È l’utima regina che torna, l’ultima superstar dello sport mondiale a uscire dalle rimesse della pandemia. Il lockdown di Simone Biles è stato sul punto di diventare un addio. Per la prima volta dopo 587 giorni rimette oggi un body per una gara. Va all’US Classic di Indianapolis per capire a che punto si trova, a un mese di distanza dai campionati statunitensi e dai Trials per i Giochi. «È sempre più stressante ogni volta – ha detto alla NBC a febbraio – lo trovo spaventoso. Perché mi dico: chissà se ci riesco ancora. Saprò essere ancora brava? Riuscirò a ripetere quello che ho fatto l’anno scorso, e l’ultima volta, e alle ultime Olimpiadi?».
Era al World Champions Center di Spring, in Texas, la palestra della sua famiglia, quando a marzo 2020 sentì vibrare il telefono nella borsa mentre si preparava a un esercizio alla sbarra. Qualcosa le disse che fosse il caso di controllare. Era uno dei suoi fratelli maggiori che le diceva: le Olimpiadi sono rinviate. «Non so se ce la faccio» disse piangendo. Dopo i quattro ori a Rio de Janeiro aveva avuto molti dubbi per più volte.
«Non riusciva a vedersi resistere per un altro anno» ha spiegato mamma Neillie. Per sette settimane Simone è rimasta a casa, con le palestre chiuse, a rimuginare. Ha scelto di provarci, ha scelto di tornare. Ha compiuto solo 23 anni la settimana prima dello slittamento dei Giochi eppure sarà la più grande d’età tra tutte le ginnaste olimpiche statunitensi dal 2004. Se dovesse arrivare in finale a Tokyo nel concorso generale, diventerebbe l’americana più vecchia dopo Kathy Johnson nel 1984. Simone Biles è già l’unica non adolescente ad aver vinto un titolo americano dal 1971, in uno sport dove si eccelle bambini e si dura quanto il volo di una farfalla. Con l’eccezione della quarantacinquenne Oksana Chusovitina, alla sua ottava Olimpiade in estate. Anche il Giappone prepara uno strappo ai canoni: sarà la prima nazione senza nemmeno un’adolescente ai Giochi dal 1964.
Simone è tornata in palestra a maggio con la sua solita scansione della giornata, fatta di allenamenti, fatica e sonnellini sparsi qua e là per spezzare il ritmo e ricaricarsi, fino a scarse due ore complessive. La NBC racconta che lo scorso inverno una ginnasta le ha chiesto da quanto tempo praticasse questo sport. «Diciassette anni», ha risposto Biles. «Ma io non ce li ho ancora 17 anni», è rimasta sbalordita la ragazzina.
“Se parlate con Simone Biles – ha detto la NBC – vi dirà che per il corpo di una ginnasta un anno equivale a cinque per ogni altra persona”. Negli ultimi cinque anni si è rotta una costola, un dito di un piede, forse due e ha vinto i Mondiali con un calcolo renale. «La ginnastica non è l’unico motivo per cui dovevo tornare – ha detto – l’ho fatto per essere una voce».
Non sono la prossima Usain Bolt o Michael Phelps
Sono la prima Simone Biles
Il 2016 delle sue medaglie a Rio è una data fondamentale. Nel mese di aprile usciva Lemonade, l’album di Beyoncé che ha cambiato il panorama culturale, secondo The Ringer “un ottovolante di emozioni attraverso consapevolezza, rabbia, delusione, perdono di sé, guarigione”. Quello è il momento nel quale la rivista pop vede una svolta nelle relazioni “tra l’opinione pubblica e la magia delle donne nere”. Qualche mese dopo Solange Knowles parlava in A Seat at the Table della stanchezza provata dalle donne nere in vista delle elezioni presidenziali. Le meraviglie mostrate da Biles alle Olimpiadi brasiliani incrociano questa fase, che nei cinque anni successivi hanno visto “le donne afro-americane emergere come una forza culturale innegabile – scrive Evette Dionne per The Undefeated – sia che si tratti di Kamala Harris sia di Misha Green alla guida di Lovecraft Country della HBO, di Issa Rae che firma un accordo generale con Warner Media, di LaTosha Brown e Stacey Abrams che lavorano per porre fine alla repressione degli elettori in Georgia e in tutto il paese, o Tarana Burke che inaugura l’era del #MeToo. Le donne nere hanno visto Amanda Gorman recitare una poesia all’insediamento del presidente Joe Biden, così emozionante che ne sarebbe orgogliosa la poetessa Maya Angelou. C’è Naomi Osaka che continua l’impareggiabile regno nel tennis di Serena Williams e la stessa Serena ha teneramente portato sotto i riflettori sua figlia, Alexis Olympia Ohanian Jr., co-protagonista in uno spot di moda con lei”.
