale credevamo e speravamo, sono stati quelli della nascita di un’Italia viva e valida e bella da raccontare nel suo work in progress, senza bisogno di mediazioni fornite dalle fantasie altrui. Gianni Brera, per capirci. 

La terza età è la nostra, l’epoca della pornografia, la rappresentazione oscena o quanto meno esplicita dell’atto amoroso. Sono gli anni dell’abuso di parole e di immagini. L’età dell’eccesso, definito dal poeta-filosofo Geolier sinonimo di mancanza [Che sole oggi]. Tutto sappiamo, tutto possiamo vedere, niente stupisce, niente rimane. 

Ormezzano è stato a cavallo delle prime due ere da Rinaldo in campo e poi da direttore [a Tuttosport] , «al lunedì mi assediavano di richieste per sapere dove li avrei mandati la domenica a seguire la partita. Non lo farò mai più» diceva anche da ottantenne, perché in fondo non era escluso che qualcuno potesse chiederlo, a lui che sapeva tenere insieme Hedy Lamarr e il calendario dell’era macedone del nord. Nulla era escluso nel mondo di Gpo, prodigioso, svelto e arguto, elegante, raffinato, un Cyrano per prontezza, calembour, spirito. Se il Giro passava da Fossacesia, si rammaricava che nessuno avesse ricordato Alessandro Fantini, «diamine, capisci, Fantini, lui è nato lì, è morto nel 1961 per una caduta al Giro di Germania, sette tappe al Giro, due al Tour, era detto Furetto, un velocista quasi sommo». E si faceva riempire da Pola, la cagnetta shitzu, dagli otto nipoti che «ogni tanto partono e vanno in Australia. in Patagonia, in Indonesia, per i mari a intrattenere suonando e cantando i croceristi, in Ruanda per le Nazioni Unite, persino al supermercato per me».  

Ma due età su tre del giornalismo erano poche se si poteva avere anche la terza, sebbene i giornali «pagano meno di quello che darebbero a una dattilografa senza dita». Un’età cavalcata in sella «a un computer a pedali», combattendo i link e lo spam, mentre preparava un altro libro per Bolaffi, diceva si sarebbe intitolato Gotta Continua, dopo tre covid, altri interventi, un mucchio di mail agli amici perché mi è venuta voglia di sapere come stai, se ti diverti ancora come mi diverto io,  «senza offrire lo spettacolaccio di un rudere che non vuole farsi polvere». 

 

|   Cosa dice  il vampiro a cui offrono caramelle? Buon sangue, non mente

 

Ai Mondiali del ‘74 in Germania, oltre a scrivere cronache e interviste, oltre a comporre reportage indimenticabili [uno alla vigilia del derby DDR vs BRD], su Tuttosport teneva un diario privato, personale, uno zibaldone di pensieri quasi ogni giorno rivolto alle sue bambine lasciate a casa, Olivia e Maria, delicato, dolcissimo, un papà lontano. 

Sono tornato al mio piccolo hotel di Denckendorf ed è stato come tornare a casa. In tre giorni ho fatto, da Stoccarda, Francoforte per Brasile-Jugoslavia, Berlino per Germania Ovest-Cile, Monaco per Italia-Haiti. Ieri sera ho voluto a tutti i costi rientrare da Monaco a Stoccarda, anzi a Denckendorf, e ho trovato l’auto giusta. Un senso già di casa, capite? Il letto è eguale a tutti gli altri letti tedeschi, con quel gigantesco piumino che ti schiaccia di caldo, o se buttato via è subito il freddo. Però è già un senso di casa mia, di cosa mia. Guardo la data, ci sono ancora tanti giorni. Da spendere qui, cercando di ricostruire un po’ di casa in un letto d’albergo, furiosamente rincorso perché già un po’ lo si conosce. È peccato mortale se vi dico che ieri, quando Sanon ha segnato il primo e ultimo gol di Haiti, ho pensato che se l’Italia perdeva magari andava tutto in mucca e si tornava tutti a casa subito, e per un poco ho tifato per Haiti, un poco, pochissimo? Siete voi colpevoli di questo, sapete? C’è gente che per la nazionale lascia la famiglia, io per la famiglia lascerei la nazionale. Sanon correva, correva, Spinosi cercava invano di fermarlo, e io pensavo: adesso segna e si torna tutti a casa, e se voi mi chiedete dov’e Haiti, io dico che e vicino alla Corea, per telefono quelli del giornale mi narrano di un tempo dolcissimo. In Italia, e di scuole finite con tanti bimbi per le vie. Io ieri assistevo colleghi che stilavano la pagella dei ventidue anzi ventiquattro per via delle sostituzioni, e non so ancora com’è la vostra pagella, siete state più brave o no di Mazzola?”. 

