«Preferisci essere chiamata Jenny o Jennifer?».
C’è una buona dose di Naomi Osaka nella domanda lasciata cadere là, semplicemente, durante la premiazione a Melbourne, pochi minuti dopo aver battuto Brady e aver vinto il quarto Slam della sua carriera. C’è tutta la Naomi imbevuta di cultura giapponese per parte di madre, la Naomi che china tre volte il capo a rete dinanzi a Serena Williams dopo averla stracciata. C’è tutta la campionessa di cultura liberal americana, cresciuta in Florida e a Long Island, di padre haitiano, andata oltre sé stessa e il suo ombelico quando ha vinto gli US Open mettendo per ogni partita una mascherina nuova, sette diverse con sette nomi di vittime afro-americane della violenza: Breonna Taylor, Elijah McClain, Ahmaud Arbery, Trayvon Martin, George Floyd, Philando Castile, Tamir Rice.
Sul New Yorker, di lei lo scrittore americano Gerald Marzorati ha detto: “La sua disponibilità a cimentarsi con la complessità è un dono per il tennis in un momento difficile. Ci ricorda che lo sport non può e non deve essere semplicemente una fuga, ci ricorda che l’eccellenza è rara e può essere nobile”.
Se tendi le orecchie, ascolterai. Se aguzzi la vista, vedrai
Haruki Murakami
In occasione della copertina dedicatale come personaggio del 2020, Sports Illustrated ha affidato un ritratto di Osaka a Martina Navratilova, 18 volte campionessa di Slam.
“Naomi – ha scritto – non voleva diventare una star. Non ha chiesto tutta la fama e l’adulazione che le sono arrivate. Ho la sensazione che preferirebbe camminare per la strada da sconosciuta. In un momento nel quale sembra che quasi tutti a questo mondo vogliono essere celebri, che abbiano un talento o meno, c’è qualcosa di dolce e rinfrescante in Naomi, che ha un talento ma non il bisogno di sentirsi famosa. Vuole solo giocare a tennis. Naomi ha compreso il potere della fama e ha imparato a usarla per un bene superiore. Quant’è bello tutto questo? Ha usato la sua base di fan per far crescere la consapevolezza della violenza contro i neri americani da parte della polizia e per promuovere un dibattito su come combatterla.
Indossando le sette mascherine agli US Open, Naomi ha fatto una dichiarazione potente. Questa non è politica. Si tratta di diritti umani. Pochi mesi prima degli US Open, Naomi è andata a Minneapolis e ha visitato il punto esatto in cui George Floyd è stato ucciso. Ha visto, ha sentito, ha assorbito”.
È un intervento nel quale più volte Martina Navratilova confessa di rivedersi in Osaka. “Che ci crediate o no – scrive – sono un’introversa come lei. Quando ero in tour avevo il terrore di parlare in pubblico. Tutto quello che volevo era giocare a tennis. Naomi è la stessa. Ma l’ho vista trovare la sua voce, proprio come io ho trovato la mia. Molto di quello che viene domandato a un’atleta è banale. Qual è il tuo show televisivo preferito? Quando sei introversa come Naomi, di solito non ti senti a tuo agio a parlare di te stessa; a volte è meglio parlare di altre persone o di altri problemi. E penso che sia quello che ha scoperto. Mi sarebbe piaciuto avere una piattaforma come la sua, così potente, trent’anni fa. Sui social media hai il pieno controllo del tuo messaggio e questo fa una grande differenza. Naomi usa la sua voce in modo positivo. Usando quel megafono molto saggiamente. Spero che abbia conservato quelle mascherine, perché un giorno dovrebbero essere esposte in un museo”.
Dan Wolken su USA Today ha scritto che “non potremo mai capire appieno fino a che punto la vita di Naomi Osaka è stata sconvolta un paio di anni fa, quando questa giovane donna timida e concreta ha vinto un paio di Slam ed è diventata una superstar globale quasi dall’oggi al domani”.