Dionne ricorda che già alla fine degli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000, le donne nere erano in prima linea per un rinascimento culturale. C’erano Living Single, Sister Sister, Moesha, Half & Half, All of Us, Girlfriends, The Parkers, ma sono scomparse lentamente, fino ad avere poche donne afro-americane sullo schermo.
Ascesa, affermazione, sfinimento, consapevolezza. Sono passati molto in fretta, gli anni di Simone, e dentro c’è stato tutto questo. Nel mese di novembre del 2015 – nemmeno sei anni fa – diventava un pezzo di storia di ginnastica in mezzo a noi raggiungendo 10 ori ai Mondiali, come nessun’altra divinità di ogni altra epoca, né Khorkina, né Latynina, né Comaneci. C’era già stato un oro olimpico afro-americano a Londra nel 2012 con Gabby Douglas, lei non era pronta. Il mondo si sarebbe accorto di Simone Biles a un torneo di Jesolo e dopo la vittoria alla trave al Mondiale di Anversa, Carlotta Ferlito commentò acida: «Se ci dipingiamo la pelle di nero vinciamo anche noi». Gli americani pretesero le scuse pubbliche, la federazione italiana pasticciò ancora – scriveva Cosimo Cito su Repubblica – “improvvisando una distinzione tra abilità fisiche e artistiche sulla base del colore della pelle delle atlete”.
Era una bambina di sei anni a Houston, quando durante una gita scolastica sbalordì un allenatore. «Mai visto un essere umano più flessuoso».
Era già un fenomeno che stava oltrepassando i confini dello sport. Jury Chechi ne celebrò la grandezza accennata e quella che prometteva su La Lettura, l’inserto culturale del Corriere della sera nell’autunno del 2015.
“È evidente che per arrivare a un livello come il suo oltre a una grande passione servono doti e talento particolari. Proprio questo mi impressiona quando vedo gli esercizi di Simone. La ginnastica artistica femminile è composta da quattro attrezzi, quattro specialità differenti – trave, volteggio, parallele asimmetriche e corpo libero. Anche chi non mastica di ginnastica può capire quanto siano diverse le caratteristiche per eccellere in ognuna delle quattro specialità. Un’atleta fortissima al corpo libero magari non è allo stesso livello nella trave o alle parallele. Simone Biles a mio parere in questo è unica”.
Ci riusciva – e forse ci riesce ancora – con un metro e 45 centimetri d’altezza, “come se fosse una ginnasta che incarna alla perfezione tutto ciò che serve per fare al meglio ognuna delle discipline e soprattutto riesce a farlo con una grandissima naturalezza. Ha già da tempo trovato un equilibrio perfetto tra il corpo e la mente. Conosco personalmente Nadia Comaneci, ho visto come tanti le sue gare e il suo mitico primo 10. Considero Nadia magari non la più forte di tutti i tempi, ma certamente la più grande. Simone ha tutte le caratteristiche per diventare la più forte di sempre. Personalmente però penso che ancora le manchi qualcosa per diventare la più grande. Intendo dire che è un’atleta talmente forte e precisa che certe volte mi pare quasi come programmata per esserlo. È certamente una mia considerazione personale ma pare quasi infallibile, come può esserlo una macchina. Quando nella finale del concorso generale ai recenti mondiali di Glasgow ha «sporcato» il suo esercizio al corpo libero devo ammettere che non mi ha deluso, anzi mi è parsa più umana. Ecco, forse manca questo a Simone, manca quella caratteristica che è la più difficile da allenare: trasmettere emozioni oltre a eseguire un esercizio perfetto”.
