Biles e Osaka, i giorni della fragilità delle campionesse

  ▻  Una tennista e una ginnasta, a vederle da lontano. Ma nessuno ha mai guardato da lontano Naomi Osaka e Simone Biles, forse nessuno guarda da lontano più nessuno. Figurarsi loro due, i corpi più ostentati nelle Olimpiadi dei corpi esposti, dai piedi dei bambini tredicenni sulle loro tavole con le rotelle sotto, ai capelli bagnati e spettinati dei surfisti travolti dalle onde. Erano sfacciatamente le donne che potevano salvare le Olimpiadi dall’assedio del virus e dalla fuga degli sponsor, dalle proteste del Giappone e dall’impopolarità nel mondo. Una ha portato con le sue mani la fiaccola che doveva essere per l’umanità – per l’umanità – una luce in fondo al tunnel, secondo le parole di Thomas Bach. L’altra aveva inventato un gesto che nessun’altra donna sa ripetere e che solo cinque uomini prima di lei hanno eseguito in gara, un doppio carpio al volteggio che avrebbe preso il nome suo, un salto mortale per l’immortalità, una maniera per sollevarsi da terra e dalle sue miserie, che Simone ha conosciuto in dosi estreme. Un modo per dimenticare il desiderio di essere altrove e allo stesso tempo per realizzarlo, andare lassù, volarsene via, scappare, la tentazione avuta durante il lockdown, per accettare alla fine il ruolo di guida verso la rinascita a nome di uno sport scosso e ferito a morte dagli scandali. 

Il doppio carpio non c’è stato. Simone lo aveva provato in allenamento qualche giorno fa. Ha sbagliato invece un volteggio assai più semplice, un avvitamento e mezzo che fanno tantissime ragazze, ed è arrivata sul tappeto con le ginocchia e le caviglie accartocciate. L’immagine più drammatica nelle più drammatiche delle Olimpiadi è stata allora la linea sghemba delle sue labbra chiuse mentre s’incamminava da sola dopo il disastro, arrendendosi a una condizione che conosce lei meglio di chiunque e che non merita di essere sporcata da altre parole, abbandonando la squadra alla sconfitta, la prima dopo tre ori olimpici di fila – e contro le russe, poi – lei che è la più grande di sempre, lei donna, lei nera, lei simbolo, lei tutto. Al suono assai esemplare delle notifiche in arrivo sui cellulari di tutto il mondo. Simone Biles lascia. Come poco fa. Altre notifiche. Simone Biles fuori anche dal concorso individuale: rinuncia a difendere il titolo olimpico.

 (illustrazione tratta dal Guardian)

 

Juliet Macur, giornalista del New York Times, forse la bilesologa più autorevole al mondo, scrive che sarebbe stato inimmaginabile solo pochi anni fa per un atleta olimpico ammettere i suoi dubbi durante i Giochi, tanto meno ritirarsi da un evento. Ma Biles, Osaka e altri nella loro generazione hanno fatto sentire la loro voce mettendo la salute mentale al primo posto e le aspettative degli altri, nella migliore delle ipotesi, al secondo. Anche l’americano Nyjah Huston, il più grande campione dello skateboard, era favorito per la medaglia d’oro. Ma è arrivato settimo scrivendo su Instagram che non aveva mai sentito così tanta pressione. Ha aggiunto: mi dispiace, so di aver decisamente deluso alcune persone. Non ho problemi ad ammetterlo, ma sono umano.

Steven Ungerleider, psicologo dello sport americano, ricorda tutti gli stress che Biles ha dovuto sopportare: essere il volto dei Giochi per la NBC, parlare degli abusi subiti dall’ex medico della Nazionale Larry Nassar, gestire i suoi obblighi con gli sponsor. «Indossa un sacco di cappelli – ha detto – mentre la maggior parte degli atleti non va alle Olimpiadi facendo allo stesso tempo il diplomatico. Per qualsiasi persona sarebbe un fardello. Specialmente per una ventiquattrenne». 

