Come l’Inghilterra ha costruito i suoi Foden

Lo avete visto che cosa ha combinato. Esistono calciatori che capiscono prima di altri in quale spazio passerà la palla. Si fanno trovare là. Altri, più raffinati, lo spazio per far passare la palla lo vedono e lo attraversano. Ma sono quelli del Livello Tre che si fanno amare. Quelli del Livello Tre, lo spazio lo creano dove non esiste. Phil Foden, per esempio. Aveva i codici per far saltare il piano di Diego Simeone dentro lo stadio del Manchester City. Un piano semplice, preistorico per Guardiola, primitivo per Arrigo Sacchi. Noi stiamo sulle palafitte a difendere i nostri beni dai predatori, voi predatori venite a prenderli. Se ci riuscite. Foden ha soffiato sul bunker madrileno e lo ha ridotto a una capanna di paglia. Ha danzato fra tre-quattro avversari e ha trovato De Bruyne davanti alla porta. 

Beati quelli che hanno i Foden, abbiamo pensato in preda alle nostre malinconie post-palermitane. Sbagliato. Gli inglesi non hanno i Foden. Gl iinglesi se li sono costruiti. Il posto chiave è Gerusalemme. In un pomeriggio di metà giugno del 2013, guardano la finale degli Europei Under 21 che la Spagna vince con tre gol di Thiago e uno di Isco. Guardano l’Italia battuta per 4-2 e il Telegraph si lamenta che nelle Academy dei club inglesi non nasce da tempo un numero 10 dotato di fantasia, uno come Insigne”, scrivono folgorati. Nell’Italia che ha con il 4 Verratti e con il 9 Immobile, citano proprio lui anche perché è stato l’autore del gol che li ha eliminati nel girone. In quell’estate del 2013 non hanno portato nemmeno un club ai quarti di Champions. Hanno vinto la Coppa l’anno prima ai rigori con il Chelsea contro il Bayern, grazie al catenaccio di Di Matteo. Sono disperati per una Nazionale che non gioca le semifinali ai Mondiali dal 1990 e agli Europei da 1996. Mentre noi ci avviamo a dire che la Juventus paga il campionato poco allenante, loro stanno scrivendo che scontano un campionato troppo allenante. Così competitivo che sfibra i club a primavera in Europa e la Nazionale in estate. Noi scriviamo che bisogna giocare il Boxing Day come gli inglesi per portare la gente allo stadio, loro scrivono che bisogna fermarsi a Santo Stefano per riposare almeno un po’. Il calcio è un posto meraviglioso. 

In questo posto meraviglioso e da rifondare, gli inglesi fanno una mossa che il senno-di-poi promuove come geniale, ma che il senno-del-durante giudicò un azzardo. Affidano la presidenza della federazione a Greg Dyke, un ex laburista, blairiano, con una lunga carriera nel mondo dei media e nel giornalismo televisivo. È considerato l’inventore della cosiddetta televisione tabloid. Ha rianimato gli ascolti del mattino. Fate conto: un Giancarlo Magalli. Lo hanno cacciato dalla direzione generale della BBC dopo il rapporto Hutton, l’inchiesta che dimostra come sia stato gonfiato il dossier dei servizi segreti sulle armi di distruzione di massa a disposizione dell’Iraq. Il governo si salvicchia, non i vertici della tv.

 

L’uomo a cui oggi si attribuisce la sterzata decisiva del calcio inglese verso la Fabbrica dei Foden, venne accolto da un tweet tipicamente schietto di Joey Barton (Che cazzo ne sa Greg Dyke di calcio?) e dal sarcasmo di chi sottolineava che gli inventori del calcio stavano mettendo le sorti del pallone nelle mani del papà di Roland Rat, una specie di Topo Gigio, il pupazzo del record di ascolti su Tv-Am,  l’unico topo a unirsi a una nave che affonda.

Dyke si insedia dicendo che l’obiettivo è avere nel giro di sette anni una Nazionale competitiva, con due obiettivi: almeno la semifinale agli Europei del 2020, la vittoria ai Mondiali nel 2022. Capito, no?