A quarant’anni di distanza dalla perfezione vista su un display, il 10 preso a Montréal, Nadia Comaneci parlò con Emanuela Audisio per Repubblica della sua prodezza e di questa erede arrivata dall’Ohio. In comune disse che avevano la fame, oltre a essere state adottate dai coniugi Karolyi e dai loro modi d’allenamento – come dire – bruschi.
«Senza bisogno – disse Comaneci – non ti arrampichi. Se nasci ricco, tante cose sono garantite, ma non l’oro olimpico. Prendete Simone Biles, nuovo fenomeno della ginnasta americana, è figlia di una drogata e alcolista, a cinque anni è stata adottata con la sorella dai nonni, volete che non abbia capito che la vita non è perfetta? Ha 19 anni, è un vero talento, è veloce, è esplosiva, è un ragnetto potente che salta ovunque, mi dice che tutto le viene facile, ma si allena 32 ore a settimana. Senza disciplina non c’è perfezione. Io la disciplina l’ho subita e maledetta».
«Coach Karolyi – raccontava la rumena – non perdonava. Una notte d’inverno si accorse che la luce nel dormitorio era ancora accesa. Allora ci ordinò, visto che eravamo sveglie, di andare fuori a correre in pigiama. Non ci siamo più dimenticate di spegnerla. Quando andavamo in bagno dovevamo fare pipì con la porta aperta, era preoccupato che noi bevessimo acqua, cosa che in effetti cercavamo di fare. Sì, era esigente. Ma ora che ho un figlio che disobbedisce, che non vuole andare a letto alle dieci, molto furbo, capisco che le regole sono importanti. Non ci fossi stata abituata, oggi non potrei reggere i ritmi della mia vita tra appuntamenti e programmi. E ora quando viaggio penso a me bambina che andavo all’estero, tutti mi chiedono: cosa riportavi a casa? Calzini colorati, non li avevo mai visti. Elastici per capelli. E bubble-gum. Le gomme da masticare per fare le bolle. Che felicità, altro che primo cellulare che ho avuto verso i 40 anni».
Ha fatto foto in costume per Sports Illustrated scandalizzando («Si possono aver muscoli, essere carine, magre. L’importante è piacersi»). Ha usufruito di esenzioni per prendere medicinali proibiti con una diagnosi di disturbo da deficit di attenzione-iperattività. («Il disturbo mi distraeva. Ho bisogno di essere concentrata al 100%»), come svelarono gli hacker russi di Tsar Team entrati nei server dell’Agenzia mondiale antidoping (WADA). Marco Bonarrigo sul Corriere della sera – poco dopo le medaglie di Rio – scriveva che “la «confessione» di Simone non era dovuta: la sua autorizzazione all’uso del Focalin, il farmaco a base di stimolanti diffusissimo tra bambini e adolescenti negli Usa, è coperta da privacy e legittimata da Federginnastica e Wada dopo un’attenta verifica della storia sanitaria dell’atleta americana. Come almeno cento giocatori della Major League di baseball o della Nba e migliaia di ragazzi affiliati alla Ncaa (la lega multisportiva dei college Usa), la Biles può «doparsi» quotidianamente con 15 grammi di una molecola (la d-anfetamina) che in tempi rapidi (mezz’ora) migliora sensibilmente le sue capacità di concentrazione e coordinazione, cruciali in un volteggio o un esercizio alla trave”. Dove aveva dato il suo nome a un esercizio: un doppio teso con mezzo avvitamento. La certificazione finale di essere diventata icona.
Così si è aperta la stagione dell’impegno. Progressivamente. In una lunga intervista con Viviana Mazza per Sette, nell’ottobre del 2017 diceva che «sapere che ginnaste come me e Gabby Douglas e atlete come Serena Williams o la ballerina Misty Copeland ce l’hanno fatta, per le ragazze afroamericane significa avere modelli cui guardare. Fa capire loro che possono fare tante cose ed essere tutto ciò che vogliono. Molte ragazze non vedono le opportunità. Da bambina trovare una Barbie nera era così raro che diventava subito la tua migliore amica. Ora Gabby ha lanciato una sua Barbie, e sono contenta per lei e perché piacerà un sacco alle bambine. Avere modelli aiuta». “Nera in uno sport dominato tradizionalmente da atlete bianche o asiatiche, è una rivoluzionaria, una role model”, scriveva Mazza. Ma Simone dribblò domande politiche più esplicite e nel frattempo cambiava i suoi allenatori.
