Lo Slalom del 1° febbraio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

domenica 1  febbraio 2026.

 #5  giorni a  Milano-Cortina

Leggi tutto nella versione online

 

I russi, i russi, gli americani

Lucio Dalla

  

I Giochi dell’inquetudine

Altre vigilie olimpiche erano trascorse parlando di altre divise. Ma i giorni sono diventati improvvisamente questi, e vedere il nome del Immigration and Customs Enforcement accostato a un’Olimpiade, il teatro supremo dell’accoglienza e della convivenza fra popoli, sta inquietando la città di Milano.

Non sono solo le divise. Dentro le divise ci sono metodi, ci sono scopi. Proprio oggi il Washington Post spiega i nuovi strumenti di cui si è dotato il corpo: tecnologia per il riconoscimento facciale, lettori di targhe, localizzazione dei cellulari, accesso a database di posizione, software per penetrare dispositivi digitali, droni. Il punto chiave sottolineato dal giornale che fece saltare Nixon è che queste tecnologie non sono solo accessori ma stanno trasformando le pratiche operative dell’agenzia: dalla strada alle indagini, fino al monitoraggio delle proteste politiche. Il Washington Post dice che ICE sta ampliando il suo raggio d’azione, spingendosi oltre la tradizionale attività di controllo dell’immigrazione per sorvegliare reti di manifestanti, inclusi cittadini statunitensi, sollevando così preoccupazioni su privacy e libertà di espressione. In sostanza, una crescente militarizzazione e tecnologizzazione del controllo, in un quadro nel quale  la sorveglianza è diventata uno strumento centrale del potere.

Il Post italiano ha chiarito l’altro giorno che  non ci saranno agenti violenti per le strade di Milano, e i timori di questi giorni potevano essere fugati facilmente dal governo. Una precisazione rilanciata da Francesco Costa nella sua newsletter americana. L’ICE è divisa in due principali sezioni, quella investigativa dell’Homeland Security Investigations (HSI), e quella operativa dell’Enforcement and Removal Operations (ERO), il ramo che esegue controlli sul campo, arresti ed espulsioni. L’ERO non avrà alcun impiego diretto in Italia durante le Olimpiadi.

In una dichiarazione a NPR, la portavoce del Dipartimento per la sicurezza interna, Tricia McLaughlin, ha sottolineato che l’ICE starebbe “supportando il servizio di sicurezza diplomatica del dipartimento di Stato degli Stati Uniti e l’Italia per individuare e mitigare i rischi legati alle organizzazioni criminali transnazionali”. Ma nonostante queste rassicurazioni, e nonostante il comitato olimpico e paralimpico USA abbiano aggiunto che la sicurezza ai Giochi resterà sotto l’autorità italiana, si tratta di una presenza che inquieta. Le migliaia di persone che in queste ore sono scese in piazza a protestare lo hanno fatto non sono per un dovere di testimonianza ma pure per sollevare una domanda, la questione su quali spazi di manovra e di autonomia sono concessi a una forza speciale che non risponde allo Stato italiano. 

Definendo l’ICE «una milizia che uccide», il sindaco Giuseppe Sala ha detto a RTL: «È chiaro che non sono i benvenuti a Milano, su questo non c’è dubbio. Ma mi chiedo: possiamo mai dire no a Trump? Siamo in grado di occuparci da soli della sicurezza. Non abbiamo bisogno dell’ICE».

Anche se il ruolo dell’ICE ai Giochi dovesse limitarsi a funzioni di supporto, restano senza risposta questioni significative. Le autorità non hanno specificato quanti agenti saranno coinvolti, come verranno condivise le informazioni né quali limiti esistano per evitare che un incarico temporaneo legato alle Olimpiadi si trasformi in una campagna di sicurezza più duratura. Questo lo scrive Reason,  una rivista mensile statunitense fondata nel 1968, liberal in politica e in economia.

Jacobb R. Swartz dice che “in assenza di dettagli pubblici chiari — e considerando la reputazione dell’ICE per pratiche interne poco trasparenti — non sorprende che il coinvolgimento dell’agenzia abbia incontrato resistenze in Italia. Una reazione che riecheggiando le critiche presenti negli Stati Uniti riflette un modello più ampio: le agenzie di controllo percepite come poco responsabili tendono a generare contraccolpi ovunque si presentino, indipendentemente dalle sfumature o dai confini nazionali.

  🗞️   Corriere della sera: “In arrivo la fiaccola olimpica. A Milano 50 leader politici. Sistemi di sicurezza alla prova”  – Chiara Evangelista ha scritto: L’evento olimpico assume in un certo senso anche i contorni di un’ Assemblea generale delle Nazioni Unite in versione informale. Il contesto offre occasioni di incontri bilaterali e vertici riservati. Il tutto impone al Viminale e alla Farnesina una gestione minuziosa dei protocolli diplomatici e di sicurezza. Il protocollo olimpico prevede, per esempio, che i rappresentanti siedano in ordine alfabetico, con accanto, in fondo alla fila, i Paesi che ospiteranno le prossime Olimpiadi: Francia e Stati Uniti per intenderci. Ma possono Emmanuel Macron e J.D. Vance andare a braccetto dopo le recenti schermaglie sulla Groenlandia? Impraticabile in teoria. Una possibile soluzione, ancora allo studio, sarebbe collocare il presidente francese, qualora dovesse essere presente, accanto a esponenti locali statunitensi, salvando quindi forma e sostanza

Cos’altro preoccupa

Mancano cinque giorni all’apertura dei Giochi, secondo le stime del Mit nella prima settimana di gara si muoveranno oltre 500.000 persone tra pubblico italiano e internazionale, dirette verso sedi distribuite tra città e territori alpini. La ferrovia è l’asse portante della mobilità olimpica: il piano prevede fino a 50 treni charter al giorno e oltre 50.000 posti riservati sui collegamenti ad alta velocità, in particolare tra Milano, il Nord Est e l’arco alpino. Qualche moto d’ansia viene dai ritardi ormai strutturali sulla rete. L’associazione Altroconsumo ha studiato una cinquantina di tratte per un totale di 28mila rilevazioni, giungendo alla conclusione che i treni Frecciarossa sono in ritardo per il 31 percento [ne parlava qui Sky TG24].