Paolo Bertolucci sulla Gazzetta dello sport considera che “era normale che nel circuito si cercasse con insistenza una giocatrice con doti particolari di gioco e di leadership che potesse raccogliere almeno in parte la pesante eredità delle Williams. Una potenza mediatica unica capace di convincere la Nike, che già le garantisce un contratto quinquennale da 10 milioni, a concederle il permesso (un privilegio invece sempre negato alla Sharapova e alla Williams) di indossare, oltre al celebre baffo, altri patch di aziende diverse. Aiutata dal carattere forgiato dalla multietnicità delle origini haitiane e giapponesi unito alla genuinità che dimostra nelle apparizioni pubbliche, la Osaka è diventata uno dei personaggi sportivi più ambiti nel panorama degli sport mondiali. Possiede tutte le qualità per prendere in mano le redini e assumere il comando della nuova generazione di tenniste. Mai prima d’ora il mondo della racchetta era stato capace di creare una figura che non divide e anzi unisce. Comincia l’era di Naomi”.
Paolo Rossi su Repubblica racconta che “parla con le emoji, va ai concerti come una ragazza qualunque della sua età, legge i manga e ammette la propria vulnerabilità. All’inizio la chiamavano hafu. Parola che significa metà. E nel Paese del Sol Levante quando vinci, sei giapponese. Quando perdi, un hafu. Prima di lei questo destino era toccato a Yu Darvish nel baseball. Per questo, in Naomi, la diffidenza è il primo sentimento, quando incontra degli estranei. Per questo parla piano, con un filo di voce”.
Alessandro Mastroluca sul Corriere dello sport-Stadio sottolinea che “si è rivelata gentile con la farfalla che le si è posata sul viso in uno dei momenti più fotografati del torneo, e decisa quando ha salvato due match point negli ottavi contro Garbine Muguruza”.
Mats Wilander, analista per Eurosport dopo 7 titoli di Slam, dice che «i Giochi estivi di Tokyo puntano su di lei. È la ragazza copertina delle Olimpiadi. È una pressione diversa per lei, ma sarà sicuramente stimolante giocare per il Giappone e cercare di vincere una medaglia d’oro sui campi in cemento. È la più grande star dello sport in Giappone. È come giocare la Coppa Davis o la Fed Cup. Non ho mai giocato alle Olimpiadi ma posso immaginarlo. È una giocatrice che non ha mai perso una finale del Grande Slam, anzi, non ha mai perso una partita nella seconda settimana di uno Slam. Anche Monica Seles, credo, ha vinto le prime quattro finali di Slam giocate. Non so se sente la pressione perché la pressione si accumula quando fallisci e invece lei non sa come ci si sente a fallire. Quando vinci non vuoi necessariamente cambiare gioco, ma ci sarà un giorno in cui perderà un po’ di fiducia».

Il suo gioco
Gerald Marzorati sul New Yorker ha raccontato che “Osaka tende a colpire incrociando, sia con il dritto e sia di rovescio. Colpisce in modo così potente e con una tale profondità che non importa sapere prima cosa sta per succedere, lei colpisce comunque. Il gioco di Osaka, come Osaka non ha avuto timore di ammettere, è basato su quello di Serena: servire alla grande, lavorare per preparare palle corte, picchiare in cross”.
| riflessi Il coach ➔ Wim Fissette, 40 anni, belga. Ha lavorato prima con quattro ex numeri 1 come Kim Clijsters, Simona Halep, Victoria Azarenka, Angelique Kerber, e ancora con Sabine Lisicki, Petra Kvitova, Sara Errani, Johanna Konta. È il sesto Slam che vede vincere a una delle sue ragazze. Ha anche portato Lisicki in finale a Wimbledon 2013. Fissette ha giocato per un breve periodo tra i professionisti nel 1999 e nel 2000, senza mai andare più su del numero 1291 in classifica. Quando ha cominciato ad allenare, sognava di lavorare con Maria Sharapova. «Perché era più di un semplice tennista», ha detto in un’intervista a Tennis Magazine. «Era una star globale. Se qualcuno del genere si fida di te, allora è il massimo».