 

Mentre Macur trova significativo che due delle più grandi star dello sport del mondo, Biles e Osaka, abbiano vissuto lo stesso dramma nello stesso giorno sullo stesso palco olimpico, Alyssa Rosenberg sul Washington Post ha trovato un punto sul quale invita a riflettere chi guarda lo sport e chi lo racconta.L’idea che le Olimpiadi mettano di fronte i migliori contro i migliori è sempre stata più un sogno che una realtà. Oltre alla sua eccellenza atletica, Biles ha aggiunto grossi pesi simbolici sul suo corpo da un metro e 46. Biles è stata un modello per le ragazze nere in uno sport prevalentemente bianco. La sua eccellenza è servita per muovere accuse alla ginnastica americana, che non è riuscita a proteggere lei e le sue compagne di squadra dagli abusi di Larry Nassar. L’esperienza di Osaka illustra perché la salute mentale potrebbe non adattarsi più alle nostre narrazioni convenzionali sugli ostacoli che gli atleti devono superare sulla via della grandezza. Incoraggiare gli atleti a trionfare sulle barriere mentali significa chiedere loro ancora più di quanto normalmente lo sport gli chiede: sfidare non solo la gravità, ma il peso della propria umanità. Queste richieste di trascendenza sono semplicemente troppo. In uno sport come la ginnastica in cui piccoli errori di valutazione possono provocare lesioni catastrofiche, è grottesco chiedere a un’atleta di mettere da parte la propria salute mentale per il gusto di una storia commovente e del racconto del superamento di ogni ostacolo.

 

Candace Buckner ancora sul Washington Post ha scritto: Ogni volta che Biles mette il body è come se si stesse stringendo un mantello intorno al collo. È l’eroina incaricata di salvare uno sport inquinato, incarnando una banale fiducia nel dominio americano, un genere e un’intera razza. È un mantello pesante e soffoca. Per le donne nere essere semplicemente grandi non basta. Devono sempre essere superlative, oltre pioniere. Devono essere avatar del progresso e del cambiamento, devono adempiere a una responsabilità sociale più profonda come modelli

 

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Slalom 24 luglio 2021

 

Jenee Desmond-Harris, editorialista della rivista Slate, ha detto: Ammetto di aver pensato per un attimo che forse avrebbe potuto provarci, perché anche il suo giorno peggiore è un giorno buono. Poi mi sono ricordato che nella ginnastica se sbagli, puoi spezzarti il collo

Bill Plaschke sul Los Angeles Times riferisce del clima social fiorito intorno a Biles, accusata di essersi tirata indietro. Un po’ come accadde ai calciatori inglesi che non tirarono il rigore in finale contro l’Italia agli Europei. 

Tutte cose che portano questo sconcertato narratore a fare una semplice richiesta. Zitti tutti. Non si può paragonare Simone Biles a nessun atleta di nessuno sport di squadra. Non rappresenta una città, porta il peso di un intero Paese. Non ci sono compagni di squadra che possono salvarla, è da sola. Non gioca su un campo di 100 yarde, ma in equilibrio su una trave di quattro pollici. Non gioca una stagione di 162 partite, vince o perde in 90 secondi. Tom Brady o LeBron James non possono nemmeno immaginare la pressione provata da Biles, che all’età di 24 anni è stata incaricata di essere il volto americano in una bolla pandemica, con molti protocolli e nessun tifoso. I Clippers sono scoppiati nella bolla NBA del 2020 e Biles non può? Lei l’ha ammesso. E allora? Come Naomi Osaka. Attraverso la saggezza e la forza di queste giovani donne, gli appassionati di sport sono costretti ad accettare che le ferite possono anche non riguardare muscoli e ossa. Questa consapevolezza è una buona cosa. I problemi mentali sono problemi medici.