C’è più di qualche preoccupazione intorno agli impianti. La Reuters riferisce che la funivia in costruzione per trasportare gli spettatori alle gare olimpiche femminili di sci alpino a Cortina rischia seriamente di non essere completata in tempo. Gli organizzatori hanno chiesto la chiusura delle scuole per alleggerire la pressione sul sistema dei trasporti della località dolomitica. L’impianto Apollonio-Socrepes è una delle infrastrutture più controverse di Milano-Cortina 2026. I lavori del sistema, progettato per portare gli spettatori dal centro di Cortina d’Ampezzo direttamente sulle piste, sono iniziati in ritardo e alcuni residenti hanno sollevato preoccupazioni per la sicurezza, data la collocazione in un’area soggetta a frane.

Nonostante i dubbi sul progetto, ancora incompiuto a una manciata di giorni dal via, l’agenzia statale Simico ha dichiarato venerdì che i lavori stanno procedendo secondo il cronoprogramma. In una lettera del 29 gennaio indirizzata alla provincia di Belluno, il responsabile operativo dei Giochi, Andrea Francisi, ha scritto che Simico aveva informato gli organizzatori il giorno precedente che la cabinovia non sarebbe stata consegnata entro i tempi previsti. Sabato, Simico ha risposto che i lavori sulla funivia proseguono e che i controlli di sicurezza necessari per il collaudo finale sono programmati per la prossima settimana. Ha inoltre precisato che questioni logistiche come la chiusura delle scuole non rientrano nelle sue competenze e il comitato organizzatore di Milano-Cortina si è rifiutato di commentare. Ma per il resto va tutto bene. 

Nella lettera, finora inedita, Francisi ha descritto l’impianto come un elemento essenziale del piano di mobilità olimpica per Cortina, dove saranno ospitate anche le gare di curling, bob, slittino e skeleton. «La perdita di questa infrastruttura strategica, a ridosso dell’inizio delle operazioni olimpiche, crea rilevanti difficoltà organizzative, con forti ripercussioni sulla gestione dei flussi, sulla sicurezza e sulla capacità complessiva del sistema di assorbire la mobilità alternativa necessaria», si legge nel documento.

La chiusura delle scuole nei giorni più delicati dei Giochi è stata definita «indispensabile» per salvaguardare l’ordine e garantire che il sistema di trasporto regga. In attesa di chiarimenti sulla reale disponibilità della funivia, gli organizzatori hanno limitato il numero di biglietti in vendita per gli eventi di Cortina. Un portavoce del comitato organizzatore ha detto venerdì che è stata messa in vendita una quantità coerente con la capacità assicurata dal trasporto su strada. Una formula meravigliosa – va riconosciuto. Cortina non dispone di una stazione ferroviaria e l’accesso avviene tramite una sola strada principale. Come dice la Reuters con uno sfoggio di capacità eufemistica, l’accesso può risultare molto lento nelle ore di punta

Nel frattempo, sabato è stato confermato che Milan-Como è come certi amori delle canzoni di Venditti, da Perth ha fatto un giro enorme per tornare a San Siro. La data scelta è il 18 febbraio. Durante i Giochi. Così sale a tre il numero di partite di Serie A in programma a Milano nel periodo olimpico. Compresa Inter-Juventus del 14. Nel giorno di USA-Danimarca all’Arena Santa Giulia.

Buona fortuna, Milano. Ne avrai bisogno. 

  🗞️   Corriere della sera: “Milano-Cortina, tutto il bello dei Giochi doppi” – Marco Bonarrigo racconta il conto alla rovescia: Per la prima volta nella storia la cerimonia si svolgerà in contemporanea anche in altre località: a Cortina andrà in scena lungo le strade con ingresso libero.I biglietti per cerimonia e gare sono in vendita solo online su un portale dedicato (tickets.milanocortina2026.org), l’unico attraverso il quale chi li ha acquistati può rivenderli in maniera legale. I prezzi partono da 30 euro e possono raggiungere i 2.600 per gli eventi più gettonati come la finale maschile di hockey o i 10 mila per la cerimonia di apertura, in entrambi i casi con servizi di ospitalità

Che cosa sappiamo della cerimonia

Qualcosa accenna la NBC – la tv olimpica – accennando all’idea di cerimonia che le Olimpiadi italiane vogliono costruire. Mariah Carey e Andrea Bocelli sono citati quasi come un dovere d’agenda. Servono a dare il titolo. Ma il racconto scivola altrove, sui volontari, sugli studenti della Scala, sugli amatori che per una notte entreranno nello stadio più iconico del calcio italiano – esatto: quello che verrà abbattuto. 

