I due Djokovic che convivono a Belgrado

Adorato dal popolo, invisibile per il potere. Dopo essere stato il simbolo della Serbia delle tre dita, adesso Novak Djokovic è il simbolo di una Serbia in tensione. I suoi rapporti con il presidente Aleksandar Vucic si sono deteriorati. Da qualche tempo ha spostato la sua residenza in Grecia e pure gli affari, compreso il torneo di famiglia. A Belgrado possiede ancora un ristorante e resiste l’amore della gent, ma la sua figura è è diventata un campo di battaglia politico e simbolico. Non è più solo il più grande atleta nazionale, ma un corpo pubblico conteso, esibito o cancellato a seconda della convenienza del potere.

È il senso del reportage di Romai Lefebvre da Belgrado per L’Equipe, in viaggio per mostrare attraverso il campione la frattura tra Stato e popolo. Il governo tenta di ridurre lo spazio della sua presenza pubblico nei media, colpendo indirettamente il suo ecosistema sportivo, depotenzando la federazione e l’accademia — ma allo stesso tempo non può eliminarlo del tutto, perché è troppo grande, troppo riconoscibile. 

C’è un murale che sintetizza tutto questo. A seicento metri dalla basilica ortodossa di San Sava, epicentro di Vracar, il civico 70 di via Kneginje Zorke è diventato un luogo di pellegrinaggio. In una strada tranquilla della vecchia Belgrado, su una facciata di cemento scrostato, appare Novak Djokovic a grandezza naturale, in piedi, mentre pompa le braccia sul Centre Court di Wimbledon. Non con una coppa o una medaglia, ma in un gesto che, per chi sa leggere, racconta molto più di una vittoria sportiva.

Questo murale è diventato il luogo fisico della contesa. “Pochi giorni prima dell’anniversario della tragedia di Novi Sad – racconta L’Equipe – qualcuno ha cancellato di notte tutti gli slogan antigovernativi della capitale. Sembrava impensabile che potesse colpire anche Novak, e invece è successo. Il disegno è stato rifatto immediatamente e ha avuto un impatto ancora più forte del primo. È stata una rinascita: come se la rimozione avesse reso l’immagine più visibile, più necessaria, più politica.

IIn questo isolamento progressivo dell’icona, la sua statura simbolica è perfino cresciuta. “Da quando ha sostenuto apertamente la contestazione studentesca, Djokovic è diventato un paria nei media allineati al potere. La sua centesima vittoria a Melbourne, che un tempo avrebbe aperto i telegiornali, è stata relegata nelle ultime pagine dei quotidiani. “Ex campione”, “falso patriota”, “traditore”: l’atleta più vincente della storia del Paese viene oscurato come se non esistesse, mentre la sua presenza continua a riempire muri, ristoranti e la fiducia ostinata della gente

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