Plaschke scrive che se la testa di Biles non era lì, il suo corpo non sarebbe stato lì. Con il rischio di cadute. Avrebbe potuto farcela, ma si sarebbe messa in pericolo e probabilmente avrebbe fatto perdere alla sua squadra una medaglia. La cosa più facile sarebbe stata continuare a gareggiare. Ha preso la strada più dura e umiliante, sapeva di poterla pagare a caro prezzo. Biles non aveva bisogno di queste Olimpiadi, soprattutto dopo che erano state rinviate di un anno e dopo aver dovuto rivelare di essere tra le centinaia di donne abusate sessualmente dall’ex medico della nazionale Larry Nassar. È venuta a Tokyo per celebrare la resilienza e ispirare le sopravvissute. Portando un peso. Ma è anche per questo che nel venire a Tokyo, prima dei Giochi, a chi le chiedeva quale fosse il momento più felice della sua carriera, lei ha risposto: «Onestamente, il mio tempo libero»

Shannon Miller, la ginnasta statunitense più decorata nella storia delle Olimpiadi, ha detto alla NBC: «È meglio che Simone senta di avere lo spazio giusto tra i pensieri o succederanno cose davvero brutte». 

La scrittrice Vanessa Dickerson per The Undefeated ricorda che di recente abbiamo avuto Jordan Chiles che ha parlato al New York Times dell’impatto negativo avuto dal proprio allenatore sulla sua fiducia e Sunisa Lee ha confessato le difficoltà provate nel prendersi cura di suo padre paralizzato e di cosa significhi essere la prima ginnasta americana Hmong della squadra. A differenza che nel passato – dice – le ginnaste hanno più potere che mai. Sono in grado di alzarsi e chiedere di essere trattate con rispetto. Questo anno olimpico mi dà speranza per il futuro della ginnastica. Questo è il primo anno olimpico in cui si parla della vita reale che è dietro lo sport

Dovevano salvare i Giochi, e allora forse li hanno salvati lo stesso. In un altro modo. Dice ancora Alyssa Rosenberg sul Washington Post che se qualcosa di buono può venire fuori dal ritiro di Biles e dall’eliminazione anticipata di Naomi Osaka dal torneo di tennis femminile, è che forse noi fan possiamo imparare ad apprezzare definizioni più estese dell’eccellenza e del coraggio”

 

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Slalom 23 maggio 2021

 

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Slalom 21 febbraio 2021

 

  | i commenti italiani

Mattia Feltri su la Stampa scrive che la bellezza delle Olimpiadi sta nella crudeltà dell’eccezione. Si tratta di un evento che è fatto di due settimane intoccabili – dice – di discipline incomprensibili, di volti sconosciuti che animano un turbine di emozioni e commozioni, dell’euforia romantica di veder confuse in un abbraccio transcontinentale le lacrime del vincitore e le lacrime dello sconfitto. La grandezza di Simone Biles è di essere andata più in alto della crudeltà dell’eccezione

Oscar Eleni sul Giornale ricorda che a Tokio abbiamo vissuto il tormento della nostra ranista bambina, la Pilato primatista del mondo, che ha fatto subito le valige. Altri hanno sbattuto contro questo muro creato artificiosamente da chi vorrebbe automi e non esseri umani nella tempesta agonistica.  I grandi avvenimenti, le Olimpiadi, si mangiano spesso l’anima dei loro campioni. Dovremmo capire, invece di giudicare

Marco Evangelisti sul Corriere dello sport-stadio considera che lo stress è uguale per tutti e per qualcuno è più uguale degli altri. Dove passa, taglia. Si può essere eroi soltanto per un giorno e noi pretendiamo che qualcuno riesca a esserlo per tutta la vita.

Maurizio Crippa sul Foglio aggiunge che non si è obbligate a farcela, anche se questo farà crollare qualche certezza troppo teorica in chi va in cerca di bandiere e non di persone, dando per scontato che il passo dalla pedana, dalla piscina, dalla pista a sfidare il mondo sia facile.

Emanuela Audisio su Repubblica racconta su Biles che il mondo l’aspettava, e lei se n’è andata, si è fatta sostituire. Come la Garbo ha detto basta. Si era capito che qui non era lei: troppe incertezze, punteggio basso, al volteggio nella prima rotazione, volto corrucciato. Simone non è mai ordinaria, da due giorni lo era: scrollava le spalle, arricciava il naso, faceva smorfie. E soprattutto mancava di precisione, non all’altezza del suo standard. La federazione americana di ginnastica faceva sapere di motivi fisici, poi mentali, infine medici.  Una regina stanca di comandare. Come la tennista giapponese Naomi Osaka, ultima tedofora e grande favorita a Tokyo, uscita agli ottavi. In silenzio e in lacrime. Anche lei, regina depressa. Senza più fiamma.