La NBC racconta un’idea di spettacolo artigianale e corale, nonostante le dimensioni mostruose. Dietro il biggest show on earth c’è la retorica dell’evento totale ma pure una messa in scena fatta di prove in una tenda bianca, di costumi ancora segreti, di sarte che lavorano negli angoli, di ragazzi che si emozionano all’idea di mettere piede sul prato di San Siro. È una narrazione oh molto pittoresco, molto italiana: la grande macchina funziona perché qualcuno col cuore grande cuce, prova, ripete, aspetta.

Ma il segreto imposto [“non fotografate, deve restare una sorpresa”] racconta pure un’Olimpiade che vuole controllare l’immagine fino all’ultimo, e allo stesso tempo costruire attesa non con gli effetti speciali, bensì con il lavoro umano. Una tensione continua tra industria globale e teatro locale. San Siro è raccontato come un luogo saturo di memoria popolare, uno stadio che per una sera smette di appartenere ai tifosi e viene consegnato alle persone comuni. È la filosofia di un’Olimpiade che vuole apparire gigantesca ma raccontarsi attraverso le mani, i corpi e l’emozione di chi normalmente non è protagonista. Se funzionerà o no è un’altra storia. Ma l’intenzione è chiarissima. 

Il tema è accennato – si direbbe: ammesso – dal gran maestro della cerimonia Marco Balich al podcast Grande Giove di Wired. Non si tratta di stupire con effetti speciali dice il magazine – anche se la tecnologia gioca un ruolo, come nei bracieri sincronizzati o nelle proiezioni immersive – ma di generare sensazioni autentiche. Balich allora sottolinea che «nella mente delle persone restano cose che non hanno mai a che fare con la tecnologia, ma con l’emozione che viene data. La tecnologia è fondamentale, ma solo se messa al servizio dei valori umani». Così anticipa anticipa che «ci sarà un braciere olimpico molto innovativo e tecnologico, dinamico: vi sorprenderà. La fiamma sarà piccolissima per motivi di sostenibilità ambientale, ma sarà amplificata in modo speciale» ma poi riporta l’accento sul grande tema della misura d’uomo. «Un tempo – dice – avevamo i Tuttocittà per riuscire ad arrivare dove serviva» – e in effetti anche il grammofono non è così male. E quando si parla di intelligenza artificiale, dice che  «essa accelera ricerche sull’esistente, la creatività è basata su qualcosa che non c’è ancora. È solo un acceleratore, la capacità di mettere assieme punti diversi e immaginare qualcosa è solo umana».

🗯️  Marco Balich parla stamattina anche con il Corriere della sera: «Mi sveglio alle quattro e mando messaggi. Ho un blocco sul comodino, dove scrivo e prendo nota. Quella sera ci guarderanno Madonna, l’imperatore del Giappone. E tantissima gente comune». Quel che NBC anticipava e quel che lui stesso ha lasciato intendere a Wired viene confermato dalle seguenti parole: «Lo spettacolo sarà bellissimo. Non è il momento storico di eventi ipertecnologici e stra-muscolari: gli effetti speciali saranno l’umanità, l’emozione, l’italianità. E poi la pace: la tregua olimpica è un principio ripreso da Pierre de Coubertin».

Prepariamoci a una bella narrazione nei prossimi giorni – durante e dopo – contro la cerimonia sulla Senna [magnifica]. Balich già dice: «Il raffronto è con Londra, non con Parigi, che è stata più la celebrazione del VII Arrondissement, con sponsor di lusso. Le Olimpiadi sono laiche e devono essere comprensibili anche per il ragazzino di 14 anni di Bariloche». Quanta Milano ci sarà alla cerimonia – gli chiede Michela Proietti, e qui Balich fa il suo capolavoro: «Dalla moda al design, al tributo ad Armani alla cucina, ma niente pizza e mandolino», risponde dopo la celebrazione del 14enne di Bariloche, notoriamente vestito da Armani. E poi – senza offesa – con la pizza e il mandolino Milano non c’entra proprio niente. 

Come siamo messi con la squadra

Nell’ultimo appuntamento di Coppa del mondo di ski cross, Jole Galli e Simone Deromedis hanno vinto sulle nevi di Passo San Pellegrino, in Trentino. Ai Giochi il  vedremo il 19 [uomini] e 20 febbraio [donne]: a Livigno. Qui c’è tutto il programma delle Olimpiadi giorno per giorno. Come si faceva una volta si può anche ritagliare e conservare, ma ricordate di stamparlo prima altrimenti con le forbici si graffia tutto lo schermo. 

Bei segnali anche dallo snowboard – che sempre a Livigno vedremo domenica prossima. Roland Fischnaller con i suoi 45 anni si è classificato secondo nello slalom gigante parallelo di Coppa del mondo a Rogla, in Slovenia. Un secondo posto a pochi centimetri da quella che sarebbe stata la quarta vittoria in stagione, alle spalle del sudcoreano Sangho Lee. 

Il segnale più grande e luminoso è il secondo posto di Sofia Goggia nel Super-G di Crans Montana dietro la svizzera Malorie Blanc. Delusa Brignone diciottesima, semi-disperata Laura Pirovano che stava per vincere ma è uscita alla penultima porta. Quarta Roberta Melesi, e Flavio Vanetti sul Corriere della sera chiama tutto ciò una macedonia di emozioni.

