Lettera a Bellingham, inglese nello stadio di Diego. Per dirgli di certi inglesi a Napoli: Shakespeare, i Beatles e Norman Lewis

  Hey Jude, dicci che cosa si prova a entrare da inglese nello stadio che porta il nome del Cattivo, l’uomo che vi fece gol ai Mondiali dribblando mezza Nazionale vostra in 11 secondi, la prodezza del secolo, e voi che lo ricordate per un gol rubato con la mano. Dicci cosa si prova a salire le scale e vedere la sua statua proprio là, in memoria del suo piede sinistro, tre anni prima che un altro piede sinistro portasse invece una statuetta sullo scaffale di uno di voi, il premio Oscar a Daniel Day-Lewis.

Hey Jude, i Lewis con Napoli c’entrano sempre. Anche Norman Lewis era uno di voi, uno scrittore. Quando aveva la tua età, scriveva poesie per la ragazza di cui si era innamorato, gliele faceva arrivare infilandole sotto la porta di casa e una volta gliene consegnò una ardita, diceva di voler essere per lei il califfo di Baghdad o il sultano del Turkistan. Solo che dall’uscio la raccolse sua madre e le intimò di non vedere mai più quel tipo, lo chiamò il figlio di Satana. C’è una bellissima biografia su Norman Lewis, Semi Invisible Man e lì dentro leggerai pure di come da trentacinquenne si ritrovò nel sud d’Italia, era ufficiale dell’esercito britannico nel pieno della seconda guerra mondiale. Faceva parte del primo King’s Dragoon Guards. Andava alla guerra e la sera scriveva, prendeva appunti. Così a distanza di quarant’anni, pubblicò un diario della sua esperienza nella Napoli appena liberata dai tedeschi con le Quattro Giornate, c’è stato l’anniversario numero 80 pochi giorni fa.

Hey Jude, sapessi. È il libro più bello che sia mai stato scritto sulla mia città. Dovresti recuperarlo, oppure guardare su Rai Play il documentario di Francesco Patierno con la voce di Benedict Cumberbatch. Non è buffo? Il libro più bello, su una città che non fa altro che raccontarsi, l’ha scritto uno straniero. Anche La Galleria è molto bello, di uno straniero pure quello, un americano, John Burns. Se hai tempo recupera pure Malacqua, di Nicola Pugliese, un giornalista, era nato a Milano, lavorava a Napoli, ma si ritirò in un paesino, ad Avella. Forse per raccontare meglio questa città, bisogna mettere una distanza, chi lo sa, o forse è solo una scemenza. Il romanzo di Pugliese venne scoperto da Italo Calvino, la storia è lunga, ma in giro la trovi, e poi forse finalmente ne faranno un film. 

Il libro di Lewis è bello perché è la cronaca di una città che muore, una città che scopre l’orrore dopo l’orrore di una guerra. Non ci sono i mandolini. C’è solo una sensazione di disastro diffuso, c’è una città che ha sempre fame di tutto, di cibo, di sesso, di felicità. Le ragazze del popolo si danno agli americani per una scatola di fagioli. Altre vorrebbero farsi sposare. Ci sono i napoletani che chiamiamo i figli della guerra, tipo James Senese. Nel libro ce ne sono di ogni tipo, molti si accusano gli uni con gli altri per le soffiate e per il collaborazionismo. Ci sono i paesi della cintura a nord – Casoria, Afragola, Aversa, Acerra – che gli americani affidano attraverso nuovi sindaci direttamente alla camorra, come posso spiegartelo, i gangster, ecco, uomini che così controllano il territorio. Di quelli però non ci siamo ancora liberati. C’è la corruzione della borsa nera, quella dei carabinieri, c’è un malaffare imprendibile. Tu leggi il libro e ti pare che possa farcela solo chi è furbo, il più furbo, chi ha meno scrupoli, anzi chi non ne ha, ti pare che la guerra è bella anche se fa male, ti porta dentro casa l’occasione di arricchirti. Ma nonostante tutto, questa città lentamente risorge.

