EUROGOL
Se il calcio fosse una bestia che si fa domare, potremmo sperare di avere una risposta certa. Invece no, invece ci restano i dubbi. Riassunto delle puntate precedenti. Un nobile club si separa dall’allenatore [il Liverpool da Klopp] e pensa di affidarsi a un suo ex calciatore, uno che conosce l’ambiente, i sentimenti, lo stile di gioco, la grammatica del posto [Xabi Alonso]. Ma un’altra squadra non meno nobile da mesi e mesi si trova scossa dal vento, pur avendo in panchina esattamente una figura del genere [Xavi a Barcellona]. Anzi. È così scossa che pure Xavi se ne va – il secondo annuncio inatteso nel giro di 48 ore. Eppure, mmm, era stato ingaggiato proprio perché l’ambiente, i sentimenti, lo stile, la grammatica.
È l’inganno dell’allenatore identitario. La bandiera, il totem, il corpo e l’anima cresciuta dentro quei colori. A Roma lo chiamano Capitan Futuro. I Friedkin hanno immaginato che solo lui, solo Daniele De Rossi, potesse prendere il posto di José Mourinho – lui che per tutta la carriera aveva atteso senza paura un Dopo [Totti]. In serie A è diventato il quarto della specie, con Gilardino al Genoa, Palladino al Monza e Baroni al Verona. In Spagna ne hanno uno in più: Ernesto Valverde all’Athletic Bilbao, Diego Simeone all’Atlético Madrid, Imanol Alguacil alla Real Sociedad e Ruben Baraja al Valencia – a parte Xavi in Catalogna. Fa il 25 percento della Liga. I tedeschi sono più o meno intorno alla stessa percentuale [4 su 18] con Sebastian Hoeness a Stoccarda, Dino Toppmöller a Francoforte, Christian Streich a Friburgo e Frank Schmidt a Heindenheim. Meno sensibili appaiono in Premier League [3 su 20 con Mikel Arteta all’Arsenal, Roy Hodgson al Crystal Palace e Chris Wilder allo Sheffield United] e in Francia [2 su 18 con Michel Der Zakarian a Montpellier e Jocelyn Gourvennec a Nantes].
PANORAMI
Il caso Xavi
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Deve essere stato Pep Guardiola a convincere il calcio che fosse possibile costruirsi in casa un maestro di calcio con le radici piantate nel suo mondo. Non solo era possibile, era anche fatato, era una storia romantica – quel genere che viene raccontato come una virtù finché i risultati non lo fanno diventare un vizio.
Così sono fioriti i blade-runner, i fantasmi che si sono aggirati per l’Europa, con l’ordine di replicare la stessa esperienza partorita dentro il laboratorio catalano. Un Ciro Ferrara alla Juventus, un Andrea Stramaccioni all’Inter [per altri versi], un Clarence Seedorf al Milan – dove hanno esagerato e si sono dati alla perversione con Pippo Inzaghi prima, Gennaro Gattuso poi. Mentre Fabio Cannavaro fa ogni tanto l’occhiolino al Napoli con questo stesso argomento, Xavi prende l’uscita sul retro dal Camp Nou.
Juan Jiménez su As dice che “sarà un addio al rallentatore, vedremo se questo lo renderà più doloroso oppure no. Si potrebbe pensare che Xavi lasci prima di essere cacciato. Ha finito per divorare il suo Barça, una delle cose che ama di più al mondo, ma che a sua volta è un distruttore implacabile, anche di simboli come lui. Xavi dice che se ne va, ma in fondo sta gettando la spugna. Non è riuscito a prendere le redini del club. Non è riuscito a farlo crescere come pensava e come aveva fatto da calciatore. Non è stato in grado di gestire la storia come immaginava. Tutta la fiducia che aveva dimostrato nella conferenza stampa di presentazione è scomparsa col tempo”.
Alfredo Relaño su El Pais parla di un Barcellona che vive in uno stato di irrealtà, anzi sopravvive, con un debito enorme, leve in cui impegna le sue entrate a lungo termine e un presidente come Laporta che non sembra sopraffatto, ma “senza stadio, senza soldi, senza fiducia in Xavi. È chiaro che lo hanno stancato, le sue conferenze stampa avevano l’aria di un addio prematuro. Lui stesso aveva iniziato il percorso seguendo una falsa pista, la magica ricostruzione di quella grande squadra di cui era parte essenziale. L’entusiasmo dell’esordiente lo ha portato a fare proclami spericolati. Ma non aveva Messi, non aveva Iniesta, non aveva Puyol, non aveva sé stesso. Ha un aggregato di giocatori provenienti da qualsiasi luogo e con qualsiasi idea. Aveva chiesto Zubimendi o Kimmich, gli hanno portato Vitor Roque, un numero nove promettente che non gli interessa. Non lo usa. Lewandowski è ancora lì, mentre si trascina in un declino dignitoso e sempre più visibile. Quando si fa da parte, appare Joao Félix, metà genio del calcio e metà statuina di marzapane”.
Al Barça rimane la Champions League. Ha avuto un ottimo sorteggio per superare gli ottavi [il Napoli], ma poi che ne sarà del suo cammino. In 10 giorni ha smarrito tutto il resto degli obiettivi con tre sconfitte pesanti davanti a Real Madrid, Athletic e Villarreal. Marca ha lanciato un sondaggio per chiedere ai lettori indicazioni sul nome per il dopo-Xavi. Tra i candidati – giusto per cascarci di nuovo – ci sono Rafa Marquez e Thiago Motta, passati in città da calciatori. Laporta lascia intendere che a questo punto Xavi lo avrebbe mandato via da subito. Se ha accettato di accontentarlo, di lasciargli la panchina fino a giugno, «è solo perché si tratta di Xavi». Cioè la bandiera, il totem, i sentimenti, la grammatica – o forse così vuole lasciarci credere, forse la realtà è che non aveva un’alternativa pronta tra le mani.
Qualche giorno fa L’Équipe ha provato a misurare l’impatto sui risultati di questi allenatori identitari. Così abbiamo scoperto che Miguel Munoz al Real Madrid è stato il primo di sette figure capaci di vincere la Coppa dei Campioni da calciatore e da allenatore [gli altri: Trapattoni, Cruyff, Ancelotti, Rijkaard, Guardiola e Zidane], ma pure il primo di 17 allenatori campioni d’Europa dopo aver vestito quella stessa maglia in gioventù. Ai nomi già citati, nella lista bisogna mettere Jock Stein al Celtic Glasgow, Rinus Michels e Louis van Gaal all’Ayax, Bob Paisley al LIverpool, Emeric Jenei alla Steaua, Artur Jorge al Porto, Guus Hiddink al PSV, Vicente Del Bosque al Real Madrid, Roberto Di Matteo al Chelsea, Luis Enrique al Barcellona, Hansi Flick al Bayern. In campo femminile è arrivata Sonia Bompastor a Lione. Ma allora funziona? Uno sarebbe pure propenso a dir di sì, ma poi vengono in mente Frank Lampard al Chelsea, Ole Gunnar Solskjaer al Manchester United, e siamo punto e daccapo.
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