🗯️  Arianna Fontana al Corriere della sera: «Quattro anni sono stati lunghi e impegnativi. La bandiera è piovuta dal cielo: una grande sorpresa e un grande onore. Io davvero non me l’aspettavo. Quando ho ricevuto la telefonata del presidente del Coni Buonfiglio stavo entrando in palestra. Mi sono seduta e per dieci secondi buoni sono rimasta ammutolita, in totale choc. Mio marito Anthony, che mi allena, mi guardava preoccupato. Al punto che Buonfiglio mi ha chiesto: ci sei rimasta male? E io: nooo, presidente, tutt’altro! È stato un bel boost di energia». [intervista di Gaia Piccardi]

Arianna Fontana a La Stampa: «Sarebbe stato brutto non avere due rappresentanti del Paese ospitante a Cortina. Io sono felice di essere a Milano con Chicco Pellegrino, è la persona che volevo al mio fianco». «In inverno, non sono tornata ad allenarmi con Canada e Stati Uniti proprio per rimanere con il gruppo e provare la staffetta. Ho dato il mio contributo, ci tengo a un successo collettivo. Con Anthony abbiamo anche fatto dei lavori specifici per aggiungere esplosività e velocità. Qui sono trascurati». [intervista di Giulia Zonca]

Una piccola comunicazione sulla newsletter

Dal 5 febbraio il passaggio su Substack

  La newsletter che stai leggendo migra su Substack, la piattaforma di riferimento del settore. Il giorno-1 del nuovo invio sarà giovedì 5 febbraio, alla vigilia della cerimonia d’apertura dei Giochi invernali in Italia.

Cosa cambia. Nella ricezione: niente. Lo Slalom continuerà ad arrivare nella tua mail. Mi occuperò del trasferimento degli indirizzi: non dovrai fare nulla se desideri non fare nulla. Se invece non vuoi che accada, puoi comunicare fin d’ora a digital@loslalom.it  la sospensione dell’invio e lo staff provvederà a fermare sia la migrazione su Substack sia l’invio mattutino. 

Nella grafica: qualcosa. Se frequenti Substack, conosci le sue linee pulite. Guadagneremo in ordine, ci saranno foto e video. Importeremo comunque una parte della grafica e la suddivisione in colori per temi avviata in questi giorni: arancione per i fatti, blu per analisi e opinioni, verde per il vintage, mattone per i programmi, corallo per le letture. 

Nei contenuti: una parte resterà free sul sito con un link in newsletter, un’altra sarà premium solo in newsletter. Lo Slalom tornerà a pagamento come dalla sua nascita fino all’interruzione del maggio 2023. Non è una svolta improvvisa né una posa ideologica. È una scelta di realtà. 

Intorno a Slalom cresce un mercato in cui contenuti, tempo, competenze e attenzione producono un valore che viene riconosciuto. Far finta che Slalom possa stare fuori da questa dinamica — come se fosse un hobby o un’eccentricità — non ha più senso, nel rispetto prima di tutto di chi legge e vuole scegliere a cosa dedicarsi. Per te significa riconoscere che quanto arriva nella tua mail ha un peso, un’intenzione e una cura. Per Slalom significa provare ad allargare il parco delle firme e dei contributi, stare sui social con una continuità professionale, muovere un passo verso una nuova fase aziendale.  

Quando si paga e quanto. Abbiamo deciso di restare free anche su Substack per il primo mese. Così potrai testare il cambiamento, abituarti o no, decidere di pagare o meno. Tutto chiaro e trasparente. Dal 5 marzo si va a regime. Le quote da sostenitori e sostenitrici sono in linea con quelle di sei anni fa: 5 euro mensili, 50 annuali. Potrai provvedere anche a una donazione, se lo vorrai, e potrai disdire in qualunque momento dalla mail con un clic, continuando a usufruire di tutti i contenuti free. 

Nel frattempo, grazie per aver letto fin qui — e per il tempo che scegli di dedicare ogni mattina a Slalom

Un saluto, Angelo


 

Che cosa stanno leggendo in Europa

🟦⬜🟥   L’Equipe dedica la prima alla nuova delusione del Marsiglia di De Zerbi, tre giorni dopo l’eliminazione della Champions, raggiunto dal Paris FC nonostante un vantaggio di due gol. In mansarda ci sono la vittoria di Elena Rybakina a Melbourne, l’attesa per la finale Alcaraz-Djokovic, il PSG stasera a Strasburgo.

🟥🟨🟥  Marca dà la copertina a Lamine Yamal per la vittoria del Barcellona e titola non c’è tregua per la risposta attesa del Real Madrid oggi. Una finale per la storia è il soppalco per Melbourne: o Carlitos diventa il più giovane a fare il Carreer Grand Slam o Djokovic stacca Margaret Smith Court con 25 Slam a 24. Su As c’è Arbeloa che chiede il sostegno del Bernabéu, e non dischi dopo la sconfitta di Lisbona. El Mundo Deportivo compie oggi 120 anni e va in edicola con una grafica vintage nella testata, la stessa del numero #1: foto -copertina ovviamente per Lmine Yamal. 

🟩⬜🟥  Oh, e veniamo a noi. La Gazzetta apre con Maxi Milan perché Maignan firma a vita, ma speriamo che sia una sola un’iperbole sentimental-meneghina perché il contratto è in realtà di cinque anni – povero Mike – magari vorrà vedere dei nipoti. C’è tanto mercato in prima, un quadratino per Sofia Goggia e all’improvviso il tennis non ci interessa più: la finale Alcaraz-Djokovic è fantasma. Anche il Corriere dello sport-stadio non la mette in prima, dove trovano spazio Frattesi-Jones a oltranza, Kolo Muani, l’alleato speciale della Juve e la vittoria del Napoli sulla Fiorentina con gol di Vergara e infortunio a Di Lorenzo. Djokovic e Alcaraz sono invece su Tuttosport insieme con Sofia Goggia, la paura per la caduta in prova di Franzoni e un titolo grosso su Yildiz aspetta Kolo.