Hey Jude, questa Naples ‘44, così si chiama il libro, l’ha raccontata bene anche Eduardo De Filippo in una delle sue commedie, Napoli Milionaria. Dovresti conoscerlo. Ha tradotto il vostro Shakespeare in napoletano per Einaudi, era il 1983, come vedi un altro anno con il tre, un altro anniversario. Einaudi incontrò Eduardo per proporgli una versione di Sogno di una notte di mezza estate per la collana “Scrittori tradotti da scrittori”. Si accordarono invece per La Tempesta, un dramma, una fiaba degli incantesimi, non so come la consideri, comunque sia uno dei luoghi di nascita della modernità. Eduardo non parlava inglese, nonostante vent’anni di convivenza con Dorothy Pennington, una ragazza di Philadelphia conosciuta a Roma. Il suo mediatore culturale – diciamo così – era stato Franco Zeffirelli, quando negli anni ’70 le sue commedie erano state recitate a Londra da Laurence Olivier e Joan Plowright. Fu la terza moglie Isabella Quarantotti a tradurgli il testo. Lei lavorava sul senso letterale, Eduardo aggiungeva uno strato poetico in napoletano antico. Io sono convinto che Shakespeare l’ha scritta conoscendo Napoli confessò Eduardo in una intervista con Antonio Ghirelli, un grande giornalista della mia città. Ha cominciato con lo sport ed è diventato portavoce del Quirinale. Eduardo non inventava viaggi inesistenti, avanzava l’ipotesi che Shakespeare avesse letto favole napoletane, un genere a cui in effetti all’epoca si dedicavano abati e monsignori. Aveva messo le mani sulla copia di una di queste raccolte e diceva di aver sentito fra le pagine echi della voce di Shakespeare. Ma non voleva fanfaronate, Eduardo non era quel tipo di napoletano che avrai visto in molti film. Con Ghirelli si raccomandò: Sul giornale parlane con delicatezza, ti raccomando

Pensata come spettacolo di marionette, quella Tempesta fu portata alla Biennale di Venezia due anni dopo dalla compagnia della famiglia Colla. Eduardo non c’era più. Aveva lasciato un nastro con la sua voce, capace di interpretare tutti i personaggi in sfumature diverse, Ariel uno scugnizzo dei vicoli e Calibano, che costruì come ’nu selvaggio fesso

Hey Jude, sai, non esiste in Italia un’altra città che abbia trattato il tuo Shakespeare come un autore di famiglia. Una decina d’anni prima della Tempesta, Leo De Berardinis aveva iniziato con King Lacreme Lear Napulitane le sue triangolazioni tra Eduardo, Totò e Shakespeare: faceva recupero e riuso, citazione e degradazione. Gli incroci e i contagi da allora sono diventati più numerosi e naturali. La regia di Giancarlo Sepe stemperò Petito e Scarpetta nella Bisbetica domata, trasformando Petruccio in un commerciante napoletano in aperto dualismo con il nord Italia, forse non lo sai, ma esiste questa contrapposizione. Carlo Giuffré accettò il ruolo perché era preso dal progetto di un Re Lear in napoletano. Gianni Lamagna, un ricercatore vicino a Roberto De Simone e alla Nuova Compagnia di Canto Popolare, fatti raccontare chi sono, incise in dialetto diciassette sonetti. Trenta sono stati tradotti da Dario Iacobelli [edizione Ad est dell’equatore, 2016]: Tir’d with all these, from these would I be gone / Save that, to die, I leave my love aloneè diventato Nun c’a faccio cchiù, vulesse i’ luntano, vulesse muri’ ma l’ammore mio ’o lassasse sulo, e sulo pe’ chesto nun me ne pozzo i’

Hey Jude, sai, a Napoli è stato messo in scena anche un Hamlet Travestie, la tragedia danese trasferita in casa della famiglia Barilotto, disposta a una quotidiana messinscena per non turbare un figlio che si crede il principe. Per Amleto di Michelangelo Dalisi dava a due becchini napoletani la consapevolezza di essere stati in un’altra vita Ignazio e Petronio, questo perché secondo Dalisi l’opera di Shakespeare e la tradizione artistica napoletana condividono le contraddizioni, la povertà, la comicità, la brutalità. In una parola sola: la complessità.