Alla povera Naomi si dedica Marco Imarisio sul Corriere della sera scrivendo che c’era un patto tanto implicito quanto crudele tra il Giappone e questa campionessa fragile cresciuta negli Stati Uniti, nipponica solo per parte di madre, che non parla la lingua del Paese che l’ha adottata. Tu avrai l’onore di accendere la torcia olimpica durante la cerimonia inaugurale, anche se non sei fino in fondo una di noi. Ma in cambio devi vincere, per diventare il volto di un Giappone moderno e cosmopolita. Soltanto che Naomi non sta bene. Osaka non ha perso contro l’onesta Marketa Vondrousova, ma contro sé stessa, cedendo al peso che la opprime ormai da mesi. Se Osaka doveva essere il nuovo che avanza, il venerabile ginnasta Kohei Uchimura, 7 medaglie olimpiche, campione a Londra 2012 e Rio 2016, rappresentava invece la tradizione. Hanno fallito entrambi. Uno mancando la presa alla sbarra, l’altra paralizzata dalla tensione. Ma solo per Osaka non ci sarà perdono”

 


  pagine la ginnastica nei libri di Alicia Giménez-Bartlett

Noi suore abbiamo molto bisogno di fare ginnastica. Così ci teniamo in forma, dato che non usciamo mai. Ci mettiamo in mutandoni e maglietta, con un fazzoletto sulla testa (Il silenzio dei chiostri).

Facevamo ginnastica in bellissime palestre ma non c’erano le docce. Avevamo dei giardini in cui giocare ma senza piante né fiori. (Autobiografia di Petra Delicado)

Ricordo un altro dei suoi fidanzati, un insegnante di ginnastica più giovane di lei. Si erano conosciuti in un locale. Era il tipo del narcisista convinto che tutte le donne si innamorino automaticamente di lui. (Segreta Penelope)


  | ginnastica la finale maschile

Per tre quarti di gara, ai margini del dramma di Simone Biles, la Nazionale italiana di ginnastica artistica è stata sul podio. Terza dietro le russe e le americane. L’ultima rotazione alla trave, la più difficile, l’ha fatta retrocedere al quarto posto dietro la Gran Bretagna alla fine di un concorso teso, per tutto quello che intanto stava capitando. 

Nei Giochi ribaltati, oggi sono gli Stati Uniti a vivere la condizione di chi gioca contro la storia. L’ultima medaglia è del 2008 e chi s’è messo in testa di porre fine all’attesa è Yul Moldauer, 24 anni, che Matthew Gutierrez su The Athletic definisce un uomo in missione. In una intervista con il web magazine in giugno, Moldauer si diceva contrariato dal fatto che il suo sport è tra i più popolari nella maggior parte degli altri paesi, mentre negli USA non è tra i cinque più praticati. «Questo è il mio obiettivo principale. Rendere la ginnastica popolare».

Il primo nome di Yul era Kyung-Tae. È nato prematuro in Corea, a Seul, da una madre tossicodipendente ed è stato adottato dai signori Peter e Orsa Moldauer, una coppia del Colorado alla quale venne chiesto di firmare un modulo di consenso informato: il bambino avrebbe potuto avere disturbi nella crescita. Furono loro a chiamarlo Yul. Aveva pochissimi capelli come l’attore Brynner. Urlava e si contorceva tra le braccia dei genitori adottivi, finché la ginnastica non è diventata un imbuto dentro cui incanalare tanta intensità in disordine. Yul ha studiato comunicazione all’Università dell’Oklahoma, a Norman. Il suo hobby: aggiustare la macchina. 

 

🔸  oggi ore 12.15 concorso individuale maschile | domani ore 12.50 concorso individuale femminile | domenica ore 10 finale corpo libero maschile | 10.45 finale volteggio femminile | 11.44 finale cavallo con maniglie maschile | 12.27 finale parallele asimmetriche femminile

 

 

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