▬▬▬▬▬         ▬▬▬▬▬

  

Come ha vinto Elena Rybakina

Nonostante un numero di ace inferiore ai suoi standard – sei in totale – Elena Rybakina ha servito con precisione nei momenti cruciali, forzando cattive risposte da parte di Sabalenka. Spostare l’avversaria, evitare gli scambi piatti da fondo campo, cercare di tenere la numero uno al mondo in movimento, costringendola a colpire in allungamento, nella zona in cui è meno efficace. Tenere alta la pressione sulla seconda di servizio di Sabalenka, che sotto stress ha commesso errori gratuiti decisivi [tre non forzati consecutivi nel break decisivo del terzo set]. Mantenere la calma, l’internal mantra – come lo chiama The Athletic – anche quando il match sembrava perso, contrastando l’incapacità di Sabalenka di imporre una varietà di gioco nei momenti di massima tensione. 

Questo era il piano di Rybakina, così è arrivata al secondo Slam della sua carriera dopo il Wimbledon 2021, il Wimbledon negato alle russe e alle bielorusse, portato a casa grazie al passaporto kazako. Domani salirà al numero #3 della classifica ed è la migliore giocatrice della storia per percentuale di successi contro una numero uno al mondo: ha vinto 9 volte su 15. A metà del secondo set, uno slice corto ha costretto Sabalenka in affondo a colpire una palla corta e poi a precipitarsi a rete. Ha poi vinto il punto con una volée, mostrando il tipo di abilità fondamentale per reinventare il suo gioco negli ultimi due anni.

Sabalenka è di gran lunga superiore a Rybakina in transizione e a rete, ma per gran parte dell’incontro lo ha dimenticato. La riluttanza di Sabalenka a usare la palla corta o lo slice l’ha portata a giocare solo sei punti a rete. La sua media nel torneo prima della finale era di 13,5 punti a partita. Un calo che è in gran parte merito di Rybakina, brava a tenere Sabalenka con i suoi colpi da fondocampo.

È stata una rivincita totale rispetto alla finale persa tre anni fa. Si è giocata sotto il tetto chiuso della Rod Laver Arena, trasformata in uno spazio raccolto e amplificato. L’atmosfera aveva qualcosa di innaturale. La pioggia sottile aveva imposto il tetto e trasformato la Rod Laver Arena in una cassa di risonanza. Il tennis aveva il suono di un concerto, ma qualcosa stonava: un uccello, intrappolato lassù tra le travi, rompeva il silenzio rituale prima dei servizi. Nessuno riusciva a vederlo, eppure era ovunque. Un controcanto minimo, testardo, che accompagnava una finale già carica di storia, di precedenti, di ferite mai del tutto rimarginate.
Questo racconto è di Jack Snape, sul Guardian, e parte da un dettaglio marginale per restituire il peso di una rivalità sedimentata negli anni, tra due giocatrici abituate a incrociarsi spesso e in momenti decisivi. “Nel fragore del terzo set, alimentato dall’energia teatrale di Sabalenka e dal boato del pubblico, il canto dell’uccellino è tornato a farsi sentire. Quasi inutile, quasi sommerso

Ma a parte l’uccellino, nella sua newsletter Bounces, Ben Rothenberg fa notare che dietro il pugno stretto di Rybakina, la più grande esultanza che le vedrete mai fare”, c’è un senso di rivincita anche per Stefano Vukov, il suo allenatore storico, salito sul podio a forma di AO per ricevere il trofeo che il torneo consegna all’allenatore della campionessa. Vukov era stato messo al bando dalla WTA. solo un anno fa, l’Australian Open gli aveva vietato qualsiasi accesso al campo del torneo [di questa relazione turbolenta si parlava qui] e insieme con quella di Djokovic nella semifinale di venerdì, le riabilitazioni di Melbourne passano a due. 

  🗞️   Corriere della sera: Ha scelto il tempo come nemico. Djokovic diabolico asceta del tennis” – Gaia Piccardi ha scritto: Diventato uomo, l’ex bambino incoraggiato dalla maestra Jelena Gencic a giocare a tennis in montagna, sul campetto di fronte alla pizzeria di Srdan e Djiana Djokovic nella località di Kopaonik, sul massiccio più grande della Serbia, ha dovuto liberarsi dal peso dell’eroe nazionale per fare spazio dentro se stesso e riscoprire la voglia di battere la nuova generazione di predestinati

👉  LEGGI SU SLALOM  |  I due Djokovic che convivono a Belgrado

  🗞️   Repubblica È il caos il vero idolo della folla – Nella sua rubrica domenicale, Gabriele Romagnoli ritorna sul rapporto tra Sinner e le masse: I carota boys esistono solo in Italia, a Roma e Torino. Esistono un fattore individuale e uno generale. Sinner ha per compagna di viaggio un’ombra, quella del clostebol e della squalifica a orologeria, che lo accompagnerà probabilmente per tutta la carriera, un asterisco che non vedono soltanto in patria (sempre che gliela riconoscano).

Ma Romagnoli ne fa anche una questione di complessità, nel senso che Sinner fa un gioco troppo complesso per i gusti di massa e del tempo. Alcaraz twitta, Sinner scrive lunghi editoriali che stringono sempre più il ragionamento portandolo a una conclusione. Chi ha tempo per leggerli? Il carisma è la spudoratezza. Perché fare un discorso, basta una battuta, si vince con il servizio.

