Cinque verticale. La lingua di Bellingham. Sette lettere. Facile. Inglese.
Mmm. No. Non c’entra. Cioè. Entra, sono davvero sette lettere, ma non c’entra, non c’azzecca.
La lingua di Bellingham è proprio quella rosa che gli penzola dalla bocca quando scatta, quando dribbla, quando calcia in porta, quando rincorre l’avversario e torna in difesa. Gli penzola tutte le volte che fa il giocatore totale, tutte le volte che s’inventa qualcosa.
Così, Marca dice che una lingua geniale al mondo del calcio era sempre mancata.
Il basket la conosce bene. Michael Jordan giocava così. Era diventato uno dei suoi tratti più distintivi, quando miracoleggiava in NBA. Diventò col tempo un’abitudine, forse un vezzo, forse un riflesso, giocava in un modo che si sarebbe detto istintivo, una volta disse di ricordare d’aver visto suo padre fare quel gesto, mentre era impegnato in qualche attività che richiedeva un alto livello di concentrazione o di precisione. È cresciuto associando la lingua fuori dalla bocca a un lavoro meticoloso e l’ha introdotta nel suo basket, sebbene in effetti il verbo introdurre in questo caso sia del tutto fuori luogo. Marca adopera allora un’immagine. Scrive che Jordan tirava fuori la lingua come un’ape che tira fuori il pungiglione. L’aveva fuori mentre attaccava il ferro, mentre tentava un tiro in sospensione, mentre andava in lunetta per un tiro libero. “Su un campo da basket tutti volevano essere Jordan, tutti vogliono tirare fuori la lingua”.
E Pete Sampras? Ve lo ricorderete. Non se ne stava sempre con quella cosa lunga penzoloni, fuori dalla bocca? La metteva bene in vista quando palleggiava prima del servizio, oppure quando rientrava verso la linea di fondo campo dopo una volée che lo aveva reso particolarmente fiero. Andre Agassi lo prendeva in giro. Gli diceva di avere la lingua bruciata dal sole. Un giorno scoprimmo che alle lingue altrui Agassi era particolarmente attento, a quella di Boris Becker più che alle altre. Andre raccontò di come fosse riuscito a decriptare il servizio di Boris Becker proprio osservando la posizione della lingua. Quando la teneva dritta, fino a toccarsi il naso, significava che avrebbe battuto dritto. Se invece la lingua stava sul bordo della bocca, bisognava aspettarsi la palla di lato. Agassi tenne il segreto fino alla fine della carriera. A Boris raccontò tutto dopo, una sera che si trovarono a prendere una birra a un Oktoberfest. Pare che a Becker la birra sia andata di traverso.
La più geniale delle lingue di fuori è ovviamente questa. Con i capelli disordinati, i baffi folti e i grandi occhi castani, la boccaccia di Albert Einstein è diventata la sua icona, un poster, un fumetto su una t-shirt. È l’immagini più famosa e irriverente del fisico. Compiva 72 anni e il fotografo gli chiese di sorridere. Tié.
Più o meno con lo stesso umore nacque il logo dei Rolling Stone, quando Mick Jagger disse che cercava «un’immagine in grado di reggere da sola, voleva un certo tipo di semplicità». Le labbra rosso ciliegia, la lingua che spunta tra i denti del logo.
Secondo Gillian Forrester, professoressa di cognizione comparata all’Università di Londra, «le persone tendono a tirare fuori la lingua quando stanno facendo qualcosa di delicato, che richiede l’attivazione motoria delle loro mani». La teoria che spiega il fenomeno è detta dello straripamento del motore cerebrale. Le analisi di neuroimaging, prodotte da uno studio di quattro anni fa, hanno messo in evidenza come la porzione frontale del cervello associata al linguaggio è connessa e sovrapposta a quella relativa alla manualità. Sono due regioni assai prossime. I neuroni associati alla manipolazione degli oggetti subiscono meccanismi di iperattivazione e si espandono nel tessuto cerebrale limitrofo. Quando ci si abbandona alla concentrazione su gesti e movimenti, i neuroni tracimano con la loro attività nella terra di confine. Così succede che si caccia la lingua. La dottoressa Forrester è convita che però il mistero non sia del tutto risolto. Potrebbe esserci qualcosa che ha a che fare con l’evoluzione dell’umanità e con il fatto che le mani furono coinvolte inizialmente nell’espressione del linguaggio. L’osservazione delle scimmie rafforzerebbe il sospetto. Secondo i suoi ricercatori, allo stato delle conoscenze attuali, sono state le mani a indurre bocca e lingua a diventare strumenti della comunicazione umana. È una faccenda così interiorizzata che si caccia la lingua a due-tre mesi di vita, per imitazione degli adulti.
Al calcio una lingua geniale finora era mancata. Jude Bellingham è venuto per colmare pure questo vuoto.
Secondo Orfeo Suárez, che ne ha scritto su El Mundo, in questa prima fase della stagione il Real Madrid è il Real Bellingham. “Il modo in cui determina il gioco della sua squadra non dimostra solo le sue condizioni, tipiche di una meraviglia che saprebbe ballare il tip tap senza mai perdere mentalmente i limiti della pista. Bellingham può servire l’ultimo passaggio, può raggiungere l’area per rifinire l’azione, può inseguire l’avversario. Se si trova in difficoltà, retrocede al centro del campo, si fa dare la palla e parte da là. È un calciatore totale. La tentazione dei confronti è umana. Ha dei movimenti che ricordano Zidane, ma il francese non possedeva lo stesso dinamismo difensivo. ZZ arrivò al Bernabéu già adulto e scoprì qualche difficoltà di adattamento al campionato, con un calvario da titolare al Mestalla. Bellingham ha dominato e segnato che era appena arrivato, in un ambiente simile per intensità: al San Mamés. Per far questo sono necessarie una personalità travolgente e autostima. A Napoli, sotto l’evocazione permanente di Maradona, Bellingham ha dato un altro morso al presente del calcio sotto gli occhi di tutta Europa, con un gol che potrebbe essere stato scritto con la calligrafia di Diego“
El Pais ha scritto che “rende normale l’eccezionale” e nel gioco dei confronti si potrebbe pensare a lui come a una fusione di Pete Sampras [rieccolo] e Lebron James. Al suo passaggio, Bellingham “fa sembrare tutto vecchio”, soprattutto in uno stadio come quello di Napoli, “un mammut di acciaio e cemento“.
Marca dice che Bellingham aveva la lingua fuori sia quando ha servito l’assist a Vinicius per l’1-1 al San Paolo, sia nell‘intera sequenza di gesti messi in fila per il suo gol.
Per marcarlo, a questo punto, servirebbe Agassi.
Cinque verticale. La lingua di Bellingham. Sette lettere.
Esibita.
LEGGI ANCHE
Lettera a Bellingham, inglese nello stadio di Diego
Per dirgli di certi inglesi a Napoli: Shakespeare, i Beatles e Norman Lewis
Hey Jude, dicci che cosa si prova a entrare da inglese nello stadio che porta il nome del Cattivo, l’uomo che vi fece gol ai Mondiali dribblando mezza Nazionale vostra in 11 secondi, la prodezza del secolo, e voi che lo ricordate per un gol rubato con la mano. Dicci cosa si prova a salire le scale e vedere la sua statua proprio là, in memoria del suo piede sinistro, tre anni prima che un altro piede sinistro portasse invece una statuetta sullo scaffale di uno di voi, il premio Oscar a Daniel Day-Lewis. [tutto qui]