Il World Champions Center ha le dimensioni di un hangar per i Boeing 747. È arredato con materassini dai colori vivaci e accoglie un migliaio di ginnaste di ogni età. Alle pareti sono attaccati gli striscioni delle loro scuole. I genitori salgono al secondo piano e guardano da una vetrata, dall’alto. È qui che Simone è diventata la Biles. Nella palestra di famiglia, a Spring, una ventina di miglia fuori Houston, cinquantamila abitanti, una terra abitata in origine dai nativi americani Orcoquiza. Dopo la guerra civile sono arrivati dalla Louisiana e dalla Germania a coltivare canna da zucchero e cotone. Nel 1884 i residenti erano in tutto centocinquanta, in mezzo a tre chiese, le scuole, un paio di mulini a vento. Una quindicina d’anni dopo arrivò la ferrovia per collegare Spring a Fort Worth. La popolazione crebbe, venne aperta una banca e l’edificio porta ancora oggi i segni dei fori dei proiettili delle rapine Anni Trenta. Si racconta che una volta siano stati onorati pure da Bonnie e Clyde.
Gli ultimi emigrati a Spring per lavorare sono Cecile Canqueteau e Laurent Landi, francesi, moglie e marito, gli allenatori di Simone dall’ottobre del 2017. Sono stati messi sotto contratto dopo un processo di selezione nel quale è entrato pure mamma Nellie, che ha voluto intervistarli di persona quando ha saputo che avrebbero potuto lasciare la World Olympic Gymnastics Academy, una potenza a Dallas, co-fondata dall’ex campione sovietico Valeri Liukin.
Simone Biles voleva lavorare con qualcuno che imprimesse una svolta netta ai metodi rispetto a Martha Karolyi, per la quale il dissenso non esiste.
Mamma Nellie, per fare chiarezza è la nonna acquisita di Simone. Quando è nata, la sua madre biologica combatteva per uscire dalla droga. Il suo padre biologico, Kelvin Clemons, non c’è mai stato, anche lui alle prese con la tossicodipendenza. Biles aveva tre anni quando i servizi sociali affidarono lei e i suoi tre fratelli (Tevin, Ashley, Adria) alla signorina Doris e al signor Leo. Avevano un beagle di nome Teddy, un trampolino in giardino e un’altalena. Ma il trampolino le era vietato perché faceva il salto mortale all’indietro.
I quattro bambini andarono a stare alla fine con il loro nonno materno, Ron, un sergente in pensione dell’Air Force che lavorava come controllore del traffico aereo. Nellie, un’infermiera emigrata dal Belize, era la sua seconda moglie. Proprio Ron aveva suggerito il nome Simone alla nascita, come scrive lei stessa nel libro di memorie uscito nel 2016, Courage to Soar: “Gli piaceva il suono, sin da quando era adolescente e ascoltava i dischi di Nina Simone”.
Anche nel giardino dei nonni c’era il trampolino elastico, lo usavano Ron II e Adam, 16 e 14 anni, e stavolta a Simone nessuno lo vietò. Del suo primo giorno a Spring, Biles ricorda come Nellie la sistemò tra le ginocchia e le pettinò i capelli, facendole le trecce. «Amavo la sensazione delle mani di mia nonna tra i capelli, adoravo lo sguardo concentrato del suo viso». Dopo un tentativo di riunificazione fallito con la madre biologica e un altro periodo con la signorina Doris e il signor Leo, Simone e Adria sono stati ufficialmente adottati da Ron e Nellie nel 2003. Tevin e Ashley dalla sorella di Ron, zia Harriet, a Cleveland. Nonno e nonna sono diventati a tutti gli effetti mamma e papà.