  🗞️   La Stampa: I match più lunghi e la gestione di Sinner – Stefano Semeraro ha scritto: Se si fosse giocato al meglio dei tre Sinner avrebbe trionfato sia due giorni fa, sia nella finale di Parigi 2025. La distanza lunga ormai sopravvive solo negli Slam, ma è da lì che passa una buona fetta della storia del tennis. Quindi va capito se dietro i finali in calando di Jannik ci sia una ragione fisica o mentale.

👉  LEGGI SU SLALOM  |  Le tre verità che ci lascia la sconfitta di Sinner

🗯️  Paolo Canè a Repubblica: “Tattica sbagliata.Jannik soffre troppo il pubblico contrario” [intervista di Giuseppe Antonio Perrelli]

 

   

◇  Harry Kane ha segnato il suo 36esimo gol stagionale, ma il Bayern si è fatto rimontare nel secondo tempo: 2-2 sul campo dell’Amburgo. Il Bayern sale a 51 punti dopo 20 partite, con nove di vantaggio sul Borussia Dortmund secondo, che ha però una gara in meno. In Spagna, il Barcellona ha allungato a quattro punti il vantaggio in testa alla Liga con una vittoria per 3-1 sull’Elche. Un gol e un assist per Lamine Yamal: 15ª vittoria nelle ultime 16 partite in tutte le competizioni. Alexander Sørloth è stato trasportato in ospedale per un trauma cranico durante lo 0-0 dell’Atlético Madrid sul campo del Levante. Il Villarreal resta quarto dopo il 2-2 contro l’Osasuna.

◇   Nell’anticipo del sabato sera nella A femmniile di pallavolo, Busto Arsizio ha vinto a Cuneo per 3-0 davanti a 2.793 spettatori. Melanie Parra premiata come MVP per i suoi 14 punti. In Superlega maschile Monza ha vinto 3-0 in casa di Grottazzolina, in doppia cifra Padar (13 punti), Atanasov (14) e anche Rohrs con 15.

◇  Un’ampia porzione di aree a Bagnoli, nelle quali dovranno sorgere le infrastrutture necessarie, è stata formalmente consegnata agli organizzatori della America’s Cup di Napoli.

▬▬▬▬▬          ▬▬▬▬▬

    

Queste austriache fanno vedere tutto

  Mancano pochi gioni all’apertura dei Giochi invernali di Innsbruck e la Gazzetta dello sport descrive l’atmosfera, mostrando come ancora prima dell’inizio delle gare l’evento sia già attraversato da polemiche, commenti e piccoli scandali. Ricorda come le discussioni sulla difficoltà delle piste siano una costante della storia olimpica: ieri le faceva Karl Schranz, oggi le fa Sepp Messner che giudica la pista del Patscherkofel “tecnicamente troppo facile”, suscitando la pronta replica degli austriaci. Ma la questione tecnica si intreccia subito con quella dei vantaggi competitivi, in particolare grazie all’“arma segreta” degli sci Fischer, dotati di una speciale soletta capace di aumentare la velocità, soprattutto nei tratti meno ripidi.

Tuttavia, il vero grande argomento di discussione nell’Austria del 1976 è rappresentato dalle tute da discesa libera della squadra femminile di casa, giudicate troppo aderenti da alcuni ambienti cattolici di Innsbruck. Il corpo delle atlete diventa oggetto di giudizio morale, trasformando un indumento tecnico in uno scandalo pubblico. Emblematica è la risposta ironica e disincantata di Annemarie Proell Moser, che ridimensiona la questione e smaschera l’ipocrisia del dibattito: «È  vero che con queste tute si vede se una è stata operata d’appendicite, ma le Olimpiadi non sono un concorso di bellezza».

Attorno a questo episodio ruotano altri dettagli che rafforzano il ritratto di un’Olimpiade già trasformata in spettacolo mediatico: atleti ingaggiati come giornalisti, opuscoli pieni di dati fisici, battute sul peso dei funzionari. Il pezzo restituisce un’immagine ironica e disincantata dell’evento, viste non solo come sportivo, ma come palcoscenico dove emergono rivalità nazionali, interessi economici, moralismi e curiosità mondane.

Per dare un’idea dei controlli e delle precauzioni che la polizia austriaca ha adottato per prevenire attentati, si è conosciuta stasera una notizia. A tutti coloro che sono addetti alle comunicazioni telefoniche relative alle Olimpiadi (tra cui alcune centraliniste provenienti da Bolzano) – scrive La Gazzetta – sono state date delle precise istruzioni: 1) individuare possibilmente il sesso della persona che telefona preannunciando attentati; 2) individuare se la voce appartiene a un individuo non sano di mente, alterato dall’alcool, o addirittura ubriaco; 3) individuare se la telefonata proviene dalla città o dal resto del Paese o dall’estero (il che è relativamente facile). In base a questo formulario la polizia ritiene di aver maggiori possibilità di intervento.

  Invece nel 1986, quando inizia il mese di febbraio sta succedendo un bel casino al Milan, come si vede dalla prima della Gazzetta. Ma nei prossimi giorni si sistema tutto, vedrete. 