Ha scritto che la Sanremo è corsa grande di per se stessa, potrebbero anche disputarla i soli cinesi pedalatori del risciò, o i soli ciclisti acrobati bulgari dei tabarini di un po’ tutto il mondo, e la Sanremo sarebbe, rimarrebbe la Sanremo”.  

Ha scritto che la Parigi-Roubaix è come il funerale dell’imperatore Hirohito, bisogna presenziare al rito di morte per far sapere che si è pienamente vivi.

Ha scritto che il Grammont è una scalata nel ricordo, impone sospiri intensi come quelli di chi lo deve pedalare”. 

Ha scritto in definitiva che “il ciclismo è la fatica più sporca addosso alla gente più pulita”. Diceva che certe cose nuove, recenti, lo avevano fatto riaccendere di passione per il ciclismo, «lo sai che un allungo di Simone Fraccaro vale un campionato di calcio». 

Era felice negli ultimi giorni perché dal terrazzo, «un grattacielo bruttaccio si è spostato per farmi vedere meglio la basilica di Superga». Ne era certo, ne era convinto, doveva per forza essere così. 

 

| Roberto Beccantini, compagno di viaggio a La Stampa, scrive oggi sul Fatto Quotidiano che ci sono persone che restano anche quando se ne vanno. Secondo Gianni Mura, scriveva più veloce di Gianni Brera. Fra i libri pubblicati, vi raccomando Il Grande Torino (scritto con Giorgio Tosatti, che a Superga perse il papà), Tutto il calcio parola per parola, Il tifo e lo schifo e La fine del campione. È stato un eterno ragazzo che ha esplorato il mondo attraverso il binocolo della penna (e poi del mouse, uffa). Ironico ed eclettico, buono e scanzonato: ma buonista, mai. Un fuoriclasse, non banalmente il primo della classe. Lascia tre figli e otto nipoti. Lascia un foglio bianco, triste e sorpreso più di tutti noi.

| Gianni Romeo, con lui anche a Tuttosport, scrive su La Stampa che nelle pause in cui le dava il tempo di scrivere, parlava in inglese al telefono con chissachì. Se gli chiedevi un particolare di una tappa del Tour o una finale della tal Olimpiade descriveva la scena come se fosse ancora in diretta.  Ha vissuto da uomo vivo fino all’ultimo.

| Franco Arturi sulla Gazzetta dello sport dice che di Ormezzano si raccontano molti inverosimili episodi ed aneddoti, incentrati sulle sue prodigiose capacità di scrittura. Sono tutti veri. Una volta, rientrando in albergo dopo una faticosa giornata olimpica degli anni 70, di quelle dove l’inviato italiano tipo doveva saltare da un bronzo nei pesi a una finale dei 100 metri, gli capitò un incidente ai confini della realtà: la cartellina con i suoi articoli di giornata, che di lì a poco avrebbe dovuto dettare al giornale via telefono (parole come computer e internet non erano ancora state inventate), gli cadde dalle mani e s’infilò di taglio dritta nella fessura della tromba dell’ascensore. I colleghi accanto a lui impallidirono, immedesimandosi: un dramma totale, irrimediabile, brutale. Non per lui: in 20 minuti, grazie alla memoria prodigiosa e a una fluidità supersonica, riscrisse le 15 cartelle di giornata. Del resto, nei quattro anni in cui diresse Tuttosport , giornale nel quale era nato, molto spesso scendeva in tipografia e sparava uno dopo l’altro, scrivendoli sulla carta delle bozze, tutti i titoli più importanti, completi di occhielli e sommari. Li mitragliava, letteralmente. Uno show che si ripeteva tutte le sere e che i redattori non si stancavano mai di guardare. Ma quell’avventura da “capo” l’affrontò controvoglia: lui era un inviato nato, uno degli ultimi dinosauri che credeva fermamente nella triade che ne aveva ispirato tutta la vita professionale e i mille viaggi: andare, vedere, raccontare. Divertendosi, per di più