Perciò fu mamma Nellie a scegliere i nuovi allenatori. “I Landi – ha scritto Liz Clarke sul Washington Post – considerano l’allenamento una relazione che non è costruita sul potere ma sulla comunicazione aperta con gli atleti, segnata dal dare e avere, dal compromesso. Il loro approccio riflette quattro decenni di esperienza: prima come ginnasti loro stessi, allenati in un’epoca in cui la durezza era la norma, poi come allenatori in altre importanti palestre americane”.
Erano arrivati negli USA nel 2000 e «abbiamo imparato a essere più aperti, più pazienti, ad ascoltare i nostri atleti». Secondo Laurent c’è del buono e del cattivo nei metodi dell’ex Unione Sovietica che hanno prodotto così tanti campioni e hanno modellato il programma importato dai rumeni Bela e Martha Karolyi negli Stati Uniti.
I Biles hanno scelto i Landi quando Aimee Boorman ha lasciato la palestra per accettare un lavoro in Florida dopo i Giochi di Rio. Aimee aveva allenato Simone dai 7 ai 19 anni, sentendosi chiamare «la mia seconda mamma». I Landi hanno presentato i loro progetti, i Biles hanno illustrato cosa cercavano. Ma solo dopo l’anno sabbatico che seguì i Giochi di Rio. I primi volevano sapere cosa spingesse Simone a proseguire, Simone voleva conoscere che cosa doveva aspettarsi. L’esperienza di Laurent alle parallele è stata tra le ragioni per cui Biles lo ha scelto. È sempre stato il suo esercizio più debole, uno dei motivi di frustrazione sin da bambina, quando si sentiva troppo bassa per farcela. Cecile ha portato la sua esperienza in termini di coreografia, equilibrio, compassione. «Loro non sono qui solo per la ginnastica, sono qui per il mio benessere personale. È una specie di squadra perfetta che abbiamo messo insieme per portare la mia ginnastica a nuovi livelli».
Ottava alle Olimpiadi di Atlanta con la Nazionale francese, Cecile ha conosciuto Laurent quando aveva iniziato come allenatrice a Marsiglia. Quando decisero di trasferirsi in America, ha usato i suoi contatti per trovare un lavoro nella palestra di Bart Conner. Hanno scambiato il loro piccolo appartamento nel sud della Francia con un americano dell’Oklahoma e senza conoscere una parola di inglese sono partiti, fiduciosi nelle loro capacità.
Avevano costruito un prezioso equilibrio, finché un giorno il mondo di Simone è andato in frantumi. Erano tornati i mostri. Una mattina, Cecile l’ha trovata negli spogliatoi, rannicchiata, piangeva. Cecile l’ha abbracciata e le ha chiesto come potesse aiutarla. «Ho bisogno di due minuti» ha detto risposto Biles. «Starò bene». Altre volte, ha ricostruito Liz Clarke sul Washington Post, i Landi hanno capito da soli ciò di cui Simone aveva bisogno, leggendoglielo nel viso e nel linguaggio del corpo. Quando succede, la rimandano a casa. «La ginnastica dovrebbe essere un rifugio sicuro, ma alcuni giorni per me non lo è stato. Loro l’hanno capito. Per tenermi al sicuro, dicevano semplicemente: Hai bisogno di staccare. Vai a casa e rilassati».
La storia di Larry Nassar era scoppiata tre settimane dopo la cerimonia di chiusura a Rio. Il primo articolo era stato pubblicato dall’Indianapolis Star: due ex ginnaste, tra cui una medaglia olimpica, lo accusavano di abusi sessuali. Nel corso dell’anno e mezzo successivo è venuta alla luce la portata completa dei suoi crimini. Il 18 gennaio del 2018 Simone Biles ha diffuso una dichiarazione su Twitter confermando che anche lei era stata tra le vittime dell’ex medico della Nazionale Larry Nassar, accusando la federazione di non aver fatto abbastanza per evitarlo, per avere anzi avuto un ruolo nel permetterlo e per averlo successivamente nascosto. La signora Nellie ricorda chiaramente il giorno in cui tutto è cambiato. Simone le telefonò mentre stava guidando. Voleva parlarle, disse, e iniziò a piangere. «Sapevo che sarebbe stata la conversazione che avremmo finalmente avuto. Lei è entrata, non ci siamo dette niente. C’eravamo solo lei che piangeva e io che piangevo». Pochi giorni dopo, Biles ne parlò ai Landi. «Faremo quello che preferisci. Se vuoi che andiamo a gridarlo al mondo, andremo. Se vuoi che restiamo sullo sfondo, resteremo là». L’FBI andò a interrogarla in palestra.