Hey Jude, forse conoscerai Benedetto Croce o forse no, adesso non importa, comunque in un saggio pubblicato sulla rivista La Critica nel 1919 rigettava certe suggestioni giunte dalla Germania, dove accostavano le meditazioni di Amleto alla filosofia di Giordano Bruno. Tentò invece di tracciare una mappa della napoletanità di Shakespeare: dalla presenza di re Renato nell’Enrico VI, al principe cittadino che aspira alla mano di Porzia nel Mercante di Venezia. Fino all’ambientazione della Tempesta e alla coppia Trinculo e Stefano, nella quale Croce sin dai nomi identificava tracce della commedia dell’arte cittadina. 

Il mio professore universitario di letteratura inglese, Stefano Manferlotti, diceva che «ai suoi tempi, come si deduce dall’Otello e da Troilo e Cressida, Napoli non godeva di buona fama. Con il suo nome veniva definita la sifilide. La città esercitava una sorta di attrazione e repulsione. Le compagnie si spostavano in Europa spinte dalla peste e dalle persecuzioni religiose. Sono certo che Shakespeare abbia conosciuto opere napoletane. Del resto, anche ne La fiera di San Bartolomeo di Ben Jonson appare Pulcinella in una scena di burattini».  

La fama di Napoli va e viene, come certamente ti sarai accorto. Da oltre vent’anni va in scena Shakespea Re di Napoli, un’opera in cui Ruggero Cappuccio impasta le rime del tuo William con le suggestioni liriche del barocco napoletano, rievocando l’eredità di Basile, che per Italo Calvino [rieccolo, tra qualche giorno è il centenario della nascita, un altro anno con il tre] era un deforme Shakespeare napoletano”, pensa tu. 

Ebbene, Cappuccio una volta ha spiegato che «in molte metafore di Basile tornano immagini vicine a quelle di Shakespeare, due magnifici artefici in grado di far coesistere un mondo aeriforme con uno corporeo, viscerale, passando in due versi dal divino all’infimo. Shakespeare vagheggiava Napoli: in comune con la sua tradizione artistica ha l’imprevedibilità, la convivenza tra alto e basso, popolare e nobile, lirismo e trivialità. È pieno di doppi sensi come nella sceneggiata e nelle farse di Pulcinella. Perciò in italiano la sua opera sembra accademica, sconta il limite di una lingua non eversiva, che non rende giustizia alle allusioni. Il napoletano invece è fluido, rende possibile ogni cosa: endecasillabi e settenari sono presenti nella parlata di ogni giorno. Napoli non concepisce la vita senza suono. Se la Sicilia ha avuto Verga, De Roberto, Tomasi di Lampedusa, Pirandello e Brancati, Napoli ha dovuto aspettare La Capria prima di trovare un grande scrittore. Aveva compositori di sinfonie, madrigali e opere buffe. Aveva Petito, Viviani, Scarpetta, Eduardo: una storia di parole pronunciate. Il seme del suono ha sempre rubato la scena».  

Il seme del suono stava per esempio negli Shampoo, un gruppo degli anni 70 che si mise in testa di tradurre in napoletano le canzoni dei Beatles. Oddio, tradurre. Non erano proprio traduzioni. Era una riscrittura per suoni. Nowhere Man era N’ommo ‘e niente. A Hard Day’s Night si trasformò in Si scinne abbascio ‘e night. She Loves You diventò Si ‘e llave tu, Day Tripper mutò in E Zizze, mentre Help fu più facilmente Pepp – ma non c’entra Guardiola.

