La rivalutazione della moneta Southgate

EURO 2024

Siamo pronti? Sono pronti. Loro sì. Spagna e Inghilterra. Noi meno. La finale degli Europei di calcio è sulla Gazzetta a pagina 26, dopo le prime venticinque di calciomercato. In realtà viene il sospetto che abbia guadagnato qualche posizione nella griglia solo perché nella partita di domani sera a Monaco, si legge dal titolo, Williams piace al Barça, Calafiori e Zirkzee volano in Premier. Supermarket europeo, si infiamma la Gazzetta. La partita è un fastidio. Che noia, ‘sto calcio che ogni tanto si gioca, invece Mamardashvili è un obiettivo del Bayern, il prezzo è 50 milioni. 

Siamo pronti? Sono pronti. Spagna contro Inghilterra. Il paese che giocherà la terza finale nelle ultime cinque edizioni contro un altro alla seconda finale di fila. Gli inventori del calcio contro quelli che hanno vinto più Coppe dei Campioni. Eppure, mai si erano sfidati nella storia per un titolo finora.

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Sul Guardian stamattina Jonathan Liew firma un lungo intervento che prova a tenere insieme più suggestioni, come spesso accade nei suoi pezzi, la sfera sentimentale, la sfera tecnica, il significato politico di questa partita e questa squadra per l’Inghilterra attuale. Scrive che nessuno sa davvero come siamo arrivati ​​fin qui. Nessuno sa cosa succederà dopo. Nessuno, e dico nessuno, ha la più pallida idea di cosa significhi tutto questo. L’editorialista del Guardian ricorda che questa è la quarta finale dell’Inghilterra in altrettante estati. Berlino 2024 (maschile) arriva subito dopo Sydney 2023 (femminile, sconfitta) , Wembley 2022 (femminile, vittoria) e Wembley 2021 (maschile, sconfitta, appendice razzista) . È una delle serie d’oro dello sport britannico, un trionfo non solo per le persone coinvolte, ma anche per i sistemi e i processi che li hanno generati. Allora perché siamo così nervosamente divisi?.

Facile, si risponde Liew. Facile, dice, perché gran parte della confusione nasce dal calcio stesso. Francamente pessimo. In oltre 600 minuti di torneo, l’Inghilterra ne ha trascorsi solo 122 in vantaggio. C’è stato bisogno dei tempi supplementari per superare la Slovacchia, dei rigori per superare la Svizzera, di un gol decisivo all’ultimo minuto per superare l’Olanda. Il Guardian ricorda l’esistenza di quel parametro chiamato “differenza reti prevista”, quello che calcola quanti gol una squadra avrebbe dovuto segnare o subire in base ai tiri effettuati o subiti. Ebbene, la differenza reti prevista per ‘Inghilterra è -0,5. 

Di norma – spiega Liew – la squadra di Gareth Southgate dovrebbe essere a casa da tempo, o forse in vacanza, a ballare in una delle autocrazie più esclusive del Golfo. E così la speranza riposta nell’Inghilterra rimane in gran parte una speranza cieca, una speranza disperata, una specie di speranza da forca. Una speranza nel fatto che qualcosa salterà sempre fuori. Con un infallibile tempismo, qualcosa è sempre saltato fuori. Il tiro in rovesciata di Jude Bellingham negli ottavi. Lo spettacolare pareggio di Bukayo Saka nei quarti di finale. La riserva Ollie Watkins che segna uno dei gol più catartici nella storia del calcio inglese. Siamo come detriti – poeteggia Liew – trascinati da un’onda che non possiamo né capire né vedere arrivare. È una sensazione strana, ma allo stesso tempo fantastica

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Quanto a Southgate, il mite allenatore dell’Inghilterra, secondo il Guardian è diventato una specie di avatar di qualcos’altro. Southgate è un uomo perbene con un record invidiabile nei grandi tornei e una storia di cause progressiste, per cui se disapprovi i suoi metodi e il suo gioco, per estensione devi per forza essere uno di quelli contro le cause progressiste, contro gli uomini perbene e contro i record invidiabili nei grandi tornei. La verità, ovviamente, è un po’ più complessa. Cosa rappresenta realmente l’Inghilterra di Southgate in questi giorni? È semplicemente un mezzo per la vittoria, l’idea che una squadra di calcio possa cambiare un paese?