Fissette non ha una filosofia di allenamento specifica. È famoso per adattarsi alle esigenze delle giocatrici e raramente lavora con la stessa ragazza per più di due anni. Quando non è in giro per il tennis, passa il suo tempo con la moglie e il figlio di 5 anni, Arthur. Gli piacciono il calcio e il golf.
Steve Flink su World Tennis Magazine inserisce l’ascesa di Osaka nel contesto del tennis femminile attuale, uno sport – ha scritto – “che ha dovuto affrontare negli ultimi anni la mancanza di continuità nelle sue protagoniste. Alla vigilia dell’Australian Open, poche settimane fa, c’erano nove campionesse inedite negli ultimi 14 tornei dello Slam. Questa sfilata di stelle emergenti è la prova che il tennis femminile ha più profondità e diversità che mai, ma il pubblico spesso preferisce la familiarità alle sorprese. Ecco perché l’ultimo trionfo di Naomi Osaka a Melbourne è una spinta per il gioco. Osaka si è affermata inequivocabilmente come la giocatrice più dinamica della sua epoca. È cresciuta nel suo talento, migliorando negli ultimi due anni e raggiungendo uno status di superstar che trascende il tennis”.
Nell’analisi tecnica di World Tennis Magazine “Osaka non è nemmeno lontanamente vicina al suo apice, eppure sta già mostrando una versatilità, una creatività e una mentalità che solo i campioni rari possiedono. La sua prima di servizio è ora la migliore nel tennis femminile. Il suo kick sulla seconda di servizio è sottovalutato. Questo pacchetto di prima e seconda palla la rende la migliore battitrice nel suo sport. È esplosiva e misurata. È un’atleta spettacolare che si muove con sorprendente velocità. Col tempo, inizierà a scendere a rete più regolarmente e la sua abilità nel gioco di volo aumenterà. Quello che mi piace di più di Osaka è il suo temperamento. È fatta per le grandi occasioni, rimane lucida nei passaggi a vuoto, combatte le tensioni interiori come pochi in suo campo sanno fare. Ogni volta che ha raggiunto i quarti di finale in un major, è riuscita a vincere il titolo. Ci sono state occasioni nel 2019 e nel 2020 in cui è sembrata un po’ fragile nelle grandi partite, ma non è più così. Osaka è una magnifica tennista per molte ragioni, ma ha messo la forza mentale tra le sue qualità migliori. Osaka è solo la settima donna nell’era Open a essersi assicurata il titolo a Melbourne dopo aver salvato almeno un match point nel corso del torneo. Come Seles nel 1991, seguita da Jennifer Capriati (2002), Serena Williams (2003 e 2005), Li Na (2014), Angelique Kerber (2016) e Caroline Wozniacki (2018)”.
A Osaka è successo negli ottavi di finale contro Garbiñe Muguruza, salvandosi da 3-5, 15-40 nel terzo set e poi vincendo quattro partite di fila. Secondo World Tennis Magazine “ci saranno molti altri trionfi per la potente Osaka. Non riesco a immaginare che non vincerà almeno altri sette o otto Slam. A 23 anni, salvo infortuni, ne ha davanti forse altri dieci di risultati importanti. Questo è il motivo per cui nella mia proiezione Osaka alla fine raggiungerà undici o dodici Slam, a dir poco. Ma potrebbero benissimo essere di più”.
Simon Cambers per Tennis Majors scrive appunto che Osaka adesso deve darsi come traguardo le vittorie su una superficie diversa dal cemento, la terra di Parigi o l’erba di Wimbledon – faccenda più complessa – e sostiene che per raggiungere il numero 1 della classifica mondiale è solo questione di tempo.
Ubaldo Scanagatta per Ubitennis dice che si tratta già della numero 1 di fatto dopo 21 vittorie consecutive, non Barty. Le manca un solo titolo per eguagliare le carriere di Maria Sharapova e di Martina Hingis. “Entra a grandi passi nella storia”.
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A cura di Angelo Carotenuto.
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