Te l’ho fatta lunga, Jude. Magari vuoi solo passare davanti alla statua del piede sinistro, quello di Diego, non di Lewis, vuoi solo salire le scale e mettere il piede sinistro tuo sul prato, un piede benedetto, lasciatelo dire. Nello stadio dove sono venuti a giocare un pugno di amichevoli Pelé e Cruyff, dove i napoletani hanno visto Messi e Ronaldo, dove la tua nazionale è passata con Kevin Keegan e Toni Woodcock per gli Europei del 1980 [2-1 alla Spagna] e dieci anni dopo con David Platt e Gary Lineker ai Mondiali [3-2 alla Colombia].

Magari solo questo desideri adesso, far correre in fretta il tempo per appaiarti a loro, per essere presto un Pallone d’oro. Essere o non essere, to be or not to be.

Sai, Jude, noi qua diciamo: o si’ o nun si’.

*

L’INCONTRO  Il ritorno al San Paolo di Ancelotti | Giulia Zonca su la Stampa: Carlo Ancelotti ha portato il Real Madrid nello stesso hotel in cui stava quando è stato esonerato dal Napoli e quel divorzio adesso sembra ancora meno logico di quanto non lo fosse nell’inverno del 2019. Un ammutinamento, un capo lunatico, procuratori invadenti, accuse di nepotismo. Ci sono memorie migliori nella sua incontenibile carriera e infatti non ha fatto una battuta, non ha concesso un sorriso, ha parlato dei valori in campo, perché su altri sarebbe finito a pescare nell’astio che non gli appartiene. Meglio farsi scivolare via la malinconia come è riuscito a Tonali nella prima giornata davanti al suo Milan

 

COSA SUCCEDE IN CITTÀ Il terremoto | Dario Del Porto per Repubblica racconta: La caldera dei Campi Flegrei continua a tremare. Alle 22.08 di ieri, una scossa di magnitudo 4 è stata avvertita distintamente anche a Napoli città, soprattutto nei quartieri di Agnano, Posillipo e del Vomero e ai piani alti degli edifici. Lo sciame sismico che da mesi scuote l’area non si ferma. E cresce la tensione nella popolazione anche se alle prime verifiche dei vigili del fuoco non erano segnalate conseguenze rilevanti, né danni a persone o cose.  Sono già state aggiudicate gare da 30 milioni di euro per migliorare gli ospedali di Pozzuoli, Torre del Greco e Procida. La prossima settimana saranno organizzate simulazioni di evacuazione dagli ospedali di Frattamaggiore e Giugliano. Nella zona rossa vive poco meno di un milione di persone e non si tengono esercitazioni dal 2019.

 

in tv oggi ore 18.45 Sky e Infinity+: Union Berlino-Braga e Salisburgo-Real Sociedad | ore 21 Canale5 e Sky: Inter-Benfica | 21 Sky e Infinity+: Napoli-Real Madrid, Manchester United-Galatasaray, Copenhagen-Bayern, Lens-Arsenal, PSV-Siviglia 

 

Qualche altra partita

 

INTER-BENFICA

Ogni volta che giocano Inter e Benfica, viene da chiedersi perché c’è il Milan, nella canzone di Lucio Dalla. Forse perché fu finale di Coppa dei Campioni due anni prima, 1963 contro 1965. O forse perché la I iniziale di Inter cozzava contro la i finale di poi [poi Milan e Benfica, Milano che fatica]. Comunque.