“Simone – ha scritto il Washington Post – aveva solo bisogno di sapere che i suoi allenatori erano lì, insieme ai suoi genitori, e che non la stavano giudicando”.
«Quando ha iniziato a parlarne, ha iniziato a guarire» ha detto Laurent.
Simone ha solo evitato di partecipare alle udienze tenutesi in tribunale dal 16 al 24 gennaio 2018, sostenendo di non sentirsi emotivamente pronta ad affrontare di nuovo Larry Nassar.
Ilaria Leccardi, autrice per Bradipolibri di titoli sulla ginnastica, tra cui la biografia di Igor Cassina, ha scritto sul Foglio (20 ottobre 2018) che con la sua denuncia ormai pubblica stava riscrivendo di nuovo la storia della ginnastica. “Proprio alle survivor, le superstiti di questa agghiacciante vicenda che ha travolto gli omertosi vertici del movimento ginnico americano, celato dietro al lustro delle continue vittorie internazionali, Simone ha voluto rendere omaggio ai Campionati nazionali che l’hanno vista trionfare ad agosto scorso, per la quinta volta in carriera. Era la sua seconda gara dopo i ventitré mesi di pausa seguiti ai trionfi di Rio. È scesa in pedana con un elegante body color verde acqua. Un vezzo secondo alcuni, un messaggio chiaro nella realtà, come lei stessa ha spiegato. Il verde acqua è il colore dei “nastrini della consapevolezza” contro gli abusi e le molestie sessuali. Simone è stata tra le oltre 260 donne, quasi tutte giovanissime, ad aver denunciato quanto subìto dall’ex medico Nassar. Trattamenti, lui li chiamava, convincendo subdolamente ragazzine inermi con il sogno delle Olimpiadi a restare vittime silenti di abusi ripetuti. C’è chi si è suicidata per il peso che si portava dentro. Le prime accuse arrivarono anni addietro, poi, una dopo l’altra, le ragazze sono riuscite a parlare. Nomi sconosciuti e nomi illustri. Tra loro le olimpioniche Aly Raisman, Jordyn Wieber e McKayla Maroney”. Ma è l’unica che ha denunciato dovendo continuare a gareggiare. Abby Aguirre su Vogue ha scritto che “la sua disponibilità a parlare dall’interno, l’ha resa un eroina ancora più grande e invita a confronti contro altre icone dai codici morali di ferro, come Muhammad Ali”.
I campionati della tutina verde erano quelli in cui debuttava come allieva dei Landi, con i quali ha messo a punto l’esercizio che adesso e per sempre porterà il suo nome. Un esercizio smontato e rimontato, inizialmente sottovalutato dai giudici nel punteggio, con la paradossale spiegazione che dovevano scoraggiare gli altri dal tentare di imitarlo: lo giudicavano troppo pericoloso. Una posizione che ha irritato sia i Landi sia Simone. Così dal Biles I è nato il Biles II, un doppio flip a tripla rotazione, un’elaborazione a cui nel mondo della ginnastica lavoravano da trent’anni senza arrivare a sciogliere il nodo. Ce l’ha fatta la ragazzina che in terza elementare chiamavano swoldier, una crasi tra gonfia e soldato, la ragazzina che ha detto di aver sofferto perché tutti «si concentravano sui miei capelli, su quanto fossero grandi le mie gambe, ma Dio mi ha creato in questo modo. Crescendo, non ho visto molte ginnaste nere. Ricordo Gabby Douglas alle Olimpiadi del 2012 e ho pensato: se lei può farcela, io posso farcela».
Françoise Inizan per l’Équipe Magazine andò proprio in quei giorni a Spring, “nella tana di Simone Biles” scrisse, per raccontare questa nuova realtà, nella quale si preparavano anche Karis German, Mina Margraf, le sorelle Riley e Payton Harris (14 e 16 anni), Ashton Locklear campionessa del mondo a squadre.