Il Magalli di Londra forma allora una commissione per esaminare lo stato dell’arte e capire dove intervenire. Chiede un cambio di mentalità allo staff che lavora con le giovanili, a Dan Ashworth direttore dello sviluppo, a Gareth Southgate manager della under 21. Tutti i tecnici iniziano a tenere riunioni regolari, per condividere idee e sviluppare un’identità di gioco. 

L’Elite Player Performance Plan (EPPP) è una strategia a lungo termine, frutto della consultazione tra la Premier League, la Football League, la federcalcio. La Premier si impegna a organizzare 212 tra festival e tornei, per ragazzi di tutte le età. La Football League gestisce i tornei degli Under 9 e i rapporti con le scuole attraverso il suo Dipartimento Educazione. Il programma Bio-Banding abbina i giocatori in base ai loro parametri biologici e non per tradizionali fasce di età, quelle che storicamente rendono più difficile l’ascesa dei giocatori nati nel secondo semestre o nel quarto trimestre dell’anno. 

Parte un sistema di verifica sul lavoro dei settori giovanili, divisi in categorie, dalla Prima alla Quarta. Più è alta, più crescono i finanziamenti.

Il pacchetto complessivo delle misure è detto England DNA e nella sua ricerca del talento, si pone l’obiettivo di creare un sistema di transizione tra le giovanili e il mondo del professionismo, limitando la dispersione lungo la strada. Il sistema viene rivisto alle origini, senza trascurare gli aspetti legali. I rapporti con i giocatori sono regolamentati secondo tre fasce. La prima comprende i bambini dai 9 agli 11 anni. Possono essere vincolati allo stesso club per una sola stagione alla volta. Fra i 13 e i 15 anni sono consentiti degli accordi biennali. Dai 17 ai 21 il club può offrire una borsa di studio, dei contratti di tirocinio, spesso accompagnati da programmi di sostegno alle famiglie. 

Il fattore chiave è la costruzione di una nuova casa per le giovanili della federazione, il centro di St George’s Park. Dove lo staff si concentra esclusivamente sul setaccio del talento. Se in precedenza la federazione si era affidata al servizio scouting dei club, adesso può guardare direttamente i cioccolatini che sono dentro la scatola. 

La federazione scopre così che la generazione di Frank Lampard, John Terry, Steven Gerrard e Rio Ferdinand è cresciuta con meno allenamento rispetto a un diciottenne dell’Ajax: 6.500 ore all’anno contro 2.500. Non solo. Scopre pure che un calciatore di 15 anni in Inghilterra aveva fino a quel momento cinque ore di allenamento dedicato a settimana. Un nuotatore della stessa età, sempre in Inghilterra, ne faceva 15 con un allenatore specifico. Perché un aspirante calciatore doveva ricevere così tanta istruzione in meno rispetto a un aspirante nuotatore? Era la federazione che pagava Fabio Capello con 6 milioni di sterline all’anno. Pensarono che fosse più produttivo assumere un Ct meno costoso e dirottare parte di quei fondi verso lo sviluppo dei giovani. Non importava quanto fosse bravo l’allenatore, se non c’erano buoni giocatori. Hanno formato nuovi tecnici giovanili. Hanno trasformato il centro federale nell’Oxford e Cambridge (dice il Guardian) del calcio inglese. Nel 2017 le squadre giovanili dell’Inghilterra hanno vissuto un anno straordinario. In sei tornei internazionali, arrivarono quattro primi posti, un secondo posto e una semifinale. Undici di quei giocatori sono nel giro della Nazionale di Southgate oggi. Si tratta della generazione dei Jadon Sancho e dei Phil Foden, i Reece James, i Jack Grealish, i Mason Mount. Le scadenze sono arrivate. I dieci anni sono passati. La semifinale europea progettata è diventata una finale. Vediamo come va a finire il Mondiale. 

[2. – continua | la prima puntata dedicata alla Germania è sul numero #908 del 27 marzo]

 

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