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera scrive: Per motivi diversi le ultime tre partite hanno messo in evidenza i primi problemi della nuova Inter e anche le relative soluzioni: il primo elemento che salta agli occhi è l’importanza delle rotazioni, che vanno fatte col bilancino per dare minuti anche alle seconde linee e dare riposo ai titolari. Il secondo è il fatto che gli avversari stanno prendendo più contromisure al gioco nerazzurro: rallentare la circolazione del pallone che parte da Calhanoglu — il turco oggi ritrova il tecnico suo mentore a Leverkusen per tre anni — significa depotenziare il vortice spesso irresistibile che l’Inter sa creare con le mezzali e i due esterni e farla quindi soffrire sulle fasce.E proprio lì, sul lato sinistro dell’Inter, dove otto giorni fa Berardi ha fatto il fenomeno, stasera c’è Angel di Maria («Si assomigliano» azzarda Calhanoglu): l’argentino che segna sempre nelle grandi partite, dopo la Supercoppa ha appena deciso anche il Clasico contro il Porto e assieme al portiere Trubin (seguito a lungo dall’Inter) e ai centravanti Musa e Cabral (il primo è favorito) è una delle novità principali dei campioni del Portogallo, tra le avversarie meno dure della prima fascia.  nzaghi non recupera Frattesi ma ritrova Cuadrado in panchina dopo la tendinite. E soprattutto rilancia tre titolari che a Salerno hanno riposato (Dimarco, Bastoni, Mkhitaryan) e di fatto ha solo un dubbio, perché a destra potrebbe riposare Pavard per dare spazio alla premiata coppia Darmian-Dumfries

Repubblica offre stamattina un titolo geniale [Sempre sia Lautaro] per un racconto di Franco Vanni dal quartiere in cui abita l’argentino. «Non ti accorgi nemmeno che c’è. È un brav fioeu. Non sembra neanche un calciatore» dice di lui un vicino di casa al giornale.

Nel palazzo, fra Montenapoleone e Brera, centro del centro – scrive Vanni – hanno abitato fra gli alrti Cassano, Flamini, Boateng e Sneijder. «Alcuni erano casinisti. Altri educati, come Ranocchia. Ma Lautaro è a un altro livello. Lo metto fra i signori: lui e Kakà». La rincorsa di Lautaro da Bahia Blanca, arrivato lassù a suon di gol, è partita da lontano. Da quell’unica stanza in cui da bambino dormiva con fratelli, mamma e papà, «che un piatto in tavola e un pallone non me l’ha mai fatto mancare» come racconta nelle interviste il signor Martinez. Lo chiamano così i guardiani della via privata in cui abita oggi, protetta da sbarre automatiche e immersa nel profumo dei fiori dell’Orto Botanico di Brera, riserva di ossigeno e silenzio che ogni mattina squarcia col rombo della sua Lamborghini, né arancione né rossa

 

  SALISBURGO-REAL SOCIEDAD

Karim Konaté ha già segnato sette gol in 12 partite ufficiali degli austriaci, quattro degli ultimi cinque sono arrivati nella ripresa. Anche Takefusa Kubo della Real Sociedad ha segnato nello scorso fine settimana, in totale sono cinque in otto partite nella stagione, tutti e quattro nei primi tempi.

La bella pagina facebook Calcio da dietro si domanda se si può parlare di modello giovani per il Red Bull della città di Mozart. Risposta: no. Perché implicherebbe la replicabilità in altri contesti con risultati uguali e/o similari. Per quanto la Red Bull possegga un portafoglio con più club, non è un elemento sufficiente. Sarebbe quindi più corretto parlare di business e football cases di progetti, di strategie di un club sulla base del contesto in cui le società calcistiche operano. Da una strategia o da un caso di business si può prendere spunto, per poi adattarlo alla propria realtà. Si può, ad esempio, analizzare il lavoro di scouting di un club, al fine di colmare un potenziale gap di competenze e qualità professionali dell’organigramma aziendale.

Questo mondo da 513 milioni di euro di ricavi da trasferimenti, fra 2012 e 2022, di cui 342 milioni di utile, qualche giorno fa è andato a uno storico derby di Coppa – il primo derby cittadino – contro l’Austria Salisburgo, la scheggia cittadina che romanticamente si oppone alla crescita smisurata del club entrato nell’orbita della bibita che mette le ali. L’Austria vivacchia in RegionalLiga, la serie C. Nell’inverno scorso ha giocato un’amichevole con il Barletta. 

 

  COPENHAGEN-BAYERN

Il portiere del Copenaghen Kamil Grabara ha subito sempre due gol in quattro delle sue ultime cinque presenze. L’anno prossimo giocherà con il Wolfsburg. Harry Kane ha segnato sette gol nelle ultime cinque presenze fra club e nazionale.