E qui l’editorialista del Guardian si concede il passaggio più politico, da post-elezioni britanniche, con un riferimento al nuovo premier laburista. Come Southgate, Sir Keir Starmer si è opposto alle forze dell’estremismo populista, un antidoto agli anni decadenti di fallimenti ed eccessi che lo hanno preceduto. Qualunque idealismo radicale abbia incarnato un tempo è stato smussato e ripiegato, con lo scopo di fornire il bersaglio più piccolo possibile agli avversari. Un altro futuro non è possibile. E così, mentre Southgate trasporta il suo vaso Ming su un pavimento lucidato a specchio, una nazione si prepara ancora una volta a dirigere gesti incomprensibili e maledizioni verso il grande schermo più vicino. Abbiamo davanti a noi una prova dolorosa e non abbiamo niente da offrire se non sangue, fatica, lacrime e pinte lanciate. Nel profondo, probabilmente sappiamo che vincere o perdere non cambierà nulla. Ma dopo una serie di giorni tristi, una notte magica può sembrarci tutto.

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In un altro pezzo ancora sul Guardian, Nick Ames scrive che è il momento che i tifosi inglesi diano a Gareth Southgate l’amore che merita. Forse Southgate è stato vittima della crescente percezione che lui sia troppo cauto. Ma forse c’è qualcosa di più ampio. Forse esiste un’ossessione soffocante per ogni respiro che viene dal calcio d’élite di club, unita a un’estenuante insistenza microanalitica moderna sulla perfezione. Tutto ciò ha ridotto la tolleranza per il gioco delle nazionali, meno fluido e sempre più marginalizzato. Così come è cresciuta la nostra predisposizione ai giudizi affrettati. Eh sì, considera pure Martin Samuel sul Times: Criticato, deriso e bersagliato, il manager dell’Inghilterra ha trasformato le sorti della Nazionale diventando il suo leader affidabile, un risolutore di problemi

Affrettato o no che sia, offre un giudizio anche Wayne Rooney dalla sua tradizionale colonna per il Times. Dice che Kobbie Mainoo può segnare il gol della vittoria, lo ha già fatto nella finale di Coppa d’Inghilterra, ma Nico Williams dovrà essere controllato con attenzione: mi ricorda un giovane Ronaldo. Dalle pagine del Telegraph invece si alza la voce di Sven Goran Eriksson, con una lettera aperta al cittì: Caro Gareth – gli dice – fallo per me, per sir Bobby e per l’Inghilterra. Il lavoro di allenatore dell’Inghilterra porta con sé una bella pressione. Si sente sempre parlare del 1966 e di ciò che ha fatto la squadra di Sir Alf Ramsey, si fa presto a capire quante aspettative ci siano su di te per porre fine a tutti questi anni di sofferenza. Io le ho sentite. Le ha sentite Sir Bobby Robson. Le hanno sentite ognuno dei 13 manager da Sir Alf in poi. Nessuno di noi ce l’ha fatta, ma nessuno ci è andato più vicino di Gareth Southgate

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Così il giornale è andato a chiedere un pezzo a David Miller, la firma che ha seguito la Nazionale inglese dal 1961 al 1973.  A proposito di tutta questa grancassa intorno alla fioritura di nuovi talenti, nuovi e speciali, speciali e raffinati, Miller scrive allora, non è che in passato ci mancassero giocatori illuminanti e creativi. Stanley Matthews, Tom Finney, Wilf Mannion erano ammirati in tutto il mondo, eppure per quanto assurdo possa sembrare, allenatori e e proprietari dei club diffidavano di loro. Andavano in campo per essere massacrati da gente come il terzino sinistro del Bolton Tommy Banks, un titolare fisso dell’Inghilterra il cui obiettivo era spedire le timide ali che marcava nella prima fila della tribuna. Attaccanti di spicco come Nat Lofthouse o Bobby Smith passavano più tempo da soli che a dialogare con il resto della squadra; persino una stella come Kevin Keegan è finita così, quando giocava con l’Inghilterra. Con Southgate, dice, la Nazionale inglese è entrata nella modernità.

 

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