| Giulia Zonca su La Stampa scrive che “era nostalgico del suo tempo, allo sfinimento, anche se c’è da capirlo: ha attraversato gli anni d’oro della professione, lussureggianti per chi li ha vissuti e spremuti, fortuna di cui era consapevole. Se l’è goduta, con le grandi trasferte e i grandi alberghi, ma ha sempre tributato il talento alle generazioni venute dopo di lui. Gli era ben chiaro che il mestiere fosse diverso e che aveva comunque grandi interpreti, che sempre li avrebbe avuti. Lui li ha cercati fino a che è vissuto, fino agli ultimi giorni, con il suo «w noi», chiusura ai messaggi spediti a chi semplicemente riconosceva come collega. Se ne è andato da eccessivo, resta da fondamentale”.

| Marco Ciriello su Mexican Journalist dice che Gian Paolo Ormezzano era Google prima di Google: sapeva tutto, si ricordava di tutto, era stato ovunque tranne che in Antartide e per questo non aveva scritto di polo. Raccontava Coppi alla figlia di Coppi e Enzo Bearzot al mondo, scriveva di Enzo Ferrari al posto di Enzo Ferrari e di Boniperti e Sivori al posto di Boniperti e Sivori, e di Trapattoni e Platini (al quale correggeva il francese) al posto di Trapattoni e Platini, perché era l’intelligenza sentimentale, una cosa più affascinante dell’intelligenza artificiale. Aveva milioni di episodi omerici su chiunque avesse anche solo passato dieci minuti con lui. Assistere a un evento sportivo con Ormezzano significava perdersi l’evento sportivo perché apparteneva ai sovrappositori battezzanti: quelli capaci di riscrivere la realtà con racconti molto più interessanti. Se i tre Gianni: Arpino, Brera, Mura erano il verbo, lui era l’aggettivo. Ha attraversato i giornali italiani e la storia del Paese con la leggerezza di un ragazzino immortale. Un minatore del tempo, quando sembrava che avesse detto tutto cominciava a scavare ed usciva l’oro, le storie minori dimenticate: Abebe Bikila in sedia a rotelle ad Addis Abeba al posto di quello che vince scalzo a Roma, la sua prima Vasaloppet (sci di fondo), o la prima Tienanmen pre-rivoluzione culturale. Il mondo ridotto a pagina. La pagina dilatata a mondo

| Giorgio Cimbrico sul Secolo XIX ricorda per Gpo la frase che Hemingway disse quando seppe che era morto Robert Capa. Era così vivo che è impossibile pensare sia morto. Gpo era un prestigiatore: aveva un enorme cilindro da cui sapeva estrarre la sua creatività, tutto a una velocità che lasciava esterrefatti. Aveva una gioia di vivere che sapeva trasmettere come una polvere magica, come un gas esilarante. Uno dei suoi libri ha un titolo infinito, alla Lina Wertmuller. Non dite a mia madre che faccio il giornalista sportivo, lei crede che sia uno scippatore di vecchiette. Non amava l’eccesso, era così e basta.

 

 

LA BARZELLETTA

Gpo è stato il raccontatore della barzelletta più bella mai sentita su Napoli e sui napoletani, forse la disse in tv una sera a Tele+, i ricordi ora sono confusi. A me pare che il protagonista fosse un soldato tedesco, lui una volta corresse: no, era francese. Ma insomma c’è questo soldato che si trova in città per la guerra, la suola di uno dei suoi scarponi si apre in due e allora si rivolge a un ciabattino dentro una piccola bottega per farsela riparare. Solo che a un certo punto gli eventi lo costringono a scappare, afferra lo zaino, tutto il resto e fugge in ritirata. 