 

CHI VEDERE Onana  Il portiere camerunese non ha cominciato bene la sua esperienza al Manchester United e sono già circolate voci su un possibile successore, per esempio Jan Oblak dall’Atlético Madrid, riassume Ultimo Uomo. Federico Principi scrive: L’investimento di quasi 60 milioni costringe ora lo United ad avere fiducia su Onana. Forse non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo ma, insomma, stiamo parlando della Premier League: bruciare un portiere in così poco tempo non ha senso, nonostante le difficoltà. Il Manchester United, però, è proprio il club che potrebbe prendere una decisione irrazionale come questa. Stiamo parlando di una squadra che ha dimostrato di non avere problemi a bruciare una spesa. Per quanto a volte sia sembrato perfino presuntuoso nei suoi atteggiamenti, Onana dà in realtà l’impressione di essere perfettamente consapevole di se stesso, della sua forza ma anche dei suoi limiti. Qualche difetto tecnico forse sarà impossibile da sradicare, ma l’atteggiamento è quello giusto per superare le difficoltà e tornare tra i migliori portieri del calcio europeo.

Antony

È in corsa per essere incluso in squadra. Il nazionale brasiliano è tornato ad allenarsi sabato per la prima volta da quando gli era stato concesso un congedo il 10 settembre, in seguito alle accuse di aggressione. Resta sotto indagine dopo la denuncia della sua ex compagna Gabriela Cavallin per numerose aggressioni, tra giugno 2022 e maggio di quest’anno. Lui nega tutte le accuse. È tornato a lavorare con la prima squadra dopo il suo ritorno nel Regno Unito dal Brasile all’inizio di questa settimana. Letto su The Athletic

 

LA PAROLA CHE NON VI HO DETTO Soccer

La crescita di popolarità del termine soccer negli Stati Uniti post-Seconda Guerra Mondiale si è riflessa in maniera abbastanza precisa anche nel Regno Unito. Il professore di Economia dello sport presso la University of Michigan Stefan Szymanski ha evidenziato, in un suo saggio nel 2014, come la parola fosse divenuta estremamente popolare anche in Inghilterra e Scozia nello stesso periodo, in seguito alla crescente fascinazione dei britannici per la cultura statunitense. Da questo punto di vista, è strabiliante leggere un articolo del Daily Mail del luglio 1977 sul clamoroso addio di Don Revie all’Inghilterra per passare sulla riccamente pagata panchina degli Emirati Arabi Uniti: il giornale britannico descriveva il trasferimento dell’ex-manager del Leeds come “the most amazing contract in the history of soccer“. Se ne può dedurre che, inaspettatamente, fino alla fine degli anni Settanta fosse perfettamente normale per un inglese usare soccer come alternativa a football. La domanda che sorge legittima, a questo punto, è: cosa è successo per arrivare alla situazione attuale, in cui una parola è considerata tipicamente britannica e l’altra tipicamente nordamericana? Szymanski – che al tema ha dedicato anche un libro scritto assieme alla collega linguista Silke Weineck, It’s Football, not Soccer (and Vice Versa) – indica che a partire dagli anni Ottanta i britannici hanno iniziato a preferire football, come forma di reazione alla crescente popolarità del gioco negli Stati Uniti 

– di valerio moggia, Pallonate in faccio [per intero qui]

1 commento su “Lettera a Bellingham, inglese nello stadio di Diego. Per dirgli di certi inglesi a Napoli: Shakespeare, i Beatles e Norman Lewis

  1. Massimo Grilli Rispondi

    Felice di tornare a leggere Lo Slalom, un’oasi originale e intelligente in un panorama giornalistico sempre più banale se non deprimente (e con una pericolosa deriva irrazionalmente muscolare, basta vedere come la Rosea ha trattato nei mesi scorsi Lukaku e Sinner). E poi Napoli 1944 è un libro davvero splendido, e Malacqua è molto particolare e molto inquietante
    Avanti così

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