  L’ultimo Slam di Monica Seles 

Monica Seles non tornò per vincere un altro titolo. Tornò perché non voleva che un solo gesto, una sola persona, decidesse al posto suo che cosa poteva ancora amare. Non voleva darla vinta all’accoltellatore. Sono trascorsi trenrt’anni da quel Melbourne 1996. Il suo ultimo titolo Slam. Quando rientrò in campo, Monica Seles capì che la paura non se n’era andata. Ma capì pure che i suoi gesti erano intatti. Guardare la palla, colpirla, l’accoltellamento non glielo aveva tolto.  The Athletic ha dedicato un pezzo alla ricorrenza, ma il pezzo non è costruito come la celebrazione di un ritorno sportivo impossibile, né come la rivincita di una campionessa contro il destino. Al contrario, parte dal vuoto, da un momento in cui Monica Seles non sa più chi è né cosa farà della propria vita. Il 1996 è stato come una parentesi fragile, quasi inspiegabile anche per lei. “Non so ancora come ci sono arrivata”, dice. Quel titolo rimarrà un episodio sospeso tra due traumi. Prima, l’accoltellamento che le ha tolto per sempre la sensazione di sicurezza; dopo, la malattia e la morte del padre. Una storia raccontata come un episodio di sopravvivenza, non di vittoria. Il tennis è un pretesto per parlare di paura, di un corpo da osservare e giudicare, di una depressione non nominata, di una giovane donna che torna in pubblico sapendo di dover guardare solo la palla per non guardare gli spalti. È un racconto molto contemporaneo, anche se parla degli anni Novanta, perché mette al centro la salute mentale senza retorica, come qualcosa che allora non aveva una lingua per dirlo e una platea disposta a sentire. Quell’Australian Open, a posteriori, sarebbe stato per Monica Seles l’ultimo momento di gioia condivisa con il padre. Il tennis passa, resta quel frammento.

Il Mondiale di ciclocross aspetta Van der Poel

La città più fiamminga d’Olanda, a pochi passi dal confine, ha una passeggiata di tre km e mezzo sopra le mura, e sotto ci sono ancora i fossati e i bastioni. È una delle città fortificate meglio conservate d’Europa. Ci sono statue di militari sparse dappertutto, le chiamano Pagadders, e raccontano il turbolento passato militare di questo strano posto che si è legato in modo bizzarro a Reynaert de Vos, l’anima ribelle e satirica. Reynaert è il protagonista del capolavoro epico Van den vos Reynaerde, è una volpe astuta e senza scrupoli che usa l’ingegno per sbeffeggiare i potenti [leoni, orsi e lupi] e sfuggire alla giustizia. Hulst è citata esplicitamente nel testo. Ha il titolo ufficiale di città di Reynaert. Il monumento all’ingresso della città è uno dei posti preferiti per i selfie. A differenza dei classici eroi, Reynaert non è buono. Rappresenta lo spirito libero e beffardo degli abitanti di Hulst, storicamente fuori dagli schemi.

Dicono che la domenica qui sia pieno di belgi. Ci vengono per lo shopping e per le terrazze dei caffè. I negozi a Hulst sono storicamente aperti, al contrario di molte altre città d’Olanda. Ma non ci viene oggi Wout Van Aert – che lascia Mathieu van der Poel ai Mondiali di ciclocross senza la rivalità che ha segnato un tempo, ma che forse in questo tempo non c’è più.

Luc Herinckx su L’Equipe scrive che Mathieu Van der Poel appare come una figura ormai prossima alla dimensione leggendaria. È imbattuto da oltre due anni nel fango, vincitore di tutte le gare stagionali, destinato a conquistare un ottavo titolo mondiale che lo renderebbe il più grande di sempre nella disciplina. Eppure il pezzo mostra come la sua grandezza non risieda solo nel talento naturale o nel dominio tecnico, ma nella capacità di nutrirsi delle rivalità che hanno scandito tutta la sua carriera. Van der Poel ha sempre trovato nella competizione con gli altri la spinta per migliorarsi, come lui stesso riconosce quando invita alla prudenza anche davanti a un Mondiale che sembra già scritto:

La prima rivalità è nata in famiglia, con il fratello maggiore David, che da adolescente riesce a opporgli una resistenza fisica capace di frustrare e allo stesso tempo motivare Mathieu. Il ciclismo è stato inizialmente un gioco, ma proprio da quel confronto è nata l’abitudine a non accontentarsi mai. Quando Mathieu supera definitivamente David, è già pronto a misurarsi con avversari più grandi. 

La rivalità con Wout Van Aert – dice L’Equipe – segna allora una nuova fase, trasformandosi in un duello quasi permanente, iniziato da giovanissimi e proseguito per quasi vent’anni. Non c’è stata amicizia, ma una tensione continua che ha alimentato entrambi. Quando Van Aert non è bastato più, è emerso Pogacar. È bella la tesi de L’Equipe. Sostiene che la vera forza di Van der Poel non sia il dominio, ma l’inquietudine competitiva. Ogni avversario lo ha costretto a reinventarsi. La rivalità, anche quando è frustrante, resta un motore.

Un altro gregario di Pogacar che va fortissimo

Un altro UAE che vince, un altro compagno di Pogacar che si prende una corsa. Julien Chesnais ha vinto l’AlUla Tour in Arabia ma con delle perplessità. Non per quanto fatto in salita, né per la forza mostrata nell’ultima tappa, ma per il modo. L’Équipe racconta una vittoria tecnicamente pulita sul campo ma sporca nel retrobottega della corsa, dove entrano in gioco regolamenti, interpretazioni e sanzioni.