Quando finisce la guerra – e qui Gpo faceva andare avanti l’inciso per un tempo indefinito – il tedesco o forse come diceva lui il francese comincia un’altra vita, diventa un dirigente d’azienda di successo, ricopre un ruolo di responsabilità, gli accade questo e quello, finché un giorno per una missione di lavoro – chissà perché – deve tornare a Napoli

Non sa nulla della città contemporanea, della sua trasformazione post terremoto anni Ottanta, neppure del Rinascimento bassoliniano anni Novanta. È solo il personaggio di una barzelletta che Gpo faceva diventare un romanzo. Insomma torna, arriva, si guarda attorno, resta a bocca aperta perché Gpo diceva «ho sempre voluto bene a Napoli, che troppi ancora spupazzano malamente. Adesso raddoppio il bene». Aveva scritto per Mattino, Sport Sud, Sport del Mezzogiorno, oltre che con nome e cognome suoi, si firmava come Marco Ramperti. Gino Palumbo gli aveva manifestato stima e affetto in un momento complicato. 

Insomma, il tedesco o il francese capita a piazza Plebiscito e passeggiando nei vicoli là attorno, forse inoltrandosi verso il Monte di Dio o sarà stato Montecalvario, riconosce in un colpo solo il vicoletto di quella volta lontana e la bottega dell’artigiano, con la stessa insegna, la stessa porta e dietro le tendine addirittura lo stesso proprietario, un omino appena appena sfiorato dal passare del tempo. Aveva aggiunto un po’ di grigio alla punta dei baffi, mi pare che Gpo lo dotasse di un pacemaker per far crescere l’attesa. E ora lì, con lo sguardo schiacciato all’unto della vetrina, il tedesco o il francese si domandava se fosse una follia fare un tentativo, entrare e chiedere cosa fosse dello scarpone lasciato là quarant’anni prima, forse cinquanta per tutto il tempo che c’era voluto a raccontare la barzelletta e arrivare fin qui. 

Ci prova. Bussa, entra. L’omino stava piantando con un martello alcuni chiodini dentro una tomaia, o forse stava cucendo a macchina. «So che è una richiesta impossibile», fa il visitatore, prima di raccontare tutto quello che doveva, cosa era successo, il tempo passato, il suo viaggio. L’omino ovviamente non ricorda, ma gli chiede d’aspettare. Si arma di tutta la flemma possibile, afferra una scala, sale in cima al ripostiglio e prende a trafficare dentro certe scatole di cartone. Qui Gpo lo faceva parlare in un italiano placido, condito da una cadenza napoletana decisamente improbabile, una parodia, come Nino Manfredi quando vende il caffé sui treni. 

«Dotto’, ha detto uno scarpone marrone, vero?». Marrone. 

«Ha detto con la punta arrotondata?». La punta arrotondata. 

«Ha detto senza lacci, vero?». Senza lacci. 

A questo punto l’omino comincia la sua discesa ancora più lentamente di quanto fosse accaduto fino a quel momento, un’impresa mondiale, si sentono i passi, i cigolii della scala, il suo arrivo dietro al bancone con uno scarpone in mano. Marrone, con la punta arrotondata e senza lacci. L’aveva trovato. Il tedesco o il francese allora è commosso. Gli passano davanti agli occhi tutti gli anni trascorsi, il passato, chi era, chi era diventato. Così gli viene naturale domandare: «Posso portarlo via, vero?». 

A quel punto l’omino con i baffi grigi, si tira indietro, si stringe in una smorfia, arriccia il naso, e sempre lentamente, come lentamente si vive e si muore, muove il capo. Era un no. Il tedesco o il francese si irrita, sapeva arrabbiarsi pure in italiano: «Come sarebbe no? Lo scarpone è mio. Mi dica quanto le devo, ma deve restituirmelo. Anche se sono passati cinquant’anni». 

L’omino a questo punto sorride sghembo, pare mortificato, tira lo scarpone al petto e con aria professionale dice: «Mi dispiace. È pronto giovedì».

Viva noi. 

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