“Non tutti sono capaci di riuscire nelle figure più complesse come Biles. I suoi voli – scriveva – sembrano leggeri. È così che Simone Biles si sente libera, sollevata da ogni peso. Durante il suo anno sabbatico si è rigenerata aprendosi al mondo”.
«Volevo solo vivere il più normalmente possibile – diceva lei al magazine francese nel 2018 – con gli amici, con la famiglia. Niente più programmi per ogni giorno dell’anno». Aveva dedicato del tempo al suo ruolo di ambasciatrice per le famiglie adottive. Aveva preso con sé un piccolo bulldog. Si era fidanzata con Stacey Ervin, ex ginnasta, “un focoso personaggio trasformato in lottatore che si presenta su Instagram pieno di vita”.
«Ho dovuto lasciarla andare un po’» diceva mamma Nellie. Solo così era riuscita a recuperare la sua relazione d’amore con la ginnastica, riducendo a 30 ore settimanali gli allenamenti, andando a letto tutte le sere alle 22, senza mai una vacanza. “Una vita ascetica”, l’ha chiamata l’Équipe Magazine, “ma almeno Biles è tornata in palestra come una donna libera, adulta, consenziente”.
Una donna che si era data la scadenza di Tokyo per smettere, per uscire dalla federazione che continua a nausearla, una relazione che le fa dire: mia figlia non farà mai ginnastica. “Ma poi è successo qualcosa senza precedenti. Le Olimpiadi sono scomparse. Anni di piani preparati con cura gettati nel limbo”, racconta ancora Aguirre per Vogue. Il covid ha fermato di nuovo la sua rincorsa. “Nella sequenza temporale della carriera di una ginnasta d’élite, un anno di ritardo è un’eternità, specialmente per un’atleta che si sentiva a quattro mesi dal ritiro”.
I dubbi sono finiti a Indianapolis. Dove si è presentata con un esercizio che nessuna donna ha mai accennato, mostrato già nella prova podio l’altra notte. Un salto Yurchenko-doppio carpio al volteggio, perfettamente eseguito, per il quale non c’era fino a ieri nemmeno un codice di difficoltà nella tavola dei giudici. Un Biles II eseguito alla tavola.
dal quotidiano spagnolo AS
Lo hanno individuato in 6.6. Un codice fuori da ogni misura. Un esercizio che spazza via sia il Produnova sia il Biles I, entrambi valutati da 6.4. Tutta la stampa americana sta scrivendo che è entrata nella storia. Anzi: che è la numero 1 della storia.
Il punteggio ottenuto stanotte a Indianapolis da Biles è stato di 16.100, con un voto di 9.5 per la esecuzione. Nel concorso individuale ha concluso con 58.400, sotto la soglia di 60.000 per due cadute, la prima al corpo libero sull’ultima diagonale (nel doppio avvitamento-doppio raccolto), la seconda alle parallele asimmetriche (a metà esercizio, sulla combinazione Maloney-Tkatchev). Al corpo libero Simone Biles ha debuttato con la coreografia di Sasha Farber, sua ex partner durante la partecipazione a Dancing with the Stars. È andata a trovarla in aprile per aiutarla a ripulire l’esercizio, impostato su musica techno.
Stavolta il body di Simone era chiaro, con una testa di capra al centro, circondata dagli strass. È la seconda volta che lo mette dopo l’allenamento finale ai campionati nazionali 2019. Sports Illustrated spiega che ovviamente “la capra, GOAT, sta per Greatest of All Time e se un atleta si merita il titolo, è Biles”.
«Non è presunzione ma orgoglio», spiegò Simone già due anni fa. Non perde una gara individuale dal 2013. A Tokyo punta a cinque medaglie d’oro. “Con un’espressione di stoica certezza – ancora parole di Vogue – le palpebre a mezz’asta e la coda di cavallo che dondola, si lancia in una serie di rotazioni e un’esplosione in aria, come se una mano invisibile avesse premuto un pulsante. Biles sembra avere una relazione diversa con la gravità, sembra piegare sia lo spazio che il tempo”.
Come ha scritto Ilaria Leccardi, “ci fu un giorno nel 2013 in cui il mondo pensò che sulla Terra fosse scesa una extraterrestre”.