Jan Christen ha vinto perché è stato il più forte nel momento decisivo, ma pure perché nella prima tappa, quando dopo una caduta è stato sorpreso ad aggrapparsi all’auto della sua squadra, nessuno ha preso provvedimenti. Se non venti secondi di penalità. Pochi, pochissimi, dice L’Equipe, insistendo su questo scarto tra la gravità del gesto e la leggerezza della sanzione. Anche gli avversari dicono che non è lui il problema ma il sistema dei commissari, incoerente. Quando Vinokourov parla di “disgusto”, non attacca il corridore. Quando Higuita si dice rassegnato, parla di un risultato irreversibile. E l’elemento che alimenta il sospetto si chiama UAE. Una squadra potentissima, abituata a vincere e a occupare il centro della scena. L’Équipe non lo dice apertamente, ma lo lascia trapelare tra le righe: quando un giovane di una squadra così forte beneficia di una lettura indulgente del regolamento, il dubbio diventa politico. Quando Christen parla di un allenamento “completamente diverso” rispetto all’anno scorso e poi sorride dicendo che è “un segreto”, non aiuta a dissipare le nuvole. L’Equipe non suggerisce nulla di scorretto, però registra che la sua crescita è stata improvvisa, e accompagnata da una vittoria discussa.

 ▬▬▬▬▬        ▬▬▬▬▬

La giornata di sport in tv

Guarda tutto

▬▬▬▬▬          ▬▬▬▬▬

     

Harry Potter è fuori dal mondo

La generazione di Harry Potter deve crescere, perché il mondo che quei libri promettevano non esiste più, e soprattutto perché non è più il mondo in cui crescono i giovani di oggi. È la tesi di Louise Perry nelle pagine di cultura del New York Times. Perry parte da un’esperienza generazionale precisa e dice che i millennial hanno vissuto Harry Potter non solo come una saga, ma come una grammatica morale. Quei libri non sono stati solo intrattenimento, ma un modo di leggere la politica, un modo per distinguere il bene dal male, per conoscere la storia e perfino sé stessi. Per molti sono stati una sorta di educazione sentimentale al liberalismo, all’idea che il razzismo si combatta e che la tolleranza vinca, che il male abbia un volto riconoscibile e che alla fine possa essere sconfitto da persone comuni e i giusti valori.

Il problema, dice Perry, è che quel sistema di valori era figlio di un’epoca molto specifica, il liberalismo ottimista degli anni Novanta, ancora nutrito dalla memoria della seconda guerra mondiale, convinto che la storia andasse in una direzione progressiva e che le istituzioni, pur imperfette, funzionassero. Harry Potter riflette esattamente questo mondo, un universo in cui il male è un’eccezione, in cui la violenza è un errore morale, e dove basta smascherare l’ingiustizia perché la comunità reagisca.

Questa visione ha parlato profondamente ai millennial, ha contribuito a formarli politicamente. Ma non parla più ai più giovani, non perché siano cinici o superficiali, bensì perché sono cresciuti in un contesto diverso, tra crisi economiche e precarietà permanente, dove le istituzioni sono percepite come vuote o ostili, tra polarizzazione e radicalizzazione. Per la Generazione Z – dice Perry – il mondo non è un luogo che può solo migliorare, ma uno spazio fragile, in declino, dove il futuro non è garantito.

Harry Potter invecchia perché rappresenta un’idea di liberalismo che oggi appare ingenua, insieme con l’idea che basti essere dalla parte giusta, che il bene sia moralmente puro, che la non-violenza sia sufficiente, che la democrazia funzioni se la difendi con convinzione. Perry è convinta che i giovani di oggi, a destra e a sinistra, non credono più a questa cornice. Sono più disposti a giustificare la rottura, perfino la violenza. Sono meno legati alla libertà di parola, non vedono le istituzioni come strumenti di salvezza. 

Secondo l’editorialista del NY Times, la saga resta legata a una generazione precisa. Non come Tolkien o Narnia, letti e riletti fuori dal tempo. Harry Potter è il racconto di un’epoca che credeva ancora nel liberalismo come il destino naturale delle società occidentali. Quando Perry dice che la “generazione di Harry Potter deve crescere”, non intende dire che debba rinnegare quei libri, né che debba vergognarsene. Intende dire che deve smettere di usarli come uno specchio rassicurante, come una favola morale che promette il lieto fine. Harry Potter ha funzionato come lo Specchio delle Brame. Ha riflesso il mondo che quella generazione voleva vedere. Un mondo moralmente ordinato.

Crescere significa accettare che quel mondo non era reale e che alla Gen Z tocca qualcosa di più duro e crudo, dove le vecchie certezze non bastano più a spiegare la realtà né a renderla sopportabile. Perry ha il merito di non ridurre il declino di Harry Potter a J.K. Rowling, ai suoi tweet e alla cancel culture. È un pezzo coraggioso perché parla dall’interno di una generazione, e non dall’alto. Dice: io c’ero, anche io ci ho creduto. Ma non è una tesi perfetta. Perché è una tesi Millennial – che non riesce a vedere la portata rivoluzionaria della Gen Z, distante non solo dall’idea della violenza come soluzione, ma dall’idea che quando il gioco si fa duro bisogna per forza giocarlo [lo diceva con questa chiarezza Fabio Pisacane, allenatore del Cagliari]. 

Insomma, Perry scivola in una generalizzazione generazionale un po’ larga, gli Zoomer diventano quasi un blocco unico, più nichilista e più violento di quanto siano davvero. Ma il passaggio più interessante è la chiusura di un ciclo. Il saluto a un mito senza sputarci sopra, e questo oggi è raro. 

     

Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. 

Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link 

Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico. 

           

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.